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17.06.05
Un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudo culturali
di Giorgio De Rienzo
[Questo articolo di Giorgio De Rienzo è apparso nel Corriere della sera di oggi 17 giugno 2005. Lo ha ripreso Loredana Lipperini in Lipperatura, dove è in corso un'interessante discussione. gm]
Forse occorrerebbe a tutti noi che ci occupiamo di letteratura per professione prenderci una pausa di riflessione e chiederci se non sia un po’ sciocco (e miope) deludere (se non ingannare) i lettori che non sono già tanti e proprio per ciò andrebbero rispettati. Direttori editoriali e responsabili di uffici stampa, critici e giornalisti quest’anno hanno applaudito con allegria frettolosa (magari a occhi chiusi) come capolavori i vagiti di alcuni giovani scrittori esordienti, per poi farli diventare lunghi e rumorosi, montando accese discussioni, chiedendosi se questi romanzi fossero di destra o di sinistra (quasi fosse davvero importante), piuttosto di porsi seriamente il problema se si trovassero di fronte a opere narrative più o meno valide. Si è partiti da Con le peggiori intenzioni (Mondadori) di Alessandro Piperno, per arrivare a Perceber , «romanzo eroicomico», di Leonardo Colombati (Sironi, pagine 508, 17): un libro che è un contenitore dalla scrittura torrenziale di cui è difficile persino fare un riassunto che possa stare in piedi per presentarlo al lettore. Fermiamo tutto allora. Cerchiamo prima di chiarirci se esistano (e quali siano eventualmente) le regole più semplici perché un libro possa non dico diventare un romanzo, ma avere comunque dignità di testo letterario.
La domanda banale insomma è questa: si possono stabilire punti di riferimento elementari, per quanto molto flessibili, oppure dobbiamo restare in balia del giudizio di piccoli clan che giustificano tutto e tutti? Non intendo insegnare niente a nessuno. Vorrei soltanto capire se chi legge un romanzo, prima di pubblicarlo e lanciarlo, prima di scriverne per poi montare un caso, abbia ancora chiaro che un’opera narrativa debba sviluppare una storia (o più storie intrecciate), avere una struttura (semplice o complessa) che la sorregga e insieme la forza di una scrittura che si trasformi in stile.
Non mi pare di segnare regole che neghino la libertà inventiva la quale, rimane ovviamente sacrosanta per qualsiasi scrittore in quanto connaturata all’idea stessa della letteratura. L’alternativa possibile a questo canone narrativo chiuso, che interpreta una visione del mondo, può essere certamente quello di una libertà assoluta (e anarchica) che esprima invece il caos del mondo. E’ l’alternativa però più difficile, che richiede un rigore di scrittura e una capacità inventiva eccezionale.
Uno scrittore può dunque abolire ogni regola, accumulare - come accade con Colombati - spezzoni di storie e anche magari abbandonarle al loro destino, mescolare stravaganze e variazioni di linguaggio, sovrapporre moduli espressivi, creare una struttura in cui la direttiva principale diventi quella di una continua divagazione. Ma allora perché Colombati sente il bisogno di sorreggere la sua anarchia espressiva da una «mappa» precostituita di orientamento per il lettore e da una serie di note che giustificano il caos a posteriori? La realtà è che l’autore, creato un vuoto, si sente autorizzato a vomitarvi dentro liberi pensieri sparsi, a esibire la sua cultura (cioè mettere insieme brani di canzonette e pillole di cosmologia, fatti di cronaca e scampoli del Talmud, svelte diagnosi psichiatriche e coriandoli di filosofia), con una scrittura torrenziale generalmente sciatta che finge di accettare tutti gli stili, per non saperne creare uno originale. Potrei sbagliare, ma credo onesto avvertire il lettore che questo non è un romanzo: è soltanto un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudo culturali.
Posted by giuliomozzi at 17.06.05 19:18
Comments
mi sembra che ormai qualsiasi opera prima, qualsiasi giovane autore venga risucchiato nell'ormai insensata polemica post-pipernesca.
Che senso ha tutto questo?
Definire "un contenitore vuoto" Perceber è un nonsenso,direi piuttosto che è vero il contrario: non esiste un contenitore adatto a rinchiudere cotanto estro creativo.
Posted by: bible black at 17.06.05 21:34
Mannaggia al tormentone, al criticone e al laudatore. Non ho ben capito l'ultimo soggetto, ma vedo di spiegare. Il Prof. (Di Rienzo), stronca inesorabilemte e, come dicevo in un altro blog, mi parte la molla all'acquisto e alla lettura per poi urlare: "Dagli al solito critico che non ha letto." Poi... leggo le recensioni positive e mi passa "l'ira" da acquisto, cioè, non che questa ira si comperi, no; intendo, la voglia di acquistare il libro.
Posso girare la domanda a Colombati? Leonardo, ma tu, lo acquisteresti? :-)
Buona notte. Trespolo.
Posted by: Trespolo at 18.06.05 00:06
Urca, ho pure toppato il cognome del Prof., chiedo venia e correggo: De Rienzo. Credo possa perdonarmi, il Prof., noi fisici siamo sempre molto distratti con gli affari terreni :-) Buona notte. Trespolo.
PS: in effetti Di Rienzo è un caro amico che non vedo da tempo e, nonostante la sua apparente, scarsa dimestichezza con i numeri, riusciva sempre a fottermi a tresette...
Posted by: Trespolo at 18.06.05 00:09
Questo commento avrebbe potuto essere scritto da un critico un po' miope nel 1930:
"Un’opera narrativa [deve] sviluppare una storia (o più storie intrecciate), avere una struttura (semplice o complessa) che la sorregga e insieme la forza di una scrittura che si trasformi in stile"
se Perceber ha un difetto è quello di fare TROPPO tutto questo...
"abolire ogni regola, accumulare - come accade con Colombati - spezzoni di storie e anche magari abbandonarle al loro destino, mescolare stravaganze e variazioni di linguaggio, sovrapporre moduli espressivi, creare una struttura in cui la direttiva principale diventi quella di una continua divagazione"
Io non vorrei chiedere se costui ha letto Colombati, invece: ha letto tutto il resto che si è pubblicato da 50 anni a questa parte, e se sì, ci ha capito qualcosa?
(dico questo con le mie perplessità intatte, e sono a pag. 200 :-))
Posted by: Sonni at 18.06.05 09:54
Non è mica da tutti una bella stroncatura sul Corrierone...
andrea
Posted by: andrea at 19.06.05 15:22
Ma qualcuno ha avvertito il Chiarissimo Professor De Rienzo dell'esistenza di un movimento chiamato Modernismo? Di un tale di nome James Joyce che ha sentito "il bisogno di sorreggere la sua anarchia espressiva da una «mappa» precostituita di orientamento", ovvero l'Odissea di Omero? Qualcuno lo informi, vi prego.
Posted by: emma at 20.06.05 16:56
grande de rienzo! basta con questa iper-narrazione! basta ficcare il mondo a forza in un libro! dov'è la ferita? la tua...
Posted by: postmodernistideimieicoglioni at 23.06.05 00:14
Quale sia la storia che da sempre ogni donna e uomo amano sentirsi raccontare l'ha spiegato molti anni fa la buonanima di Propp. Il postmoderno può credere quel che gli pare, ma il russo aveva ragione da vendere.
Posted by: giovanni at 23.06.05 12:29