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27.05.05

Medicine Show di maggio

di Silvio Bernelli

Mercury15b.JPG[E' on-line il numero di maggio di Medicine Show, la rivista musicale più ciarlatanesca del mondo, che, nonostante evidenti problemi di disaffezione da parte di alcuni degli storici redattori (senza fare nomi: Giulio Mozzi, ad esempio), continua eroicamente ad offrirvi elecubrazioni piuttosto snob sul pop-rock internazionale. Non perdetevi, soprattutto, due paginoni interamente dedicati al nuovo album di Bruce Springsteen, Devils & Dust. Articoli di Leonardo Colombati, Mario Desiati, Davide L. Malesi, Seia Montanelli, Alessandro Piperno, Armando Trivellini, Silvio Bernelli e Marco Di Porto. Se volete iscrivervi alla Newsletter della rivista, potete scrivere a Medicine Show. Come assaggio di questo nuovo numero vi offriamo un pezzo di Silvio Bernelli (autore di I ragazzi del Mucchio, uscito per Sironi nel 2003), intitolato 35 giorni al mio quindicesimo compleanno. Buona lettura. lc]

Il mio primo concerto
35 giorni al mio quindicesimo compleanno
di Silvio Bernelli

Il 4 febbraio 1980 mancavano trentacinque giorni al mio quindicesimo compleanno. E nemmeno la dimostravo, la mia età. Pesavo quarantacinque chili (bagnati) e anche tirandomi per gambe e braccia, come il condannato a un supplizio medievale, non sarei arrivato a superare il metro e sessanta d’altezza. A scuola mi sistemavano regolarmente al primo banco e il nomignolo più gentile che mi avevano affibbiato i compagni era “Stecco”, ma mi sentivo grande abbastanza per vedere il concerto in cartellone il 4 febbraio 1980 al Palasport di Parco Ruffini di Torino, il primo della mia vita.

Il concerto era stato presentato come un vero evento da giornali e Tv, più che altro per rinnovare la tradizione di violenze dei concerti rock degli anni ’70, sui quali giravano leggende da brivido. Led Zeppelin interrotti più volte a causa degli scontri tra autonomi e polizia. Lou Reed cacciato dal palco sotto un diluvio di biglie di ferro. Per di più, il gruppo atteso al Palasport di Parco Ruffini di Torino era preceduto da una fama da teppisti e simpatizzanti nazi. Il concerto sarebbe stato terra di scontro tra fasci e autonomi, che avevano conti da regolare lunghi un decennio. A caricare di ulteriori attese l’evento, ci si era messo anche il calendario di calcio. Per la domenica immediatamente successiva era previsto un derby al calor bianco. Sul campo dello Stadio Comunale si affrontavano la Juventus, come sempre in lotta per il titolo, e il Torino, che solo pochi anni prima aveva vinto lo scudetto. Girava voce che gli ultras di entrambe le squadre si erano dati appuntamento al concerto per ammazzarsi di botte: una specie di anteprima degli scontri al Comunale.
Insomma, a dar retta alle cronache, il 4 febbraio 1980 il Palasport di Parco Ruffini sarebbe stato invaso da migliaia di pazzi sanguinari, da cui sarebbe stato assai meglio tenersi alla larga, ma per un ragazzino ribelle e curioso come me la band che doveva esibirsi era assolutamente, totalmente imperdibile. Essere sotto il palco del Palasport di Parco Ruffini di Torino la sera del 4 febbraio 1980 significava tuffarsi in una nuova era della storia della musica, di cui parecchio si favoleggiava e niente si sapeva.
Dopo giorni e giorni di trattative i miei riuscirono a farsi convincere a mandarmi a un concerto rock per la prima volta a patto che: a) acquistassi il biglietto in prevendita; b) ci andassi accompagnato da un amico più vecchio di me.
Il biglietto costava 4.000 lire esclusi diritti di prevendita e l’amico era il mio ex vicino di casa Gian Carlo. Aveva potuto addirittura fregiarsi del titolo di Migliore Amico durante l’infanzia, ma adesso aveva già sedici o diciassette anni, era attivo nel movimento studentesco del Liceo, portava i capelli lunghi fino alla vita ed era inserito in un gruppo di amici per i quali ero poco più che un poppante.
Gian Carlo, comunque, la sera del 4 febbraio 1980 accettò di portarmi con sé e i suoi amici al concerto, malgrado il mio look giubbotto nero e stivali di pelle l’avesse fatto sospettare, almeno per un attimo, che il suo vecchio amico Silvio fosse diventato fascio.
Entrammo nel Palasport, un catino da diecimila persone, già stipato due ore prima del concerto. Persi di vista Gian Carlo e i suoi amici appena esplose una rissa tra qualche decina di fasci e autonomi. Poi venne immediatamente il turno di uno scontro tra ultras del Toro e della Juventus, e infine tra fazioni politiche e calcistiche rimischiate tra loro, a seconda che al momento fosse più importante il credo politico o la fede calcistica. La Celere randellava chiunque gli capitasse a tiro e caricava con i lacrimogeni in canna. Dagli spalti piovevano a tempi alterni biglie di ferro e arance, provocando fuggi fuggi di spettatori che andavano a schiantarsi contro le gradinate del Palasport. La temperatura saliva, l’aria sapeva di violenza, gli scontri non cessavano di seminare sul campo feriti e contusi, mentre il potentissimo impianto di amplificazione martellava musica a tutto volume.
Tra il pubblico cominciavano a circolare dicerie fantastiche: compagni feriti, concerto annullato a causa dei disordini, celerino accoltellato, gruppo straniero blindato in albergo in attesa delle decisioni del questore. Io intanto, con i miei quarantacinque chili (bagnati) e il metro e sessanta scarso d’altezza, venivo sbatacchiato da una rissa all’altra come una scialuppa di salvataggio in preda a una tempesta, chiedendomi se anche gli altri concerti che avrei visto in vita mia sarebbero stati un tour nel cuore del pericolo, come questo.
Della gente che c’era in giro non conoscevo nessuno e anche di ragazzini come me, in giro ce n’era giusto qualche manciata. Ero sfinito dalle continue fughe, sudato fradicio. Veniva quasi voglia di mollare tutto e andarmene a casa, ma per fortuna l’ingresso sul palco del gruppo di spalla placò gli animi. La gente si raccolse sotto le transenne per ascoltare gli UK Subs, una band inglese che non mi piaceva allora e non mi sarebbe piaciuta nemmeno più avanti, quando il genere di musica rumorosa che suonava avrebbe fatto breccia nella mia vita di giovanissimo bassista.
Alcuni tafferugli isolati continuarono ai piedi degli spalti, ma la polizia non sparò i lacrimogeni come temuto e il concerto, molto breve, del gruppo di spalla filò liscio. Poi però la situazione tornò incandescente. Gli scontri si riaccesero. Una carica di polizia attraversò il catino del palasport con l’irruenza di una mareggiata, al termine della quale ci fu un andirivieni di ambulanze. I bagliori di un incendio improvvisato sulle gradinate superiori lambirono la volta del Palasport. La musica sparata dagli amplificatori era ancora più alta di prima e la temperatura ormai era a livelli da sauna, stroncando l’aria in gola. Credevo di non farcela più, con i miei quarantacinque chili (bagnati) e il metro e sessanta scarso d’altezza, solo com’ero in un mezzo a una folla che definire ostile era farle un complimento, invece d’improvviso le luci sul palco si riaccesero, gli spettatori conquistarono a gomitate le prime file e tre figure in giubbotto di pelle e jeans strappati occuparono i lati e il centro del palco, mentre il batterista prendeva posto dietro i tamburi. Dalle casse risuonò il conteggio “One, two, three, four” che sembrava un grido di battaglia, partì una scarica di chitarra elettrica e migliaia di persone cominciarono a saltare tutte insieme, provocando un boato mai sentito. Ora che sono passati venticinque anni dal 4 febbraio 1980 non ricordo esattamente se quella sera le cose siano andate proprio così, e nemmeno se quella sera era proprio la sera del 4, anche su febbraio e sul 1980 sono sicuro, ma d’altronde le cose esistono soltanto per come si ricordano e le cose come sono andate è meglio lasciarle ai cronisti, o agli storici. Resta il fatto che quella sera ebbi la sensazione nettissima di assistere a qualcosa che avrei ricordato per il resto della vita: lo show di quattro ragazzi di New York nemmeno troppo più vecchi di me, che sarebbero passati alla storia del punk rock come quattro fratelli posticci con un cognome da immigrati italiani o ispanici forse, incazzati di sicuro: Ramones.

Posted by Leonardo Colombati at 27.05.05 10:56

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