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08.06.05
E a proposito del concerto di due sere fa...
di Bruce Springsteen
Si possono sempre produrre delle note, dei gesti, dei suoni, degli atteggiamenti: se non c’è un motivo profondo, suona vuoto. Non rimane che una nostalgia: tutto ciò che impedisce al tuo lavoro di vivere una vita piena al presente. Io faccio il musicista per cercare e trovare i miei fratelli e sorelle. È l’essenza del mio lavoro. Solo dopo è questione di dischi, di cifre di vendita, di coperture giornalistiche e così via. Puoi avere successo o no, vendere bene un disco e meno bene quello seguente, importa poco. Se hai stabilito un legame intenso con il pubblico, sopravvivi.
Il concerto è una cosa vitale per me, in cui esprimo ciò che sono profondamente. Quello che mi fa prendere in mano la chitarra oggi, ha fondamentalmente origine dallo stesso bisogno, dallo stesso slancio che mi ha fatto prendere in mano una chitarra per la prima volta: l’idea di parlare a qualcuno. I concerti riusciti ti danno la percezione furtiva di un mondo perfetto, dove la gente si capisce, si rispetta e fa esperienza. È il ruolo della cultura, quello di lasciare intravedere questo mondo possibile, di dare alla gente il desiderio di trascendere i limiti che gli sono propri.
La regola per me, come performer, è: non si può essere strepitosi una sera e così così la sera dopo. Bisogna essere perfetti ogni volta che si entra in scena. Quando qualcuno compra un biglietto per un tuo concerto è la solita vecchia storia: è come se ti stringesse la mano. Per lui conta solo quella sera. Non gliene può fregare di meno che tu sarai strepitoso la sera dopo! Io questa cosa la prendo molto seriamente. Saliamo sul palco e mettiamo in scena una grande festa, fatta anche di risate, di mosse un po’ sceme, di balli scatenati. Ma, sotto questa superficie, c’è qualcosa di profondo: un patto implicito tra l’artista e il pubblico. È una cosa di grande valore, ed è divertente e ti pagano un mucchio di soldi… Insomma è una vita piena di soddisfazioni. Durante il tour del 2003, ho incontrato gente che mi ha detto: «Ehi, ti ho visto nel ’75, ad un concerto che hai tenuto al college». È allora che ti chiedi come sia possibile che qualcuno si ricordi di uno show di ventotto anni fa. La risposta è la più gratificante: il fatto è che evidentemente il tuo sforzo di rendere memorabile ogni serata ha reso memorabile anche quella.
Posted by Leonardo Colombati at 08.06.05 15:46