« L'Odissea postmoderna di Colombati | Main | Un libro forte e inatteso »

21.05.05

Un articolo, due riflessioni, un dubbio e (forse) una cazzata

di giuliomozzi

Ieri sera, sul treno da Firenze a Roma, aprendo il Corriere della sera, ne ho imparata una di nuova.
A pagina 35 trovo un articolo di Stefano Bucci intitolato: Contro Piperno la sinistra sceglie Pincio. Qualche stralcio:

Sinistra o destra. Tommaso Pincio o Alessandro Piperno. Il gioco dell'estate 2005, sulle pagine culturali dei quotidiani italiani, sembra essere ormai quello di scoprire il romanzo dell'anno, del decennio, del secolo e magari dell'intero millennio. Anche se non è soltanto una questione di letteratura visto che ognuno di questi capolavori annunciati può contare su una pattuglia di sostenitori chiaramente schierati, almeno politicamente.
Ed ecco che Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno (Mondadori) diventa così il libro più amato dai giornali della destra [...]
La scoperta di Piperno è questione relativamente recente (nel frattempo c'è stato il tempo di glorificare Perceber dell'esordiente Leonardo Colombati e di rintuzzare le critiche di Aldo Nove che ha parlato di "romanzo di regime"). Intanto, mentre Con le peggiori intenzioni ha già superato le 130 mila copie, tocca ora ai giornali della sinistra scoprire il proprio "romanzo dell'anno". Già fatto: è La ragazza che non era lei di Tommaso Pincio (Einaudi Stile Libero). E a testimoniare questa scelta arriva in questi giorni l'"uno-due" realizzato da Gabriele Pedullà il Riformista di mercoledì e da Emanuele Trevi su il manifesto di ieri. Entrambi dedicati alla celebrazione di Pincio e del suo quarto romanzo.

Questo articolo, letto sul treno Firenze-Napoli, ha suscitato in me due riflessioni e un dubbio.

Prima riflessione. L'inciso nel corso del quale si citano Perceber e Aldo Nove è una frase impersonale ("C'è stato il tempo di..."), priva di soggetto. Stefano Bucci non dice chi abbia "glorificato" Perceber, né chi abbia "rintuzzato" le critiche di Aldo Nove. Perché? Perché, suppongo, il giorno prima Perceber era stato lodato nel Riformista [vedi]e perché a "rintuzzare" le critiche di Aldo Nove è stato innanzitutto Giuseppe Genna [vedi l'articolo di Nove, il rintuzzamento di Genna]: del quale si possono dire molte cose ma non certo che sia "di destra" (vedi il suo impegno nella causa di Cesare Battisti, vedi che cosa scrivono di lui i giornali "di destra", vedi inoltre più o meno ogni parola che scrive). La riflessione è dunque la seguente: se vuoi sostenere una tesi, e i dati di realtà non la confortano, non importa. Basta omettere i dati di realtà, oppure citarli a rovescio.

Seconda riflessione. E' da un po' di anni, no?, che si sente dire insistentemente in giro: le ideologie sono morte, le grandi narrazioni non esistono più. E allora? Delle due, l'una: o tutti si sono sbagliati, e le ideologie sono ancora più vive che mai; oppure le ideologie sono effettivamente morte, ma le consorterie sono ancora ben vive. Quest'ultima cosa sembra accennare Stefano Bucci, facendo notare che il laudatore di Pincio Emanuele Trevi è suo "amico, nonché compagno di casa editrice". Il che però mi crea dei problemi personali: io, che ho pubblicati diversi libri con Einaudi (editore di Pincio e di Trevi e di Nove) e ora ne pubblicherò un paio con Mondadori (editore di Piperno); senza contare che sono pure il consulente per la narrativa italiana dell'editore che ha pubblicato Colombati; e che sono "compagno di server", per il mio diario, di Genna: io, a quale consorteria appartengo? Poi mi viene in mente che Mondadori ed Einaudi appartengono allo stesso gruppo editoriale, e quindi Piperno Pincio e Nove sono "compagni di gruppo editoriale"; mentre il proprietario del server sul quale giacciono il mio diario e i Miserabili di Genna è pur sempre uno che faceva un supplemento dell'Unità, e oggi come oggi scrive su il Riformista. Sono confuso, sono confuso. Fortuna che Perceber è stato recensito da Ferruccio Parazzoli in Famiglia Cristiana: la mia democristianità genetica (ebbene sì, io sono un democristiano genetico: uno che, da piccolo, piuttosto che quelle di Iuliano o di Albertosi, avrebbe voluto possedere le figurine di La Pira e di Dossetti) se ne è sentita confortata.

Il dubbio. Il dubbio lo scrivo per ultimo, ma in verità mi era venuto per primo. Il dubbio è questo: che l'articolo di Stefano Bucci sia semplicemente una cazzata; e che, come al solito, il giochino sia quello di cercar di suscitare degli odii che non esistono. E quindi dico: che noia, che noia.

[L'articolo di Trevi è on line qui fino a giovedì prossimo. Gli altri articoli citati da Bucci non mi sembra siano raggiungibili in rete.]

Posted by giuliomozzi at 21.05.05 07:44

Comments

che mediocre, angusto, asfittico panorama culturale. fa venire voglia di ritirarsi su una montagna, in una casetta per gli avvistamenti degli incendi come fece keoruac. per fortuna Perceber mi sta piacendo!!!!!
saluti

Posted by: Melpunk at 21.05.05 20:58

oggi c'era la figurina di Colombati sull'Avvenire:
http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2005_05_21/index.jsp

Posted by: papino at 21.05.05 23:44

Confermo l'impressione non così democristiana di Giulio: l'articolo di Bucci è una cazzata. Nelle pagine culturali del Corriere ne compaiono in quantità allarmante, però, quindi mi pare non sia il caso di allarmarsi né di rendere la cosa nota a persone che non siano ai circa 680mila lettori paganti quotidiani. Non silenzio stampa, ma silenzio sulla stampa e, al posto, Pickwick papers a più non posso (o Huckleberry Finn).
Modesto anche il pezzùllo di Zaccuri, però.

Posted by: giovanni at 22.05.05 07:07

"Bucci, c'abbiamo un buco a pagina 35, su, provvedi"
"Ma non ho ancora letto nessuno dei libri che..."
"Non mi interessa Bucci, inventati qualcosa, su, che giornalista sei?"
"Senti e se provassimo con quel giochino alla Gaber, sai, cos'è di destra cos'è di sinistra...?"
"Ottimo Bucci, ma occhio che Gaber scherzava..."
"Ah si?"

Posted by: fly on the wall at 22.05.05 11:08

Il giornalismo culturale in italia di questi tempi avrebbe bisogno di eutanasia. contrapporre due scrittori, assegnadogli posizioni politiche e contrapposizioni, è la dimostrazione che chi scrive non è più in grado di fare la cosa a cui sarebbe chiamato: scrivere capendo (o cercando di capire) cosa gli scrittori hanno scritto (e cosa stanno scrivendo in questo momento culturale, sociale, politico ecc). non si scrive più di letteratura, ma si ricorre a un discorso "intorno" alla letteratura, a margine. le brevi recensioni sui settimanali femminili, a paragone, mi sembrano più oneste. Mozzi: l'articolo di bucci rischia di essere un'immane cazzata e, peggio, è riverbero nel nulla più assoluto e ingombrante. che tristezza. andrò al parco. saluti
.

Posted by: Melpunk at 22.05.05 11:14

E peraltro, anche la beatificazione in vita prima, e in morte del Gaber: che due maròni. Il Gaber memorando è quello lì della Torpedo blu, del Riccardo, della Milano di Simonetta e del Giorno di Italo Pietra che oggi non c'è più. Dopo, quando ha cominciato a fare il predicatore a 40mila lire lo spettacolo, è diventato buono per i Luzzatti Fegiz e i Bucci di turno.

Posted by: giovanni at 22.05.05 11:17

L'articolo di Bucci è tutto fatto di "taglia e incolla". A me questo basta per una valutazione della sua intrinseca qualità.

Posted by: gianni biondillo at 22.05.05 23:03

Biondì, la gran parte del giornalismo italiano (e tutto quello c.d. culturale) è fatto di taglia e incolla. E' questa ragione sufficiente a ignorare quello che si scrive costaggiù, oltre al fatto anche più rilevante che quasi nessuno legge quotidiani in Italia - et pour cause.

Posted by: franco at 23.05.05 06:29

Non so di certo se gli storici futuri avranno il tempo o la voglia di occuparsi di noi: ma ho spesso cercato di immaginarmi quale sarà la situazione allorché si troveranno a ricostruire le vicende della generazione letteraria (…) che è attualmente tra i quaranta e i cinquant’anni. Ho cercato, ripeto, d’immaginarmelo, di figurarmi che cosa penseranno di noi: e tra le idee venutemi in mente, una soprattutto ha preso sempre spicco: che, se cercheranno di condensare il loro giudizio in una formula, questa non potrà esser molto diversa dalla seguente: un discorso interrotto. Per l’appunto, un discorso interrotto, con quel tanto di patetico che comporta la sorte di scrittori che appaiono come congelati, non più sicuri di sé.
(…) Negli anni trascorsi il dibattito culturale è stato così fortemente ideologico, e in definitiva politicizzato, e in pari tempo così condizionante, che il venir meno di questo sostegno o, se si preferisce, di quel binario, ha provocato in tutti (…) una sensazione non di libertà, sibbene di vuoto e di smarrimento: quasi fosse venuta meno una dimensione del mondo, l’unica che sembrava si avesse a disposizione, per interpretarlo, giudicarlo, operarvi.
(…) La crisi in cui sono entrati i vari storicismi, e in primo luogo quello marxista, con tutti i i miti e le aspettative ad esso connessi, una cosa ha significato anche per chi non si sentiva marxista: la rinunzia a credere che politica e sociologia bastassero a coprire intero il bisogno di verità (o di certezze, che è un po’ diverso); la fine della convinzione che azione sociale e intervento politico, l’impegno, in altri termini, a modificare la realtà, fossero in grado d’esonerare l’uomo di cultura da tutti gli altri presumibili suoi doveri. (…) Dal momento, infatti, in cui le ideologie gli sono apparse malamente utilizzabili, (…) egli si è sentito a un tratto allo scoperto ed ha avvertito il vuoto in se stesso e l’ha situato fuori di sé. La realtà all’improvviso è parsa sfuggirgli; il mondo, la società umana gli sono apparsi di nuovo dominio di forze non accertabili né dominabili, in una parola irrazionali; e s’è sentito nemico, avverso. (…) È come se molti tra i nostri scrittori (…) sentendosi improvvisamente sprovvisti d’un sistema organico di verità (di principi in cui credere) e a corto di strumenti per l’accertamento della realtà (…) si sforzassero a un tratto di celebrare il proprio smarrimento e d’elevare a segno esemplare dell’attuale momento la loro condizione: (…) e c’è chi esaspera il proprio solipsismo e magari se ne compiace, e dichiara ingrata o alienata la società odierna e nega ci sia altro da fare, per lo scrittore, che prendere atto della propria impotenza e dell’isolamento al quale è ridotto, e assumere a tema del proprio discorso la propria stessa insicurezza e colorire le proprie dissociazioni come se essere contenessero intera la misura dell’uomo moderno.

(Mario Pomilio, “Il discorso interrotto” (1962), in “Contestazioni”, Rizzoli, Milano 1967)

Posted by: Leonardo Colombati at 23.05.05 15:40

Bella citazione. Consiglio, come uguale e contrario, il Fortini di quegli anni, soprattutto come raccolto nel notevole Meridiano curato da Lenzini e, in una chiave molto più pop (ma non per ciò meno ricca) "I migliori anni della nostra vita", appena pubblicato da Ernesto Ferrero con Feltrinelli.

Posted by: franco at 23.05.05 17:58