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19.05.05

Colombati, romanziere non rinunciatario

di Massimo Adinolfi

[Questo articolo di Massimo Adinolfi, in arte Azioneparallela, è stato pubblicato nel quotidiano Il riformista di oggi. gm]

Mettendo a soqquadro le certezze di molta filosofia del linguaggio del ‘900, Saul Kripke, logico insigne, ha sostenuto che i nomi sono designatori rigidi. Che vuol dire? Che per esempio il nome “Leonardo” e la descrizione “autore della Gioconda” non hanno lo stesso significato. Leonardo avrebbe potuto non dipingere la Gioconda: sarebbe sempre stato Leonardo. E sarebbe sempre Leonardo, anche se noi scoprissimo che non l’ha dipinta lui. La descrizione può servire per fissare il riferimento, ma è ufficio stretto del nome quello di designare. E quel che il nome designa, lo designa in tutti i mondi possibili. Poiché è ben possibile che Leonardo non sia stato l’autore della Gioconda, o del Cenacolo, ma è impossibile che non sia stato Leonardo. Con le cose noi ci comporteremmo insomma come i picchiatori con un malcapitato: il nome tiene ferma la cosa, mentre le descrizioni le piovono addosso da tutte le parti.
Sia pure. Ma che c’entra questo con Perceber, il “romanzo eroicomico” opera prima di Leonardo Colombati, edita da Sironi, presentata ieri a Roma? Nelle note e nei glossari, nei repertori e nelle fonti che accompagnano il libro, tra i molti nomi di una sconfinata erudizione il nome di Kripke non c’è. In giro per le pagine ci sono però Casanova, Don Giovanni e de Sade, il giubileo del 2000 e il crollo di Wall Street, l’invenzione del cinematografo e la cabala, Fregoli e i no global, statue parlanti e grancevole (parlanti pure quelle), rabbini e ingegneri fascisti, mafia cinese e Tabarin, ebrei e froci, discettazioni teologiche e orge, la sinistra e la psicanalisi. E ci sono i quartieri e i rioni di Roma, per i quali si passeggia capitolo dopo capitolo, sotto tutte le simbologie possibili, mentre si viene sbalzati in epoche diverse: dal medioevo ai giorni nostri passando per il settecento ed il Ventennio, la corsa all’oro e la Reconquista. In mezzo a tanta ricchezza di episodi, che il libro inanella con portentosa disinvoltura, si ride delle più incredibili trovate, si ascolta un sacco di musica, si elucubra sui massimi sistemi (mai troppo sul serio, però), si commisera la storta natura dell’uomo, e ci si tappa pure il naso, perché non si contano le pagine in cui l’odore di piscio sale fino alle narici del lettore. E c’è la morte ovunque, e una vita trabocchevole.
Ma che c’entra Kripke? C’entra, perché per tutto il libro non si tratta che di nomi: del nome di Dio, del nome segreto di Roma, e del nome delle cose tutte. Ed è colui che conosce forse il segreto di Perceber, la cittadina spagnola ignara del silenzio che dà il titolo al libro, a svelare questo bisogno metafisico del nome: esiste solo ciò che ha nome (inquietante corollario: allora nulla veramente esiste). E cosa diceva Kripke? Il nome è un designatore rigido, tiene ferma la cosa, la quale altrimenti scivolerebbe via in un pulviscolo di descrizioni senza consistenza alcuna.
La tiene ferma, ma a distanza. Il nome dà la cosa, ma non è la cosa. La cosa non possiamo mai averla tutta e intera – come vorrebbe il più folle dei personaggi del romanzo, il vecchio Baldini, l’autore del Piano, che sogna per la salvezza di Roma una carta 1:1 dell’Urbe. Sogno che è forse il sogno infranto della letteratura (e non solo della letteratura) del ‘900. Vedere le cose non di scorcio, ma da tutti i lati contemporaneamente. Se però viene meno il sogno, cosa resta?
Già, cosa resta? Se restasse solo una gigantesca finzione, saremmo ancora ad una rimasticatura del post-moderno (il mondo vero che diventa favola, Nietzsche). Ma il fatto è che in mezzo a tanta esorbitante varietà di invenzioni, si fa strada una “tenerezza per le cose finite” che ha un sapore di verità e che sopratutto non ha più nulla di luttuoso, di malinconico o di rinunciatario.
Chissà se davvero, come ha scritto il Giornale, Perceber è il libro del decennio. Quel che certo, è che non è un libro rinunciatario. Forse, anche se non hanno più il Piano, o proprio per questo, i narratori italiani hanno smesso di lamentarsi, e si son messi a scrivere di nuovo.

Posted by giuliomozzi at 19.05.05 19:29

Comments

pro memoria: l'esistenza e l'uso del nome ha una valenza magica. non a caso nel romanzo di colombati si parla di cabala...
saluti

Posted by: Melpunk at 19.05.05 23:45

riscchio di dire una str***ta, visto che ancora non ho letto il libro: Colombati farebbe con Roma la versione "eroicomica" di quello che Alan Moore ha fatto con Londra nel suo "from hell"?

Posted by: Mau at 20.05.05 10:21

Mau,
non ho letto Alan Moore.
Me lo consigli?

Posted by: Leonardo Colombati at 20.05.05 13:49

I nomi, la scala 1:1 (ancora con questa storia della mappa dell'impero! cfr Borges), "mai troppo sul serio"... Sento puzza di manierismo borgesiano, e calviniano: se non da parte dell'autore del romanzo, certamente da parte del recensore.

Posted by: Dejà vu at 20.05.05 17:23

http://www.blam.it/Articoli/S_From1.html

Anche V For Vendetta, per quanto oggi un po' datato (nonostante ne stiano facendo ora un film), è straordinario.
Certo, niente regge il paragone con From Hell.

Posted by: ThePetunias at 20.05.05 18:14

Leo,
From Hell è un capolavoro. DEVI leggerlo! Ti spaventeranno le analogie col tuo romanzo...

Posted by: gianni biondillo at 20.05.05 22:00