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29.07.05

Medicine Show diventa bimestrale

L'improbabile rivista musicale Medicine Show salta il numero di luglio per ripresentarsi a settembre più bella che pria: avrà cadenza non più mensile ma bimestrale (il primo numero del nuovo corso sarà, appunto, quello di agosto-settembre), nuovi redattori si aggiungeranno a quelli storici (Colombati, Mozzi, Trivellini, Desiati, Piperno, Montanelli, Malesi, Borella, Sassoli), la veste grafica e le rubriche subiranno delle decisive (?) modifiche.

Posted by Leonardo Colombati at 09:26 | Comments (3)

25.07.05

Non bastavano le zanzare, la mistica ebraica, i successi editoriali, le realtà virtuali eccetera: ci voleva anche Marco Candida!

di Marco Candida

[Ma cos'è successo, veramente, la sera dell'11 luglio 2005, alla Biblioteca Tibaldi di Milano, durante l'incontro pubblico con Colombati, Domanin e Piperno? Dopo la versione di Giuseppe Braga, ecco quella di Marco Candida. gm]

marco_candida_primopiano.jpg[...] Il ristorante era lussuoso. Un primo dieci euro. Io ho preso fagottini con crema di asparagi. Quando siamo entrati Biondillo era già a tavola con la forchetta e il coltello in mano davanti al piatto vuoto. Ho visto una sedia libera vicino a Biondillo e davanti a Colombati e ho provato subito a sedermi lì. Biondillo si è messo a gridare: “No, non voglio C**ndida tra i c*glioni!”. Io allora mi sono seduto da un’altra parte. Davanti a me avevo Mascheroni e Giuseppe Genna. Era la prima volta che vedevo Genna. Be’, un bel fenomeno. Ha parlato tutta la sera senza fermarsi mai. Mi avvinceva moltissimo. Purtroppo a un certo punto si è reso conto che io avevo a disposizione un intero blog per trascrivere tutto quello che stava dicendo e si è alzato e ha cambiato di posto. Io mi sono decisamente rabbuiato.
Verso il terzo bicchiere di vino bianco tutta la tavolata ha sollevato in silenzio la domanda: ma Candida che cazzo ci fa tra noi?[...]

Leggi tutto il reportage di Marco Candida.

Posted by giuliomozzi at 17:37

20.07.05

I magnifici tre. Zanzare, mistica ebraica, successi editoriali, realtà virtuali, cosmogonia e disgusto

di Giuseppe Braga

...un ragazzo che era lì in biblioteca a studiare, s’è alzato indispettito, ma poi gli hanno detto che quei tre caciaroni erano tre giovani scrittori esordienti, validi esponenti della nuova narrativa italiana che stavano per tenere una conferenza pubblica e lui se n’è tornato al posto ancora più indispettito, quando hai da preparare un esame non c’è scrittore che tenga e della nuova scena letteraria italiana te ne frega una beata mazza...

La vera storia della serata milanese dell'11 luglio con Colombati, Domanin e Piperno, circa 60K in formato Pdf.

Altri testi di Giuseppe Braga, in vibrisse.

Posted by giuliomozzi at 09:58 | Comments (2)

15.07.05

Pinocchio e altri automi / 2

di Leonardo Colombati

automa_2.JPGIn un interessante saggio sulla morte come situazione letteraria, Ernestina Pellegrini fa notare come questa, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, non sia più avvertita come un fatto sociale: «È con Zola e i naturalisti che la rappresentazione della morte perde ogni spessore filosofico e ogni nostalgia metafisica, diventando semplicemente la fine di un processo di degenerazione biologica» (Necropoli immaginarie). Se in Un cuore semplice Flaubert immagina la serva Felicita che, agonizzante, bacia il suo pappagallo impagliato, il corpo morente della Nanà di Zola è ridotto ad «un ammasso di umori e di sangue», ad una palettata di carne corrotta», ad «una muffa della terra». Quella pietas che all’uomo, nel momento del trapasso, ormai viene negata in quanto egli è positivisticamente inteso come null’altro che un organizzato sistema di organi e tessuti, può essere invece elargita ad un suo simulacro meccanico.
Nel film Blade Runner di Ridley Scott, ambientato a Los Angeles nel 2019, il cacciatore di taglie Rick Deckard deve ritrovare alcuni Nexus 6, replicanti dalle perfette sembianze umane sfuggiti al controllo della ditta costruttrice, la Tyrell Corporation. I Nexus 6 sono programmati in modo da avere propri (falsi) ricordi e la loro morte è stabilita con precisione sin dal momento della loro fabbricazione. È proprio perché spinti dall’ansia di conoscere la data della propria fine e di trovare un rimedio a tale destino che i replicanti si ribellano. Dirà più tardi Deckard: «Tutto ciò che volevano erano le stesse risposte che noi tutti vogliamo: da dove vengo, dove vado, quanto mi resta ancora».

Il saggio di Leonardo Colombati Su Pinocchio e altri automi è apparso in due puntate nella rivista Origine. Qui pubblico la seconda parte.

Leggi tutta la seconda parte del saggio di Leonardo Colombati Su Pinocchio e altri automi, 226K in formato Pdf.

Visita il sito della rivista Origine, scaricabile integralmente.

Posted by giuliomozzi at 01:19 | Comments (5)

14.07.05

Perceber a Viareggio

Viareggio, Bagno Imperia, 16 luglio 2005, ore 21:30

Il Premio Viareggio-Rèpaci, nell'ambito della rassegna "Incontri sotto le stelle" presenta:

Gianni Celati, Fata morgana (narrativa)
Leonardo Colombati, Perceber (opera prima)
Mauro Covacich, Fiona (narrativa)
Frederick Mario Fales, Saccheggio in Mesopotamia (saggistica)

Conduce l'incontro Carla Moreni, componente della Giuria.

Posted by Leonardo Colombati at 11:57 | Comments (0)

13.07.05

Colombati, Domanin e Piperno dagospiati

Su Dagospia la cronaca della serata milanese dell'11 luglio, in cui Leonardo Colombati, Igino Domanin e Alessandro Piperno hanno parlato (anche) dei loro libri per la rassegna "Biblioteca in Giardino".
L'articolo è riproposto anche da Giuseppe Genna, su I Miserabili.

Posted by Leonardo Colombati at 10:25 | Comments (2)

Perceber a Roma, oggi alle 18

Oggi, 13 luglio, alle ore 18, Perceber e Leonardo Colombati saranno invece a Roma, alla Libreria Feltrinelli di Piazza Colonna. Converserà con Colombati il critico letterario Raffaele Manica. Se volete scaricarvi l'invito, cliccate sull'immaginetta qui sotto (sono 45 K circa):

mini_perceber_invito_roma.JPG

Posted by giuliomozzi at 07:54 | Comments (0)

Pinocchio e altri automi / 1

di Leonardo Colombati

automa_1.JPG[...] L’animale non dice «io» perché non si accorge dei suoi limiti. Vale lo stesso anche per un pupazzo? Pinocchio è un ulteriore oggetto inanimato cui viene donata la vita: la letteratura, il cinema, il teatro, traboccano di automi e bambole semoventi. Ma nella storia del burattino senza fili ricorre con più efficacia che altrove il tema della «doppia metamorfosi», di cui la mia nota vuole trattare. In realtà, quando ho iniziato a prendere appunti su Pinocchio volevo soltanto rispondere ad una domanda: chi è – o meglio, cos’è questo pezzo di legno? Ma addentrandomi nella favola di Collodi sono sprofondato in una sorta d’indeterminatezza fisiognomica. Tralasciando per un istante i dubbi sulla sua natura, prendiamo in considerazione la sua età. Quanti anni ha Pinocchio? Nel terzo capitolo, Geppetto, a cui Pinocchio ha rubato la parrucca, lo apostrofa così: «Birba d'un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!». Ragazzo, dunque. Ma quando Pinocchio e Geppetto sono rinchiusi dentro il ventre del Pescecane, il padre dice al figlio: «Ti par possibile che un burattino, alto appena un metro, come sei tu…» e un metro appena ci sembra davvero troppo poco per un ragazzo, abbastanza per un bambino. Va aggiunto che l’avventura con il Pescecane è situata verso la fine del libro e che dunque quel «ragazzo» del terzo capitolo dovrebbe qui essere già cresciuto. Perché il tempo passa anche nelle favole e in Pinocchio l’azione si sviluppa in un periodo piuttosto lungo: circa due anni e mezzo. Non è certo questa l’unica stranezza relativa alla crescita. Quando Pinocchio giunge all’Isola delle Api industriose e rivede la Fata dai capelli turchini, sono trascorsi soltanto centoventisei giorni dal loro ultimo incontro (se ho contato bene), eppure la Fata dice a Pinocchio: «Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma». [...]

Il saggio di Leonardo Colombati Su Pinocchio e altri automi è apparso in due puntate nella rivista Origine. Qui pubblico la prima parte.

Leggi tutta la prima parte del saggio di Leonardo Colombati Su Pinocchio e altri automi, 411K in formato Pdf.

Visita il sito della rivista Origine, scaricabile integralmente.

Posted by giuliomozzi at 01:07 | Comments (5)

09.07.05

L'ardimento di un simile esordio

di Andrea Cortellessa

[Questo articolo di Andrea Cortellessa è apparso in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La Stampa, oggi 9 luglio 2005.]

andrea_cortellessa.JPG«Non v'è nulla che rievochi maggiormente il Nulla come il Tutto». Una frase come questa potrebbe averla detta l'oscuro Alonso Barrulho, che negli Anni Trenta strologa da una certa città spagnola, dal passato favoloso e dalle coordinate imprecisate. Perceber è la città della quale Barrulho dice, infatti (in un cartiglio recuperato, a Roma, quasi settant'anni dopo): «Ho capito che tutto ciò che mi circonda, adesso, non ha un nome: è un nome».
La pillola di gnosi non troppo vagamente borgesiana è una delle chiavi – così numerose da scoraggiarne l'uso – del «romanzo eroicomico» (così il settecentesco sottotitolo) col quale esordisce il trentacinquenne Leonardo Colombati. Il titolo è proprio il nome di quest'Anti-Roma immaginaria; la quale a sua volta si battezza da una storpiatura ispano-germanico-lusitana del latino percipere («assumere i dati della realtà mediante i sensi » – si rinvia il lettore a p. 46 per l'oggetto-sineddoche della realtà). Effettivamente Tutto e Nulla stanno – nel mondo fittizio quanto in quello cartaceo che lo evoca – in un rapporto dialettico: di mutua causalità. Per questo la minuziosa rete di rinvii alla cosmologia cabalistica – sottesa al set dei diversi quartieri romani come all'ordinamento di un simbolico Corpo Astrale –, a dispetto delle mani messe avanti in abbrivo («della struttura del nostro libro potrete agilmente disfarvi. La forma ci è servita per scrivere, non è indispensabile per leggere»), è tutt'altro che accessoria. Di fatto è ossessivamente ribadita, tanto dal doppio apparato di note (in coda al volume e – francamente di troppo – in calce a ciascun episodio) che dalle sterniane didascalie a ogni capitolo.

Nella cosmogonia ebraica, infatti, Dio dà luogo al Creato sottraendo spazio alla Propria Infinita Essenza: dalle sue emanazioni, le Sefiroth, discendono Tutte Le Cose. Possiamo far esperienza, insomma, solo di un Meno, non di un Più. A questa dialettica infinita alludono almeno due dei sotto-intrecci: quello della gamba amputata da un tram a un tipo di passaggio (e che un certo Complotto vorrebbe riappiccicargli, appunto, in parodia del Tikkun cabalistico) e quello dell'onnisciente avvocato in pensione che matura il progetto di cartografare ogni minimo dettaglio di Roma (Piano degno di Musil, impossibile per il noto paradosso di Borges: quella mappa perfetta dovrebbe riprodurre anche se stessa, e se stessa dentro se stessa – all'infinito). Entrambe Metafore del Testo: il quale si conclude, infatti, con l'intenzione di «cominciare a scrivere».
Quanto detto finora non è, non può essere, un riassunto della trama del libro. Il quale di trame ne ha una quantità debordante – finendo, dunque, per non averne alcuna (Tutto e Nulla, ancora). C'è chi ha scritto che così non si fa un romanzo, bensì «un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudoculturali». Col che diremmo addio a Ulisse, all'Uomo senza qualità, al Maestro e Margherita e all'Arcobaleno della gravità. Non che il libro di Colombati abbia le doti di controllo – l'insolente virtuosismo – di questi capolavori. La luciferina volontà di riempire tutte le caselle del suo metafisico Gioco dell'Oca fa sì che l'autore, più volte, imbastisca episodi che si rivelano al di là delle sue forze, o che poco s'ingranano nell'economia complessiva del testo; ben altra penna richiederebbe, poi, l'emulazione del pluristilismo joyciano.
Tuttavia l'ardimento di un simile esordio va indubbiamente incoraggiato. Tanto per sottolineare l'ascendenza più discussa, è rimarchevole la fattura del calco da Pynchon. Non solo i temi-tormentone (l'Antimondo o Zona, la Cartografia, l'Entropia) e la struttura a montaggio antilineare, che allude al pluriverso descritto (in un modo che Gabriele Frasca ha definito «tardoariostesco »), ma persino i tic più idiomatici (dalle Maiuscole araldiche alle risibili Canzoncine), sono riprodotti con fanatismo genuino. E, ove appunto non si prescriva un ritorno al novel più tradizionale (come ha detto Colombati in un ragionevole intervento sullo stesso giornale che poi l'ha stroncato), proprio il nuovo romance patafisico e macaronico di Pynchon è conseguimento, fra i tardonovecenteschi, meno prescindibile di altri.
Col ritardo dovuto anche alle more delle traduzioni maggiori, l'enzima Pynchon ha del resto prodotto, da noi, più d'un risultato interessante. Se nessuno ha eguagliato il gradiente stilistico del pastiche di Tommaso Ottonieri in Crema Acida (Lupetti e Manni 1996), quête con protagonista «Nunzia Orfica Di Vaj'n» (omaggio alla Oedipa Maas dell'Incanto del lotto 49), vi ha lasciato tracce in Occidente per principianti di Nicola Lagioia (Einaudi 2004) nonché, prima e a più alta saturazione, nel trascurato quanto notevole La Verità Vadovunque di Roberto Moroni (Baldini Castoldi Dalai 2000); e ora La ragazza che non era lei, l'ultimo romanzo di Tommaso Pincio (un nome che è un omaggio a priori), per molti versi si rivela come un allusivo controcanto a Vineland – il più «politico», ed emotivo, dei libri di Pynchon.
Proprio Vineland (leggo in un suo saggio pubblicato su Nuovi argomenti) non piace a Colombati. Non stupisce scoprire, allora, che il suo fraterno sponsor Alessandro Piperno riscontri in lui la propria medesima «difficoltà a indignarsi» (mentre proprio un'accorata protesta è quella che, di là da tutte le maschere, risuona in ogni libro di Pynchon). Nel risvolto di Perceber, Piperno rassicura il lettore come allo «stile […]sofisticato fino al virtuosismo» faccia da contrappeso «un realismo sconcertante ». Quale esempio di questo «realismo» esorcisticamente evocato addurrei la scena clou del libro: un Volgare Ristoratore che, scoperto in «Orribile Carriola» con certa Steatopigia Dipendente, issofatto vien punito da un granchio balzato fuori dal suo acquario: una Grancevola che, saldamente abbrancata l'Arma dell'Adulterino Delitto, attacca a rimproverarle, cantarellando salaci couplets, tutte le sue Colpe. Realismo, come ognun vede, della più bell'acqua. Ecco: un bel passo avanti sarebbe se gli Scrittori Lodevolmente Ambiziosi si vergognassero meno di quel che fanno. O Provano A Fare.

Posted by giuliomozzi at 17:21 | Comments (6)

Perceber qua, Perceber là

Prossimamente Perceber - accompagnato dall'inseparabile Leonardo Colombati - sarà a Milano e a Roma.

A Milano sarà lunedì 11 luglio, alle ore 21.30, alla Biblioteca Tibaldi di viale Tibaldi 41 (sui navigli). L'appuntamento fa parte del ciclo d'appuntamenti "La biblioteca in giardino". Il tema dell'incontro è: Raccontare l'anima di un presente in grande fermento. Oltre a Leonardo Colombati saranno presenti Igino Domanin, autore di Gli ultimi giorni di Lucio Battisti (Pequod) e Alessandro Piperno, autore di Con le peggiori intenzioni (Mondadori). Se volete scaricarvi l'invito per promemoria (sono 45 K circa), cliccate sull'immaginetta qui sotto:

mini_perceber_invito_milano.JPG

Mercoledì 13 luglio alle ore 18, invece, Perceber e Leonardo Colombati saranno invece a Roma, alla Libreria Feltrinelli di Piazza Colonna. Converserà con Colombati il critico letterario Raffaele Manica. Se volete scaricarvi l'invito per promemoria (sono 45 K circa), cliccate sull'immaginetta qui sotto:

mini_perceber_invito_roma.JPG

In entrambi i casi l'ingresso è libero.

Posted by giuliomozzi at 17:20 | Comments (1)

08.07.05

Timido elogio della pesantezza

di Leonardo Colombati

[Il Giornale del 6 luglio 2005 ha pubblicato un mio piccolo saggio intitolato Timido elogio della pesantezza e del 'difficile'. Lo ripropongo qui. lc]

piuma.JPGIl primo dei Pensées sur la comete che Pierre Bayle consegnò all’Illuminismo nel 1681 era alquanto contraddittorio con lo spirito dei tempi nuovi: «Io non so che cosa sia la meditazione sistematica e ordinata su un argomento, e mi capita di smarrirmi facilmente, di uscire spesso dal seminato, di inoltrarmi in luoghi dove è ben difficile scorgere una strada; insomma sembro fatto apposta per fare uscire dai gangheri un dottore che esige in ogni cosa metodo e regolarità». Tre secoli dopo, Giorgio Manganelli compilò una serie di ragioni per cui al poeta possa perdonarsi la mancanza di chiarezza. Secondo una di queste, «uno scrittore può essere oscuro perché è affascinato, è chiamato da una sorta di complessità che solo attraverso l’oscurità è conseguibile».

Nell’elenco degli scrittori “oscuri”, l’autore dell’Hilarotragoedia non mancò di inserire, ovviamente, Joyce. Secondo Nabokov, lo stile dell’Ulisse – o meglio gli stili –, la sua difficoltà, non devono spaventarci; leggere questo romanzo equivale a chinare il capo in modo da guardare indietro tra le ginocchia, con il viso capovolto: si vedrà il mondo in una luce totalmente diversa. È una contorsione grazie alla quale si riesce a vedere «un’erba più verde, un mondo più fresco».
In Italia, comunque, la “prosa difficile” è guardata generalmente con sospetto: la razionalità esige chiarezza, mentre l’oscurità getta la narrazione tra le braccia di un mondo irrazionale. Tessendo le lodi della “leggerezza” nelle sue Lezioni americane, Calvino ha condannato per conto di alcune generazioni di critici e di scrittori il suo concetto opposto, quello della “pesantezza”.
Pochi sono stati gli scrittori oscuri, dalle nostre parti. Gadda lo fu, senza dubbio. E con esiti sensazionali. Vale la pena soffermarci su di lui, per capirne di più della differenza tra oscurità e leggerezza. Intuitivamente, crediamo di sapere che la leggerezza, in letteratura, si ottiene per sottrazione. In qualunque corso di scrittura una delle regole d’oro è quella per cui, nella revisione di uno scritto, bisogna asciugare il testo dagli aggettivi, ad esempio. Si giungerebbe, così, alla chiarezza, con la stessa tecnica utilizzata da uno scultore che lavora il marmo: la “prosa leggera” sarebbe dunque il residuo di un discorso più lungo, più incerto, più complesso.
Ne Il castello di Udine, Gadda ci mostra che non è proprio così. Ad un certo punto, l’autore ci descrive dei colpi di cannone sulla roccia delle montagne con questa frase: «Lo spasimo di ogni rovina». In un suo scritto posteriore, Gadda chiarisce questo passaggio: «Non si tratta, nella mia intenzione, di animismo, cioè “la roccia soffre per la cannonata ricevuta”, sì di mera contrazione in genitivo d’un complemento d’agente: “lo spasimo prodotto in noi da ogni rovina”. Spasimo = tensione dell’animo provocata dall’aspettazione d’un verdetto di vita o di morte, a ogni colpo». Ecco che qui, togliendo, si complica. Ma per ottenere un simile effetto bisogna conoscere quelle “frigide regole”, quelle “calcolate astuzie”, quelle “macchinazioni argute” di cui Manganelli parlava in un suo Trattatello di retorica. E questi stessi strumenti si deve conoscere per compiere l’operazione opposta, e dunque nell’aggiungere. La regola secondo cui gli aggettivi sono veleno è, tutto sommato, una sciocchezza: bisognerebbe, invece, insegnare ad inserirne, ma di validi e consistenti. Quando Gadda scrive, a proposito dei tonfi delle cannonate, che sono «quadrati e duri», semplifica – e non il contrario – un pensiero più articolato. Spiegherà in seguito: «Il tonfo delle cannonate nella valli lontane è quadrato (talvolta), in quanto se ne sviluppa per eco o rimando una successione di suoni brevi e recisi, direi perentori, in confronto al rotolamento del tuono».
Oggi, la maggior parte dei romanzi che si pubblicano in Italia contengono periodi generalmente non più lunghi di un rigo: la leggerezza auspicata da Calvino s’è a tal punto rarefatta che interi paragrafi – interi capitoli – dei romanzi più alla moda svaniscono come bolle di sapone; la furia imitativa del linguaggio il più possibile realistico ha portato non di rado lo scrittore italiano a predisporre pagine che sembrano tanti sms nella memoria di un telefono cellulare. Ogni tanto, di fronte a certi libri, mi chiedo: dov’è andato a finire l’autore? che fine hanno fatto i suoi pensieri? Censurati, in nome della razionalità. Ma non sarà mica che – come diceva appunto Manganelli – la “razionalità” è un mito difensivo?

Posted by Leonardo Colombati at 19:20 | Comments (0)

Ha già detto tutto lui

di Luca Tassinari

[Lucio Angelini riprende una recensione di Perceber ad opera di Luca Tassinari, originariamente pubblicata su it.cultura.libri col titolo "Leonardo Colombati - Perceber (2)]

[...]
- Il fatto è che non resta niente da dire.
- Scusa?
- Non resta niente da dire. L'ha detto Choukhadarian citando Calvino che citava Beckett. Secondo me ha ragione.
- Chi ha ragione, santiddio, chi?
- Beckett, quindi anche Calvino, quindi anche Choukhadarian. Il fatto è che su Perceber non resta niente da dire.
- Perché?
- Perché ha già detto tutto lui.
- Choukhadarian?
- No.
- E allora chi?
- Colombati. Ha già detto tutto lui. Ha detto come ha scritto il
libro, ha spiegato tutte le citazioni letterarie e non letterarie, ha
scritto un glossario dei termini, ha messo pure la mappa.
- La mappa?
[...]

Leggi tutto il dialogo su Perceber scritto da Luca Tassinari.

Posted by Leonardo Colombati at 15:55 | Comments (5)

07.07.05

Non leggere, ma sfogliare

di Masolino D'Amico

[Questo articolo di Masolino D'Amico è apparso nel numero 4, luglio/agosto 2005, della rivista Giudizio universale. gm].

Perceber è una cittadina spagnola i cui abitanti a quanto pare sin dai tempi dell'Inquisizione parlano ossessivamente, senza riprendere fiato: nel Romanzo eroicomico (alla Henry Fielding, che modellò ironicamente Tom Jones sui poemi antichi) di Leonardo Colombati, questo luogo semileggendario compare ogni tanto, sia attraverso il racconto di qualche personaggio erudito, sia direttamente, còlto in qualche momento della sua storia fantastica. Per esempio, il divino Marchese de Sade vi visita a un certo punto un bordello, compiendovi un'orgia dove le feci, presenza frequente per quanto sommessa in questo libro, scorrono torrenziali celebrando una specie di trionfo.
Perceber non è tuttavia al centro della trama, se di trama si può parlare per un'opera ostentatamente straripante in tutte le direzioni: il tema fondamentale e puntiglioso è un altro luogo, ossia la città di Roma, dove si svolge la stragrande maggioranza dei quarantuno episodi. Con puntiglio joyciano infatti Colombati si prefigge di visitare, nel corso di un unico volume se non di un'unica giornata (le date in cui si svolgono i fatti sono variabili ancorché sempre specificate nelle note), tutta l'Urbe, ovvero ciascuno dei suoi ventidue rioni più quindici quartieri: non per nulla uno dei peripatetici protagonisti è impegnato nell'immane compito di fotografarli sistematicamente, non senza incappare in qualche disavventura durante l'operazione.

Sempre come in Ulysses, il romanzo ha inoltre una struttura profonda e simbolica. Lì ogni momento della narrazione alludeva a un analogo dell'Odissea; qui il filo conduttore occulto è dato dalla cabala ovvero dalle fasi varie della creazione in essa indicate, secondo un progresso di ascesa a ciascun momento del quale corrispondono lettere dell'alfabeto (Alpeh, Mem, Shin, Beth...), elementi e funzioni (Aria, Acqua, Fuoco, Vita, Potenza, Vista, Udito...), organi (Cuore, Ventre, Testa...), pianeti, ecc. ecc.
Joyce tenne inizialmente per sé il suo essersi ispirato al poema omerico, limitandosi a dare qualche dritta ad amici aspiranti commentatori. Colombati invece, fierissimo della propria architettura, la esibisce in continuazione. Al lettore dice nella premessa che può anche fare a meno di tenerla presente, ma poi lo aviluppa di informazioni sulla propria ingegnosità. non solo correda il volume di tavole con gli schemi delle corrispondenze, e poi di molte pagine di note in cui illustra ogni allusione - non solo alla cabala, beninteso, ma a buona parte dello scibile umano, dalla filosofia greca alle canzonette di Fregoli; ma appone anche all'inizio di ciascun episodio un riassunto-spiegazione del medesimo. I riferimenti sono ardui da cogliere, quindi l'autochiosa ha una sua funzione. Ma è una funzione decostruttiva più che costruttiva. Presi in sé, i singoli episodi sono di solito poco rilevanti, a volte i personaggi fanno poco più che camminare raccontandosi qualcosa. Anche quelli di Joyce, si potrebbe dire. Però Joyce, sia pure nella suprema bravura stilistica, è meno preoccupato di fare ammirare continuamente il virtuosismo o la stravaganza dell'espressione.
Joyce, come Gadda, altro modello, non ammicca mai a chi legge, ma lascia che l'oggetto si imponga con la forza della propria esistenza. Colombati non si mette mai da parte. Raccontare, paradossalmente, non lo interessa; nel senso che anche quando imposta una situazione, è poi sempre pronto a accantonarla per lanciarsi in una divagazione eterogenea, e prima che obbiettiamo, a chiuderci la bocca comunicandoci che il capriccio è in realtà giustificato da riferimenti sottilissimi e raffinatissimi. Che fatica seguirlo! Ma ne vale poi la pena? Scrivere il tomo è stato indubbiamente uno sforzo (durato, ci dicono, sette anni), però illuminato dalla passione dell'autore per la propria cultura talvolta insolita. Se il lettore non la condivide, peggio per lui. Colombati fa poco per venirgli incontro. Lo farò dunque io, consigliandogli di non leggere, ma di sfogliare. Sepolte nell'autocompiacimento ci sono pagine, e per la verità non poche, piene di felicità anche descrittive; una certa stralunata Roma di oggi ogni tanto viene pur fuori. Prenderei a campione proprio quelle della zona intorno a piazza Vittorio. Qui l'evocazione di degrado urbano è vivida, l'elenco dei rifiuti dell'ex mercato diventato strano miscuglio di etnie è da antologia.

Posted by giuliomozzi at 10:12 | Comments (6)

06.07.05

Isadora Duncan: una lettera d'addio

di Leonardo Colombati

[Questo racconto di Leonardo Colombati è apparso nel Corriere della sera di oggi 6 luglio 2005. gm]

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Isadora, amore mio, incubo mal sostenuto della mia inesperienza, foglia profilata di arancio bruno e verde sull’erba avvizzita di un autunno newyorchese quando ti vidi per la prima volta, a braccetto con quel tuo poeta russo, e per la prima volta (l’ultima, finora) agì in me l’impulso di uccidere – almeno come sanno farlo gli uomini di lettere: e dunque ridicolizzando quel borioso Esenin. Ma la mia invidia non era per lui. Era per te, e tramite te per tutte le Donne; per quel Potere che tutto il fumo dei nostri sigari non potrà mai offuscare, che il fascino maschile non saprà mai eguagliare.

Arrivaste ad Ellis Island nell’ottobre del ‘22; tu e il tuo marito bolscevico, sul transatlantico Paris. I giornali scrissero che il Board of Review, prima di lasciarti rientrare in patria, osò chiederti: “Come si atteggia quando danza?”. E tu rispondesti che mai ti eri vista danzare. Divina!
Presi una stanza al Waldorf Astoria, accanto alla vostra; e potevo sentirvi. Ero in prima fila alla Carnegie Hall, e potei ammirarti, finalmente, senza che lui entrasse nel mio campo visivo. Il tuo corpo vibrava, i piedi nudi, a ogni passo, sorgevano trionfanti dalla spuma del mare; le figure in movimento, staccate fotogramma per fotogramma dal mio occhio e ridisposte in un ordine privato nella bacheca del mio “per sempre mia”, ricreavano certe pitture vascolari del British Museum: erano l’eleuteron greco.
Poi… interrompesti a un tratto la performance, e iniziasti a parlare al pubblico (benché io sapessi assurdamente che ti stavi rivolgendo a me solo): “Se la mia arte può essere considerata un simbolo, lo è senza dubbio dell’emancipazione della donna. Esporre il proprio corpo è arte; dissimularlo volgarità. Il nudo è verità, bellezza, arte. Perciò non può essere volgare o immorale”. Così detto, iniziasti ad agitare la tua sciarpa sopra la testa, e gridasti: “Sono anch’io rossa come questa! Il rosso è il colore della vita e del vigore… Voi non sapete cos’è la bellezza!”. E strappasti la spallina della tunica denudando un seno, e urlasti: “Questa… questa è bellezza!”.
La sala si svuotò di colpo. Io restai al mio posto, ad osservare il tuo sguardo trionfante.

Quando l’impresario bussò alla porta del tuo camerino e ci presentò, tu indossavi uno di quei pigiami Sulka che eri solita regalare a Sergej. Mi dicesti: “Non sapevo che in Italia esistessero ancora dei poeti, oltre al mio amico D’Annunzio”. Ma poi rimanemmo una mezz’ora a parlar male – in francese – del Vate e a discutere di Schopenauer. E quando, a un mio commento su un ritratto ad acquerello che Rodin ti aveva fatto a Parigi, il riso ti aperse le labbra mostrandomi l’indecente biancore dei tuoi denti e una ciocca di capelli si sollevò al ralenti per poi ricaderti sulla fronte, io ebbi il presentimento (che risultò esatto) di ciò che sarebbero stati i miei anni a venire: un inferno vissuto nell’erezione di monumenti al mio idolo, una lunga teoria di notti insonni spese a rivaleggiare con il “poeta-contadino” a suon di versi, a te inoltrati sulla migliore carta da lettere che riuscii a procurarmi dal mio cartolaio di Firenze.

Durante il mio soggiorno americano, ebbi modo di ricevere alcune notizie sul vostro matrimonio. Ad Indianapolis, dove mi recai per una conferenza qualche giorno dopo una tua esibizione, il sindaco Shanks mi raccontò di aver visto Sergei, ubriaco e geloso, scagliarsi contro di te ed insultarti volgarmente. Quella sera, benché il tema della conferenza fosse tutt’altro, non persi l’occasione di deridere “certi quadretti agresti di certi poetastri comunisti”.
Quando tornai in Italia, leggevo di te sui giornali. Appresi così del tuo polemico addio all’America, nel gennaio del ’23, del collasso nervoso di Sergej, a Parigi, e della rissa da lui inscenata a Berlino a colpi di balalaika, assieme alla sua banda di parassiti. Del vostro ritorno in Russia, invece, mi riferisti tu stessa nella prima lettera che mi spedisti: “Ho riportato nel suo paese questo bambino che ho per marito”, scrivevi, “ma non voglio avere più niente a che fare con lui”. L’incontenibile gioia che mi procurò quella tua, mi spinse a risponderti con un ardore e una temerarietà che tu dovesti giudicare sconveniente, tanto che per mesi non ricevetti più nulla. Solo nei primi giorni del ’24 mi scrivesti che Sergej flirtava con un’attrice del Kamerny e che tutti, a Mosca, sapevano.
In novembre, un’altra tua lettera in cui mi dicevi che ti trovavi a Berlino con una brutta bronchite e un dente ulcerato. “Tutti i paesi mi hanno rifiutato il visto per via delle mie relazioni politiche. Che cosa significa? Che cosa sono le relazioni politiche? Vorrei proprio saperlo. Sono completamente arenata e perduta in questa città orribilmente ostile. Non ho nemmeno un amico”.
Ti implorai, allora, di concedermi di venirti a trovare. Ma dopo una settimana aprii la busta e lessi soltanto: “Questo, assolutamente no!”. Fu l’ultima tua lettera.
Qualche tempo dopo appresi da un funzionario del consolato italiano a Parigi che ti eri trasferita a Nizza, dove eri riuscita ad ottenere un prix d’artiste per una stanzetta all’Hotel Negresco e l’uso di un piccolo teatro abbandonato. “L’ho incontrata ad un ricevimento da Rakovsky”, mi disse il diplomatico. “Mi ha parlato della sua amicizia con D’Annunzio e con la Duse e mi ha detto che Mussolini dovrebbe senz’altro aiutarla ad aprire una scuola di danza in Italia. Mi ha dato l’impressione di avere perso il senno. Ed è anche più bassa di quanto immaginassi”.

Arrivai a Nizza il 31 dicembre 1925, senza averti avvertito. I pinnacoli del Negresco, guizzanti sotto la luce del tramonto, erano battuti da una pioggia salmastra. Il concierge mi disse che eri appena uscita per un party di fine anno. Salii nella mia stanza per fissare sul soffitto la trama che dopo tre anni mi aveva condotto a te. Immaginai il nostro imminente incontro in tutti i dettagli: vestivi una tunica trasparente, d’un verde pallido, stretta in vita da un gallone dorato; calzavi sandali d’oro e calze di merletto, la testa fasciata da un turbante ornato di perle; sulle spalle avevi una cappa di velluto verde. Eri molto più giovane dei tuoi quarantotto anni.
Presi sonno all’alba, mi svegliai a mezzogiorno; alle due ero nella hall. Un tuo amico, Victor Seroff, mi riconobbe. Fu lui a firmare la mia sentenza di morte: “Isadora è partita per Parigi con il fratello, questa mattina presto. Le è stato comunicato che Esenin si è impiccato tre giorni fa”.
Nella stanza n. 5 dell’Hotel d’Angleterre di Pietrogrado (la stessa stanza in cui tu e lui, freschi sposi, avevate alloggiato), Sergej aveva scritto col proprio sangue un breve poemetto che finiva così: “In questa vita morire non è una novità; / e vivere lo è senza dubbio ancora meno”. Poi s’era appeso al tubo di riscaldamento.

Non ho più saputo niente di te, da quel giorno. Fino a questa mattina. I giornali hanno riportato la notizia: sulla Promenade des Anglais sei salita su una Bugatti, ieri sera; hai gridato felice: “Adieu, mes amis, je vais à la gloire!”; hai sistemato la sciarpa sulle spalle e attorno al collo, ma non ti sei accorta che una frangia era caduta fra i raggi della ruota, e quando il garagiste ha avviato la macchina, il tuo bel collo è stato spezzato.
Ed io, da ore ormai, sono alle prese con l’assurdo convincimento che quella sciarpa dev’essere quella stessa, rossa, che agitasti per me – solo per me – sul palco della Carnegie Hall, in una notte d’autunno di cinque anni fa.

Una settimana ancora, e l’estate è finita. Buttato su una chaise longue, non riesco a smettere di leggere il libro del mio rivale e quella poesia… Il canto di un cane: “I suoi occhi si riflettevano come stelle d’oro sulla neve”. Ti ho perduta da sempre: lo so ad ogni suo verso. Ma non importa più, adesso. Mentre scrivo quest’ultima lettera e mi preparo… danziamo insieme, per la prima volta e per sempre, mia cara Isadora Duncan.

Posted by giuliomozzi at 00:26 | Comments (1)

05.07.05

Domani sul Corriere

di Leonardo Colombati


Domani, 6 luglio, il Corriere della Sera pubblicherà un racconto inedito del sottoscritto. Mi avevano dato massima libertà, a patto che nel plot inserissi l'estate e il titolo di un libro. Ho rispettato la richiesta fino a un certo punto. Parlerò di lei.

Posted by Leonardo Colombati at 15:19 | Comments (0)

Se fosse un panino sarebbe un Gran Misto

di Stefano Tettamanti

[Stefano Tettamanti ha già scritto di Perceber nelle pagine dell'edizione genovese di Repubblica. Ora torna sul luogo del delitto con un articolo apparso nel numero del 5-18 luglio di Stilos.]

stefano_tettamanti.JPGLeonardo Colombati ha scritto un grande romanzo d'esordio e ne è perfettamente consapevole. Lo sforzo sovrumano e un po' paranoico - sette anni di studi, sicuramente matti e disperatissimi - che gli è costato Perceber - deve pur aver prodotto un risultato adeguato e Colombati è troppo colto, troppo intelligente e ha letto troppi libri per non sapere di averne scritto uno eccezionale. Consapevole ma non per questo, o magari proprio per questo, meno preoccupato che l asua opera prenda il largo da sola e riesca a superare la barriera di "noia, disaffezione e indifferenza" che può impedire al lettore di avvicinarsi all'ennesima opera prima dell'ennesimo giovane scrittore. E allora vai con i giubbotti di salvataggio e i razzi segnaletici: dentro il testo, sotto forma di corsivi, puntini di sospensione, esclamativi, iniziali maiuscole; fuori testo, con cartine, schemi, sinopsi, glossari, repertori, riferimenti, fonti. Perché nulla, o il meno possibile, dello sterminato romanzo rischi di restare ignorato, frainteso, inapprezzato. La citazione più marginale, l'ammiccamento più nascosto, tutto merita di essere portato alla superficie e democraticamente condiviso.

La storia in sé è presto detta. In una torrida giornata di luglio dell'anno 2000, a Roma, un pensionato viene investito da un tram e perde (nel senso che gli viene tranciata e non la si trova più) la gamba destra. All'incidente assistono tre testimoni di cui il libro racconta vita e miracoli con la tecnica dell'accumulo in apparenza disordinato e in realtà maniacalmente organizzato: Giovanni Migliore, giornalista free lance, beatlesiano convinto, Luigi Dodo, pediatra sessualmente disturbato, e Antonio Baldini, anziano avvocato arteriosclerotico che sfreccia per le strade di Roma in sella a uno scassato Benelli per compiere il suo delirante Piano Topografico. Musica (tanta musica, da Mozart a Ornella Vanoni, passando per l'intero rock più o meno progressivo degli anni Sessanta/Settanta - ma a Colombati che nel 1970 c'è nato, i dischi di Robert Fripp e dei King Crimson, dei Fugs o dei Beau Brummels, chi glieli ha fatti sentire? - e qualche spruzzata di jazz), cinema, teatro, letteratura, architettura, politica, storia grande e storie piccole, gastronomia, calcio, ciclismo, ippica, barzellette, apologhi, sermoni, discettazioni filosofiche, tutto confluisce in un disegno fantastico e iperrealista (fosse un panino dei fratelli Gallese, nessun dubbio, sarebbe un Gran Misto, miracoloso equilibrio di almeno un milione di gusti) che vien voglia di analizzare, per goderselo meglio, da vicinissimo e da lontano.
E la Cabala? E i mistici ebraici? E la cittadina spagnola di Perceber (l'etimologia del nome rimanda, con qualche capriola, a quella particolare prestazione erotica che nella bocca trova lo strumento d'attuazione più acconcio) dove abitanti e visitatori sono soggetti a una maledizione che li obbliga a non smettere mai di parlare e dove non esistono il Silenzio, né il Bianco, né lo Zero? Naturalmente nel romanzo di Colombati c'è anche questo, ma non è che qui si possa dar conto di tutto. E comunque la Gamba trova riposo, il Piano attuazione, non senza qualche colpo di scena, e tutto il Gran Misto si ordina nella griglia in tre parti, sette capitoli e quarantuno episodi, ciascuno dei quali ambientato in un diverso rione o quartiere di Roma. Colombati saprà scrivere altri libri dello stesso valore o, come si dice, ha dato tutto quello che aveva?

Posted by giuliomozzi at 09:22 | Comments (0)

04.07.05

Ulisse alla matriciana

di Giuseppe Ierolli

[Pubblichiamo una recensione di Perceber apparsa oggi sul blog I libri in testa]

Una premessa per sgombrare il campo da equivoci: io considero l'amatriciana una delle sette meraviglie, altro che colossi o piramidi. Perciò ho messo questo titolo per parlare dell'ultimo libro che ho letto: Perceber di Leonardo Colombati (Sironi, 17 euro). Dimenticavo (visto che a proposito di questo libro si è parlato anche della lunghezza): 511 pagine (in realtà sono 428, poi vedremo perché).

Se vi piacciono i libri aggrovigliati, con tentacoli che escono dalle pagine e vi fanno girare incuriositi per vedere dove vanno a parare, avete trovato quello che fa per voi. Non ci si annoia a girare per Roma insieme ai tre protagonisti e ad altri che non si curano di coccolarvi spiegandovi ogni volta il perché e il percome. Il lettore qui, e non capita spesso, deve entrarci dentro alla vicenda, come se i giri per Roma e le evocazioni del paese spagnolo che dà il titolo al libro lo riguardassero non come estraneo, ma come una sorta di co-protagonista. E deve anche cercare di entrare dentro alle teste di chi ci si aggira, per sbrogliare la matassa. E sì, perché Perceber può anche essere letto come un giallo, dove l'ultima frase, ma proprio l'ultima, senza preparazione, ti sbatte in faccia l'assassino. In realtà non un vero e proprio assassino, ma se leggete il libro e l'ultima frase vi illumina, capirete cosa intendo.
Dicevo prima della lunghezza. Il romanzo vero e proprio finisce a pag. 428, poi ci sono quasi cento pagine di note, glossario e citazione delle fonti. Viene subito in mente la raccomandazione di Joyce per l'Ulisse: pubblicatelo nudo e crudo, senza nemmeno i titoli dei capitoli. Certo, ma vorrei vedere quale lettore italiano è riuscito a digerire l'odissea dublinese senza il bicabornato del commento di De Angelis. Perciò secondo me Colombati ha fatto benissimo a scriverselo da solo quel commento. Senza contare che se avete comprato il libro e proprio non vi è piaciuto, quelle cento pagine vi aiuteranno a consolarvi un po': ci troverete un sacco di cose che potranno interessarvi anche se Perceber vi è sembrato un guazzabuglio senza senso.
In somma, complimenti a chi l'ha scritto (Colombati), e anche a chi lo ha pubblicato e coccolato per tanto tempo (Giulio Mozzi).

Posted by Leonardo Colombati at 12:21 | Comments (4)

Perceber ad Ancona

Mercoledì 6 luglio, alle ore 21, Silio Bozzi e Leonardo Colombati parleranno di Perceber ad Ancona, alla Mole Vanvitelliana.

Posted by Leonardo Colombati at 10:01 | Comments (0)

Lo scudo araldico di Perceber

di giuliomozzi

scudo_araldico_di_perceber.jpgChi crede che il lavoro attorno a un romanzo termini nel momento stesso della pubblicazione, s'inganna. Il nostro Leonardo è sempre lì, apparentemente, a Roma, nella sua amata Roma; e tuttavia è anche sempre lì, in quel suo luogo immaginato e immaginario che è la cittadina di Perceber. Ogni giorno - credo - la visita, ne gira le piazze e le contrade; e ogni giorno ne torna con nuove parole, nuove novelle da raccontare, nuovi fatti strani e curiosi, nuove notizie e documenti che gettino luce (non troppa luce: il bianco è bandito da Perceber) sul mistero di questa cittadina. Dall'ultimo suo viaggio è tornato, Leonardo, portando con sé addirittura una preziosa immagine dello stemma araldico di Perceber. Che giustamente - credo - poniamo in capo a questo sito. L'interpretazione dello stemma è assai semplice: le onde del mare significano le onde del mare, il cielo azzurro significa il cielo azzurro, le rocce significano le rocce, la torre trimerlata significa la torre trimerlata, e il braccio corazzato imbracciante la spada significa il braccio corazzato imbracciante la spada: perché chiacchieroni sono sì, questi di Perceber, ma non imbelli.

Posted by giuliomozzi at 09:16 | Comments (2)

02.07.05

Ancora Langone

di Leonardo Colombati

L’ottimo Camillo Langone mi aveva già bacchettato qualche giorno fa, lamentando l’eccessiva lunghezza di certi romanzi italiani, recentemente pubblicati, che sfiorano – o sforano – le cinquecento pagine. Oggi, sul Foglio, Langone stila un compendio della letteratura universale in 117 punti, in forma di domanda e risposta-citazione. Al numero 45 leggiamo: “Come si fa a distinguere la qualità di un libro o di un film?” “Le opere più brevi sono sempre le migliori (Jean de La Fontaine)”. Prosegue il discorso al punto successivo: “"E allora Proust dove lo metti? E Moresco?” “La brevità è la sorella del talento (Anton Checov)”.
Ora, vi prego di considerare due cose: a) sinceramente, non riesco a capire se la questione della brevità/lunghezza di un testo letterario abbia una qualche importanza; b) mi piacciono i pezzi che Langone scrive sul Foglio, li leggo spesso e spesso mi divertono; mi stupisce, comunque, che nel suggerire una dieta letteraria il Maccheronico si sia clamorosamente allineato a certi dictat sirchiani. Già mi figuro la Circolare: del Joyce rimanga solo il primo racconto dublinese, di Tolstoj si bruci tutto tranne lo Chadzi-Murat, e quanto a quel Cervantes, bastino e avanzino i pochi versi iniziali a cabo roto.

Posted by Leonardo Colombati at 16:13 | Comments (4)

01.07.05

Langone contro i romanzi lunghi

di Camillo Langone


[Sul Foglio di martedì 28 giugno, Camillo Langone ha pubblicato un articolo in cui, tra le altre cose, dichiara il suo fastidio per "certi capolavori imprescindibili", rei di essere insopportabilmente troppo lunghi. Riportiamo qui uno stralcio dell'intervento di Langone.]


Che fine ha fatto il cugino potentino, quello che non avendo di meglio da fare leggeva i libri nuovi al posto mio? Era da un po' che non lo sentivo. Lo pensavo nel castello di Migliomico, in una delle poche stanze rimaste agibili, sprofondato nella lettura di uno di quei mattoni cartacei che ultimamente piacciono molto ai critici. L'insensibilità di costoro alla crescente lunghezza dei libri da recensire è sospetta: possibile che petulanti come sono non si lamentino dell'aumentato carico di lavoro? Non sarà che leggono a campione, carotando dieci pagine, non una di più, qualunque sia la foliazione complessiva dell'opera? Il cugino lo immaginavo curvo su un Colombati da 506 pagine o su un Moresco da 544, sul primo Genna (545) o sull'ultimo Parente (462) o su uno qualsiasi dei campioni della sottilmente ricattatoria casa editrice Sironi (il sottile ricatto è il seguente: per essere aggiornato sulla nuova letteratura italiana devi dedicare quattro ore al giorno, minimo, agli autori da noi scoperti, tutti geni assoluti che scrivono solo capolavori imprescindibili e se li trovi troppo lunghi, i capolavori, devi ritornare al Baricco da dove certamente sei venuto, e se pensi che avremmo dovuto tagliarli sei un grossolano, una specie di salumaio leghista che avrebbe tagliato anche Proust, dillo che trovi lunga la Recherche, dai, abbi il coraggio, ecco, allora è vero che sei un salumaio leghista e pure omofobo, e se dici che è statisticamente impossibile che ogni anno vengano pubblicati 12 capolavori imprescindibili di 12 geni assoluti ti rispondiamo che a Giulio Mozzi, il nostro editor, di capolavori imprescindibili ne arrivano sotto forma di manoscritto 52 all'anno e quindi il nostro catalogo è già il frutto di un duro lavoro di distillazione, di una spietata selezione). Soltanto un cugino stipendiato dalla Regione Basilicata per badare alle pietre del castello semidiruto di Miglionico può avere la voglia e il tempo di affrontare un Casadei (purtroppo non Raoul ma Umberto) da 488 pagine, un Garlini da 477, un Avoledo da 530, per non dire del terrore di tutti coloro che vivono in miniappartamenti, il voluminoso Luisitio Bianchi, 860 imprescindibili fogli...

Posted by Leonardo Colombati at 09:07 | Comments (28)