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11.05.05

Il Grande Romanzo Americano

di Alessandro Piperno e Leonardo Colombati

[Pubblico oggi - dopo l'estratto di qualche giorno fa - il testo integrale del pezzo scritto da Alessandro Piperno e Leonardo Colombati per la rivista Rolling Stone, in occasione dell'uscita di Devils & Dust, nuovo album di Bruce Springsteen. gm]

bruce_devils_dust.jpegÈ strano come una delusione possa trasformarsi in un effluvio di crosciante entusiasmo. Erano settimane che aspettavamo il nuovo album di Springsteen, Devils & Dust. Che ne sentivamo parlare, percependone nell’aria il profumo. Che continuavamo a scaricare dal web le castigate notizie che il Boss e il suo entourage avevano deciso crudelmente di distillarci. Quelle scarse generiche depistanti notizie da uffici stampa di major discografica che uno si deve ciucciare per tenere a bada la propria impazienza: “Si tratta d’un disco scabro, sporco, acustico, intimista, un disco da ascoltare” e via dicendo per luoghi comuni.
Entriamo negli uffici romani della Sony con una sola certezza: ascolteremo la canzone più hardcore che Bruce abbia mai scritto. No, nulla a che vedere con l’heavy metal; stiamo parlando di pornografia. L’aveva eseguita un paio di volte, il Nostro, per il “Vote for Change Tour”, lo scorso ottobre; abbastanza perché internet riuscisse ad imprigionarne i versi. Pilgrim in the temple of love reca un sottotitolo al tempo stesso esplicito e misterioso: Santa Claus gets a blowjob. Che razza di storia è mai questa? Una canzone il cui testo sembra una sceneggiatura dei Fratelli Cohen. Bruce entra in un peep-show, dopo che nel parcheggio ha assistito alla raccapricciante scena di un ciccione vestito da Babbo Natale che si fa spompinare. Lo rincontra all’interno del locale e gli domanda: “Come va coi bambini quest’anno, Babbo?”. E lui tra due respiri profondi sussurra: “Un natalizio vaffanculo a te”.
Insomma, iniziamo ad ascoltare il disco certi che prima o poi quelle parole ci toccheranno il cuore. E invece niente. Quella canzone – chissà perché? – è stata epurata. Ciò che resta è un disco splendido d’uno scanzonato Springsteen che può permettersi ormai di fare quello che vuole. E che non di rado riesce a fare poesia.

Bisogna capire che le pop songs stanno all’America come agli italiani la Commedia e il Cantico delle Creature. Non è una questione di qualità ma di radici. Ecco perché – solo e solamente negli Stati Uniti – non suona scandaloso affiancare Tom Waits a Wallace Stevens.
Alla metà degli anni Settanta l’Uomo Nuovo della musica popolare s’incarnò nella figura di Bruce Springsteen, un songwriter il cui merito principale sta nell’averci mostrato per intero – più di Elvis, più di Dylan – la mappa del Dna musicale americano. Non c’è modulo della musica moderna che non abbia piegato alle proprie urgenze narrative. Gli elementi innovativi presenti nella sua musica, certo, sono prossimi allo zero – Springsteen non cambia la pop music di una virgola, ma la rimastica incessantemente, ne tiene viva la tradizione. Ed è per questo che, molto più di tanti veri o presunti innovatori, ha salvato il rock ‘n’ roll. Esaurita la grande spinta creativa degli anni Sessanta, scioltisi i Beatles, in declino gli Stones, l’Europa ammorbata dal progressive così come l’America dalle melensaggini della West Coast, Springsteen arrivò al momento giusto, prese su di sé la storia del rock e la fece sua.
Il nuovo album, Devils & Dust chiude idealmente la trilogia inaugurata con Nebraska e proseguita con The Ghost of Tom Joad; qualcosa che assomiglia molto a una Antologia di Spoon River dei giorni nostri. Per capirlo ci basta ascoltare l’attacco della title-track: su un tappeto di chitarre che ricorda Blood brothers, Bruce dà l’avvio a un’invocazione di tipo gospel. In realtà, a differenza dei primi due capitoli della trilogia, i perdenti di Devils & Dust hanno almeno una speranza, quella di avere “God on my side”, esplicitata dall’innesto di moduli tipici della musica sacra americana su un impianto principalmente blues, folk e country.
In Long time comin’ – ballata rock dal suono sporco e trascinante che ricorda negli arrangiamenti certi episodi di Lucky Town – l’amaro destino del protagonista viene redento dall’attesa della paternità. Sopra un secco rhythm & blues lo sentiamo augurare al figlio: “Se dovessi esprimere un desiderio per te in questo mondo dimenticato da Dio, ragazzo, sarebbe questo: che i tuoi errori siano solo tuoi così come i tuoi peccati”. E poi, in un’improvvisa accensione gospel, si rivolge alla sua donna: “C’è voluto tanto tempo, amore, ma adesso il momento è arrivato”.
In Jesus was an only son, invece, è un figlio che sta per morire che parla alla madre e le dice baciandole le mani: “Trattieni le lacrime”. In questo vero e proprio standard spiritual, con tanto di Hammond e cori, non ha importanza il fatto che questo figlio sia Gesù che “a Nazareth leggeva i salmi di David ai piedi di Maria”. La metafora biblica è al servizio di un topos spingsteeniano sin dai tempi di Independence day. Springsteen è un eretico a cui interessa solo l’umanità del Cristo.
Così come in Nebraska e The Ghost of Tom Joad, anche in questo album l’orizzonte dal New Jersey si estende fino alla Pennsylvania, all’Ohio, all’Indiana, all’Oklahoma, al Texas, luoghi che fanno da sfondo alle vicende di camionisti, mesteneros e pugili suonati. Il Rainey Williams di Black cowboys vaga per i campi “di granturco, cotone e di un nulla infinito nel mezzo”, mentre gli innamorati s’incontrano sulle sponde del Matamoras (Matamoras Banks) o accanto a ruscelli illuminati da una “luna che fa rimbalzare via le stelle” (Long time comin’).
Il testo comunque più riuscito è quello di The hitter, la storia di un pugile a fine carriera la cui atmosfera di squallore e allo stesso tempo di desolata umanità fa pensare a Million dollar baby di Eastwood:

Stanotte a Stockyard, un uomo ha tracciato un cerchio nella polvere;
io ci sono entrato e ho tolto la camicia.
Ho studiato attentamente i suoi tagli, gli sfregi, i dolori che il tempo non può curare.
Ho scartato rapidamente sulla sinistra e l’ho colpito al volto.

È in questa sua ultima prova la conferma del fatto che Springsteen non ci voglia regalare soltanto settanta minuti di intrattenimento pop, ma che voglia soprattutto raccontare la gloria e la disperazione del suo Paese. È anche, questo, un viaggio nei generi rurali che Springsteen fa scontrare abilmente attraverso le tipiche battute in quattro quarti del blues – quello del Missisipi, alla Sonny Terry – e arrangiamenti più propriamente country: slide guitar, banjo, violini fino ad arrivare al parossismo rockabilly alla Pegy Sue. È il caso, ad esempio, di All I’m thinkin’ about, una canzone con gli occhiali (nel senso di Buddy Holly e Roy Orbison) in cui Bruce sfoggia una inaudita voce in falsetto. Maria’s bed, invece, nella prima parte sembra uno dei pezzi minori di Beggar's Banquet dei Rolling Stones, per poi tramutarsi in uno scatenato rock ‘n’ roll.
Ma qual è il limite di un disco perfetto? Si può dire che il vizio d’origine di questo album sia la sua stessa perfezione? Questi uomini che cercano di risollevarsi dalla polvere attraverso il sogno di una più o meno terrena redenzione sono davvero vivi ed autentici come i disillusi che in Darkness on the Edge of Town continuavano loro malgrado a vagheggiare una Terra Promessa? E questo sfoggio di virtuosismo nel saltare da un genere all’altro non rischia di svilirsi in Maniera? Oggi, Springsteen non è più – non può più esserlo – il James Dean della musica americana, bensì un cattedratico del rock ‘n’ roll.
Un superciglioso professore di mezza età che tuttavia riesce a piazzare i suoi uppercut, come quando in All the way home ci sorprende con un rock tiratissimo, con un basso mai così in evidenza (a suonarlo è Brendan O’ Brien, il produttore di The Rising) e un lancinante suono di armonica distorta; oppure con il piccolo gioiello di Leah – una tromba che si leva da un tappeto di tastiere e che ci ricorda misteriosamente certi pezzi dei Waterboys. Ma il regalo più prezioso per noi vecchi porci – insieme impudenti e sentimentali – giunge quando, appena dopo aver digerito l’assenza del nostro pervertito Santa Claus, ci imbattiamo nei versi di Reno, una noiosissima folk-song che a un certo punto fa così:

Lei se lo fa scivolare fuori dalla bocca
E mi dice: “Sei pronto,
ora ti darò il meglio che tu abbia mai avuto”.
Ridemmo e facemmo un brindisi.
Non è stato il meglio che io abbia mai avuto.
Non ci andò neppure vicino.

Dice Springsteen: “Continuerò a suonare fino a che non mi verranno le piaghe, e poi ancora un po’”.
Ecco il segreto di questi sciamani sempre in marcia per le strade d’America. Andare avanti, guardare, raccontare. La ricompensa è senza prezzo. Ne parla Whitman quando, dopo essersi lamentato delle domande senza risposta e della folla sordida che cammina al suo fianco, chiede:

Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?

Risposta
Che tu sei qui – che esiste la vita e l’individuo,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso.

Posted by giuliomozzi at 11.05.05 10:24

Comments

I fucked a girl in Reno / just to watch her sigh.

Posted by: Marco Rossari at 11.05.05 11:52

Ci leggo tanto Leonardo e poco Alessandro (se non nella febbrile ricerca di liriche "sporcaccione".... eh, eh!).

Posted by: francesco at 11.05.05 13:03