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27.06.05
Al di là di ogni ragionevole dubbio
[Questo articolo è apparso venerdì 24 giugno nell'edizione genovese di Repubblica. Stefano Tettamanti è amministratore delegato dell'agenzia letteraria Grandi e Associati, una delle più importanti d'Italia. La sua rubrica nella Repubblica di Genova s'intitola: "Cavoli a merenda". gm]
È un’opera mondo, per dirla con Franco Moretti. Complessità, narrazione prolungabile all’infinito, enciclopedismo, digressioni che sgretolano la centralità dell’intreccio, allegoria aperta a innumerevoli interpretazioni, stream of consciousness in abbondanza. Insomma Faust, Moby Dick, Ulisse, Bouvard e Pécuchet, Cent’anni di solitudine e via andare. Figuriamoci se mancava un pezzo di Genova: parte prima, capitolo primo, episodio secondo, p. 31; una sera del 1943 tre alicette smunte con lo swing nel sangue, Caterinetta, Giuditta e Sandra Leschan, ovvero il Trio Lescano, finiscono di cantare “saran belli gli occhi neri, saran belli gli occhi blu, ma le gambe...” al cinema-teatro Grattacielo e vengono trasferite dalla milizia al carcere di Marassi per via di quei loro nasi inequivocabilmente camusi. L’opera mondo è Perceber (Sironi, pp. 510, euro 17), è anche l’opera prima di Leonardo Colombati (Roma, 1970) e, al di là di ogni ragionevole dubbio, è un capolavoro assoluto.
Uno di quei libri che ti fanno venir voglia di telefonare agli amici: “Dammi retta, molla quello che stai leggendo e comincia Perceber, vedrai che poi mi ringrazi”. Per scriverlo Colombati ha sputato sangue per un decennio e alla fine se ne è uscito (ossa e sistema nervoso a pezzi, immagino) con il più sorprendente marchingegno narrativo scritto nella nostra lingua da un bel po’ di tempo in qua. Una costruzione magnifica che incute rispetto e provoca meraviglia ma soprattutto trasmette un infinito piacere a chi osa affrontarla. Colombati sa di aver scritto un grande romanzo (troppo intelligente, troppo colto, troppi libri letti) e ha voluto essere certo che se ne accorgesse anche il più tonto dei lettori, attrezzando il suo monstrum di un colossale apparato di riferimenti, repertori, griglie, glossari, fonti, affinché non perdesse un granello della montagna di sapienza che vi ha accumulato, ma lasciandogli l’illusione di aver scoperto tutto da solo. Caos maniacalmente organizzato, enorme panino Gran Misto dei fratelli Gallese in equilibrio perfetto fra un milione di gusti, esilarante Processo di Biscardi dove tutti parlano insieme e tu, incredibilmente, riesci a goderti ogni parola. E alla fine, esausto e frastornato, hai voglia di cominciare da capo. La trama? Sorry, ma non c’entra (in) un cavolo.
Posted by giuliomozzi at 27.06.05 16:15
Comments
com'è questa storia che è uscito un romanzo che si muove nella stessa direzione di perceber? l'ho letto su lipperatura, neuropa di un certo gigliozzi... c'ha pure il blog: neuropa.splinder.com
Posted by: giovanni at 27.06.05 18:45
Nessuno legge più Beckett, e manco Italo Calvino lettore di Beckett. Little is left to tell - e anzi, più precisamente, nothing is left to tell. E allora vengon fuori libri di queste dimensioni, per motivi che i critici del futuro, se pure ne saranno, avranno da studiare.
Posted by: giovanni at 28.06.05 09:42