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17.03.05
Da Il complotto contro l'America di Philip Roth
[Di questo romanzo di Philip Roth, ora in uscita anche in Italia, Leonardo Colombati ha dissertato a lungo qui, qualche giorno fa. Prendo questo estratto dal sito dell'editore Einaudi. gm]
1. Giugno 1940 - ottobre 1940
Votate per Lindbergh
o votate per la guerra
La paura domina questi ricordi, un'eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica.
Quando ci fu la prima sorpresa - la candidatura alla presidenza di Charles A. Lindbergh, l'eroe dell'aria americano famoso in tutto il mondo, alla convention repubblicana di Philadelphia del giugno 1940 - mio padre era un assicuratore di trentanove anni, munito di licenza media, che guadagnava quasi cinquanta dollari la settimana, abbastanza per pagare in tempo le bollette più importanti, ma non abbastanza per permetterci altri lussi. Mia madre - che avrebbe voluto andare al teachers' college ma non poté perché costava troppo, che vivendo con i suoi aveva lavorato come segretaria dalla fine delle superiori, e che ci aveva impedito di sentirci poveri nei momenti peggiori della Depressione amministrando i guadagni ricevuti da mio padre ogni venerdì con la stessa efficienza con cui dirigeva la casa - aveva trentasei anni. Mio fratello Sandy, che faceva la settima e mostrava un prodigioso talento per il disegno, aveva dodici anni e io, che ero avanti di un anno e facevo la terza elementare - e avevo cominciato a raccogliere francobolli, ispirato, come milioni di altri ragazzi, dal primo filatelico del paese, il presidente Franklin Delano Roosevelt -, avevo sette anni.
Abitavamo al primo piano di una villetta bifamiliare in una strada alberata di case con la struttura di legno munite di verande in muratura, ogni veranda coperta da un tetto a due falde e fronteggiata da un giardinetto cintato da una piccola siepe. Il quartiere di Weequahic era stato costruito su terreni agricoli non coltivati alla periferia sudoccidentale di Newark subito dopo la prima guerra mondiale, a una mezza dozzina delle sue strade erano stati dati, imperialmente, i nomi dei comandanti navali vittoriosi nella guerra ispano-americana e il cinematografo locale era stato chiamato il Roosevelt, da Theodore Roosevelt, cugino quinto di FDR e ventiseiesimo presidente del paese. La nostra via, Summit Avenue, correva sulla cresta della collina dove era stato costruito il quartiere, il punto più elevato di una città portuale che di rado si innalza di trenta metri sopra il livello delle paludi salmastre scoperte dalla marea a nord e a est della città e delle acque profonde della baia a est dell'aeroporto che girano intorno ai serbatoi di petrolio della penisola di Bayonne e là si mescolano con quelle della baia di New York per scorrere davanti alla Statua della Libertà e sfociare nell'Atlantico. Guardando a ovest dalla finestra posteriore della nostra camera da letto, certe volte potevamo vedere l'interno del paese fino al cupo limite della vegetazione arborea dei Watchung, una bassa catena montuosa contornata da grandi tenute e opulenti sobborghi poco popolati, l'estremo limite del mondo conosciuto... a circa otto miglia dalla nostra casa. A un isolato di distanza verso sud c'era la città operaia di Hillside, la cui popolazione era prevalentemente cristiana. Il confine con Hillside segnava l'inizio della Union County, un New Jersey completamente diverso.
Eravamo una famiglia felice, nel 1940. I miei genitori erano persone socievoli e ospitali, con amici scelti tra i colleghi d'ufficio di mio padre e tra le donne che insieme a mia madre avevano contribuito a organizzare l'Associazione genitori-insegnanti nella nuova scuola di Chancellor Avenue, dove andavamo mio fratello e io. Erano tutti ebrei. Gli uomini del quartiere o lavoravano in proprio - i padroni del candy store, della drogheria, della gioielleria locale, del negozio di abbigliamento, del negozio di mobili, della stazione di servizio e della rosticceria, o i proprietari di piccole officine lungo il confine Newark-Irvington, o idraulici, elettricisti, imbianchini e fontanieri indipendenti - o erano piazzisti come mio padre, fuori tutti i giorni nelle vie della città e nelle case della gente, a vendere le loro mercanzie, pagati a commissione. I medici e gli avvocati ebrei e i ricchi commercianti proprietari dei grandi magazzini del centro vivevano nelle case unifamiliari delle strade che si diramavano dalle pendici orientali della collina di Chancellor Avenue, più vicine all'erboso e alberato Weequahic Park, trecento acri di parco con un lago abbastanza grande per andarci in barca, un campo da golf e una pista per le corse al trotto che separavano il quartiere di Weequahic dagli stabilimenti industriali e dai capannoni degli spedizionieri lungo la statale 27 e il viadotto della Pennsylvania Railroad più a est, e l'aeroporto in rapida espansione più a est, e l'estremo orlo dell'America ancora più a est: i docks e i magazzini della baia di Newark, dove si scaricavano merci provenienti da tutto il mondo. All'estremità occidentale del quartiere, l'estremità senza parco dove vivevamo noi, abitava uno sporadico insegnante o farmacista, ma per il resto pochi erano i professionisti tra i nostri immediati vicini, e sicuramente nessuna delle floride famiglie di industriali o imprenditori. Gli uomini lavoravano cinquanta, sessanta, anche settanta ore o più la settimana; le donne lavoravano tutto il tempo, con scarsi aiuti da parte delle macchine che avrebbero dovuto alleviare le loro fatiche, facendo il bucato, stirando camicie, rammendando calzini, rivoltando colletti, attaccando bottoni, mettendo l'antitarme nella roba di lana, lucidando i mobili, spazzando e lavando pavimenti, lavando finestre, pulendo lavandini, vasche, gabinetti e fornelli, passando l'aspirapolvere sui tappeti, assistendo i malati, andando a fare la spesa, cucinando, dando da mangiare ai familiari, riordinando armadi e cassetti, controllando il lavoro di imbianchini e altri artigiani, organizzando le cose per i riti delle feste, pagando le bollette e tenendo l'amministrazione familiare mentre si occupavano, simultaneamente, della salute, del vestiario, della pulizia, dell'istruzione, della nutrizione, della condotta, dei compleanni, della disciplina e del morale dei loro figli. Qualche donna lavorava al fianco del marito nel negozio a gestione familiare nelle strade commerciali del quartiere, aiutata dopo la scuola e il sabato dai figli più grandi, che consegnavano la roba a casa dei clienti, mettevano la merce in magazzino e facevano le pulizie.
Era il lavoro, per me, a identificare e distinguere i nostri vicini, assai più della religione. Nessuno nel quartiere aveva la barba o vestiva nella maniera antiquata del Vecchio Continente o portava lo zucchetto per la strada o nelle case che visitavo abitualmente con i miei amici d'infanzia. Gli adulti non erano più osservanti nei modi esterni e riconoscibili, se lo erano mai stati seriamente, e a parte i bottegai più vecchi come il sarto e il macellaio kosher - e i nonni malati o decrepiti che vivevano necessariamente con i loro figli adulti - quasi nessuno nel vicinato parlava con un accento. Nel 1940, nell'angolo sudoccidentale della più grande città del New Jersey, i genitori ebrei e i loro figli parlavano tra loro in un inglese americano somigliante più alla lingua che si parlava ad Altoona o Binghamton che ai famigerati dialetti parlati sull'altra sponda dell'Hudson dai nostri omologhi ebrei nei cinque distretti amministrativi di New York. Scritte in ebraico erano riprodotte sulla vetrina del macellaio e incise negli architravi delle piccole sinagoghe del quartiere, ma in nessun altro posto (a parte il cimitero) accadeva che l'occhio si fermasse sull'alfabeto del libro di preghiere piuttosto che sui caratteri familiari dell'idioma natio usato tutto il tempo praticamente da tutti per ogni motivo immaginabile, nobile o plebeo. All'edicola davanti al candy store dell'angolo, le persone che compravano il «Racing Form» erano dieci volte più di quelle che compravano il quotidiano yiddish, il «Forvertz».
Israele ancora non esisteva, sei milioni di ebrei europei non avevano ancora cessato di esistere, e l'interesse locale per la remota Palestina (sotto mandato britannico dal 1918, dopo la dissoluzione da parte degli Alleati vittoriosi delle ultime remote province del defunto impero ottomano) era per me un mistero. Quando uno sconosciuto con la barba che non andava mai in giro senza cappello faceva la sua comparsa, ogni due o tre mesi, dopo il tramonto, per chiedere in un inglese sgrammaticato un contributo alla fondazione di una patria nazionale ebraica in Palestina, io, che non ero un bambino ignorante, non capivo affatto che cosa ci facesse sul nostro pianerottolo. I miei genitori davano a me o a Sandy un paio di monete da mettere nella sua cassetta delle elemosine, dono munifico, ho sempre pensato, elargito generosamente per non ferire i sentimenti di un povero vecchio che, nonostante il passare degli anni, sembrava incapace di mettersi in testa che avevamo già una patria da tre generazioni. Ogni mattina, a scuola, giuravo fedeltà alla bandiera della nostra patria. Ne cantavo le meraviglie con i miei compagni durante i programmi collettivi. Ne osservavo con entusiasmo le feste nazionali, e senza ripensamenti sul mio feeling per i fuochi artificiali del Quattro Luglio o il tacchino del Ringraziamento o le due partite del Decoration Day. La nostra patria era l'America.
Poi i repubblicani nominarono Lindbergh e tutto cambiò.
Posted by giuliomozzi at 17.03.05 15:59