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17.12.04
Il silenzio, il bianco, lo zero [1]
Il turista, il critico d’arte e lo storico accolgono senza scandalo i geroglifici che il gesuita tedesco Athanasius Kircher iscrisse sull’obelisco di Santa Maria sopra Minerva, a Roma. È un’opera che non delude, sebbene l’arte del falso sia generalmente deprecabile. Converrebbe riflettere sulla circostanza che nulla è mistificazione, se tutto lo è, come possiamo sperimentare quando ogni mattina ci svegliamo «giudiziosi dopo essere passati attraverso le zone d’ombra e i labirinti dei sogni», per dirla con Groussac. Abbiamo l’impressione che tra il mondo della veglia e quello del sonno vi sia una sfasatura, quasi fossero due mondi separati che si guardano l’un l’altro attraverso una lente sfocata. Così, se noi possiamo sognare di essere uno scarafaggio, non potrebbe darsi che quando ci crediamo svegli siamo in verità uno scarafaggio che sogna di essere noi?
Lo dice, con una metafora, Shakespeare...
Leggi la prima parte del saggio Il silenzio, il bianco, lo zero di Leonardo Colombati in formato Rtf.
Posted by giuliomozzi at 17.12.04 16:19
Comments
mi ha colpito la riflessione sulla commedia.
Contrariamente a quanto tu scrivi, a me sembra che il finale dell'inferno sia pieno di rumori. E non di silenzi. E' un rumore grigiastro, come il ghiaccio, e il rumore che fanno i corpi conficcati nel ghiaccio. (c'è una bellissima poesia di Gozzano l'invernale, che riprende questa idea del ghiaccio che fa crik, parlando di due pattinatori, una immagine che poi riprenderà Montale in felicità raggiunta).
Il finale della Commedia è così simile al finale di Se questo è un uomo: niente bianco, niente silenzio. Ma uno strano brusio grigio.
Il bianco e il silenzio dominano invece il Paradiso. Il topos - della lingua che balbetta, che tu hai citato in quel passo dell'inferno - è ripreso più volte nella cantica paradisiaca, che in certi punti sembra immaginare una letteratura del silenzio, (par I e par XXXIII).
Il bianco è il colore del paradiso perché è la luce che diventa sempre più abbagliante; è una luce rischiosa, visto che come ricorda Beatrice il rischio è quello di bruciarci, di farci cenere.
dixi
d.
Posted by: demetrio at 17.12.04 17:07
Demetrio,
tu dici che il finale dell'Inferno è pieno di rumori. Eppure l'unico riferimento "uditivo" è nella terzultima terzina del XXXIV Canto:
"Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista ma per suono è noto
d'un ruscelletto che quivi discende.."
Proprio orientandosi col rumore di un ruscelletto (il Letè), Dante e Virgilio riescono a trovare il sentiero "che porta 'l ciel, per un pertugio tondo", ed escono dall'Inferno. Potrebbe mai udirsi il suono di un ruscelletto lontano se non vi fosse silenzio?
Posted by: Leonardo Colombati at 19.12.04 20:56
Il discorso dello scarafaggio e del sogno è poi una trasposizione di una celebre riflessione taoista di Chuang-tzu:
"Una volta, io, Chuang-chou, sognai di essere una farfalla... io non sapevo che essa era Chuang-chou. All'improvviso mi svegliai e fui veramente di nuovo Chuang-chou. Tuttavia io non so se ero io che stavo sognando di essere una farfalla, oppure se sono una farfalla che sogna di essere Chuang-chou".
Posted by: Roberto Tossani at 23.12.04 10:05
Ho letto le considerazioni sul nulla a margine del romanzo Perceber e le ho trovate estremamente interessanti. Il libro si preannuncia di spessore e complessità notevoli, di particolare interesse è l'influenza della Cabala (a proposito, come mai pur parlandone, l'Albero della Vita - già illustrato da Pynchon nell'Arcobaleno della Gravità - non viene
mai citato?).
Volevo comunque muovere due obiezioni, molto marginali, allo spunto di alcune riflessioni. Trovo innanzitutto poco coerente pensare al bianco come all'assenza del colore e parlare per questo di paradosso con il suo comprendere tutte le frequenze del visibile. Questo perché il bianco è associato all'assenza di colore solo come retaggio culturale (il bianco della morte, il bianco di una pagina vuota...) e non sulle basi di una constatazione oggettiva. Questa associazione ha quindi una natura schiettamente artificiosa. Il bianco è tutti i colori, per questo si parla di rumore bianco come di quel rumore che comprende nella sua banda tutte le frequenze, senza privilegiarne alcuna.
Quanto alla questione dello zero, esso è un mistero solo per i filosofi e per quanti non resistono alla tentazione di speculare su ogni aspetto dello scibile. Ovviamente le sue radici culturali, come illustrato, sono estremamente interessanti. Lo zero è estraneo alla tradizione ellenistico-latina mentre riveste un ruolo fondamentale nelle culture orientali, cinese e indiana in primis. Però i matematici, pur restandone affascinati, non indulgono in simili elucubrazioni. Semplicemente si limitano ad includere lo zero in N quando serve, ad ignorarlo altrimenti, con l'onestà intellettuale di specificare sempre in quale delle due situazioni un problema o un risultato hanno senso. Anche quella della finitezza dell'insieme vuoto è una questione ormai superata, direi da almeno otto secoli. Un insieme privo di elementi è definito come insieme vuoto e la sua dignità non è inferiore a quella di un elemento con uno, due o mille elementi. A voler essere esaustivi, gli insiemi possono essere finiti, infiniti o vuoti, ecco tutto. Ognuno di essi ha le sue proprietà, ma la loro civiltà scongiura un qualsiasi scontro ideologico...
Scusate lo sproloquio,
X
Posted by: X at 26.12.04 21:30
X, sono d'accordo su tutto, a parte la storia dei filosofi. Come vecchio studente di filosofia, ricordo ancora il corso di Storia della Logica, dove il prof. Mangione ci fece un culo quadro su Dedekind e Peano, Cantor e la teoria degli insiemi, i numeri naturali e i numeri transfiniti. E lo ringrazio perché, a distanza di anni, mi ricordo ancora abbastanza di quel corso per inorridire di frasi come "ad ogni numero naturale n corrisponde un insieme finito di n elementi". Al massimo, a un numero n può corrispondere l'insieme degli insiemi che hanno n elementi. Ma anche questa è una nozione spuria (ovviamente, non si può definire un numero n usando n).
Se ricordo bene, la procedura insiemistica per costruire i numeri naturali è:
a) si definisce il primo numero naturale, ossia (indovinate un po'...) lo zero, come l'insieme degli insiemi vuoti;
b) si definiscono i restanti numeri naturali come quelli che si ottengono con l'operazione di successione.
Questa procedura è già in nuce in Dedekind, poi è stata formalizzata da Frege (parliamo di fine Ottocento). E non dà luogo a nessun paradosso! La teoria degli insiemi ha paradossi, per esempio quello di Russell sull'insieme che non appartiene a se stesso, che però non c'entrano nulla con lo zero...
Mi scuso anch'io per lo sproloquio. Il punto è: queste sono cose che gli studenti di filosofia studiano all'università, e se il Colombati non le sa, e ciò nonostante scrive un saggio sullo zero, il problema è suo... Perché sputare sui filosofi, e dire al Colombati che le sue considerazioni sono "estremamente interessanti"?
Posted by: Filter at 02.01.05 18:59
Non volevo offendere nessuno e, se cosi' e' stato, me ne scuso. Ho trovato il saggio ben costruito e ricco di spunti su cui riflettere, solo mi limitavo ad avanzare qualche perplessita' sul modo in cui la questione dello zero era stata affrontata. Interrogarsi su dove vada messo lo zero, per esempio, per me e' una domanda un po' futile: mettilo dove ti serve e tieni a mente la tua scelta dovrebbe essere, come principio, molto piu' saggio che non andare a cercare una collocazione definitiva... Tutto qui.
Cordialmente,
X
Posted by: X at 05.01.05 14:56
Ma non solo ciò che è vero ed esatto può essere "interessante", mi pare. E affermare che un certo testo è "interessante" non equivale ad affermare che tutto ciò che contiene è vero ed esatto. O no?
Posted by: giuliomozzi at 07.01.05 23:55