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12.05.05

Il postmoderno è morto: è l'ora del global-novel

di Fabrizio Ottaviani

[Questo articolo è apparso nel quotidiano Il Giornale in edicola oggi. gm]

In una luminosa domenica mattina di alcuni anni fa, durante una trasmissione radiofonica, un redattore, diciamo pure il sottoscritto, osò pronunciare in diretta la parola "postmoderno". Subito tra i colleghi presenti si diffuse il sacro terrore che gli ascoltatori potessero rimanere spiazzati da un termine tutto sommato quasi esoterico, e che la direzione della radio approfittasse della nostra ennesima caduta nell'astruso per licenziarci tutti in tronco. A toglierci dalle peste provvide all'istante Massimo Andreoli, il regista: la sua voce piombò giù dagli altoparlanti bofonchiante come quella di Zeus. La rescissione del nodo gordiano che i ripetitori diffusero nell'etere sarebbe rimasta, almeno per chi ebbe la ventura di incassarla, indimenticabile: "Il postmoderno... Che cos'è? Le luci viola?".

Zombi italiani

Consci del fatto che stavolta nessuna cavalleria amica verrà a tirarci fuori dai guai, e che malauguratamente le luci viola non sono tutto il postmoderno, ci troviamo nuovamente nell'obbligo di affrontare la "bestiaccia", oggi al centro dell'attenzione per almeno due motivi. Il primo è che sarebbe morta: Stefano Calabrese, docente di semiotica del testo a Reggio Emilia, ne comunica l'avvenuto decesso in un volume fresco di stampa che porta un titolo sbarazzino, www.letteratura.global (Einaudi, pagg. 286, euro 19) e un sottotitolo più didascalico: "Il romanzo dopo il postmoderno". Siamo dunque di fronte a un tentativo di periodizzazione, volto cioè a stabilire quando inizi un'epoca e quando ne finisca un'altra. Il secondo motivo: è appena uscito un libro, edito da Sironi, che ha già fatto molto parlare di sé anche prima di apparire nelle librerie. Ci riferiamo al Perceber di Leonardo Colombati, di cui il 21 aprile scorso su queste pagine ha scritto diffusamente Luigi Mascheroni. Perceber è un romanzo palesemente postmoderno, quindi, nel caso Calabrese avesse ragione, si tratterebbe di una sorta di zombie, o quantomeno di un testo che appartiene a un'epoca ormai tramontata. Vivremmo infatti nell'epoca della "letteratura globale" rappresentata da autori come King, DeLillo, Crichton, Allende, Rushdie: scrittori selezionati da Calabrese pensando meno alla qualità delle loro opere, e più alla loro esemplarità. Ma torniamo a noi: questa cosa che sarebbe morta, il postmoderno, che cos'è? Su cosa lo scriviamo, l'epitaffio?

In architettura il postmoderno è facilmente definibile, indicando una festosa reazione al modernismo. Convinto che less is more, che meno cose si mettono in un edificio più esso è bello, il modernismo riteneva che il décor fosse indecoroso, e che dunque, per dirla con Alberto Arbasino, si dovesse rendere un po' più spartana la branda del militare, un po' più essenziale la struttura del chiodo, un po' più sobrio lo sgabello del calzolaio. Un muro di cemento è già bello: non ha senso rivestirlo di intonaco per farlo diventare un'altra cosa, per esempio un muro intonacato; figuratevi cosa sarebbe accaduto se qualcuno vi si fosse avvicinato brandendo un secchio di vernice... Bene, gli architetti postmoderni si ribellano all'obbligo di un tale digiuno di forme e ricominciano a costruire archi, colonne, fontane, fino a cadere nell'eccesso opposto e disegnare quegli orridi centri commerciali di vetro nero e marmo stile Miami che da qualche anno stanno devastando le periferie italiane, non meno di quanto prima avesse fatto il grigio dei casermoni modernisti.
In filosofia, invece, il postmoderno dovrebbe coincidere con il tramonto delle "grandi narrazioni" (marxismo, cristianesimo, progressismo...), con il sospetto verso il concetto di verità, e con il lasciare spazio a quello che Max Veber chiamava il politeismo dei valori. Ma qui già cominciano i problemi e i periodi tendono a confondersi, perché anche l'età moderna, almeno a partire dal Settecento, giocava con la pluralità delle credenze e delle teorie. E con che classe Ponzio Pilato rispose a chi gli vantava una verità, e una sola. E quel dogmatico di Platone? Stando ai pettegolezzi di alcuni frammenti, avrebbe tolto il saluto a Democrito quando questi si recava ad Atene. Forse perché quel provinciale favoleggiava di una pluralità di universi? Non è che, sotto sotto, ne avvertisse l'audacia postmoderna?

Mosaici e parodie

Cosa sia il postmoderno in letteratura cercheremo invece di spiegarlo con un esempio. Prendiamo i Promessi sposi e manomettiamoli. Se trasformiamo Don Abbondio in un parroco trentenne, il resto del romanzo può rimanere lo stesso; e anche se lo rendiamo alto due metri, o un metro e quaranta, o se gli attribuiamo uno spiccato sense of humour. Un prete spiritoso non sposerà Renzo e Lucia esattamente come non li sposerà un prete corrucciato. Però se lo mutiamo in un cuor di leone la storia non potrebbe rimanere la stessa, perché un prete coraggioso sposerebbe subito i due fidanzati infischiandosene delle minacce dei bravi. Bene, l'insieme delle cose che in un romanzo non si possono cambiare senza trasformare il resto dell'opera, senza generare una serie alternativa di eventi, costituiscono una catena di cause ed effetti. Tale catena, tale spina dorsale è, nel campo dell'umano, ciò che gli urti delle bocce su di un tavolo da biliardo sono nel campo della fisica. Se Madame Bovary tradirà il marito, finirà male perché la provincia francese dell'Ottocento è ferocemente familistica e distrugge chi viola le sue regole con la stessa automaticità con cui una leva solleverà un peso se vi si applica la quantità giusta di energia. Il romanzo moderno è un gioco di società.
Al contrario il romanzo postmoderno non ha tra i suoi obiettivi quello di rispecchiare tali giochi, a meno che non voglia parodiarli o trattarli come tessere in un mosaico che non si realizzerà mai. Verso il gioco sociale, ciò che nella giungla è la lotta per sopravvivere, ostenta la sua bella indifferenza: il romanzo postmoderno è libero e dunque, come molte cose sciolte dai vincoli, leggero, sovrabbondante e futile. E' un bene di lusso, ovvio sia disprezzato dai moralisti d'ogni colore. Nasce nel tempo libero e lì ritorna: i personaggi di Thomas Pynchon lavorano per modo di dire, sono studiosi, dee-jay, agenti segreti... Il protagonista del Serpente di Malerba vende francobolli. Le voci di Arbasino hanno migliaia di franchi in banca e vivono di rendita. Certo, alcuni autori fanno impazzire i critici, per esempio Proust. E' moderno o postmoderno? Proust è a metà strada, perché la Recherche è interessata alla mondanità, non alla socialità. L'ossatura del Jockey Club è splendidamente minerale, ma non ha bisogno di essere solida. Come il cristallo, è dura e fragile: vitreo scheletro che sostiene alla perfezione un dinosauro immaginario.
Il sole sorgerà ancora di Hemingway è postmoderno perché per i letterati americani esuli a Parigi negli anni Venti denaro e posizione non sono tutto; ma per vincere il Nobel, premio screditante, serve la profondità fasulla del Vecchio e il mare: la quale è moderna perché fa da sfondo a una seriosa, avvilente lotta per la sopravvivenza. Dietro il postmoderno c'è altro, ciò che Adorno chiamava "il sogno di un'esistenza senza vergogna"; e poiché tale sogno è semplicemente la bellezza, il postmoderno rappresenta il tentativo di permettere a un genere reazionario e antipoetico quale il romanzo di tentare quella scalata verso il paradiso che le altre arti avevano da tempo iniziato.

Cosmografie

L'ora d'aria sarebbe finita da una quindicina d'anni, oggi vivremmo nell'epoca del global novel, del romanzo della globalizzazione. Secondo Stefano Calabrese "i testi letterari sono ridivenuti dimore pertinenti, cosmografie da cui possiamo osservare il mondo... Solo il testo opera l'immagazzinamento completo della realtà e protegge dal saccheggio di quella coerenza da cui non possiamo prescindere. L'interrrogativo immunologico dei prossimi anni si aggira intorno al problema del costruirsi una dimora e sentirsi in famiglia entro quella che il filosofo tedesco Peter Sloterdijk ha definito la seconda ecumene". Passo paranoico che dà i brividi, perché sembra accogliere e propalare la velina del Grande Fratello volta a terrorizzarci, a dirci che troppa aria fa male e che le strade sono piene di pericoli. Cara letteratura, sbrigatela tu: smentisci la diagnosi, se essa è falsa, e se è vera affrettati a guarire. Lascia tutto fuori posto, genera insicurezza. Continua a confondere i tuoi lettori. E chi è a caccia di sicurezze, accenda pure il televisore.

Posted by giuliomozzi at 12.05.05 16:41

Comments

L'unica cosa che ho capito è che il postmoderno è solo un modo di agire la critica. Non c'entra niente con il testo.
Non esistono più tendenze definibili e individuabili in un certo periodo.
D'ora in poi esiste solo il testo singolo.
Il moderno è caratterizzato dall'ossessione tassonomica di inventarsi generi e tendenze. E' stato superato.

Spero di non aver detto cagate.

Vella

Posted by: vella at 13.05.05 10:17