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23.04.05

Che cos'è Perceber per me, e che cosa sono io per lui

di giuliomozzi

Ho letti svariati libri sul lavoro dell'editor, e ho ascoltati parecchi editor di buona fama mentre raccontavano (in pubblico, in privato) il loro lavoro. Mi si dice che il lavoro che faccio in Sironi, è appunto di fare l'editor (io preferisco dire: "Sono un consulente per la narrativa italiana"). Da tutti questi libri e da tutti questi racconti, mi è sembrato di capire che il lavoro dell'editor consiste principalmente in:
- tenere a bada l'ego dell'autore,
- far diminuire il numero di pagine,
- essere lo sparring partner razionale di un soggetto tendenzialmente irrazionale se non caotico (l'autore),
- sviluppare una qualche forma di mimesi dell'autore, e contemporaneamente rappresentare le ragioni del lettore (chiarissima Laura Lepri, a un convegno veneziano di qualche anno fa: "Il talento dell’editor sta nel mimetizzarsi, nell’entrare nella voce e nel progetto dell’autore – senza però lasciarsi sopraffare, conservando appunto la capacità di mediazione, ossia di pensare a chi leggerà"). (Attenzione: l'editor rappresenta le "ragioni del lettore", sì; ma del "lettore" immaginato dall'editore).
Un amico scrittore, qualche settimana fa, mi scriveva osservando che "da noi", cioè in Italia, ci sarebbe "l'abitudine consolidata di considerare l'autore un poveretto da gestire nel migliore dei modi, un po' come si fa con i matti".
pausacaffe.JPGIn effetti, l'idea di editor che viene fuori dai cinque punti che ho detti prima è - tolta l'iperbole - più o meno quella.
Bene. Secondo me il lavoro dell'editor è l'esatto contrario. E l'esperienza fatta con Perceber (ma anche con altri libri particolarmente importanti, come Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei, Infanzia dea di Maria Luisa Bompani e Pausa caffè di Giorgio Falco) mi conforta nel pensarlo.
Nei confronti dell'autore io non rappresento le "ragioni del lettore". Rappresento le ragioni di un lettore, che sono io. E io sono un lettore che non dice al libro: "Dammi ciò che mi piace", bensì: "Dammi ciò che non conosco".
I quattro libri che ho citati sono, per me, avventure nell'ignoto. Sono libri belli grossi, e che mi sarebbe piaciuto fossero ancora più grossi. Sono libri in cui l'ego dell'autore (e si tratta di quattro eghi assai diversi) la fa da padrone. E sono libri, tutti e quattro, che mentre espongono un caos di superficie edificano al loro interno un organizzatissimo ordine profondo. Che non è un ordine logico-razionale, ma è un ordine del discorso: è una retorica.

suicidio.JPGNon posso dire di non avere avuta la tentazione di procedere a radicali semplificazioni. Ma l'ho tenuta a bada. I recensori di questi libri non hanno mancato di far notare che qualcosa non andava. Ad esempio Giovanni Choukhadarian, recensendo Il suicidio nell'Indice, ha scritto:

Il Suicidio è un libro sconcertante: spesso confuso, quando non proprio velleitario. Non si dà però alternativa. Il mondo di Gianni Dezanni [autore fittizio della maggior parte dei testi che costituiscono il Suicidio, gm] è regolato dal principio di indeterminazione e il nucleo teorico del romanzo risiede nella ricerca di un corto circuito, che per miracolo riordini le fila di una trama altrimenti deprivata di senso. I mezzi a disposizione di Casadei sono una strepitosa capacità di mimesi linguistica e stilistica e un controllo della materia narrativa decisamente allentato. Dal caos, Casadei/Dezanni è attratto in maniera invincibile – e la suprema antinomia di questo Suicidio consiste nel vano tentativo di ricomporlo per via di parola. [testo intero]

E Andrea Cortellessa, recensendo Pausa caffè sempre nell'Indice:

Se è proprio Nove [...] la matrice della stupefazione che contempla certe icone commerciali (dai brand delle merci alle intoccabili super-modelle), c’è anche molto del disincanto combinatorio del Balestrini narratore nella formula di Pausa caffè. Ma rispetto a questi classici moderni il rischio che corre Falco è quello di eccedere, per così dire, in grammaticalizzazione. Voglio dire che lo zapping del primo Nove, quello di Woobinda, era una pratica di rottura: salutare in quanto sperimentale. Non a caso il Nove attuale è da un’altra parte. Istituzionalizzare quello spezzettamento, o il balestriniano mix di materiali orali (per esempio riportando pressoché per intero una mattinata di cazzeggio a "Radioitaliasuper", come si fa alle pp. 130-138; oppure citando tutto il listino delle offerte di abbonamento Omnitel), sospende ogni ipotesi di sperimentazione e, al contrario, assume un linguaggio dato: per dire determinati contenuti. Come fa, con indubbia capacità di denuncia (non senza auto-irridersi sul piano fattuale: si leggano le amare pp. 180 e sgg.), il nostro scrittore. Eppure, a lettura compiuta, non si riesce a non pensare che non era un caso se Woobinda non superava le 140 pagine. Una volta dimostrata la capacità urticante di uno spot, non si vede il bisogno di replicarlo sei o sette volte. [testo intero]

infanzia.JPGA proposito di Infanzia dea (libro che, lo dico tra parentesi, essendo scritto da una donna, è passato quasi inosservato) ha scritto in Legendaria Gaja Cenciarelli:

È così che la Bambina diventa autrice di quelle pagine, sostituendosi all'"adulta scrivente", e presentandoci la sua vita. Un'azione di annientamento aveva lasciato macerie e ricordi davanti agli occhi dell'adulta: aveva cancellato, ridotto a niente la sua vita, svelandone i segreti. Il libro, al contrario, pur mettendo a nudo gli eventi e le emozioni, si costituisce come creazione, come creatura che si oppone al nulla, al sopracitato annientamento. Diventa, quindi, la casa della Bambina. Che riesce, perciò, a ricostruire le quattro mura entro cui vivere, esplorare, comprendere, osservare, per sempre. [testo intero]

I linguaggi sono molto diversi, ma a me sembra che queste tre recensioni finiscano col segnalare eventi simili. Segnalano che i libri in questione sono libri che "si costituiscono come creazione"; che, in quanto "si oppongono al nulla" tendono ad essere esageratamente lunghi (448 pagine il Suicidio, 352 Pausa caffè, 224 Infanzia dea: in Italia un libro sembra lungo quando supera i cinque sedicesimi, ossia le 180 pagine) e a costituirsi (anche) per accumulazioni di materiali (il controllo sui quali può essere "decisamente allentato"); che tutti hanno in comune una "strepitosa capacità di mimesi linguistica"; che tutti mettono in questione l'autore, contemporaneamente disgregandolo e ricomponendolo, facendone una sorta di piccolo demiurgo che si arrabatta a costruire sé stesso, e un mondo vivibile, con i pezzi avanzati da una creazione ormai andata a ramengo.
Bene. Tutte queste cose si possono dire anche di Perceber. Pari pari.
Non è un caso, mi dico, se quattro libri così intimamente (cioè nel profondo: intus) simili escono, nel giro d'un paio d'anni, presso lo stesso editore. Non è un caso, mi dico, se quattro personalità così apparentemente diverse producono libri così diversi in superficie e così intimamente simili.
La mia influenza (il lavoro dell'editor è un'influenza, non c'è scampo) su questi quattro libri è stata diversissima. In Infanzia dea ho contribuito, dando a Maria Luisa una sorta di "spintone", a far venire fuori le "voci" che parlano nel libro (prima una, poi ciascheduna, poi tutte). Nel Suicidio di Angela B. sono implicato in maniera bizzarra (Umberto ha cominciato a scrivere quella cosa lì a partire da una mia imbeccata, come è raccontato qui), ma poi il mio lavoro (e di Paola Borgonovo) è stato sostanzialmente il lavoro di un'ostetrica: Umberto procedeva tra mille esitazioni, continuava a intervenire, non era mai soddisfatto, e a noi è toccato scegliere il momento in cui il bimbo ci sembrava maturo, e darci un taglio. Con Giorgio non ho fatto altro che aspettare e, quando il dattiloscritto è arrivato, non dire: "Potremmo farne un libro di 140 pagine" (tentazione che, naturalmente, ho avuta).
Che cosa è dunque Perceber per me? Non è altro che il quarto (almeno il quarto) tentativo di offrire una chance a una letteratura creazionistica. Che nell'epoca delle grandi narrazioni che non funzionano più, del crollo delle ideologie, della dissoluzione dell'io, della frammentazione del soggetto, della morte e definitiva sepoltura di dio, del pensiero debole, eccetera eccetera, tenta di fare il gesto di "costituirsi come creazione".
Un gesto, in somma, di strepitosa, vitale, gioiosa positività (non per niente un'altra caratteristica comune di questi quattro libri è: che ci sono dentro un sacco di pagine esilaranti). Una positività difronte alla quale un critico avveduto e aggiornato potrebbe reagire con le armi affilatissime e novecentesche dell'ironia e dello scetticismo. Ma io, oggi, credo fermamente che di questa positività abbiamo un gran bisogno.

Posted by giuliomozzi at 23.04.05 08:27

Comments

Giulio, ho una curiosità, da anni.
E' un fatto tutto italiano o è lo stesso ovunque mondo che ci siano così tanti scrittori che "di lavoro" fanno l'editor?
(la tradizione è lunga: da Pavese-Vittorini-Calvino in giù, o in su fino a Mozzi, Raimo, Lagioia...).
E' giusto così o tutto nasce dal fatto che lo scrittore in Italia non può campare di diritti d'autore (o in altro modo)?
Ne pensi qualcosa?
ciao
ezio

Posted by: ezio at 23.04.05 13:41

bella sta domanda...

Posted by: nino genovese at 23.04.05 16:11

Ma: sento dire in continuazione che ormai l'editoria è in mano ai "funzionari"...

Posted by: giuliomozzi at 23.04.05 16:32

Caro Giulio, sì, certe cose si potrebbero ripetere (io potrei le mie) anche per il romanzo di Leonardo. Altre se ne possono aggiungere - le aggiungerò - alcune levarle. Intanto, mi pare che il Tullio Avoledo non sia poi tanto dissimile da almeno alcuni dei sopraelencati (da Umberto no senz'altro; e direi neppure da Leonardo) e che il tratto comune sia la fiducia non già nella forma-romanzo, ma nella materia grezza del narrare. Non mi pare poco, risultato finale a parte, che si può sempre discutere; e ove se ne discuta, vorrà dire che il libro è già servito a qualcosa e magari è destinato a rimanere.

Posted by: giovanni at 23.04.05 22:59

Ho letto questo tuo pezzo tutto puntualizzato su Nuova Radio Pieve. Sgnao!

Posted by: Marco Candida at 27.04.05 19:56