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30.06.05
Il nuovo Medicine Show
E' da oggi on-line il numero di giugno di Medicine Show, la ciarlatanesca rivista musicale giunta ormai al suo decimo numero.
Leonardo Colombati spiega come la pop music degli anni '80 ha fatto i conti con la minaccia nucleare.
Mario Desiati si scaglia contro l'assurda moda della "pizzica".
Davide L. Malesi e Francesco Soliani ci parlano del vecchio e del nuovo Keith Jarrett.
Alberto Ragni intona il de profundis per il mitico Phil Spector.
Seia Montanelli (alias Mrs. Hills) recensisce il romanzo di Paolo Nori, Ente nazionale della cinematografia popolare.
Gabriele Pescatore ci racconta il recente concerto dei R.E.M. allo Stadio Olimpico di Roma.
Flavio Orciani (per la serie "il mio primo concerto") rievoca Jackson Browne allo Stadio di Lonigo.
Francesco Gallo, sotto le mentite spoglie di Mr. Robert M. Whitehouse, scrive una lettera aperta a Roger Waters, che gli sputò durante un concerto a Montreal nel 1977.
Lord Cornelius Plum ci porta nella Terra degli Gnomi.
Il Doc, in apertura, si immalinconisce alla notizia del "Live 8" e, in chiusura, fa un "preannuncio" che sa tanto di addio.
Troverete anche notizie e approfondimenti sul Trio Lescano, i Joy Division, Fred Neil, gli Smashing Pumpkins, i Fugees e tanti altri!
Il Supplemento di questo numero è dedicato a Mike Scott & The Waterboys. Per riceverlo via e-mail dovete solo iscrivervi alla Newsletter.
Buon divertimento.
Posted by Leonardo Colombati at 16:41 | Comments (1)
27.06.05
Minima muralia
[Questo saggio di Tommaso Giartosio sulle mura di Roma è apparso nel 2003 su "Capitolium", nuova serie, anno I n.1. Ringrazio l'autore e la rivista per l'autorizzazione a ripubblicarlo qui.]
Le mura aureliane non sono per Roma ciò che il Muro del pianto è per Gerusalemme, o il Muro di Berlino per Berlino. Non sono rimaste attuali e necessarie per gli abitanti della città; non costituiscono un elemento chiave della sua "memoria storica", cioè di un senso etico dell'identità cittadina. Sono soltanto il più grande monumento lasciato dalla formazione politica originaria dell'Occidente. Venerabili e ingombranti, come un dinosauro, un diplodoco arenato sulla soglia di casa. Fino a tempi recentissimi nessuno ha avuto troppi scrupoli a demolirne i tratti che più stavano tra i piedi. Pochi visitano il Museo delle mura a Porta San Sebastiano. Pochissimi fanno quei dieci metri di prato che, in moltissimi punti della città, basterebbero per arrivare a toccarle.
A ben vedere, comunque, neppure il Colosseo o il Campidoglio innescano nei romani questo meccanismo di identificazione etica. E' un meccanismo che richiede simboli vivi e attivi. Roma invece è fatta di simboli morti, cioè simboli al quadrato, maestosamente irreali; per ora, almeno, resta valida per lei la diagnosi fatta dal barocco e confermata da Pirandello, De Chirico e Piacentini. Sta tutto qui il suo famoso senso ipertrofico del passato, il suo rapporto disinvolto (nel bene e nel male) con la Storia. L'unico simbolo che davvero appassioni i romani è Roma stessa - l'idea di questa città. Le mura, simbolo-contenitore, la rappresentano in modo esatto.
Infatti un legame etico (ed estetico) tra Roma e la sua cinta in origine c'era, anche più stretto che tra altre città e bastioni. Roma si pensava e proponeva come una forza violenta e ordinata, quasi più temibile quando attende che quando attacca; e la forza (in greco rhòme: mi pare che i romani si lusingassero di questa falsa etimologia) prende forma nelle mura. Nell'armamentario di simboli della romanità, anche troppo ricco - aquile, lupe, colli sacri, re e imperatori apoteizzati - si impone quello meno suggestivo ma più ovvio, appunto più forte, metonimia e metafora insieme: la muraglia. La sua geometria arrogante-ansiosa, del resto, è ben presente fin dal mito di fondazione. E' il solco del fratricidio, disegnato dalle opposte spinte della rivendicazione e del senso di colpa.
Oppure pensiamo all'invocazione dell'Eneide. I mille sacrifici dell'eroe eponimo (ma quando si parla di Roma antica, tutto è eponimo) sono necessari "pur di fondare la città, e introdurre nel lazio i Penati, di dove la stirpe latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma". Virgilio ha in mente le mura repubblicane, ma la sua prospettiva passa oltre, fino alla cerchia edificata tre secoli dopo queste parole. Alta moenia Romae: proprio qui si chiude il climax, per una tensione spermatica che di città in città (Troia, Lavinio, Alba, Roma) e di generazione in generazione si espanderà fino a raggiungere il guscio esterno, il culmine e limite dell'autoaffermazione identitaria: la cinta muraria.
Certo: ci saranno, più tardi, altre fortificazioni ben più distanti dal centro, come quelle di Adriano in Scozia. Ma saranno prodotti di una bioingegneria militare, cloni innestati tra genti barbare per domarle e assimilarle e quindi assimilarsi: valli che presto diventeranno walls. Mentre Roma è e rimane le sue mura, è definita da esse.
Nei secoli successivi lo scollamento tra mura e quartieri effettivamente abitati, con la suppurazione di una terra di nessuno paradossalmente interna alla cerchia difensiva, porta a una specie di schizofrenia. Da una parte c'è la Roma reale, decaduta; dall'altra, murata come uno spettro e vuota come uno spettro, la città di Aureliano. Stupendamente Petrarca, rivolgendosi allo "spirto gentil" di un senatore romano del suo tempo, calcola il peso della seconda sulla prima:
L'antiche mura ch'ancor teme et ama
et trema 'l mondo, quando si rimembra
del tempo andato e 'ndietro si rivolve,
e i sassi dove fur chiuse le membra
di ta' che non saranno senza fama,
se l'universo pria non si dissolve,
et tutto quel ch'una ruina involve,
per te spera saldar ogni suo vitio.
E' una formulazione classica, esemplare, del mito della renovatio imperii. Ma nella sua retorica echeggiano risonanze inquietanti. La Roma che fu, e che potrebbe tornare, grava con tutto il suo groviglio ipotetico-ipotattico su quella presente. La sua promessa suona stranamente minacciosa, come l'apparizione di un esercito fantasma; ci sono sussulti sepolcrali, una "ruina" forse inarrestabile, un'apocalisse annunciata. Notevole soprattutto quel "trema" transitivo (un latinismo). Il mondo teme le mura; al tempo stesso le ama; infine, per una sorta di addizione fonetica e psicologica, le trema, vibra di timore e d'amore all'unisono con il rimbombante tamburo aureliano.
In fondo quest'ansia era già al suo posto, già sottintesa, quando Virgilio raccontava le gesta del vincitore triste Enea. Virgilio e Petrarca: due grandi esploratori della nevrosi da romanità. Cantano un impero che non c'è ancora o non c'è più, un'urbe che è la più grande ghost town del mondo. Per questo i bastioni fantasma. Cosa c'è di più adatto a trasmetterci un senso del perturbante, dell'Unheimlich (il "fuori-casa")?
Dunque le mura di Roma, pur assolvendo a una necessità reale, sono state fin dall'inizio anche un simbolo dell'ideale politico; un simbolo così esatto da portare in sè la vocazione a staccarsi da sè, a perdere la propria parte reale, come anticipando il tempo in cui sarebbero state soltanto un simbolo. Conservano nel Medioevo e nel Rinascimento una loro utilità, come attestano i frequenti lavori di restauro compiuti dai papi; ma perdendo la loro originaria forma-funzione, si allontanano lungo una linea iperbolica, dimenticato il centro urbano reale. Gli stessi restauri pontifici non riescono a tener dietro a quella Maginot. Certo, è la città che si è rimpicciolita... ma l'illusione è invece che le mura divengano esorbitanti, in fuga verso il mondo delle idee.
Un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, del 22 dicembre 1832, prende spunto dai restauri voluti da Leone XII:
Le mura de Roma
Mó cc'è un editto c' a sta Roma caggna
je vonno ariggiustà ttutte le mura;
ma ssi nun è cche cquarcuno sce maggna,
nun te pare, per dio, caricatura?
Se pò ssapé dde cosa hanno pavura?
Che li Romani scappino in campaggna?
De li preti ggnisuno se ne cura,
perché ddrento in città sta la cuccaggna.
Si ppoi semo noantri secolari,
sc'è bbisoggno de muri e de cancelli
pe ffacce restà ddrento a li rippari?
Pe ppoche pecoracce e ppochi agnelli
dati in guardia a li can de pecorari
bbasta una rete e cquattro bbastoncelli.
La Roma di Belli non sente più il peso del confronto con il suo passato imperiale. A spiegare quel particolare attrito che caratterizza la condizione psicologica del romano, basta il presente: il papato... Ora la decadenza si ripete quotidianamente ed è, nella città eterna, un rito perenne.
Le mura in rovina servono quindi da palcoscenico ideale per una versione degradata della parabola del buon pastore. Niente pastori ma solo cani, non pecore ma "pecoracce", non tutela ma segregazione. Ma a sorpresa, la città continua a offrirsi come "ripparo", tempio, omphalos: unico Luogo reale (proprio perché idealizzato, immaginario). Il resto del mondo, al confronto, è "campaggna". Sappiamo che allo stereotipo del romano appartiene una feroce domanda retorica usata per intralciare ogni slancio d'iniziativa: "Ma 'ndo' vai?". Dove vuoi andare, in effetti, se sei già al centro del mondo?
Belli dipinge da maestro l'apatia, la boria, l'inutile coscienza della crisi, in questa propaggine beckettiana dove si può solo attendere immobili il crollo dell'ultimo arco, lo schiantarsi dell'ultima lapide. Nulla è più impressionante della paralisi degli animali allevati in cattività, quando si trovano davanti una porta aperta.
Nelle fotografie del 1870 - Porta San Giovanni segnata dalle cannonate, la breccia di Porta Pia - i romani (neonati cittadini italiani) in posa tra le torri di guardia fanno la figura del pacchetto di sigarette inquadrato insieme al torso di Apollo per dare la proporzione. Sembrano presi alla sprovvista dalla Storia.
In uno stato-nazione, le mura delle singole città sono un problematico richiamo all'epoca degli odi campanilisti. Anche le mura di Roma nascono da questo immaginario: Remo "taglia" il tracciato delle mura con un salto, e Romolo l'uccide. Umberto Saba parla del mito in una delle sue prime Scorciatoie. "Gli italiani sono l'unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione."
Così scrivendo Saba presagiva, direi pregustava, il 25 aprile, il coronamento della Resistenza. E colui che è tradizionalmente considerato il primo caduto della Resistenza italiana, il professore di liceo Raffaele Persichetti, fu ucciso il 10 settembre del '43 verso porta San Paolo. Sulla mura veniva siglato il nuovo patto. Sarà un caso se a Persichetti è stata dedicata proprio la corta e larga via che, per aggirare la Piramide, fu ricavata abbattendo un tratto di mura?
Comunque - in un paese unito e concorde, senza invasori e senza lotte fratricide, le mura in apparenza servono a poco. Oggi Roma ha da temere (eventualmente) tattiche e armi del tutto nuove, contro cui i bastioni nulla possono. Le lapidi che a Porta San Paolo ricordano l'8 settembre '43 pendono in un angolo di un piazzale bislungo, già quasi dimenticate - né più né meno del graffito che dietro le auto incolonnate a Porta San Sebastiano rievoca la resistenza contro i forastieri di Roberto d'Angiò, in un giorno del 1327. Il divorzio tra mura-simbolo e mura-oggetto si è fatto definitivo, e la cinta aureliana ha seguito la strada di tutto ciò che è romano: sopravvivere a se stesso.
Come potrebbe mutare, allora, il nostro rapporto con le mura? Certamente in questi anni si dedica maggiore attenzione ai monumenti romani. Il pericolo è di limitarsi a ripetere forme di snobismo culturale come il culto dell'antico denunciato a suo tempo da Leopardi: "Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e pare un giuoco da fanciulli, a paragone del trovare se quel pezzo di rame o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa."
Occuparsi dell'antico ha senso solamente se si riesce a rinnovarne la vitalità. Occorre rubricare le mura, prima che come Cultura e Sapere, come Esperienza umana. Altrimenti meglio la tradizionale, filosofica indifferenza nei confronti delle rovine.
Vorrei, concludendo, proporre qualche esercizio.
1. Immaginare le mura.
Riflettere intanto sulla loro conformazione. Variano i materiali utilizzati, dalle argille locali ai lastroni strappati ad altri monumenti abbattuti per l'occasione; e variano le "opere" (opus caementicium, opus reticulatum, ecc.), cosicché ogni segmento racconta una diversa storia di costruzione, integrazione, smantellamento, restauro. L'altezza viene raddoppiata, le merlature murate, le porte abbassate o chiuse (come la Porta clausa presso Castro Pretorio - e molte altre porte avevano nomi risonanti, ad esempio la Querquetulana); le finestre trasformate in feritoie, i camminamenti ricoperti, i torrioni e gli spalti predisposti per accogliere o affrontare le macchine da guerra (che hanno bellissimi nomi di bestia: testuggini, scorpioni, lupi, gru, topolini, arieti, onagri). Nei periodi di pace è il contrario, sbocciano nuove finestre, le postierle si aprono in vere porte monumentali. Intanto le maestranze, i pellegrini, i cittadini e viaggiatori di ogni sorta, lasciano traccia di sè: croci greche e latine inserite nel disegno dei rivestimenti o grattate nella pietra, firme e sigle antiche e recenti, incisioni e rilievi, lapidi che ricordano lavori o battaglie, bolli laterizi sui mattoni, stemmi pontifici, iscrizioni imperiali, spunzoni fallici con valore apotropaico, latrine pensili dette necessaria, le loro stesse ossa... Le mura sono vive come un corallo. Sono un reticolo di storie. I romani vegliano queste mille e una notte; hanno la responsabilità (gradita) di leggerle, cioè anche (un po') di scriverle.
2. Seguire le mura.
Il tracciato era determinato dai fattori più diversi, politici, religiosi, tattici, economici (si cercò di attraversare terreni di proprietà imperiale, per non dover risarcire gli espropri), o soltanto dalla fretta e dal caso. Ne risultava uno zig-zag in apparenza arbitario. Con i secoli questa arbitrarietà è ovviamente cresciuta. Dove ho letto la storia del ragazzo che con il compasso disegnò un cerchio perfetto sulla carta della sua città e decise di percorrerlo, scavalcando muri, intrufolandosi in uffici e appartamenti, calandosi con corde, fino ad addormentarsi a cavallo di un monumento equestre? Le mura funzionano un poco come quel cerchio, o come l'anello del LEP (Large Electron-Positron Collider) che corre per chilometri sotto la campagna al confine tra Francia e Svizzera. Nel loro viaggio incontrano sepolcri, terrapieni, caserme, edifici privati, acquedotti, anfiteatri, e arraffano tutto come un fiume in piena. Costituiscono ciò che il gruppo di architetti-performer romani "Stalker" chiama "uno Stretto", cioè un "corridoio pedonale infrastrutturale" che pratica un taglio lungo e sottile ma percorribile attraverso zone urbanizzate (altri esempi: cigli di ferrovie e autostrade, sponde di marane e tratti idrici canalizzati, zone di rispetto di elettrodotti). Seguirle, praticare ciò che gli Stalker chiamano la "transurbanza", significa torcere la città, costringerla a esporre giustapposizioni inattese, fulminanti (come seguire il percorso della "circolare" in 19 di Edoardo Albinati).
3. Camminare sulle mura.
Ma Liuming, un artista cinese di fama internazionale, nel 1998 ha eseguito la performance Fen-Ma Liuming cammina sulla Grande Muraglia."Fen-Ma" è un'identità creata dall'artista stesso giocando sul proprio aspetto fisico sessualmente ambiguo (corpo maschile giovane e forte, chioma femminile, trucco) e su un'analoga ambivalenza dello pseudonimo. Lungo la sommità dissestata della Muraglia - grandioso simbolo del potere patriarcale e statale ma anche dell'accesso alla natura inesplorata che giace all'esterno - Fen-Ma cammina nudo/a, con i lunghi capelli abbandonati al vento, "poetica evocazione" (ha scritto un critico d'arte francese, forse alludendo a Walter Benjamin) "della passeggiata di un angelo nella storia rude e dolorosa della Cina antica". Nel lavoro di Ma l'ambiguità sessuale ambisce a trascendere ogni specificazione culturale (terzo sesso, omosessualità, queerness ecc.) per porsi come un assoluto psicologico e spirituale, che proprio in grazia di questa operazione astrattiva può calarsi in contesti storico-culturali fortemente marcati, come la Grande Muraglia (che, ironicamente, è un bel neutro plurale: da muralia, "opere murarie").... La Muraglia cinese, del resto, come altri manufatti colossali dialoga da vicino con ciò che trascende la storia, per esempio con la natura. Basta vedere la foto impressionante del punto in cui la Muraglia dopo migliaia di chilometri si ferma incontrando il Golfo di Bo Hai, nella località detta "la vecchia testa del drago": in effetti la testa di ponte tozza e scolorita sembra un diplodoco davanti al mare. Quanto alle mura aureliane, dall'alto di Porta San Sebastiano (cioè dal Museo delle mura) lo sguardo si perde in un oceano di pini, sfrecciano uccelli inattesi, ci si ritrova in una Roma primordiale. Il solo tratto in cui sia permesso camminare sopra gli spalti va da qui a Porta Latina, ma al momento è chiuso per restauri. Si può esplorare la possibilità di percorrere altri tratti, ma ricordate la ragazza morta l'anno scorso cadendo dal Colosseo.
4.
Non penso ai pochi fortunati che vivono in appartamenti ricavati entro la cinta muraria. Uno di questi loft, che ospitava una scuola di disegno, si trovava vicino a Porta Pinciana; lo ricordo vasto (ero un bambino quando l'ho visitato), chic (i bambini sono molto sensibili allo chic), umido e freddino (forse chi ci abitava non era poi così fortunato)... Un'opportunità più accessibile è semplicemente trascorrere parecchio tempo nei dintorni delle mura. Chi si ferma più di mezz'ora in quelle fasce a pratello cessa di essere un turista un po' eccentrico; diventa un anormale. Le mura sono luoghi di sospensione della legittimità. La Roma antica era circondata dal pomerio, una zona sacra in cui era vietato costruire, coltivare, seppellire morti, tenere comizi, portare armi, e venerare divinità straniere. Il pomerio non era necessariamente situato a ridosso delle mura, ma il nome (pomerium da post-moerium, cioè post-murum) suggerisce certamente questa adiacenza, che in effetti era frequente e comunque fu sancita per editto proprio dall'imperatore Aureliano. Del resto le mura erano associate all'omicidio di Remo, al contatto con i barbari, alle pratiche magiche (ne parla Orazio nelle Satire, I, 8), alla condizione di "bando" che escludeva dal consorzio civile. Costituivano, mi pare di capire, un anello in cui non vigeva neanche l'illegalità delle terre barbare, il diritto del più forte; uno spazio pre- o post-strutturato, "altro" anche rispetto all'opposizione tra io e altro (uno spazio da Fen-Ma Liuming). Ancora oggi esse ospitano in alcuni tratti la prostituzione, il battuage, il nomadismo, e altre pratiche che nella situazione giusta possono essere altamente educative.
5. Allontanarsi dalle mura. <7font>
Dopo averle frequentate per un paio d'anni, ma anche solo per un paio d'ore, provate a fare qualche passo in là. Consiglio di scegliere uno slargo della massima ampiezza, come Piazzale Ostiense. Roma non è una città sviluppata in altezza; staccandosi dalla parete sembra di ritrovarsi all'improvviso in un pianeta largo e piano, cosparso di casette chine. Ti volti, e le mura si ergono: sembra davvero un'azione. Più che ai tempi in cui si profilavano dritte sull'orizzonte vuoto della campaggna di Belli, più che a edifici sottili e verticali come Santa Maria della Pieve ad Arezzo o la "Fetta di polenta" di Antonelli a Torino, pensi alle opere della land art americana degli anni Sessanta-Settanta: Double Negative di Michael Heizer, Spiral Jetty di Robert Smithson, soprattutto Shift di Richard Serra. Forre, banchine, muraglie, che si ergono in luoghi remoti e disabitati e sono calcolate per lasciarsi avvicinare (l'immagine è ancora quella dei diplodochi) e modificare il nostro modo di percepire, misurare, pensare.
6. Avvicinarsi alle nuove mura.
La cinta aureliana è solo un episodio importante nella lunga sequenza che inizia con le fortificazioni pre-serviane, e che si conclude con un'altra enorme opera difensiva. Mi riferisco alla collana di quindici forti (più quattro batterie) costruiti attorno al 1880 lungo le strade consolari. Forte Ostiense, Forte Portuense, Forte Bravetta, Forte Aurelio, Forte Boccea, Forte Braschi, Forte Trionfale, Forte Monte Mario, Forte Antenne, Forte Pietralata, Forte Tiburtino, Forte Prenestino, Forte Casilino, Forte Acquasanta, Forte Appio. Ciascuno è grande più o meno come il corpo centrale di Castel Sant'Angelo, ma pochi saprebbero collocarli tutti sulla mappa: ormai sono soffocati dai quartieri, isolati, in parte disabitati o in rovina, o felicemente ripopolati dai soliti nomadi. Sono usciti dalla Storia. O sono diventati Storia? Comunque è un'altra storia.
Posted by Leonardo Colombati at 17:28 | Comments (0)
Al di là di ogni ragionevole dubbio
[Questo articolo è apparso venerdì 24 giugno nell'edizione genovese di Repubblica. Stefano Tettamanti è amministratore delegato dell'agenzia letteraria Grandi e Associati, una delle più importanti d'Italia. La sua rubrica nella Repubblica di Genova s'intitola: "Cavoli a merenda". gm]
È un’opera mondo, per dirla con Franco Moretti. Complessità, narrazione prolungabile all’infinito, enciclopedismo, digressioni che sgretolano la centralità dell’intreccio, allegoria aperta a innumerevoli interpretazioni, stream of consciousness in abbondanza. Insomma Faust, Moby Dick, Ulisse, Bouvard e Pécuchet, Cent’anni di solitudine e via andare. Figuriamoci se mancava un pezzo di Genova: parte prima, capitolo primo, episodio secondo, p. 31; una sera del 1943 tre alicette smunte con lo swing nel sangue, Caterinetta, Giuditta e Sandra Leschan, ovvero il Trio Lescano, finiscono di cantare “saran belli gli occhi neri, saran belli gli occhi blu, ma le gambe...” al cinema-teatro Grattacielo e vengono trasferite dalla milizia al carcere di Marassi per via di quei loro nasi inequivocabilmente camusi. L’opera mondo è Perceber (Sironi, pp. 510, euro 17), è anche l’opera prima di Leonardo Colombati (Roma, 1970) e, al di là di ogni ragionevole dubbio, è un capolavoro assoluto.
Uno di quei libri che ti fanno venir voglia di telefonare agli amici: “Dammi retta, molla quello che stai leggendo e comincia Perceber, vedrai che poi mi ringrazi”. Per scriverlo Colombati ha sputato sangue per un decennio e alla fine se ne è uscito (ossa e sistema nervoso a pezzi, immagino) con il più sorprendente marchingegno narrativo scritto nella nostra lingua da un bel po’ di tempo in qua. Una costruzione magnifica che incute rispetto e provoca meraviglia ma soprattutto trasmette un infinito piacere a chi osa affrontarla. Colombati sa di aver scritto un grande romanzo (troppo intelligente, troppo colto, troppi libri letti) e ha voluto essere certo che se ne accorgesse anche il più tonto dei lettori, attrezzando il suo monstrum di un colossale apparato di riferimenti, repertori, griglie, glossari, fonti, affinché non perdesse un granello della montagna di sapienza che vi ha accumulato, ma lasciandogli l’illusione di aver scoperto tutto da solo. Caos maniacalmente organizzato, enorme panino Gran Misto dei fratelli Gallese in equilibrio perfetto fra un milione di gusti, esilarante Processo di Biscardi dove tutti parlano insieme e tu, incredibilmente, riesci a goderti ogni parola. E alla fine, esausto e frastornato, hai voglia di cominciare da capo. La trama? Sorry, ma non c’entra (in) un cavolo.
Posted by giuliomozzi at 16:15 | Comments (2)
Tra le maglie della rete e tra le strade di Roma
di giuliomozzi
Trespolo ci offre la terza puntata della sua recensione di Perceber a puntate. Zia Uvetta (sì, proprio lei) commenta la stroncatura di Perceber fatta da Giorgio De Rienzo, trovando qualcosa (ma non tanto) da ridire, mentre Cielinesodo scrive: "Mi ha convinto". In InternetBookShop il voto dei lettori su Perceber è: 2,79 (su 5: appena sopra la sufficienza). Spuma (alias Redazioneparnaso) recensisce brevemente Perceber in ilibriecheholetto, in Attraverso le onde e nel Parnaso ambulante. Daisy dice semplicemetne che Perceber le è "piaciuto molto". In Patrimonio Sos scopro (arrivo tardi) l'ennesima ripresa dell'articolo di Stefano Bucci su romanzi di destra e romanzi di sinistra. Hanno appena comperato Perceber il Signor Carlo, Almostblue58 e la signora Isabella, mentre Grazia Verasani ha appena cominciato a leggerlo. Quarky l'ha abbandonato a pagina 130. Vocativo, nel linkare un po' qua e un po' là, fa un po' di confusione con il genitivo (poco male). Jotaeprosecco (che si dichiara "blogger inesperto") nel suo Quaderno di caccia si domanda come mai "se un blogger senza pretese particolari recensisce a modo suo un’opera, nel caso un libro, stroncando senza pietà un autore famoso (o famosissimo) non succede nulla", mentre "se lo stesso blogger si mette in testa di recensire benevolmente, o difendere da recensioni negative altrui, un autore ancora non perfettamente del tutto inserito nella società artistica, magari uno di quelli per cui la gran parte dei blogger si identifica e forse, sotto sotto invidia perché, è evidente, tale autore è uno che inizia a uscire dalla massa indistinta e anonima degli frustrati aspiranti scrittori, allora, apriti cielo! Scoppiano accuse di: partigianeria, supposta amicizia non dichiarata con lo stesso o con chi gli fa da editore, faziosità o appartenenza ad una claque o clan acriticamente osannante": e invita, Jotaeprosecco, chi volesse farsi un'idea dei comportamenti che così descrive, a dare un'occhiata proprio a perceber.com. Mettendo in Google le parole chiave "colombati perceber", i risultati sono circa 11.500...
Ma il mistero più misterioso è la citazione di Perceber che si fa nel sito www.stradario.roma.it. Riporto il testo pari pari, e giuro che non c'è nessun pasticcio di Html (l'originale è qui):
PERCEBER: Aprile 2005 Archives
29.04.05. Medicine Show e i cattivoni. di giulio mozzi contemporanea". Già , Roma. Leonardo Colombati è nato qui, il o prendere il libro bello e fatto senza tagli nà muove". Alla Feltrinelli di Largo di Torre Argentina mi presento
Fonte: www.perceber.com/archives/2005/04
Se qualcuno ha spiegazioni...
Posted by giuliomozzi at 15:07 | Comments (2)
Appello ai miserabili lettori
Posted by giuliomozzi at 14:52 | Comments (0)
Un incipit può valere un patto di nozze
La letteratura vive di ritmi, ma il ritmo è inesistente se non è diseguale: apici e vuoti, o differenze di temperatura. Lo stato adiabatico non si confà alla letteratura ed è tipico invece di ascesi ben riuscite, è cosa da Dalai Lama. Spesso le questioni di ritmo si decidono nel breve periodo, visto che nel lungo saremo tutti morti. Un incipit può valere un patto di nozze...
Così Giuseppe Genna, in un suo "intervento esperienziale" dedicato all'incipit di Perceber.

Posted by giuliomozzi at 14:37 | Comments (1)
23.06.05
Agenda dei prossimi giorni
di Leonardo Colombati
Cari amici, parto per Viareggio.
Rientrerò a Roma lunedì, in tempo per presentare il romanzo di Igino Domanin, Gli ultimi giorni di Lucio Battisti (Pequod) assieme a Mario Desiati, Nicola Lagioia e Alessandro Piperno. L'appuntamento è per lunedì 27 giugno, ore 20:30, alla Casa del Cinema (Villa Borghese) di Roma.
Posted by Leonardo Colombati at 10:25 | Comments (13)
Ho ridato l'esame di maturità
di Leonardo Colombati
[Oggi, il Giornale ha pubblicato gli interventi di alcuni autori sulle prove scritte dell'esame di maturità, che i liceali d'Italia hanno dovuto affrontare ieri mattina. A me è toccato il tema sul viaggio.]
TEMA
Il viaggio: esperienza dell’altro, formazione interiore, divertimento e divagazione, in una parola, metafora della vita.
SVOLGIMENTO
Odio viaggiare. Per di più, da qualche tempo m’è venuta paura di prendere l’aereo, anche se non so se è una vera e propria fobia o piuttosto una scusa per non dover affrontare simili “metafore della vita”. Se avessi dovuto sostenere l’esame di maturità ieri mattina, avrei scelto senz’altro questo tema per lanciarmi in un’appassionata confutazione del mito del viaggio, e avrei rischiato la bocciatura per insensibilità, gusto della provocazione e pigrizia intellettuale.
Questo mito si fonda su luoghi comuni simili a quelli che intendono smentirlo: del tipo “ormai il mondo si è globalizzato, i ristoranti, i negozi, gli alberghi, sono tutti uguali…”. Solo che i luoghi comuni demistificanti sono veri.
Per motivi di lavoro, ogni tre mesi mi piombano a Roma un paio di inglesi o americani, sempre diversi. È d’obbligo il tour by night. Mi sono specializzato: li porto a cena sempre nello stesso ristorante carinissimo; seguono il gelato dalle parti di Piazza Navona, il lancio della monetina nella Fontana di Trevi, lo spettacolo hollywoodiano dei Fori Imperiali visti dalla terrazza del Campidoglio, il circuito automobilistico a settanta all’ora tra il Colosseo, San Pietro e il Gianicolo, lo struscio finale con birra a Campo de’ Fiori o a Trastevere… il tutto condito con la solita messe di amenità storiche: un profluvio di aneddoti su Mastro Titta, il Marchese del Grillo, Paolina Borghese, Sisto V, Via Rasella e Mussolini.
Paonazzi, semiubriachi, sudaticci nei loro shorts e magliette, i malcapitati credono davvero di “aver fatto esperienza dell’altro” e per provarmelo ordinano stoicamente un caffè espresso invece del cappuccino. Quando mettono piede sul taxi che li dovrà riconsegnare all’aeroporto, abbozzano pure due parole in italiano con il conducente, che gli ruberà – è una scommessa su cui non c’è quota – almeno settanta euro, ma li gratificherà dicendo (in un inglese oxfordiano): “Your Italian is perfect!”.
Ecco perché preferisco starmene a casa a vedere Discovery Channel o il figlio di Piero Angela che scala per me la piramide di Tulum: evito la mortificazione di accorgermi di essere circondato da italiani se sono in Marocco, di essere rapinato dai tassisti se sono in Messico, di dovermi rifugiare da Hard Rock Café se sono a Pechino. Sullo schermo tutto è come dovrebbe essere: diverso, appunto.
Nel VI secolo, un abate di nome Brandano salpò dall’Irlanda con un manipolo di confratelli. Si diressero verso ovest; la loro meta era il Paradiso terrestre. In mezzo all’Atlantico, s’imbatterono in isole infernali abitate da demoni-fabbri. Su uno scoglio, i monaci intravidero quello che sembrava uno strano uccello; ma quando s’avvicinarono, con loro grande sorpresa, scoprirono che si trattava di Giuda Iscariota. Il traditore spiegò che, grazie alla misericordia del Signore, ogni domenica e festivi gli era stato concesso di issarsi su quel sasso per riposarsi dalle fiamme dell’Inferno.
Allo stesso modo, io, sul divano di casa mia, col telecomando in mano, godo del refrigerium da una moderna specie di tormenti diabolici: quella del viaggio in Economy.
Posted by Leonardo Colombati at 09:55 | Comments (3)
22.06.05
Le sue personalissime impressioni [2]
di Trespolo
...vi avviso: la lettura non è semplicissima, anche se scorre pur se con qualche piccolo eccesso, a mio parere, nella ricerca del termine ad effetto ad ogni costo, che la prima volta che lo trovi va anche bene, ma la seconda te lo ricordi ed inizia a diventare una ripetizione. Niente di grave comunque: non infastidisce e non toglie nulla...
Eroicamente Trespolo continua la sua recensione a puntate di Perceber. Ecco la seconda puntata.
Posted by giuliomozzi at 22:53 | Comments (0)
Le sue personalissime impressioni [1]
di Trespolo
...ho deciso, oggi pomeriggio, di acquistare una copia di Perceber in una delle librerie di Brescia e, per non far torto a nessuno, pubblicare a mò di romanzo d'appendice, le mie personalissime impressioni nell'avanzare lento della lettura di una simile opera...
Così il buon Trespolo inaugura la sua recensione a puntate di Perceber. Ecco la prima puntata.
Posted by giuliomozzi at 02:05 | Comments (5)
21.06.05
Joyce, Beamon, Louganis e Perceber
di Leonardo Colombati
L'articolo di De Rienzo su Perceber è uscito di venerdì 17; non si sfugge alla cabala – anche quella considerata nella sua accezione più popolare.
È ovvio che la recensione non mi abbia fatto piacere. Solo il samurai che abbia seguito diligentemente Il libro dei cinque anelli potrebbe rimanere insensibile e continuare a prepararsi per il grande vuoto.
Eppure oggi, che sono passati quattro giorni, sto iniziando a chiedermi non tanto se De Rienzo abbia torto o ragione, ma dove risiedano l’uno e l’altra.
Iniziamo dai torti? No, iniziamo – e finiamo – con le possibili ragioni.
Sicuramente egli non ha ragione quando pretende di stilare un decalogo per il “bravo romanziere”. È roba da saltare a pie’ pari con uno sbadiglio.
Mi ha colpito, invece, questo passaggio: la mia sarebbe “una scrittura torrenziale generalmente sciatta che finge di accettare tutti gli stili, per non saperne creare uno originale”. Ovviamente, se le cose stessero davvero così, avrei miseramente fallito.
Qual era la mia intenzione, riguardo allo stile, quando ho scritto Perceber? Quello, appunto, di accettare tutti gli stili, parodiandoli. Se – come con poca originalità ho stabilito in Perceber – “il Mondo è il Libro”, allora ogni evento va registrato utilizzando la tecnica narrativa che nella storia della letteratura è stata maggiormente usata per descrivere quell’evento.
Perceber plagia indegnamente l’Ulisse non solo quanto a struttura (di là la mappa di Dublino e l’Odissea, di qua la mappa di Roma e la cosmogonia cabalistica), ma anche in questa precisa scelta stilistica.
A proposito del romanzo di Joyce, in una sua Lezione Nabokov disse: “Ogni capitolo è scritto in uno stile diverso, o più esattamente con un diverso stile predominante. Non c’è nessun motivo particolare perché accada questo – perché un capitolo debba essere raccontato in modo convenzionale, un altro con il gorgoglio del flusso di coscienza, un terzo attraverso il prisma della parodia. Non c’è un motivo particolare, ma si può sostenere che questo spostamento costante del punto di vista trasmette una conoscenza più varia, nuovi squarci vividi da questa o da quella direzione. Se avete mai provato, stando in piedi, a chinare il capo in modo da guardare indietro tra le ginocchia, con il viso capovolto, vedrete il mondo in una luce totalmente diversa. Provate a farlo sulla spiaggia: è molto divertente veder camminare la gente, quando la guardate da sotto in su. Sembra che, a ogni passo, liberino i loro piedi dalla colla della gravitazione, senza rimetterci in dignità. Bene, questo trucco di cambiare prospettiva, di modificare il prisma e il punto di vista, può essere paragonato alla nuova tecnica letteraria di Joyce, a questa nuova contorsione grazie alla quale vedete un’erba più verde, un mondo più fresco” (V. Nabokov, James Joyce: Ulisse, in Lezioni di letteratura).
Joyce è stato il Bob Beamon della letteratura moderna; come Beamon, inaspettatamente spiccò un salto e ne ridiscese anni-luce avanti (mezzo metro più in là del salto fino a quel momento più lungo). Gli 8 metri e 90 dell’atleta americano furono imbattibili per ventitré anni. Il record di Joyce è durato di più; non saprei dire esattamente quando e da chi è stato battuto (o almeno eguagliato). Ma so che Joyce non è più il primatista mondiale della sua specialità perché, rileggendo l’Ulisse dopo una sfilza di altri libri ad esso posteriori, mi sono detto: “Me lo ricordavo meglio”. In effetti, il valore dell’Ulisse stava – quasi – tutto nella sua inconcepibile novità, nell’essere un libro che schizzava come un proiettile fuori dal decennio in cui era stato progettato, verso i decenni a venire.
Vengo al punto: rifare Joyce (nella struttura e nello stile), oggi, è come saltare in lungo 8 metri e 90. Un ottimo risultato, certo; ma non un record. Il primato appartiene a Mike Powell con 8 e 95.
In un suo divertente saggio, Raffaele La Capria paragona la letteratura ai tuffi dal trampolino, sostituendo a Beamon, Lewis e Powell i nostri Cagnotto e Dibiasi ed il campione americano Greg Louganis. “Cosa occorre” scrive, “perché un tuffo sia bello e meriti il punteggio più alto, da uno a dieci? La prima cosa è la perfezione della figura: nella partenza, in aria e nell’entrata in acqua. (…) La perfezione deve essere assoluta, ma per raggiungere il suo massimo deve per forza affrontare il rischio. Un tuffo è tanto più bello quanto più alto si svolge sulla tavola del trampolino. Ma più alto si slancia il tuffatore sulla tavola, più la tavola per una legge fisica lo attira a sé. Lo slancio più alto sarebbe infatti quello perpendicolare alla tavola, e il tuffatore pagherebbe l’altezza raggiunta ricadendo sul trampolino. C’è come si vede, un collegamento molto stretto, immediato, tra la bellezza del tuffo e il pericolo che si corre.”. Dopo aver passato in rassegna diversi stili di tuffi (Giro di vite di James viene paragonato al salto mortale e mezzo in avanti carpiato con avvitamento), La Capria si concentra sul triplo salto mortale e mezzo dal trampolino di tre metri, quello con il quoziente di difficoltà più elevato: “Un tuffo se è troppo difficile (…) diventa anche troppo atletico, diventa o può diventare una faccenda in cui entra troppo la tecnica e il muscolo, ed è difficile allora che incontri la grazia e la bellezza. Così in letteratura, presto m’avvidi, i giochi troppo evidenti di abilità, le complicazioni esibite di struttura e i manierismi del linguaggio, le difficoltà da triplo salto mortale di certi avanguardismi e di certo sperimentalismo, difficilmente raggiungono quel giusto equilibrio tra senso comune e senso estetico (tanto per intendersi) cui dovrebbe attenersi uno scrittore” (R. La Capria, Letteratura e salti mortali, in Opere).
Come esempio di tuffo perfetto, La Capria cita L’urlo e il furore di Faulkner (“un tuffo ad alto coefficiente di difficoltà eseguito con una tecnica tanto raffinata da scomparire nella bellezza del risultato”). Il tuffo troppo “muscoloso”, invece, potrebbe essere benissimo quello di Joyce: uno di quegli slanci nel vuoto che si vedono ad Acapulco, buoni per il Guinness dei Primati; ma le Olimpiadi le vince Faulkner.
Quando scrivevo Perceber, io di queste differenze mi rendevo conto; e capivo che “costruire” un nuovo Ulisse sarebbe stato del tutto velleitario se all’interno della struttura, all’interno dello stile, non fosse sopravvissuto un nucleo incandescente: quello delle emozioni, della bellezza della tragedia cui avevo destinato i miei tre protagonisti.
Potrei anche rovesciare la questione, asserendo che il vero romanzo che volevo scrivere era tutto ricompreso in quel nucleo; ma che, per vergogna della pateticità, del romanticismo insito in quel nucleo, io l’abbia voluto rivestire con una corazza quasi impenetrabile.
Quasi.
Ecco, tutto si gioca in questo “quasi”. Se l’armatura ha soffocato il corpo, in Perceber, allora ha perfettamente ragione De Rienzo.
Su questo – se proprio si vuole – bisognerebbe discutere.
Posted by Leonardo Colombati at 17:11 | Comments (31)
Perceber nelle Librerie Feltrinelli
di giuliomozzi
Nel sito delle Librerie Feltrinelli è possibile controllare la disponibilità di un titolo in tutte le Librerie Feltrinelli d'Italia. Abbiamo fatto l'esperimento con Perceber, considerando tutte le categorie di librerie ("normali", "libri e musica", "village") tranne le Feltrinelli International. Questo il risultato:
Afragola: 0 copie.
Alessandria: 0 copie.
Ancona: 0 copie.
Assago: 0 copie.
Bari: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Basiliano: 0 copie.
Bologna Piazza Galvani: 0 copie.
Bologna Piazza Ravegnana: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Bologna Via dei Mille: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Brescia: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Casalecchio di Reno: 0 copie.
Cesano Boscone: 0 copie.
Cremona: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Curno: 0 copie.
Ernusco: 0 copie.
Ferrara: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Firenze: "Si rechi presso il punto vendita prescelto, ne trovera' tantissime copie!".
Fiumicino: 0 copie.
Genova: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Grugliasco: 0 copie.
Marcon: 0 copie.
Melilli: 0 copie.
Mestre: "Si rechi presso il punto vendita prescelto, ne trovera' tantissime copie!".
Milano Piazza Duomo: "Si rechi presso il punto vendita prescelto, ne trovera' tantissime copie!" .
Milano Via Manzoni: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Milano Corso Buenos Aires: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Milano Piazza Piemonte: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Modena: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Napoli Via San Tommaso: 0 copie.
Napoli Piazza Martiri: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Novate Milanese: 0 copie.
Olbia: 0 copie.
Orio al Serio: 0 copie.
Padova: "Si rechi presso il punto vendita prescelto, ne trovera' tantissime copie!".
Palermo: 0 copie.
Parma Via della Repubblica: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Parma Village: 0 copie.
Pescara: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Piacenza: 0 copie.
Pisa: 0 copie.
Quartucciu: 0 copie.
Ravenna: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Roma Largo di Torre Argentina: "Si rechi presso il punto vendita prescelto, ne trovera' tantissime copie!".
Roma Via del Babuino: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Roma Via V. E. Orlando: "Si rechi presso il punto vendita prescelto, ne trovera' tantissime copie!".
Roma Galleria Alberto Sordi: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Roma Via Giulio Cesare: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Salerno: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Sesto San Giovanni: 0 copie.
Siena: 0 copie.
Torino Piazza Castello: 0 copie.
Torino Village: 0 copie.
Torino Via Roma: "Si rechi presso il punto vendita prescelto, ne trovera' tantissime copie!".
Torri di Quartesolo: 0 copie.
Udine: "Ne abbiamo un numero limitato di copie, si affretti a recarsi presso il negozio scelto oppure telefoni per riservarne una copia a suo nome".
Vigevano: 0 copie.
Posted by giuliomozzi at 12:42 | Comments (9)
Un testo mastodontico questo
Gli ultimi tre mesi sono stati una vera e propria“rivelazione” per il lettore attento e per l’intera letteratura contemporanea italiana. Prima Piperno, Con le peggiori intenzioni già best-seller per Mondatori, poi Pincio, La ragazza che non era lei per Stile Libero Einaudi; ed ora disponibile, a completare questo straordinario trittico narrativo, Perceber romanzo eroicomico di Leonardo Colombati per Sironi editore. Un testo mastodontico questo di Colombati, romano classe ’70, veramente una prova incredibile.
Leggi il séguito di: "Un testo mastodontico questo" nel blog di Angelo Petrelli
Posted by Leonardo Colombati at 10:13 | Comments (0)
Regulae
[Massimo Adinolfi ha recensito favorevolmente Perceber nel quotidiano Il riformista (leggi la recensione). Questo nuovo intervento è uscito oggi nel suo blog.]
[...] L’amministrazione di un condominio si fonda (quando si fonda) su regole minime, la morale si fonda su regole minime, la democrazia si fonda su regole minime, il metodo scientifico si fonda su regole minime, l’arte no, la letteratura no (e non la religione, e non la filosofia: il caro, vecchio spirito assoluto di Hegel!). Se De Rienzo mi porta un esemplare di scrittore che abbia una qualche sia pur minima ambizione letteraria, e mi fa vedere come quell'ambizione sia sostenuta dal rispetto delle regole minime, io riprendo la penna e stronco Perceber (anche se il Corriere non pubblicherà una seconda stroncatura). Altrimenti, stronco De Rienzo (e anche in questo caso il Corriere non mi ospiterà). [...]
Leggi il séguito di: "Regulae"
[Questo post di Massimo Adinolfi viene rilanciato anche da Loredana Lipperini qui, in Lipperatura]
Posted by giuliomozzi at 09:44 | Comments (0)
Lettori di Perceber [25]

"Leggo Perceber perché non so ancora come o quanto mi piacerà, quanto e come mi resterà in testa".
[Sei anche tu un lettore di Perceber? Manda la tua foto!].
Posted by giuliomozzi at 09:21 | Comments (0)
Perceber mi ha reso amimico
di Federico
[...] Ho comprato Perceber il 5 Maggio, giorno della sua uscita.
L’ho letto in un paio di settimane e da allora – fate voi i conti! – ancora non riesco a farmene un’idea precisa.
Sono un tipo logorroico, chi mi conosce lo sa bene. Mi piace parlare dei libri, sponsorizzarli con le pupille a forma di cuore oppure storcere la bocca, raggrinzirla tutta, fare il broncio ogniqualvolta ne resti deluso.
Perceber mi ha reso amimico. Le guance, la bocca hanno perso elasticità. La lingua si è attorcigliata su se stessa, si è annodata ; ed è per questo che quando qualcuno – ed è già successo – mi chiede “com’è?”, io rispondo “da leggere”. E se mi chiedono di argomentare, io resto inebetito, assumo un habitus paralitico, e aggiungo “è impossibile da spiegare”.
Perché sono convinto che la reazione più naturale, di fronte al libro eroicomico, è questa: restare paralizzati, immoti, con un grande giramento di testa: Perceber trasforma la vostra poltrona, la bella poltroncina calda su cui affondano i vostri glutei flaccidi, nel crazy dance del luna park. [...]
Leggi il séguito di: "Perceber mi ha reso amimico"
Posted by giuliomozzi at 09:17 | Comments (0)
157, 192, 219
di giuliomozzi
Nella classifica settimanale delle vendite curata da Demoskopea, Perceber si colloca al centocinquantasettesimo posto nella categoria: "Narrativa italiana", con una stima di centonovantadue copie vendute nel corso della scorsa settimana. Il relativo profitto (lordo) per l'autore è di duecentodiciannove euro e trentaquattro centesimi.
[Ringrazio H. J. per l'informazione.]
Posted by giuliomozzi at 09:01 | Comments (5)
20.06.05
Un contenitore zeppo di acredine e vanità pseudocritiche
di giuliomozzi
[Questo articolo di Giulio Mozzi non è apparso nel Corriere della sera di oggi 20 giugno 2005. Riprende una recensione di Giorgio De Rienzo a Perceber apparsa qualche giorno fa.]
Forse occorrerebbe a tutti noi che ci occupiamo di letteratura per professione prenderci una pausa di riflessione e chiederci se non sia un po’ sciocco (e miope) deludere (se non ingannare) i lettori che non sono già tanti e proprio per ciò andrebbero rispettati. Critici e giornalisti, blogger e commentatori in rete quest’anno hanno stroncato con alterigia frettolosa (magari senza averli letti) i coraggiosi esordi di alcuni giovani scrittori, degradandoli a velleitari e spocchiosi vagiti, montando discussioni a senso unico, discutendo dottamente se questi romanzi fossero di destra o di sinistra (perché questo è davvero importante, oggi, in Italia: sapere da che parte stai), piuttosto di porsi seriamente il problema se si trovassero di fronte a opere narrative più o meno valide. Si è partiti da Con le peggiori intenzioni (Mondadori) di Alessandro Piperno, per arrivare a Perceber, «romanzo eroicomico», di Leonardo Colombati (Sironi, pagine 508, 17): un libro che è un contenitore dalla scrittura torrenziale di cui è difficile persino (come è difficile, poniamo, per l'Ulisse di Joyce o per l'Orlando furioso di Ariosto o per Gargantua e Pantagruele di Rabelais) fare un riassunto che possa stare in piedi per presentarlo al lettore. Fermiamo tutto allora. Cerchiamo prima di chiarirci se esistano (e quali siano eventualmente) le regole più semplici perché una recensione possa non dico diventare un vero saggio critico, ma offrire al lettore un dignitoso servizio d'informazione.
La domanda banale insomma è questa: si possono stabilire punti di riferimento elementari, per quanto molto flessibili, oppure dobbiamo restare in balia del giudizio dei soliti quattro accademici con libero accesso alla grande stampa, interessati solo a far fuori qualunque testo non corrisponda ai loro gusti di lettori d'antan? Non intendo insegnare niente a nessuno. Vorrei soltanto capire se chi legge un romanzo, prima di recensirlo e linciarlo, prima di scriverne per poi farne polpette, abbia ancora la disponibilità ad appassionarsi alla storia (o all'intreccio di storie), a incuriosirsi per la struttura (seria o giocosa) che la sorregge, ad apprezzare non solo il virtuosismo stilistico ma anche la pura forza di una scrittura.
Non mi pare di imporre principi che neghino la libertà critica la quale, rimane ovviamente sacrosanta per qualsiasi recensore in quanto connaturata all’idea stessa di lettura. L’alternativa possibile a questa apertura verso le varietà narrative, che non si lega a una sola visione del mondo, può essere certamente quella di un canone chiuso (e autarchico) che si erga a difesa contro il caos del mondo. E’ l’alternativa però più difficile, che richiede un rigore critico e una capacità persuasiva eccezionali.
Un recensore può dunque appellarsi alle regole del romanzo "ben fatto", accumulare - come accade a Giorgio De Rienzo nella sua recensione a Perceber di Colombati - spezzoni di analisi e anche magari abbandonarli al loro destino, mescolare pregiudizi e strizzatine d'occhio, sovrapporre argomenti incongrui, adottare una retorica in cui la direttiva principale diventi quella del rifiuto preventivo. Ma allora perché De Rienzo sente il bisogno di appoggiare la sua autarchia critica sopra una quantità di luoghi presunti comuni, tentando di precostituire l'orientamento del lettore, e di accumulare una serie di preterizioni che giustificherebbero l'esenzione dal vero lavoro critico? La realtà è che il critico, fiero di disporre d'un certo numero di righe nel più importante quotidiano nazionale, si sente autorizzato a vomitarvi dentro liberi pensieri sparsi, a esibire la sua incultura (scambiando per "brani di canzonette" quello che è un parossistico citazionismo pop, irridendo relativisticamente qualunque apertura cosmologica, disprezzando arcadicamente l'irruzione nel romanzo della cronaca, confondendo la Kabbalah col Talmud, lanciando oscure frecciate - già che c'è - al filosofo Gianni Vattimo, colpevole solo di aver pubblicato alcuni testi in una collana garzantiana, peraltro defunta da anni, denominata "Coriandoli"), con una scrittura stitica e generalmente sciatta che finge tartufescamente di accettare tutti gli stili, fuorché naturalmente quello del libro volta a volta in questione. Potrei sbagliare, ma credo onesto avvertire il lettore che questa non è una recensione: è soltanto un contenitore zeppo di acredine e vanità pseudocritiche.
Posted by giuliomozzi at 08:43 | Comments (15)
19.06.05
La serata al cinema Excelsior
Ricevo da Ivano Bariani alcune immagini (cliccare per ingrandire) della serata al Cinema Excelsior di Padova.
Il Cinema Excelsior, per l'appunto.
Ivano Bariani (a sinistra) e Leonardo Colombati (a destra). In mezzo, Jonathan Lethem.
Posted by giuliomozzi at 21:36 | Comments (0)
18.06.05
Come me, ma per motivi diversi
[Cristina Bottegal ha pubblicato questo intervento nel suo blog An Alternative Ending. gm]
Oggi Giorgio Di Rienzo pubblica sul Corriere della sera una recensione di Perceber. Ma l'ha letto? Lo stronca con cattiveria e io sospetto che come me, ma per motivi diversi, non sia andato oltre le prime pagine. Si domanda addirittura "se esistano le regole più semplici perché un libro possa [...] avere dignità di testo letterario". Secondo lui a Perceber mancherebbero i sine qua non di un'opera narrativa: la storia, la struttura e una forza di scrittura "che si trasformi in stile". La libertà assoluta dai canoni narrativi se la potrebbe permettere solo chi possiede "un rigore di scrittura e una capacità inventiva eccezionale". Colombati sarebbe privo di entrambe. Avrebbe creato un vuoto e ci avrebbe "vomitato dentro liberi pensieri sparsi". La chiusa è raggelante: "Questo non è un romanzo: è soltanto un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudoculturali".
Leggi il séguito di "Come me, ma per motivi diversi"
Nota: il "pezzo esilarante" al quale Cristina Bottegal allude nel séguito del suo post è leggibile qui.
Posted by giuliomozzi at 10:56 | Comments (20)
17.06.05
Un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudo culturali
di Giorgio De Rienzo
[Questo articolo di Giorgio De Rienzo è apparso nel Corriere della sera di oggi 17 giugno 2005. Lo ha ripreso Loredana Lipperini in Lipperatura, dove è in corso un'interessante discussione. gm]
Forse occorrerebbe a tutti noi che ci occupiamo di letteratura per professione prenderci una pausa di riflessione e chiederci se non sia un po’ sciocco (e miope) deludere (se non ingannare) i lettori che non sono già tanti e proprio per ciò andrebbero rispettati. Direttori editoriali e responsabili di uffici stampa, critici e giornalisti quest’anno hanno applaudito con allegria frettolosa (magari a occhi chiusi) come capolavori i vagiti di alcuni giovani scrittori esordienti, per poi farli diventare lunghi e rumorosi, montando accese discussioni, chiedendosi se questi romanzi fossero di destra o di sinistra (quasi fosse davvero importante), piuttosto di porsi seriamente il problema se si trovassero di fronte a opere narrative più o meno valide. Si è partiti da Con le peggiori intenzioni (Mondadori) di Alessandro Piperno, per arrivare a Perceber , «romanzo eroicomico», di Leonardo Colombati (Sironi, pagine 508, 17): un libro che è un contenitore dalla scrittura torrenziale di cui è difficile persino fare un riassunto che possa stare in piedi per presentarlo al lettore. Fermiamo tutto allora. Cerchiamo prima di chiarirci se esistano (e quali siano eventualmente) le regole più semplici perché un libro possa non dico diventare un romanzo, ma avere comunque dignità di testo letterario.
La domanda banale insomma è questa: si possono stabilire punti di riferimento elementari, per quanto molto flessibili, oppure dobbiamo restare in balia del giudizio di piccoli clan che giustificano tutto e tutti? Non intendo insegnare niente a nessuno. Vorrei soltanto capire se chi legge un romanzo, prima di pubblicarlo e lanciarlo, prima di scriverne per poi montare un caso, abbia ancora chiaro che un’opera narrativa debba sviluppare una storia (o più storie intrecciate), avere una struttura (semplice o complessa) che la sorregga e insieme la forza di una scrittura che si trasformi in stile.
Non mi pare di segnare regole che neghino la libertà inventiva la quale, rimane ovviamente sacrosanta per qualsiasi scrittore in quanto connaturata all’idea stessa della letteratura. L’alternativa possibile a questo canone narrativo chiuso, che interpreta una visione del mondo, può essere certamente quello di una libertà assoluta (e anarchica) che esprima invece il caos del mondo. E’ l’alternativa però più difficile, che richiede un rigore di scrittura e una capacità inventiva eccezionale.
Uno scrittore può dunque abolire ogni regola, accumulare - come accade con Colombati - spezzoni di storie e anche magari abbandonarle al loro destino, mescolare stravaganze e variazioni di linguaggio, sovrapporre moduli espressivi, creare una struttura in cui la direttiva principale diventi quella di una continua divagazione. Ma allora perché Colombati sente il bisogno di sorreggere la sua anarchia espressiva da una «mappa» precostituita di orientamento per il lettore e da una serie di note che giustificano il caos a posteriori? La realtà è che l’autore, creato un vuoto, si sente autorizzato a vomitarvi dentro liberi pensieri sparsi, a esibire la sua cultura (cioè mettere insieme brani di canzonette e pillole di cosmologia, fatti di cronaca e scampoli del Talmud, svelte diagnosi psichiatriche e coriandoli di filosofia), con una scrittura torrenziale generalmente sciatta che finge di accettare tutti gli stili, per non saperne creare uno originale. Potrei sbagliare, ma credo onesto avvertire il lettore che questo non è un romanzo: è soltanto un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudo culturali.
Posted by giuliomozzi at 19:18 | Comments (8)
100
di giuliomozzi
Esattamente 100 persone, ieri sera, al Cinema Excelsior di Padova, per incontrare Ivano Bariani, autore di 16 vitamine (presentato da Umberto Casadei) e Leonardo Colombati, autore di Perceber (presentato da Romolo Bugaro). 100 persone che, in quella che è stata la Prima Sera Veramente Estiva della stagione, hanno preferito passare due ore in un cinemino senza aria condizionata a sentir parlare questi signori, piuttosto che andarsene a spasso per le piazze a mangiare gelati e sorbire bibite fresche.
Che dire?
Le Lettrici e i Lettori sono meravigliosi: questo, c'è da dire.
Leggi il "programma di sala" distribuito all'ingresso della serata.
Posted by giuliomozzi at 08:43 | Comments (9)
14.06.05
Due parole su Perceber
di Roberta Scotto Galletta
[Ricevo questa lettera e volentieri la pubblico. gm]
Erano giorni che non leggevo un libro davvero bello.
Che mi sapesse coinvolgere.
Che mi facesse pensare a altro.
Che mi portasse in un altro mondo.
Che mi desse qualcosa di nuovo ma allo stesso tempo d'antico.
Storie comuni. Frasi strozzate. Dolori contemporanei. Pathos rifritti. Disperazione.
Avevo ben deciso di rileggere il mio preferito Delitto e castigo.
Pensavo a tutto questo mentre andavo a comprare cioccolattini Lindt ripieni di Havana Club.
Il mio cellulare squilla.
Qualcosa si sta muovendo.
Cerco nell'universo delle lettere quando qualcuno di cui mi fido indica col dito.
Copertina rossa. Perceber. Percepisco.
Ritrovata in una Roma che non mi appartiene e in una cabala che capisco ancor meno mi affascina la mescolanza di situazioni, personaggi e storie. Cerco di beccare il bandolo della matassa leggendo diligentemente note e appendici e poi l'illuminazione.
Non andare indietro alla trama e godere di ogni frase.
Non credo nel destino ma dovrei iniziare a farci un pensiero.
La cabala di Colombati può essere estesa alla crescita di ognuno. Prima sei in comunione e sei tanto bellino e carino, poi si schiattano i vasi. Allo schiattare dei vasi ti becchi qualche coccio tipo l'omosessualità di Migliore, la pensata pedofilia di Dodo, la pazzìa del piano della città di Baldini che non è accettato in società in modo tranquillo perchè lontano dal “range” di normalità.
Non ho ancora capito chi decide tale range.
Nel libro del Colombati c'è una passione musicale forte. Tanta musica che accompagna lo stato di cambiamento continuo legato a strani moti cabbalici incastrati in fatti avvenuti in quei giorni.
Per chiarimento di questo pezzo illeggibile inserisco la
trama: In seguito a un incidente, una persona perde una gamba. Tre testimoni.Che fine farà la gamba? Perchè proprio quei tre si trovavano lì e non altrove? Tutto questo scritto in Perceber, lo straordinario romanzo di Leonardo Colombati!
Quando sfugge la mano ricordo la permanenza a Perceber, prima che arrivasse Barrulho a insegnarmi il silenzio. La mia Perceber era il periodo dove esistevano solo i miei pensieri e tutto era possibile e era bandito il bianco, ingrassa, il silenzio, troppi pensieri e nessuna capacità critica per elaborarli e lo zero, troppo vasto per spiegarmelo.
Perceber s'innesta nel libro con grazia attraverso racconti e cronache. Nessuno dei tre personaggi è nell'età in cui è possibile trovarsi naturalmente a Perceber. Hanno usato quel tempo a fare altro, qualcosa che non viene detto. Adesso fanno cose di cui non si sentono a loro agio e se ne vergognano: fuori dal “range” di normalità, fanno fatica a adattare le diversità.
Il libro del Colombati è straodinario e curato nei minimi dettagli.
E' stata una fatica ma un piacere leggerlo.
Ho finito: l'ultima pagina è andata.
Mi sento orfana.
Posted by giuliomozzi at 10:24 | Comments (0)
Perceber & Fahrenheit: l'intervista
L'intervista di Marino Sinibaldi a Leonardo Colombati, trasmessa nel programma di Radio3 Fahrenheit dell'8 giugno scorso, è ora disponibile nel sito di Fahrenheit. Il file è scaricabile e ascoltabile decentemente anche da chi, come il sottoscritto, disponga di una connessione a bassa velocità (56Kbps teorici, 45,2 effettivi).
Posted by giuliomozzi at 09:15 | Comments (0)
13.06.05
Leonardo Colombati a Vicenza il 17 giugno
Leonardo Colombati presenterà a Vicenza, venerdì 17 giugno, il suo romanzo d'esordio Perceber e la rivista musicale Medicine Show. L'appuntamento è alle ore 20.45 presso la Libreria Spaziopiù, Stradella Santa Barbara 1/b (0444 324 915).
Il sito della Libreria Spaziopiù con il programma completo degli incontri.
Posted by giuliomozzi at 16:21 | Comments (0)
[ripetizione ] Leonardo Colombati e Ivano Bariani insieme a Padova, il 16 giugno
di giuliomozzi
Giovedì 16 giugno 2005 alle ore 21, a Padova presso il Cinema Excelsior, un doppio incontro per la promozione del Nuovo Romanzo Italiano. Nella stessa serata (organizzata nell'ambito dei festeggiamenti per i trent'anni di onorata attività della Libreria Feltrinelli di Padova), sotto l'egida del sottoscritto, Romolo Bugaro converserà con l'autore di Perceber Leonardo Colombati e Umberto Casadei converserà con l'autore di 16 vitamine Ivano Bariani (Minimum Fax). L'ingresso è gratuito; se volete scaricarvi l'invito basta che clicchiate sull'invitino piccolo piccolo che c'è qui in alto a sinistra.
Posted by giuliomozzi at 16:21
L'esplosivo romanzo
Si vocifera che la letteratura italiana sia tornata grande: io ho i miei dubbi in proposito, in quanto non è letteratura tutta quella che viene scritta. Tanti libri pubblicati, nomi piuttosto famosi forse fin troppo, ma la sostanza poca o nulla. Difficile orientarsi fra le tante uscite editoriali che si promettono come letture lisergiche e addirittura imperdibili: a sentire certi critici sembrerebbe quasi che ogni novità sia indispensabile. Così non è, niente è indispensabile, solo poche letture meritano veramente d’esser definite tali; in Italia tanti scrittori, pochi però quelli che meritano. In questi ultimi dieci anni la novità più grande risale a pochi anni fa...
Leggi il séguito di "L'esplosivo romanzo".
Giuseppe Iannozzi, dopo la lunga intervista (già segnalata), pubblica ora nel suo Bio-Iannozzi una cospicua recensione di Perceber.
Posted by giuliomozzi at 15:59 | Comments (0)
Perceber e il romanzo-mondo
[Qualche giorno fa Gabriele Dadati ha pubblicato in Capitani coraggiosi - il blog che condivide con Giuseppe Mauro - qualche considerazione su Perceber.]
Ho terminato, un po' di giorni fa, la lettura del romanzo Perceber (Milano, Sironi, 2005) di Leonardo Colombati. Il libro mi è piaciuto quanto a idee, sviluppo della struttura, stilistica, singole sequenze (quella della grancevola è tra Swift, Tiziano Sclavi e l'Assoluto Narrativo). Per alcuni tratti non sono rimasto convinto, ma del resto è una cosa connaturata alla struttura di un'opera così lunga: non si resta convinti neppure di tutta la Divina commedia, la Gerusalemme liberata o I promessi sposi, per dire.
Leggi il séguito di "Perceber e il romanzo-mondo"
Posted by Leonardo Colombati at 15:34 | Comments (0)
Il sistema tolemaico (sui Referendum)
di Leonardo Colombati
Sono appena andato a votare (quattro “sì"). Ero l’unico uomo. Prima e dopo di me, solo donne.
Non mi è piaciuto il ricorso al referendum su una materia tanto complessa: lo dico da convinto sostenitore di molte battaglie radicali, che hanno contribuito a fare di questo Paese un posto appena più moderno.
Sono arrivato, oggi, al seggio, dopo mesi di dubbi. All’inizio, il sofista che è in me si era ribellato. Rifletteva il sofista: “Negare la fecondazione eterologa vuol dire negarci la possibilità di costruire una vita umana. Ammettere l’aborto vuol dire permetterci di sacrificarne una. C’è un implicito – e drammatico – atto di modestia verso qualcosa che romanticamente potremmo chiamare Natura e più vichianamente Storia in questo abissale distinguo. È l’accettazione del fatto che può esservi nell’Uomo l’istinto e la volizione ad uccidere ma non la presunzione di farsi Dio. Concepire un figlio non è né un dono né un diritto; è soltanto il modo con cui la Natura perpetua se stessa, a difesa della propria mortalità. Tutti gli Uomini muoiono (anche i feti abortiti) ma non tutti gli Uomini nascono. Abortire – per dirlo in modo sinistro– è accelerare un evento certo; fabbricare embrioni è inverare una mera possibilità. Con conseguenze che non siamo capaci di immaginare”.
Belle parole. Stronzate, in fondo. L’Italia s’è data una legge, in materia, che non ha eguali nel mondo occidentale.
Il primo quesito riguarda l’abolizione di quella parte della legge 40 che attualmente vieta ai ricercatori di utilizzare cellule staminali prelevate da embrioni non utilizzati. Con le cellule staminali (che possono essere moltiplicate in laboratorio) si può tentare di combattere malattie come il cancro, la sclerosi, l’Alzheimer, il Parkinson e il diabete.
Attualmente, in Italia, ci sono 30.000 embrioni non utilizzati, che giacciono nelle celle frigorifere degli ospedali. Verranno buttate nello scarico del cesso.
Il secondo quesito riguarda l’abolizione della norma che non consente il congelamento degli embrioni e obbliga la fecondazione di un numero massimo di tre ovuli alla volta. Questo obbliga la donna, in caso di insuccesso del trattamento, a sottoporsi a più cicli di cura, con possibili danni per la sua salute. Inoltre, non permette alle coppie portatrici di malattie genetiche e infettive la cosiddetta “analisi preimpianto”, cioè un esame dell’embrione prima del suo trasferimento nell’utero della donna. Si espone così la donna a un doppio trauma: la possibilità di impiantare un embrione malato e la conseguente probabilità di dover ricorrere a un aborto terapeutico.
Per essere più chiari: in nessun altro Paese occidentale, la donna è sottoposta ad una cosa del genere.
Il terzo quesito riguarda l’abolizione della norma che assicura al concepito gli stessi diritti di una persona nata. Semplicemente non capisco come tale equiparazione possa non portare ad una ridiscussione della legge 194 sull’aborto. Ricordo che per la norma in esame “concepito” vuol dire l’ovulo già fecondato, ancora prima che si formi l’embrione. In parole povere: l’incontro tra uno spermatozoo e un uovo.
Il quarto quesito – il più spinoso – riguarda la cosiddetta “fecondazione eterologa”, una tecnica (cui ricorrere solo in casi di grave sterilità) che consente alla coppia la fecondazione assistita anche utilizzando gameti di donatori esterni alla coppia. La legge attuale vieta questa pratica, ma consente la “fecondazione omologa”, e cioè la fecondazione con gameti del maschio della coppia. La fecondazione eterologa, in barba alle Apocalissi di chi la vuole negare, è una tecnica PER LA FAMIGLIA, per un uomo e una donna che vogliono un figlio, vogliono costruire una famiglia, ma non possono. Quest’uomo e questa donna, oggi, andranno in Spagna o in Inghilterra o in Austria, se hanno i soldi per farlo. Vorrei ricordare anche che l’infertilità colpisce, in Italia, una famiglia su cinque. Con questa legge, queste famiglie sono di serie B; anzi, direi che NON SONO FAMIGLIE, per il mostruoso concetto secondo cui una famiglia si fonda sullo sperma del maschio.
Da oggi, questo Paese che vanta già alcuni record di cui non possiamo vantarci, fa un salto indietro di quarant’anni. Qualcuno ci ha costretti a pensare che la Terra è un disco piatto.
Posted by Leonardo Colombati at 14:15 | Comments (7)
10.06.05
Un travolgente esordio che parla tanto di noi
di Corrado Augias
[Questo il testo della recensione di Perceber uscita oggi sul Venerdì di Repubblica, nella rubrica di Augias "La mia Babele"]
Un paio d'anni fa la Rizzoli pubblicò il romanzo dello scrittore americano Micheal Chabon. Il titolo ricordava un feuilleton o un fumetto: Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay. Alla lettura si rivelò un affascinante pastiche, una storia che pescava in eguale misura dalla cultura popolare americana e dalla più raffinata tradizione mitteleuropea, con un teatro d'azione che spaziava tra Praga e New York negli anni Trenta del Novecento. Richiamo il precedente perché adesso abbiamo un romanzo italiano che s'avvicina a quel modello e a quell'autore.
Parlo di Leonardo Colombati (Roma, 1970) che si è affacciato alla ribalta della narrativa con Perceber (Sironi), storia di cui non ricordo l'eguale in lingua italiana per ardimento combinatorio e fervore inventivo.
Mi dispiacerebbe se la grande attenzione critica e mediatica (presto diventata voga) dedicata ad Alessandro Piperno per il suo Con le peggiori intenzioni facesse trascurare quest'altro romanzo d'esordio degno, come minimo, di stargli accanto.
Il titolo è enigmatico e difficile da memorizzare e se è vero che il sottotitolo ("Romanzo eroicomico") aiuta, è anche vero che la copertina non è un granchè. Insomma il romanzo si presenta in modo problematico. In compenso la storia è straordinaria. Perceber figura essere una cittadina spagnola di ebrei cabalisti teatro di alcune delle azioni evocate da uno zio rompiscatole del giovane protagonista. Ma il teatro vero dell'azione è Roma e, attraverso Roma, la società italiana di oggi, colta nei suoi tic, nelle debolezze, nelle stravaganze e nei luoghi comuni e pigrizie di comportamento e linguistiche.
Non provo nemmeno a dare un riassunto dell'intreccio perché mi perderei facendo un torto all'autore. Ciò che conta del resto, al di là degli avvenimenti, è il modo in cui Colombati li rende con una serie scintillante di associazioni linguistiche e mnemoniche quali solo un grande talento poteva escogitare. Nelle pagine si mescolano luoghi, epoche, costumi; si incontrano i più diversi personaggi; si contaminano i generi letterari; ci sono punti dove l'autore perde un po' il controllo della fantasia lasciandola debordare in fumisterie barocche. Prevalgono però il divertimento e il gusto delle citazioni tutte così perspicue da chiedersi che cosa abbia maggiormente contribuito a mettere insieme una tale antologia: se una vastissima cultura o una furibonda inventiva.
Posted by Leonardo Colombati at 11:01 | Comments (30)
09.06.05
Una cattedrale neogotica
di Elio Paoloni
[Pubblichiamo la recensione che di Perceber ha fatto Elio Paoloni su Via Po, inserto settimanale del quotidiano della Cisl Conquiste del Lavoro]
Ho letto Perceber. Ammesso che la contemplazione dell’insieme, le caute esplorazioni, i coraggiosi affondi, gli studiati carotaggi, possano definirsi lettura. Perché questa è la domanda: un monumento è leggibile anche nel senso proprio del termine? Non mi riferisco all’attento esame a cui critici avveduti lo sottoporranno. Intendo: sedersi e lasciare che lo sguardo proceda con una discreta continuità sulla pagina mentre da qualche parte, nella corteccia cerebrale, immagini si formano e concatenazioni avvengono. Mi sembra operazione impossibile per il lettore medio (quell’astrazione statistica che reca euro per nulla astratti agli spacciatori di Faletti) ma ho dubbi anche sulle capacità del lettore “forte”: il mio procedere nell’elementare funzione della lettura è stato ostacolato più volte. E a compiere il placcaggio non sono state tanto le pause necessarie alle consultazioni e alle torsioni di orientamento.
No, il mio sguardo si impigliava ai cancelli delle maiuscole, decine, centinaia di maiuscole per pagina. Maiuscole che alludono all’obbligo di considerare che la Cosa di cui si parla non è una cosa qualunque, ma l’Idea stessa della Cosa. Immagino. Forse ci saranno spiegazioni più suggestive per chi avrà la passione necessaria a ripercorrere poi tutti i fili, riflettere sulle simbologie, impadronirsi della cabala come un Gershom Scholem, compulsare le cartine dei rioni, dei quartieri, accertarsi che non sia casuale l’accostamento di una ricetta di cucina a una dissertazione dotta e immediatamente dopo a una canzoncina. Sempre continuando a disincagliare lo sguardo dalle maiuscole. Quanto tempo ci vorrà? Che genere di organizzazione della giornata? Posseggo libri che vanno letti come breviari. Ma sono libri i cui i vari brani – più o meno oracolari – hanno un senso compiuto. Qui non è permesso. Tutto rimanda ad altro. La pluralità di senso non è a strati, a cascata, con la possibilità di leggere a diversi livelli per diversi lettori (o per lo stesso lettore in successione). Non c'è, per intenderci, un primo livello: si è subito nei livelli di approfondimento, ogni rigo ti rimanda a decine di altri che devi già aver letto (e memorizzato, possibilmente annotato su apposito brogliaccio).
Questo libro cala come una nemesi: ci si è tanto lamentati in questi ultimi tempi del semplicismo minimalista che ci si ritrova con un monumento alla strutturazione. Tutto qui è iperstrutturato. Tanto strutturato che la sostanza da strutturare è ormai, se non evaporata, nascosta nel più intricato dei puzzle. E’ una chela d’aragosta, da affrontare con apposito arnese e tanta esperienza.
Di recente mi era capitato di dire che, come nel campo delle arti figurative, gli scrittori non creano più gruppi scultorei ma installazioni, lucenti vuoti a perdere dentro il quale il fruitore è invitato ad aggirarsi meravigliato per un po'. Padiglioni da smantellare. Suggestioni che non puoi incartare e portare a casa. Ebbene, questo libro è la realizzazione fisica di quella che voleva essere una metafora. E’ un’opera borgesiana. Non per lo stile (Borges sapeva proiettarci negli universi con una fionda di quattro pagine) ma perché è una di quelle opere escheriane che Borges amava immaginare.
Posted by Leonardo Colombati at 12:44 | Comments (0)
08.06.05
E a proposito del concerto di due sere fa...
di Bruce Springsteen
Si possono sempre produrre delle note, dei gesti, dei suoni, degli atteggiamenti: se non c’è un motivo profondo, suona vuoto. Non rimane che una nostalgia: tutto ciò che impedisce al tuo lavoro di vivere una vita piena al presente. Io faccio il musicista per cercare e trovare i miei fratelli e sorelle. È l’essenza del mio lavoro. Solo dopo è questione di dischi, di cifre di vendita, di coperture giornalistiche e così via. Puoi avere successo o no, vendere bene un disco e meno bene quello seguente, importa poco. Se hai stabilito un legame intenso con il pubblico, sopravvivi.
Il concerto è una cosa vitale per me, in cui esprimo ciò che sono profondamente. Quello che mi fa prendere in mano la chitarra oggi, ha fondamentalmente origine dallo stesso bisogno, dallo stesso slancio che mi ha fatto prendere in mano una chitarra per la prima volta: l’idea di parlare a qualcuno. I concerti riusciti ti danno la percezione furtiva di un mondo perfetto, dove la gente si capisce, si rispetta e fa esperienza. È il ruolo della cultura, quello di lasciare intravedere questo mondo possibile, di dare alla gente il desiderio di trascendere i limiti che gli sono propri.
La regola per me, come performer, è: non si può essere strepitosi una sera e così così la sera dopo. Bisogna essere perfetti ogni volta che si entra in scena. Quando qualcuno compra un biglietto per un tuo concerto è la solita vecchia storia: è come se ti stringesse la mano. Per lui conta solo quella sera. Non gliene può fregare di meno che tu sarai strepitoso la sera dopo! Io questa cosa la prendo molto seriamente. Saliamo sul palco e mettiamo in scena una grande festa, fatta anche di risate, di mosse un po’ sceme, di balli scatenati. Ma, sotto questa superficie, c’è qualcosa di profondo: un patto implicito tra l’artista e il pubblico. È una cosa di grande valore, ed è divertente e ti pagano un mucchio di soldi… Insomma è una vita piena di soddisfazioni. Durante il tour del 2003, ho incontrato gente che mi ha detto: «Ehi, ti ho visto nel ’75, ad un concerto che hai tenuto al college». È allora che ti chiedi come sia possibile che qualcuno si ricordi di uno show di ventotto anni fa. La risposta è la più gratificante: il fatto è che evidentemente il tuo sforzo di rendere memorabile ogni serata ha reso memorabile anche quella.
Posted by Leonardo Colombati at 15:46 | Comments (0)
Perceber e La Corazzata Potiomkin
di Leonardo Colombati
Gattostanco, in un suo post, recensisce Perceber - parodiando alla grande il mio "vizio della glossa" - e si chiede: "Perceber, è una cagata pazzesca?", con questo riecheggiando l'immortale giudizio che Fantozzi diede del polpettone di Eisenstein di fronte ad un esterrefatto direttor Ugo Maria Riccardelli (quello dei "tragici cineforum aziendali").
La coincidenza mi ha trafitto: stasera accompagnerò Mario Desiati ad un incontro pubblico con Paolo Villaggio, organizzato dal Festival Cinema & Lavoro.
La recensione di Gattostanco - mi pare - oltre ad essere spassosissima, punge spesso nel vivo.
Posted by Leonardo Colombati at 14:38 | Comments (0)
Perceber al Viareggio
Perceber è tra i tre romanzi finalisti del Premio Viareggio Opera Prima. Lo ha annunciato ieri Enzo Siciliano, durante una conferenza stampa in cui sono state annunciate anche le cinquine finaliste per le tre sezioni principali (narrativa, poesia e saggistica).
NARRATIVA
Roberto Alaimo, E' stato il figlio (Mondadori)
Gianni Celati, Fata Morgana (Feltrinelli)
Mauro Covacich, Fiona (Einaudi)
Raffaele La Capria, L'estro quotidiano (Mondadori)
Ernesto Ferrero, I migliori anni della nostra vita(Feltrinelli)
POESIA
Alberto Bellocchio, Il libro della famiglia (Il Saggiatore)
Anna Maria Carpi, Compagni corpi (Scheiwiller)
Milo De Angelis, Tema dell'addio (Mondadori)
Eugenio De Signoribus, Ronda dei conversi (Garzanti)
Attilio Lolini, Notizie dalla necropoli (Einaudi)
SAGGISTISCA
Giorgio Agamben, Profanazioni (Nottetempo)
Alberto Arbasino, Marescialle e libertini (Adelphi)
Frederick Mario Fales, Saccheggio in Mesopotamia (Forum)
Guido Samarani, La Cina del Novecento (Einaudi)
Emanuele Trevi, Senza verso (Laterza)
OPERA PRIMA
Leonardo Colombati, Perceber (Sironi)
Mario Domenichelli, Lugemalè (Polistampa)
Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni (Mondadori)
Il Premio Viareggio INTERNAZIONALE è stato assegnato a Jean Daniel, fondatore e direttore di Le Nouvel Observateur (settimanale "che ha segnato la storia dell'Europa dell'ultimo mezzo secolo", si legge nella motivazione).
I vincitori del Premio Viareggio saranno proclamati il prossimo 25 giugno.
Posted by Leonardo Colombati at 09:04 | Comments (5)
07.06.05
Perceber & Fahrenheit
Mercoledì 8 giugno 2005, alle 16.55, Leonardo Colombati sarà ospite della trasmissione radiofonica Fahrenheit condotta da Marino Sinibaldi. Si parlerà ovviamente di Perceber, probabilmente di Bruce Springsteen, e magari del Medicine Show.
Posted by giuliomozzi at 23:29 | Comments (5)
Bufalo Bill e Augustarello
di Leonardo Colombati
Ne L’uomo che uccise Liberty Valance, John Ford fa dire ad un giornalista: «Quando la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda». Nel 1866 William Frederick Cody, nato venti anni prima in una fattoria dell’Iowa, uccise cinquemila bisonti per la compagnia ferroviaria Kansas Pacific. Sarebbe rimasto un cowboy come tanti se tre anni dopo Ned Buntline non ne avesse celebrato le gesta in una serie di celebri dime novels. Dalla realtà di un massacratore di bestiame nacque così la leggenda di Buffalo Bill.
Peter Bodganovich ha fatto notare come la frase del giornalista sia stata inclusa in «un film che ha appena smascherato una leggenda: Stoddard, famoso per essere “l’uomo che uccise Liberty Valance”, alla fine ha detto la verità: fu Doniphon che in realtà uccise il famigerato fuorilegge. “Stampa la leggenda”. Ford stampa la realtà». Ora che voglio raccontarvi di Bufalo Bill – il mito della mia infanzia – dovrò fare proprio questo: contravvenire a quella che è divenuta suo malgrado una legge del giornalismo e darvi in pasto l’uomo che uccise una leggenda. Il nostro Doniphon ha un nome che meno si adatta alla Valle della Morte, ai saloon e agli speroni: si chiamava, infatti, Augustarello.
Il saggio-racconto di Leonardo Colombati Bufalo Bill e Augustarello è stato pubblicato nell'ultimo numero di Nuovi Argomenti.
Clicca qui per scaricare Bufalo Bill e Augustarello di Leonardo Colombati
Posted by giuliomozzi at 18:48 | Comments (0)
Si deve ancora riprendere
Scrive Leonardo, in un commento al post precedente: Mi devo ancora riprendere dal concerto romano di ieri sera. Una cosa pazzesca, uno dei migliori concerti di Springsteen in assoluto!
Intanto, l'ingresso sul palco, sulle note di C'era una volta il West di Morricone, presente in sala, cui Bruce ha dedicato la prima canone del setlist: I'm on fire. E poi le due "doppiette" al piano: Incident on 57th Street / The river e Real world / Racing in the street. E Nebraska. E Lucky Town. E Brilliant disguise. E All the way home... L'intensità, la forza...
Ieri sera è stato un miracolo (cui hanno assistito, tre file davanti a me, i R.E.M. al completo!).
[Nella foto (è orrenda, lo so: ma cliccandoci sopra potete pure ingrandirla, e accorgervi della testina del Boss che spunta di tra i tralicci, là in fondo: chi indovina dov'è vince una bambolina): Leonardo Colombati a sinistra, Mario Desiati a destra.]
Posted by giuliomozzi at 12:50 | Comments (0)
05.06.05
Lettori di Perceber [24]
"Leo Perceber porque me gustan muchisimo las novelas de los nuevos escritores italianos".
[Sei anche tu un lettore di Perceber? Manda la tua foto!].
Posted by giuliomozzi at 22:05 | Comments (0)
Lettori e Lettrici di Perceber [23]
"Leggiamo Perceber perché ci procura la pagnotta".
[Alcuni esemplari dello staff Sironi. Da sinistra a destra: Paola Borgonovo, Pietro Coerezza, Ilaria Caretta, Massimiliano Bianchini, Monica Winters. Cliccare sull'immagine per ingrandire].
[Sei anche tu un lettore di Perceber? Manda la tua foto!].
Posted by giuliomozzi at 21:57 | Comments (2)
03.06.05
Considerazioni in itinere su Perceber
di Rossano Astremo
[Giunto a pagina 300, Rossano Astremo ha pubblicato questa recensione di Perceber sul suo blog Vertigine]
Ho letto le prime trecento pagine del romanzo. Sono nel vivo dello sviluppo carsico dell'intreccio. Giovanni Migliore è alle prese con l'azzeccagarbugli di turno che gli spiana a mitraglia codicilli sulla questione della gamba tranciata dalla ruota del tram. Leggo con lentezza. Assaporo la follia scritturale di Leonardo Colombati.
Mi affascina la sua capacità di fondere bassezza dei temi (De Sade, sì proprio lui, che si fa smerdare le chiappe da una prostitua mentre un'altra gli lecca i coglioni e nel frattempo lui titilla con uno spillo i capezzoli di una terza, per esempio) con lo stile alto (anacronistico) di molte sue pagine, con la conseguente generazione di un effetto straniante, spiazzante, grottesco.
Terminata la lettura, cercherò di ordinare queste mie considerazioni, perché in realtà Perceber può essere letto in mille modi, soffermandosi sulla sintassi neobarocca, o sull'intreccio spasmodico che vede protagonisti tre ossessivi alienanti sottoprodotti del nostro tempo, Migliore, Baldini e Dodo, o perché no dando maggiore spessore alla storia di Perceber, o perché no annotando tutte le citazioni presenti nel romanzo molosso, o perché no parlando del corposo apparato di note o delle pagine finali fitte fitte di fonti, e via discorrendo.
Perceber è nella cinquina del Premio Viareggio tra le opere prime, assieme al Piperno di Con le peggiori intenzioni e al grande Mario Desiati che con il suo Le luci gialle della contraerea, opera poetica snella e vorticosa, conferma il suo immenso talento. La vittoria di Perceber, a mio parere, sarebbe la conferma del fatto che un'altra narrazione è possibile (un'altra narrazione è comunque possibile, intendiamoci, ma la consacrazione ufficiale tramite un premio come il Viareggio avrebbe un significato "politico" non indifferente).
Posted by Leonardo Colombati at 10:45 | Comments (6)
01.06.05
Perceber e Il Mucchio Selvaggio
di Gabriele Pescatore
[Questa recensione di Perceber è sul numero di giugno de Il Mucchio Selvaggio, da oggi in edicola]
In Perceber - mastodontico, folle e illuminatissimo esordio di un trentacinquenne che, quasi per caso, sembra essere finito a pubblicare - sono proprio i contenuti a fare la differenza.
Tutto prende le mosse giovedì 6 luglio 2000 nel caos di una Roma intrappolata tra l'ultimo Giubileo e la manifestazione per il Gay Pride, quando un avvocato, un giornalista ed un medico assistono all'incidente tra un tram ed un anziano signore che finisce per predere uno degli arti inferiori.
Il gusto di scoprire come da Trastevere si finisca all'interno di una cittadina spagnola, medievale e maledetta (che dà il titolo all'opera, appunto), lo lascio al lettore; non prima di aver sottolineato che in questo romanzo la parola è lo strumento della ricerca che, in un'incessante sovrapposizione tra significato e significante, riceve la benedizione di Moravia e Springsteen, del Marchese de Sade e di Eco, di Calvino e dei Beatles, di Garcia Marquez e di Galeno.
Perceber, in effetti, è opera che, come dovrebbe essere per il romanzo contemporaneo, dà modo di conoscere l'autore; di svelare, cioè, il suo pensiero, di scoprire le influenze e il percorso che l'ha condotto a confrontarsi con chi avrà il coraggio di immergersi in un immenso caleidoscopio: fatto di luoghi reali ed immaginari, citazioni erudite e da vernacolo, cura esasperata per il più insignificante dei particolari, riff di chitarra, corrispondenze cabalistiche e umorismo amaro: luoghi comuni, quelli proprio no, sono banditi.
Qui tutto è fantastico, fantasioso e fantasmagorico, ma solo apparentemente distantedalla realtà. Tanto che, alla fine delle geniali imprudenze che ci accompagnano per cinquecentosei pagine (tranqulli, un'ottantina sono di note), la sintonia autore/lettore è completa. E, quasi che con Colombati ci fossi cresciuto, mi viene da dire: "Grande, Leo".
Posted by Leonardo Colombati at 17:17 | Comments (1)
