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27.06.05

Minima muralia

di Tommaso Giartosio

[Questo saggio di Tommaso Giartosio sulle mura di Roma è apparso nel 2003 su "Capitolium", nuova serie, anno I n.1. Ringrazio l'autore e la rivista per l'autorizzazione a ripubblicarlo qui.]

tommaso_giartosio.JPGLe mura aureliane non sono per Roma ciò che il Muro del pianto è per Gerusalemme, o il Muro di Berlino per Berlino. Non sono rimaste attuali e necessarie per gli abitanti della città; non costituiscono un elemento chiave della sua "memoria storica", cioè di un senso etico dell'identità cittadina. Sono soltanto il più grande monumento lasciato dalla formazione politica originaria dell'Occidente. Venerabili e ingombranti, come un dinosauro, un diplodoco arenato sulla soglia di casa. Fino a tempi recentissimi nessuno ha avuto troppi scrupoli a demolirne i tratti che più stavano tra i piedi. Pochi visitano il Museo delle mura a Porta San Sebastiano. Pochissimi fanno quei dieci metri di prato che, in moltissimi punti della città, basterebbero per arrivare a toccarle.

roma_rotonda.JPGA ben vedere, comunque, neppure il Colosseo o il Campidoglio innescano nei romani questo meccanismo di identificazione etica. E' un meccanismo che richiede simboli vivi e attivi. Roma invece è fatta di simboli morti, cioè simboli al quadrato, maestosamente irreali; per ora, almeno, resta valida per lei la diagnosi fatta dal barocco e confermata da Pirandello, De Chirico e Piacentini. Sta tutto qui il suo famoso senso ipertrofico del passato, il suo rapporto disinvolto (nel bene e nel male) con la Storia. L'unico simbolo che davvero appassioni i romani è Roma stessa - l'idea di questa città. Le mura, simbolo-contenitore, la rappresentano in modo esatto.
Infatti un legame etico (ed estetico) tra Roma e la sua cinta in origine c'era, anche più stretto che tra altre città e bastioni. Roma si pensava e proponeva come una forza violenta e ordinata, quasi più temibile quando attende che quando attacca; e la forza (in greco rhòme: mi pare che i romani si lusingassero di questa falsa etimologia) prende forma nelle mura. Nell'armamentario di simboli della romanità, anche troppo ricco - aquile, lupe, colli sacri, re e imperatori apoteizzati - si impone quello meno suggestivo ma più ovvio, appunto più forte, metonimia e metafora insieme: la muraglia. La sua geometria arrogante-ansiosa, del resto, è ben presente fin dal mito di fondazione. E' il solco del fratricidio, disegnato dalle opposte spinte della rivendicazione e del senso di colpa.
Oppure pensiamo all'invocazione dell'Eneide. I mille sacrifici dell'eroe eponimo (ma quando si parla di Roma antica, tutto è eponimo) sono necessari "pur di fondare la città, e introdurre nel lazio i Penati, di dove la stirpe latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma". Virgilio ha in mente le mura repubblicane, ma la sua prospettiva passa oltre, fino alla cerchia edificata tre secoli dopo queste parole. Alta moenia Romae: proprio qui si chiude il climax, per una tensione spermatica che di città in città (Troia, Lavinio, Alba, Roma) e di generazione in generazione si espanderà fino a raggiungere il guscio esterno, il culmine e limite dell'autoaffermazione identitaria: la cinta muraria.
Certo: ci saranno, più tardi, altre fortificazioni ben più distanti dal centro, come quelle di Adriano in Scozia. Ma saranno prodotti di una bioingegneria militare, cloni innestati tra genti barbare per domarle e assimilarle e quindi assimilarsi: valli che presto diventeranno walls. Mentre Roma è e rimane le sue mura, è definita da esse.

Nei secoli successivi lo scollamento tra mura e quartieri effettivamente abitati, con la suppurazione di una terra di nessuno paradossalmente interna alla cerchia difensiva, porta a una specie di schizofrenia. Da una parte c'è la Roma reale, decaduta; dall'altra, murata come uno spettro e vuota come uno spettro, la città di Aureliano. Stupendamente Petrarca, rivolgendosi allo "spirto gentil" di un senatore romano del suo tempo, calcola il peso della seconda sulla prima:

L'antiche mura ch'ancor teme et ama
et trema 'l mondo, quando si rimembra
del tempo andato e 'ndietro si rivolve,
e i sassi dove fur chiuse le membra
di ta' che non saranno senza fama,
se l'universo pria non si dissolve,
et tutto quel ch'una ruina involve,
per te spera saldar ogni suo vitio.

small_forma_urbis.JPGE' una formulazione classica, esemplare, del mito della renovatio imperii. Ma nella sua retorica echeggiano risonanze inquietanti. La Roma che fu, e che potrebbe tornare, grava con tutto il suo groviglio ipotetico-ipotattico su quella presente. La sua promessa suona stranamente minacciosa, come l'apparizione di un esercito fantasma; ci sono sussulti sepolcrali, una "ruina" forse inarrestabile, un'apocalisse annunciata. Notevole soprattutto quel "trema" transitivo (un latinismo). Il mondo teme le mura; al tempo stesso le ama; infine, per una sorta di addizione fonetica e psicologica, le trema, vibra di timore e d'amore all'unisono con il rimbombante tamburo aureliano.
In fondo quest'ansia era già al suo posto, già sottintesa, quando Virgilio raccontava le gesta del vincitore triste Enea. Virgilio e Petrarca: due grandi esploratori della nevrosi da romanità. Cantano un impero che non c'è ancora o non c'è più, un'urbe che è la più grande ghost town del mondo. Per questo i bastioni fantasma. Cosa c'è di più adatto a trasmetterci un senso del perturbante, dell'Unheimlich (il "fuori-casa")?

Dunque le mura di Roma, pur assolvendo a una necessità reale, sono state fin dall'inizio anche un simbolo dell'ideale politico; un simbolo così esatto da portare in sè la vocazione a staccarsi da sè, a perdere la propria parte reale, come anticipando il tempo in cui sarebbero state soltanto un simbolo. Conservano nel Medioevo e nel Rinascimento una loro utilità, come attestano i frequenti lavori di restauro compiuti dai papi; ma perdendo la loro originaria forma-funzione, si allontanano lungo una linea iperbolica, dimenticato il centro urbano reale. Gli stessi restauri pontifici non riescono a tener dietro a quella Maginot. Certo, è la città che si è rimpicciolita... ma l'illusione è invece che le mura divengano esorbitanti, in fuga verso il mondo delle idee.
Un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, del 22 dicembre 1832, prende spunto dai restauri voluti da Leone XII:

Le mura de Roma

Mó cc'è un editto c' a sta Roma caggna
je vonno ariggiustà ttutte le mura;
ma ssi nun è cche cquarcuno sce maggna,
nun te pare, per dio, caricatura?
Se pò ssapé dde cosa hanno pavura?
Che li Romani scappino in campaggna?
De li preti ggnisuno se ne cura,
perché ddrento in città sta la cuccaggna.
Si ppoi semo noantri secolari,
sc'è bbisoggno de muri e de cancelli
pe ffacce restà ddrento a li rippari?
Pe ppoche pecoracce e ppochi agnelli
dati in guardia a li can de pecorari
bbasta una rete e cquattro bbastoncelli.

small_mura_aureliane_1.JPGLa Roma di Belli non sente più il peso del confronto con il suo passato imperiale. A spiegare quel particolare attrito che caratterizza la condizione psicologica del romano, basta il presente: il papato... Ora la decadenza si ripete quotidianamente ed è, nella città eterna, un rito perenne.
Le mura in rovina servono quindi da palcoscenico ideale per una versione degradata della parabola del buon pastore. Niente pastori ma solo cani, non pecore ma "pecoracce", non tutela ma segregazione. Ma a sorpresa, la città continua a offrirsi come "ripparo", tempio, omphalos: unico Luogo reale (proprio perché idealizzato, immaginario). Il resto del mondo, al confronto, è "campaggna". Sappiamo che allo stereotipo del romano appartiene una feroce domanda retorica usata per intralciare ogni slancio d'iniziativa: "Ma 'ndo' vai?". Dove vuoi andare, in effetti, se sei già al centro del mondo?
Belli dipinge da maestro l'apatia, la boria, l'inutile coscienza della crisi, in questa propaggine beckettiana dove si può solo attendere immobili il crollo dell'ultimo arco, lo schiantarsi dell'ultima lapide. Nulla è più impressionante della paralisi degli animali allevati in cattività, quando si trovano davanti una porta aperta.
Nelle fotografie del 1870 - Porta San Giovanni segnata dalle cannonate, la breccia di Porta Pia - i romani (neonati cittadini italiani) in posa tra le torri di guardia fanno la figura del pacchetto di sigarette inquadrato insieme al torso di Apollo per dare la proporzione. Sembrano presi alla sprovvista dalla Storia.

In uno stato-nazione, le mura delle singole città sono un problematico richiamo all'epoca degli odi campanilisti. Anche le mura di Roma nascono da questo immaginario: Remo "taglia" il tracciato delle mura con un salto, e Romolo l'uccide. Umberto Saba parla del mito in una delle sue prime Scorciatoie. "Gli italiani sono l'unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione."
Così scrivendo Saba presagiva, direi pregustava, il 25 aprile, il coronamento della Resistenza. E colui che è tradizionalmente considerato il primo caduto della Resistenza italiana, il professore di liceo Raffaele Persichetti, fu ucciso il 10 settembre del '43 verso porta San Paolo. Sulla mura veniva siglato il nuovo patto. Sarà un caso se a Persichetti è stata dedicata proprio la corta e larga via che, per aggirare la Piramide, fu ricavata abbattendo un tratto di mura?
Comunque - in un paese unito e concorde, senza invasori e senza lotte fratricide, le mura in apparenza servono a poco. Oggi Roma ha da temere (eventualmente) tattiche e armi del tutto nuove, contro cui i bastioni nulla possono. Le lapidi che a Porta San Paolo ricordano l'8 settembre '43 pendono in un angolo di un piazzale bislungo, già quasi dimenticate - né più né meno del graffito che dietro le auto incolonnate a Porta San Sebastiano rievoca la resistenza contro i forastieri di Roberto d'Angiò, in un giorno del 1327. Il divorzio tra mura-simbolo e mura-oggetto si è fatto definitivo, e la cinta aureliana ha seguito la strada di tutto ciò che è romano: sopravvivere a se stesso.
Come potrebbe mutare, allora, il nostro rapporto con le mura? Certamente in questi anni si dedica maggiore attenzione ai monumenti romani. Il pericolo è di limitarsi a ripetere forme di snobismo culturale come il culto dell'antico denunciato a suo tempo da Leopardi: "Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e pare un giuoco da fanciulli, a paragone del trovare se quel pezzo di rame o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa."
Occuparsi dell'antico ha senso solamente se si riesce a rinnovarne la vitalità. Occorre rubricare le mura, prima che come Cultura e Sapere, come Esperienza umana. Altrimenti meglio la tradizionale, filosofica indifferenza nei confronti delle rovine.
Vorrei, concludendo, proporre qualche esercizio.

1. Immaginare le mura.

Riflettere intanto sulla loro conformazione. Variano i materiali utilizzati, dalle argille locali ai lastroni strappati ad altri monumenti abbattuti per l'occasione; e variano le "opere" (opus caementicium, opus reticulatum, ecc.), cosicché ogni segmento racconta una diversa storia di costruzione, integrazione, smantellamento, restauro. L'altezza viene raddoppiata, le merlature murate, le porte abbassate o chiuse (come la Porta clausa presso Castro Pretorio - e molte altre porte avevano nomi risonanti, ad esempio la Querquetulana); le finestre trasformate in feritoie, i camminamenti ricoperti, i torrioni e gli spalti predisposti per accogliere o affrontare le macchine da guerra (che hanno bellissimi nomi di bestia: testuggini, scorpioni, lupi, gru, topolini, arieti, onagri). Nei periodi di pace è il contrario, sbocciano nuove finestre, le postierle si aprono in vere porte monumentali. Intanto le maestranze, i pellegrini, i cittadini e viaggiatori di ogni sorta, lasciano traccia di sè: croci greche e latine inserite nel disegno dei rivestimenti o grattate nella pietra, firme e sigle antiche e recenti, incisioni e rilievi, lapidi che ricordano lavori o battaglie, bolli laterizi sui mattoni, stemmi pontifici, iscrizioni imperiali, spunzoni fallici con valore apotropaico, latrine pensili dette necessaria, le loro stesse ossa... Le mura sono vive come un corallo. Sono un reticolo di storie. I romani vegliano queste mille e una notte; hanno la responsabilità (gradita) di leggerle, cioè anche (un po') di scriverle.

2. Seguire le mura.

Il tracciato era determinato dai fattori più diversi, politici, religiosi, tattici, economici (si cercò di attraversare terreni di proprietà imperiale, per non dover risarcire gli espropri), o soltanto dalla fretta e dal caso. Ne risultava uno zig-zag in apparenza arbitario. Con i secoli questa arbitrarietà è ovviamente cresciuta. Dove ho letto la storia del ragazzo che con il compasso disegnò un cerchio perfetto sulla carta della sua città e decise di percorrerlo, scavalcando muri, intrufolandosi in uffici e appartamenti, calandosi con corde, fino ad addormentarsi a cavallo di un monumento equestre? Le mura funzionano un poco come quel cerchio, o come l'anello del LEP (Large Electron-Positron Collider) che corre per chilometri sotto la campagna al confine tra Francia e Svizzera. Nel loro viaggio incontrano sepolcri, terrapieni, caserme, edifici privati, acquedotti, anfiteatri, e arraffano tutto come un fiume in piena. Costituiscono ciò che il gruppo di architetti-performer romani "Stalker" chiama "uno Stretto", cioè un "corridoio pedonale infrastrutturale" che pratica un taglio lungo e sottile ma percorribile attraverso zone urbanizzate (altri esempi: cigli di ferrovie e autostrade, sponde di marane e tratti idrici canalizzati, zone di rispetto di elettrodotti). Seguirle, praticare ciò che gli Stalker chiamano la "transurbanza", significa torcere la città, costringerla a esporre giustapposizioni inattese, fulminanti (come seguire il percorso della "circolare" in 19 di Edoardo Albinati).

3. Camminare sulle mura.

Ma Liuming, un artista cinese di fama internazionale, nel 1998 ha eseguito la performance Fen-Ma Liuming cammina sulla Grande Muraglia."Fen-Ma" è un'identità creata dall'artista stesso giocando sul proprio aspetto fisico sessualmente ambiguo (corpo maschile giovane e forte, chioma femminile, trucco) e su un'analoga ambivalenza dello pseudonimo. Lungo la sommità dissestata della Muraglia - grandioso simbolo del potere patriarcale e statale ma anche dell'accesso alla natura inesplorata che giace all'esterno - Fen-Ma cammina nudo/a, con i lunghi capelli abbandonati al vento, "poetica evocazione" (ha scritto un critico d'arte francese, forse alludendo a Walter Benjamin) "della passeggiata di un angelo nella storia rude e dolorosa della Cina antica". Nel lavoro di Ma l'ambiguità sessuale ambisce a trascendere ogni specificazione culturale (terzo sesso, omosessualità, queerness ecc.) per porsi come un assoluto psicologico e spirituale, che proprio in grazia di questa operazione astrattiva può calarsi in contesti storico-culturali fortemente marcati, come la Grande Muraglia (che, ironicamente, è un bel neutro plurale: da muralia, "opere murarie").... La Muraglia cinese, del resto, come altri manufatti colossali dialoga da vicino con ciò che trascende la storia, per esempio con la natura. Basta vedere la foto impressionante del punto in cui la Muraglia dopo migliaia di chilometri si ferma incontrando il Golfo di Bo Hai, nella località detta "la vecchia testa del drago": in effetti la testa di ponte tozza e scolorita sembra un diplodoco davanti al mare. Quanto alle mura aureliane, dall'alto di Porta San Sebastiano (cioè dal Museo delle mura) lo sguardo si perde in un oceano di pini, sfrecciano uccelli inattesi, ci si ritrova in una Roma primordiale. Il solo tratto in cui sia permesso camminare sopra gli spalti va da qui a Porta Latina, ma al momento è chiuso per restauri. Si può esplorare la possibilità di percorrere altri tratti, ma ricordate la ragazza morta l'anno scorso cadendo dal Colosseo.

4. Soggiornare attorno alle mura.

Non penso ai pochi fortunati che vivono in appartamenti ricavati entro la cinta muraria. Uno di questi loft, che ospitava una scuola di disegno, si trovava vicino a Porta Pinciana; lo ricordo vasto (ero un bambino quando l'ho visitato), chic (i bambini sono molto sensibili allo chic), umido e freddino (forse chi ci abitava non era poi così fortunato)... Un'opportunità più accessibile è semplicemente trascorrere parecchio tempo nei dintorni delle mura. Chi si ferma più di mezz'ora in quelle fasce a pratello cessa di essere un turista un po' eccentrico; diventa un anormale. Le mura sono luoghi di sospensione della legittimità. La Roma antica era circondata dal pomerio, una zona sacra in cui era vietato costruire, coltivare, seppellire morti, tenere comizi, portare armi, e venerare divinità straniere. Il pomerio non era necessariamente situato a ridosso delle mura, ma il nome (pomerium da post-moerium, cioè post-murum) suggerisce certamente questa adiacenza, che in effetti era frequente e comunque fu sancita per editto proprio dall'imperatore Aureliano. Del resto le mura erano associate all'omicidio di Remo, al contatto con i barbari, alle pratiche magiche (ne parla Orazio nelle Satire, I, 8), alla condizione di "bando" che escludeva dal consorzio civile. Costituivano, mi pare di capire, un anello in cui non vigeva neanche l'illegalità delle terre barbare, il diritto del più forte; uno spazio pre- o post-strutturato, "altro" anche rispetto all'opposizione tra io e altro (uno spazio da Fen-Ma Liuming). Ancora oggi esse ospitano in alcuni tratti la prostituzione, il battuage, il nomadismo, e altre pratiche che nella situazione giusta possono essere altamente educative.

5. Allontanarsi dalle mura. <7font>

Dopo averle frequentate per un paio d'anni, ma anche solo per un paio d'ore, provate a fare qualche passo in là. Consiglio di scegliere uno slargo della massima ampiezza, come Piazzale Ostiense. Roma non è una città sviluppata in altezza; staccandosi dalla parete sembra di ritrovarsi all'improvviso in un pianeta largo e piano, cosparso di casette chine. Ti volti, e le mura si ergono: sembra davvero un'azione. Più che ai tempi in cui si profilavano dritte sull'orizzonte vuoto della campaggna di Belli, più che a edifici sottili e verticali come Santa Maria della Pieve ad Arezzo o la "Fetta di polenta" di Antonelli a Torino, pensi alle opere della land art americana degli anni Sessanta-Settanta: Double Negative di Michael Heizer, Spiral Jetty di Robert Smithson, soprattutto Shift di Richard Serra. Forre, banchine, muraglie, che si ergono in luoghi remoti e disabitati e sono calcolate per lasciarsi avvicinare (l'immagine è ancora quella dei diplodochi) e modificare il nostro modo di percepire, misurare, pensare.

6. Avvicinarsi alle nuove mura.

La cinta aureliana è solo un episodio importante nella lunga sequenza che inizia con le fortificazioni pre-serviane, e che si conclude con un'altra enorme opera difensiva. Mi riferisco alla collana di quindici forti (più quattro batterie) costruiti attorno al 1880 lungo le strade consolari. Forte Ostiense, Forte Portuense, Forte Bravetta, Forte Aurelio, Forte Boccea, Forte Braschi, Forte Trionfale, Forte Monte Mario, Forte Antenne, Forte Pietralata, Forte Tiburtino, Forte Prenestino, Forte Casilino, Forte Acquasanta, Forte Appio. Ciascuno è grande più o meno come il corpo centrale di Castel Sant'Angelo, ma pochi saprebbero collocarli tutti sulla mappa: ormai sono soffocati dai quartieri, isolati, in parte disabitati o in rovina, o felicemente ripopolati dai soliti nomadi. Sono usciti dalla Storia. O sono diventati Storia? Comunque è un'altra storia.

Posted by Leonardo Colombati at 27.06.05 17:28

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