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21.06.05
Joyce, Beamon, Louganis e Perceber
di Leonardo Colombati
L'articolo di De Rienzo su Perceber è uscito di venerdì 17; non si sfugge alla cabala – anche quella considerata nella sua accezione più popolare.
È ovvio che la recensione non mi abbia fatto piacere. Solo il samurai che abbia seguito diligentemente Il libro dei cinque anelli potrebbe rimanere insensibile e continuare a prepararsi per il grande vuoto.
Eppure oggi, che sono passati quattro giorni, sto iniziando a chiedermi non tanto se De Rienzo abbia torto o ragione, ma dove risiedano l’uno e l’altra.
Iniziamo dai torti? No, iniziamo – e finiamo – con le possibili ragioni.
Sicuramente egli non ha ragione quando pretende di stilare un decalogo per il “bravo romanziere”. È roba da saltare a pie’ pari con uno sbadiglio.
Mi ha colpito, invece, questo passaggio: la mia sarebbe “una scrittura torrenziale generalmente sciatta che finge di accettare tutti gli stili, per non saperne creare uno originale”. Ovviamente, se le cose stessero davvero così, avrei miseramente fallito.
Qual era la mia intenzione, riguardo allo stile, quando ho scritto Perceber? Quello, appunto, di accettare tutti gli stili, parodiandoli. Se – come con poca originalità ho stabilito in Perceber – “il Mondo è il Libro”, allora ogni evento va registrato utilizzando la tecnica narrativa che nella storia della letteratura è stata maggiormente usata per descrivere quell’evento.
Perceber plagia indegnamente l’Ulisse non solo quanto a struttura (di là la mappa di Dublino e l’Odissea, di qua la mappa di Roma e la cosmogonia cabalistica), ma anche in questa precisa scelta stilistica.
A proposito del romanzo di Joyce, in una sua Lezione Nabokov disse: “Ogni capitolo è scritto in uno stile diverso, o più esattamente con un diverso stile predominante. Non c’è nessun motivo particolare perché accada questo – perché un capitolo debba essere raccontato in modo convenzionale, un altro con il gorgoglio del flusso di coscienza, un terzo attraverso il prisma della parodia. Non c’è un motivo particolare, ma si può sostenere che questo spostamento costante del punto di vista trasmette una conoscenza più varia, nuovi squarci vividi da questa o da quella direzione. Se avete mai provato, stando in piedi, a chinare il capo in modo da guardare indietro tra le ginocchia, con il viso capovolto, vedrete il mondo in una luce totalmente diversa. Provate a farlo sulla spiaggia: è molto divertente veder camminare la gente, quando la guardate da sotto in su. Sembra che, a ogni passo, liberino i loro piedi dalla colla della gravitazione, senza rimetterci in dignità. Bene, questo trucco di cambiare prospettiva, di modificare il prisma e il punto di vista, può essere paragonato alla nuova tecnica letteraria di Joyce, a questa nuova contorsione grazie alla quale vedete un’erba più verde, un mondo più fresco” (V. Nabokov, James Joyce: Ulisse, in Lezioni di letteratura).
Joyce è stato il Bob Beamon della letteratura moderna; come Beamon, inaspettatamente spiccò un salto e ne ridiscese anni-luce avanti (mezzo metro più in là del salto fino a quel momento più lungo). Gli 8 metri e 90 dell’atleta americano furono imbattibili per ventitré anni. Il record di Joyce è durato di più; non saprei dire esattamente quando e da chi è stato battuto (o almeno eguagliato). Ma so che Joyce non è più il primatista mondiale della sua specialità perché, rileggendo l’Ulisse dopo una sfilza di altri libri ad esso posteriori, mi sono detto: “Me lo ricordavo meglio”. In effetti, il valore dell’Ulisse stava – quasi – tutto nella sua inconcepibile novità, nell’essere un libro che schizzava come un proiettile fuori dal decennio in cui era stato progettato, verso i decenni a venire.
Vengo al punto: rifare Joyce (nella struttura e nello stile), oggi, è come saltare in lungo 8 metri e 90. Un ottimo risultato, certo; ma non un record. Il primato appartiene a Mike Powell con 8 e 95.
In un suo divertente saggio, Raffaele La Capria paragona la letteratura ai tuffi dal trampolino, sostituendo a Beamon, Lewis e Powell i nostri Cagnotto e Dibiasi ed il campione americano Greg Louganis. “Cosa occorre” scrive, “perché un tuffo sia bello e meriti il punteggio più alto, da uno a dieci? La prima cosa è la perfezione della figura: nella partenza, in aria e nell’entrata in acqua. (…) La perfezione deve essere assoluta, ma per raggiungere il suo massimo deve per forza affrontare il rischio. Un tuffo è tanto più bello quanto più alto si svolge sulla tavola del trampolino. Ma più alto si slancia il tuffatore sulla tavola, più la tavola per una legge fisica lo attira a sé. Lo slancio più alto sarebbe infatti quello perpendicolare alla tavola, e il tuffatore pagherebbe l’altezza raggiunta ricadendo sul trampolino. C’è come si vede, un collegamento molto stretto, immediato, tra la bellezza del tuffo e il pericolo che si corre.”. Dopo aver passato in rassegna diversi stili di tuffi (Giro di vite di James viene paragonato al salto mortale e mezzo in avanti carpiato con avvitamento), La Capria si concentra sul triplo salto mortale e mezzo dal trampolino di tre metri, quello con il quoziente di difficoltà più elevato: “Un tuffo se è troppo difficile (…) diventa anche troppo atletico, diventa o può diventare una faccenda in cui entra troppo la tecnica e il muscolo, ed è difficile allora che incontri la grazia e la bellezza. Così in letteratura, presto m’avvidi, i giochi troppo evidenti di abilità, le complicazioni esibite di struttura e i manierismi del linguaggio, le difficoltà da triplo salto mortale di certi avanguardismi e di certo sperimentalismo, difficilmente raggiungono quel giusto equilibrio tra senso comune e senso estetico (tanto per intendersi) cui dovrebbe attenersi uno scrittore” (R. La Capria, Letteratura e salti mortali, in Opere).
Come esempio di tuffo perfetto, La Capria cita L’urlo e il furore di Faulkner (“un tuffo ad alto coefficiente di difficoltà eseguito con una tecnica tanto raffinata da scomparire nella bellezza del risultato”). Il tuffo troppo “muscoloso”, invece, potrebbe essere benissimo quello di Joyce: uno di quegli slanci nel vuoto che si vedono ad Acapulco, buoni per il Guinness dei Primati; ma le Olimpiadi le vince Faulkner.
Quando scrivevo Perceber, io di queste differenze mi rendevo conto; e capivo che “costruire” un nuovo Ulisse sarebbe stato del tutto velleitario se all’interno della struttura, all’interno dello stile, non fosse sopravvissuto un nucleo incandescente: quello delle emozioni, della bellezza della tragedia cui avevo destinato i miei tre protagonisti.
Potrei anche rovesciare la questione, asserendo che il vero romanzo che volevo scrivere era tutto ricompreso in quel nucleo; ma che, per vergogna della pateticità, del romanticismo insito in quel nucleo, io l’abbia voluto rivestire con una corazza quasi impenetrabile.
Quasi.
Ecco, tutto si gioca in questo “quasi”. Se l’armatura ha soffocato il corpo, in Perceber, allora ha perfettamente ragione De Rienzo.
Su questo – se proprio si vuole – bisognerebbe discutere.
Posted by Leonardo Colombati at 21.06.05 17:11
Comments
Chapeau! Buona giornata. Trespolo.
Posted by: Trespolo at 21.06.05 17:33
"In effetti, il valore dell’Ulisse stava – quasi – tutto nella sua inconcepibile novità, nell’essere un libro che schizzava come un proiettile fuori dal decennio in cui era stato progettato, verso i decenni a venire.
Vengo al punto: rifare Joyce (nella struttura e nello stile), oggi, è come saltare in lungo 8 metri e 90. Un ottimo risultato, certo; ma non un record. Il primato appartiene a Mike Powell con 8 e 95."
Volevo commentare tutt'altro, poi rileggendo mi è caduto l'occhio su questo che mi sembra una metonimia significativa di una certa cosa che mi sta a cuore :
dici "rifare Joyce" e intendi senz'altro "rifare Ulisse", probabilmente perché per "noi" italiani Joyce _è_ Ulisse. Ma se Ulysses è un salto da 8.90, oggi secondo te superato (ma ci andrei molto cauto con queste misurazioni, ho paura della "sindrome Evangelisti", e non parlo dello scrittore), allora Finnegans wake raggiunge misure da triplo, e immagino che per trovare qualcuno che ci si avvicini ci vorrà ancora un bel po'...
Posted by: Sonni at 21.06.05 18:38
"Perceber plagia indegnamente l’Ulisse non solo quanto a struttura (di là la mappa di Dublino e l’Odissea, di qua la mappa di Roma e la cosmogonia cabalistica), ma anche in questa precisa scelta stilistica."
già mi è passata la voglia di conoscere un libro del genere.
"...capivo che “costruire” un nuovo Ulisse sarebbe stato del tutto velleitario se all’interno della struttura, all’interno dello stile, non fosse sopravvissuto un nucleo incandescente: quello delle emozioni, della bellezza della tragedia cui avevo destinato i miei tre protagonisti.
Potrei anche rovesciare la questione, asserendo che il vero romanzo che volevo scrivere era tutto ricompreso in quel nucleo; ma che, per vergogna della pateticità, del romanticismo insito in quel nucleo, io l’abbia voluto rivestire con una corazza quasi impenetrabile."
leggendolo, "perceber" dà proprio questa impressione...quella di un amico saputello che non ha nulla da insegnare. un amico che intrattiene se stesso.
Posted by: ciripiri at 21.06.05 18:38
Caro Ciripiri, citi un passaggio del mio post e dici: "Già mi è passata la voglia di conoscere un libro del genere". Poi ne riporti un altro e dici: "Leggendolo, 'Perceber', dà proprio questa impressione...". Insomma, l'hai letto o non l'hai letto?
Posted by: Leonardo Colombati at 21.06.05 18:44
Ma "un libro del genere" per lui era Ulisse :-)
Posted by: Sonni at 21.06.05 18:46
colombo, ma che te pare che me so' rincitrullito?? :-)
Quando ho voglia di "conoscere" un libro, lo compro. Non ho scritto "leggere", ho scritto "conoscere".
"Leggendolo" si riferiva al fatto che ho letto pezzi postati qua e pezzi letti in libreria, e d infatti parlavo di impressioni.
Sai come è? Se una persona non ti convince, la frequenti di rado e in ogni caso gli fai capire che avete modi diversi diconcepire la vita; non ti interessa "conoscerla", tantomeno "comprarla"!! ;-)
Posted by: ciripiri at 21.06.05 19:25
Non era Ciripiri, ma Ciripiripì KO-DAK.
Ci vuole precisione nelle citazioni trash ;)
Posted by: Federico at 21.06.05 20:13
Rimango perplesso, sempre, dai giudizi sommari stesi senza leggere. Rileggere se serve. La critica di Ciripiri, mi appare pretestuosa; e come si fa a criticare ciò che non si conosce? dal sentito dire? dall'odore? dal sesto senso infallibile?
Me lo sono comperato oggi, sono a pagina 105 e, sul mio piccolo blog pubblicherò, a puntate, le mie impressioni da lettore anonimo. Ciripiri, ti invito.
Nessuna claque e nessuno sconto. Ma dopo averlo letto, eccheccavolo.
Buona notte. Trespolo.
PS: Ciripiri, io gioco spesso a carte (lo so sono un vizioso e finirò all'inferno), se hai un sesto senso così sviluppato perché non ti aggreghi? :-)
Posted by: Trespolo at 22.06.05 00:17
"...per vergogna della pateticità, del romanticismo insito in quel nucleo...".
ecco Leonardo che centra il punto. perchè ti sei vergognato? se hai accettato di scrivere, hai accettato il rischio, no? la prossima volta accetta il "romanticismo" che mi pare ti venga naturale - fidati,te lo dico da lettrice - i pezzi più belli del tuo ROMANZO sono proprio quelli in cui ti lasci andare alla "banalità della vita", che raccontata bene, senza scuse, senza vergogna, non è mai banale. i pezzi più belli del libro sono quelli in cui ti lasci andare al -chiamiamolo così, ti va? - "melodramma". tutti si vergogano del melodramma. pensare che Fassbinder (non la Gasperini) ci ha fatto delle tali meraviglie. i pezzi meno belli invece sono quelli in cui chiedi scusa, appunto, e ci "appioppi vagonate di cultura"...qualche volta interessante, altre volte messa lì, appunto a scusarti :-)
Posted by: angela scarparo at 22.06.05 11:18
Be', non si può negare che l'obbiettivo al quale ha mirato Colombati fosse davvero alto. Molto alto. Troppo alto.
Posted by: riccardo ferrazzi at 22.06.05 11:42
Sonni, Il "Finnegans Wake" è più di un salto triplo; è una cosa che bisogna far finta che non sia mai esistita, se si vuole continuare a scrivere e a leggere romanzi.
Posted by: Leonardo Colombati at 22.06.05 11:44
Ciripiri,
io non mi chiamo Colombo, ma Colombati. Quella di storpiare i nomi è una gag fantozziana degli anni Settanta che è penoso riproporre nel 2005.
Quanto a quel tuo passaggio: "Se una persona non ti convince, la frequenti di rado", spero sia una promessa che tu vorrai mantenere.
Posted by: Leonardo Colombati at 22.06.05 11:50
Ah, in italia si fa proprio così, si fa finta che non sia mai esistito. La più bella è la quarta di copertina del terzo volume della "versione" italiana, che Mondadori ha pubblicato pochi mesi fa. ebbene, sulla quarta di copertina, c'è scritto testualmente: "Opera leggendaria della letteratura novecentesca, "Finnegans Wake" è anche l'ultima
e incompiuta opera di James Joyce".
L'ho già detto che è la quarta di copertina del volume stampato da Mondadori? Meglio ripeterlo: la quarta di copertina.
Posted by: Sonni at 22.06.05 12:33
Leo, non c'è mai una sola cosa nella vita :-) quella di storpiare i nomi, oltre a una richiamo fantozziano, potrebbe essere anche un modo "affettuoso" di (ri)nominare qualcuno - in un universo fatto solo di nomi, appunto, come quello bloggeriano - che non si è mai visto, e a cui non si sa o non si può dare una faccia. un modo di conoscerlo. o sono io sempre troppo in buona fede? per favore no!
Posted by: angela scarparo at 22.06.05 12:35
Beh, si scherza un po', tutta questa seriosità sui nomi, per la miseria!! Forse che se ti chiamo Ten. Colombati, va meglio?! ;-)
Bene. Mantenere la promessa? Certo!Le promesse , gli uomini, le mantengono, i trullallà no, invece.
Cosa mi vuoi dire? Che nella vita bisogna essere ipocriti? Cosa mi vuoi dire, dimmelo!
Quella mia affermazione dovevi leggerla "anche" così:"Se un libro non ti convince, lo frequenti di rado" leggendolo qua e là, perché magari non è nelle tue corde, legittimo, no?
Sono ipocrisia e quieto vivere che uniformano, pecoralizzano e fanno male. Non ci lamentiamo, non versiamo lacrime coccodrillesche poi, se corruttela, padrinaggio e miserie varie slargano sempre più.
Ancora: non ho nulla contro "Perceber", "Perceber" esiste, ma non fa per me. Mi fido del mio nasone e della mia pelle spessa e seborroica, attributi paoloconteschi :-))
Mi è bastato leggere un po' di pagine e adocchiare paratesti, pretesti e autore/i per tenermene lontano.
Per me "Perceber" non è un'opera, è una costruzione. E le persone costruite devono ancora crescere. O sono troppo cresciute, in altro senso. Voglio dire forse troppo furbe o finto tonte?? :-)))
A me pare così.
In fede,
Ciripiri il fotografo.
Posted by: ciripiri at 22.06.05 13:03
A me pare che la lettura di De Rienzo si fermi prima di raggiungere il nocciolo vero della lettura critica. E' come se il prof. avesse tentato di avvicinarsi a Perceber con i suoi propri consueti canoni senza voler andare un briciolo più in là. Che il libro sia un papocchione di stili è un dato di fatto. Che le parti strutturali (introduzioni ai capitoli e note) servano a tenere in piedi la consequenzialità logica del romanzo come una scatola che racchiude il magma in ebollizione, lo stesso. Ma quello che De Rienzo non ha capito, è che questi elementi sono il fattore costitutivo dell'estetica di Perceber. Sono il meccanismo (e il filtro) da cui riesce a scaturire l'enorme sensibilità che si esprime durante la percezione di un mondo. Sono l'essenza della creazione attraverso la scrittura, ovvero la visione della vita di Leonardo. E non sono (spesso) architetture vuote, ma l'espressione di un'intenzionalità. Colombati ha voluto esprimere così il suo mondo. Perchè l'ha sentito così. E non si può dire che sia tutta una cacata, solo perchè è una cosa strana. Se Leonardo ha raggiunto lo scopo che si era prefissato, De Rienzo ha torto. Si può sindacare sulla riuscita o meno delle opere, non sullo scopo che si prefiggevano. Quello è personale. E sta alla sensibilità del critico riuscire a relativizzare, intuendo i punti di forza e ragionando per analogie, non per canoni. Lo scopo di Perceber è, credo, anche quello di fare una dichiarazione d'amore verso un mondo troppo vasto per essere racchiuso da un solo tipo di nominazione. E' la trasformazione della staticità del reale (come potrebbe essere davanti agli occhi vuoti di chi non sente nulla) attraverso la percezione interiore della sua dinamica (che diventa un investimento di senso). E' rutilante, disordinato, cialtronesco, spandimerda ma meravigliosamente vivo, pulsante, poetico, tenero, volgare, importante e a tratti illuminante. Non è poco. Non solo: la fantasia che l'ha prodotto mi sembra fuori dal comune. In tempi flaccidi come questi mi pare un bel regalo.
E non mi sembra una genialata dire che Perceber sia un pasticcio. Ma va? E', volutamente, un gustosissimo e complicato pasticcio che ha un sapore. Un sapore nuovo d'alta cucina.
Posted by: Armando Trivellini at 22.06.05 13:14
E bravo Ciripà!
Posted by: pamper at 22.06.05 13:15
Caro Leonardo,
non te lo nascondo, ho fatto molta fatica a leggere "Perceber", soprattutto all'inizio, ma come spesso mi è accaduto con altri libri (primo fra tutti "I Demoni" di Dostoevskij), la fatica è stata ampiamente ripagata. È stato come scalare una montagna e una volta giunti in cima godere di un paesaggio magnifico e appagante.
Mi domando spesso quanto ancora siamo disposti a faticare come lettori: se un libro non ci prende entro le prime venti pagine lo abbandoniamo. È giusto? La lettura deve essere solo e semplicemente uno svago, una distrazione? Il piacere che ricaviamo da un libro non deriva talvolta anche dallo "sforzo" che ci richiede (maggiore concentrazione, comprensione di una struttura narrativa complessa, attenzione alle dinamiche dello stile, ecc.)?
Alla fine del tuo ultimo post ti chiedi "se l’armatura ha soffocato il corpo in Perceber". Quello che segue è il mio modestissimo parere di lettrice di Voghera (in realtà di Milano): ti ammiro perché hai avuto il coraggio di cimentarti in un'impresa coraggiosa e, soprattutto, "ambiziosa". Hai sfruttato appieno l'esaltante libertà che la forma-romanzo lascia a ogni scrittore. Non hai avuto paura di confrontarti con un mostro sacro come Joyce. La "corazza quasi impenetrabile" con cui hai rivestito il romanzo mi ha lasciato a bocca aperta, mi ha stupito, mi ha destabilizzato, mi ha divertito, incuriosito, mi ha fatto capire quanto sia lacunosa la mia cultura. Ma ciò che ho veramente "amato" di "Perceber" è proprio quel "nucleo incandescente" di cui parli, un nucleo per nulla patetico ma straordinariamente umano e sentito (penso alle riflessioni di Giovanni Migliore mentre contempla il corpo esangue di Valentina, ad esempio).
Complimenti.
Emma
Posted by: emma locatelli at 22.06.05 15:30
Cara Emma,
grazie per le bellissime parole. Tra l'altro, sul capitolo in cui descrivo Migliore accanto al cadavere di Valentina ho discusso recentemente con una mia cara amica, confessando che è stato il momento di gran lunga più faticoso e dolorosamente appagante di tutta la stesura del romanzo. Magari un giorno ci tornerò sopra, provando a spiegare meglio.
Posted by: Leonardo Colombati at 22.06.05 16:04
ennò, leonardo, lo "spoiler" no! volevo essere buono, ma ora aspettati recensioni di fuoco!
Posted by: Sonni at 22.06.05 16:20
Sonni, scusa, ma che cos'è uno "spoiler"?
Posted by: Leonardo Colombati at 22.06.05 16:23
Grazie a te,
è bellissimo poter dialogare con l'autore di un romanzo che hai letto.
Ti aspetto a Milano l'11 luglio.
Emma
Posted by: emma locatelli at 22.06.05 16:27
è quello che mi hai appena fatto, spifferare dettagli essenziali della trama prima che uno l'abbia letta!
Posted by: Sonni at 22.06.05 16:28
Ma porca p......! Sonni, hai ragione. Sono uno scemo.
Che proponi di fare? Cancello il commento incriminato?
Posted by: Leonardo Colombati at 22.06.05 16:30
eh, solo per evitare la mia recensione indemoniata? non so, fossi in te non me ne preoccuperei molto :-)
Posted by: Sonni at 22.06.05 16:33
Vabbè. Lascio. Ma la tua recensione - più o meno indemoniata - l'aspetto comunque.
Posted by: Leonardo Colombati at 22.06.05 16:34
allora, tenente, nulla da dichiarare?minchia, signor tenente! ;-)
Posted by: ciripiri at 22.06.05 19:15
Ho finito di leggere Perceber alcune settimane fa e mi sono preso un po' di tempo prima di postare la mia opinione. Anche perché, come mi capita spesso, occhieggiando quanto apparso in questi giorni sul blog ho scoperto che avevo qualcosa da condividere con quasi tutte le opinioni di chi mi ha preceduto. E poi, come mi capita ancora più di frequente, ho resettato il tutto e l'unica cosa che mi va di riportare adesso qui è questa, forse la primissima idea che mi ha trasmesso il libro di Leonardo Colombati: se il mondo è un rebus, Perceber è (cerca di essere) la didascalia di quel rebus. Mi sono accorto che man mano che la lettura andava avanti mi succedeva di leggere l'introduzione al capitolo dopo aver letto il capitolo stesso. E così avevo l'impressione di aprire la Settimana Enigmistica alle pagine della Sfinge, dove ci sono quelle vignette che sembrano istantanee surreali/iperreali di un mondo che è indiscutibilmente il nostro, il più banale e quotidiano, ma con la differenza che quelle lettere tra il piede di un tizio, la ruota di un carretto, il naso di un busto di Pericle e la mano di una tizia che versa a terra il contenuto di una damigiana fanno sì che una sequenza apparentemene folle di piccoli accadimenti insensati prenda un senso. E, si capisce, si tratta di uno dei miliardi di sensi possibili, e non è detto che sia quello dotato di maggiore significato (le soluzioni dei rebus non sono mai perle di saggezza), ma una rotta qualunque è meglio di nessuna rotta. O no?
Posted by: Ale at 23.06.05 13:55
domanda - per chi ha già letto. non vi pare che quel "nucleo incandescente" senza l'armatura a proteggerlo sarebbe risultato un tiepido ovetto alla coque? io credo che l'armatura, come la chiama leonardo, non sia solo un involucro, una produzione funzionale a "porgere" al lettore ciò che sta più a cuore all'autore di perceber, come una mera montatura su cui è necessario incastonare il brillante. Io credo invece che l'armatura sia non tanto "utile" quanto costitutiva, non accidente ma essenza, che senza l'armatura il nucleo potente non sarebbe stato concepito, senza mappa, senza cabala, senza digressioni, senza struttura non ci sarebbe stato fuoco a incendiare questo famoso nucleo. provate a immaginare quei pezzi, quelli che vi sembrano (e, in un certo senso, sono) i "più" belli, senza tutto il resto. vi suonerebbero vuoti, retorici, esagerati e anche peggio: falsi. la loro verità sta nell'essere dispersi in un magmatico tutto. come i momenti migliori nella vita, non vi pare?
Posted by: paola at 23.06.05 14:59
Questa capacità di fendere con un colpo d'accetta "armatura" e "nucleo" mi fa tornare alla mente Croce e il suo distinguere cosa in Dante fosse "struttura" (barbosa, intellettualistica, pedante...) e "poesia" (lirica, alata, vibrante...).
Giusto per restare in tema di esame di maturità ;-)
Posted by: Ale at 23.06.05 15:39
"domanda - per chi ha già letto. non vi pare che quel "nucleo incandescente" senza l'armatura a proteggerlo sarebbe risultato un tiepido ovetto alla coque?"
questo è il sospetto, e se è così allora è IL problema. Altro conto sarebbe dire che il "nucleo incandescente" (chiamiamolo così) SI SVILUPPA GRAZIE all'armatura, che gli è necessaria non per proteggerlo ma per dargli vita, e a quel punto non è più armatura ma struttura portante: che a me pare tutta un'altra cosa.
fuor di metafora, più avanzo nella lettura, più ci medito sopra, e più che mi convinco che no, non trattasi di parodia (come ipotizzavo in un'altra pagina di commenti), ma di ADESIONE a un modello narrativo, come si potrebbe aderire a un genere. Perceber si inserisce (mi pare) del tutto intenzionalmente in questo preciso filone narrativo, che in sé non è frequentatissimo (sebbene vi siano molti libri che gli sono per così dire limitrofi). Ma questo filone narrativo, come tale, ha delle caratteristiche sue proprie che non si possono ignorare (si possono stravolgere, sì, ma senza ignorarle): tra queste, c'è proprio il fatto che la "struttura" complessa è FUNZIONALE allo sviluppo del "nucleo" tematico, e non costituisce solo orpello o mascheramento; e proprio per questo, affinché la struttura complessa, e la fatica di lettura che ne deriva, si giustifichino, il "nucleo" tematico dovrebbe essere sufficientemente rilevante per sé, ma al tempo stesso irrappresentabile senza quella struttura. Non è mica un caso che in Ulysses, o in Gravity's Rainbow (ma anche, per altro, nel Pendolo di Foucault), i "temi" sottesi, i "nuclei" tematici, mirino molto in alto, più in alto che si può, tanto in alto da rischiare, in qualche caso, il ridicolo (come chiunque si prenda, troppo, sul serio).
(mi fermo qui. d'altra parte ho ancora diverse pagine da leggere. alla seconda puntata. :-))
Posted by: Sonni at 23.06.05 15:47