« Perceber e Il Mucchio Selvaggio | Main | Lettori e Lettrici di Perceber [23] »
03.06.05
Considerazioni in itinere su Perceber
di Rossano Astremo
[Giunto a pagina 300, Rossano Astremo ha pubblicato questa recensione di Perceber sul suo blog Vertigine]
Ho letto le prime trecento pagine del romanzo. Sono nel vivo dello sviluppo carsico dell'intreccio. Giovanni Migliore è alle prese con l'azzeccagarbugli di turno che gli spiana a mitraglia codicilli sulla questione della gamba tranciata dalla ruota del tram. Leggo con lentezza. Assaporo la follia scritturale di Leonardo Colombati.
Mi affascina la sua capacità di fondere bassezza dei temi (De Sade, sì proprio lui, che si fa smerdare le chiappe da una prostitua mentre un'altra gli lecca i coglioni e nel frattempo lui titilla con uno spillo i capezzoli di una terza, per esempio) con lo stile alto (anacronistico) di molte sue pagine, con la conseguente generazione di un effetto straniante, spiazzante, grottesco.
Terminata la lettura, cercherò di ordinare queste mie considerazioni, perché in realtà Perceber può essere letto in mille modi, soffermandosi sulla sintassi neobarocca, o sull'intreccio spasmodico che vede protagonisti tre ossessivi alienanti sottoprodotti del nostro tempo, Migliore, Baldini e Dodo, o perché no dando maggiore spessore alla storia di Perceber, o perché no annotando tutte le citazioni presenti nel romanzo molosso, o perché no parlando del corposo apparato di note o delle pagine finali fitte fitte di fonti, e via discorrendo.
Perceber è nella cinquina del Premio Viareggio tra le opere prime, assieme al Piperno di Con le peggiori intenzioni e al grande Mario Desiati che con il suo Le luci gialle della contraerea, opera poetica snella e vorticosa, conferma il suo immenso talento. La vittoria di Perceber, a mio parere, sarebbe la conferma del fatto che un'altra narrazione è possibile (un'altra narrazione è comunque possibile, intendiamoci, ma la consacrazione ufficiale tramite un premio come il Viareggio avrebbe un significato "politico" non indifferente).
Posted by Leonardo Colombati at 03.06.05 10:45
Comments
io invece ho letto le prime 100 pagine e non riesco a scrollarmi di dosso un disagio che mi ha preso fino dalla prima pagina. Un disagio che attiene a una sfortuna e a un'incertezza: la sfortuna di avere familiarità con alcuni dei punti di riferimento letterari di questo libro, l'incertezza sul vero peso che questi riferimenti hanno sugli "obbiettivi" del libro stesso. Il disagio si è affacciato alla vista di quello schema di lettere, quartieri, parti del corpo, ecc. che così "platealmente" richiama quello che Joyce consentì a Gilbert di divulgare per fugare un equivoco fondamentale su Ulysses (finendo poi per crearne un altro forse peggiore). Mi sono chiesto, come la devo prendere? Una citazione divertente ancorché un po' facile? Una parodia che produrrà un giudizio su un certo modo di fare (o "fruire") la letteratura? L'introduzione vorrebbe forse rispondere a questo dubbio:"Vogliamo pertanto rassicurarvi che della struttura del nostro libro potrete agilmente disfarvi. La forma ci è servita per scrivere, non è indispensabile per leggere." Bel proposito, ma disatteso, a giudicare dall'ossessiva riproposizione, a ogni capitolo, delle note esplicative che segnalano in modo così pedante ogni corrispondenza, che ostacolano quando non impediscono il "disfarsi della struttura" (altro che "agilmente"!). La bilancia sembra pendere verso il lato della "parodia", ma il dubbio, a pagina 100, permane: la parodia è sempre anche un giudizio, e per ora il giudizio mi sfugge.
Superata l'introduzione, la lettura dei primi capitoli ravviva il disagio e ne accende un altro : lo stile, questo stile, sembra a me, forse solo a me, derivare così tanto da quello di Pynchon, che certi passaggi viene voglia di andarli a cercare nell'originale (gli originali, Gravity's Rainbow e Mason&Dixon). La somiglianza è così evidente, così accurata, e così efficace, anche nella riproduzione di certi "difetti", che risulta ovviamente deliberata: insomma, trattasi evidentemente di imitazione, ma anche qui, l'imitazione può essere omaggio fine a se stesso, o parodia generatrice di riflessioni, o magari solo uno strumento per creare un mondo riconoscibile nel quale far succedere tutt'altro... anche qui, 100 pagine non sono state sufficienti per chiarire i dubbi... vedremo :-)
Posted by: Sonni at 07.06.05 10:49
Be': la parodia è innanzitutto un atto d'amore, secondo me. O no?
Posted by: giuliomozzi at 13.06.05 17:14
Senz'altro lo è. Il problema, per me, è di intendersi sugli obbiettivi di un'opera del genere. La parodia fine a se stessa è un "genere" degnissimo, che apprezzo come tale: ma Perceber non sembra avere come obbiettivo la parodia fine a se stessa, e certamente non è stato "pubblicizzato" così. Quando la parodia non è fine a se stessa, può essere tante altre cose: ad esempio "strumento" per costruire un giudizio critico (anche positivo, ma mai DEL TUTTO positivo - altrimenti diventa agiografia, che personalmente ricomprendo nel "fine a se stessa"); oppure puro e semplice "accidente stilistico" che dà segno tangibile del proprio amore per l'autore parodiato e contemporaneamente vivacizza la lettura, con l'obbiettivo vero, però, di parlare d'altro. E' a quest' "altro", personalmente, che sono interessato come lettore, e per questo ho apprezzato la "rassicurazione" che ho citato dall'Introduzione... ma è per questo poi che sto apprezzando molto meno tutto l'apparato di note, non quelle finali (che mi piace poter andare a leggere DOPO) ma quelle a piè di pagina di ogni capitolo (che cerco di non leggere ma poi è più forte di me :-))
Posted by: Sonni at 14.06.05 10:39
Credo che si possa pensare alla parodia anche come all'adozione di una lingua. Io, quando cominciai a scrivere racconti, avevo davanti a me dei modelli precisi: il Lodoli di "Grande Raccordo", il Tondelli di "Camere separate", il Grossman della prima parte di "Vedi alla voce amore", il Walser dello "Jakob von Gunten". Questi modelli hanno una cosa in comune: il dar voce a una voce molto semplice. Rileggendo il mio primo libro nelle scorse settimane, in vista della nuova edizione, non ho potuto non notare che uno dei racconti sembra una parodia di Lodoli, un altro una parodia di Tondelli, e così via. Parodie serie, serissime. Ecco: per me, l'imitazione è stata una via per trovare una lingua. Ho studiato certi libri come si studia la grammatica.
Posted by: giuliomozzi at 14.06.05 11:13
Sì, perfetto. E' proprio quello che intendevo, quando dicevo "uno strumento per creare un mondo riconoscibile nel quale far succedere tutt'altro". Una voce, presa a prestito, che si usa per dire quello che si ha da dire. Il lettore che non si accorge del prestito, è in qualche modo "fortunato"; chi se ne accorge, deve fare un po' più di fatica per scindere ciò che legge da tutto quello che sa dell'autore preso in prestito; alla fine, però, quello che conta è quello che si ha da dire, no? E' lì che io gioco il mio giudizio di lettore... e allora, autore mio, aiutami :-) non rendermi la cosa ancora più difficile riportandomi continuamente l'attenzione su quel prestito... no?
Posted by: Sonni at 14.06.05 11:24
(a meno che il prestito in sé non sia "significante"... )
Posted by: Sonni at 14.06.05 11:31