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06.07.05
Isadora Duncan: una lettera d'addio
di Leonardo Colombati
[Questo racconto di Leonardo Colombati è apparso nel Corriere della sera di oggi 6 luglio 2005. gm]
Isadora, amore mio, incubo mal sostenuto della mia inesperienza, foglia profilata di arancio bruno e verde sull’erba avvizzita di un autunno newyorchese quando ti vidi per la prima volta, a braccetto con quel tuo poeta russo, e per la prima volta (l’ultima, finora) agì in me l’impulso di uccidere – almeno come sanno farlo gli uomini di lettere: e dunque ridicolizzando quel borioso Esenin. Ma la mia invidia non era per lui. Era per te, e tramite te per tutte le Donne; per quel Potere che tutto il fumo dei nostri sigari non potrà mai offuscare, che il fascino maschile non saprà mai eguagliare.
Arrivaste ad Ellis Island nell’ottobre del ‘22; tu e il tuo marito bolscevico, sul transatlantico Paris. I giornali scrissero che il Board of Review, prima di lasciarti rientrare in patria, osò chiederti: “Come si atteggia quando danza?”. E tu rispondesti che mai ti eri vista danzare. Divina!
Presi una stanza al Waldorf Astoria, accanto alla vostra; e potevo sentirvi. Ero in prima fila alla Carnegie Hall, e potei ammirarti, finalmente, senza che lui entrasse nel mio campo visivo. Il tuo corpo vibrava, i piedi nudi, a ogni passo, sorgevano trionfanti dalla spuma del mare; le figure in movimento, staccate fotogramma per fotogramma dal mio occhio e ridisposte in un ordine privato nella bacheca del mio “per sempre mia”, ricreavano certe pitture vascolari del British Museum: erano l’eleuteron greco.
Poi… interrompesti a un tratto la performance, e iniziasti a parlare al pubblico (benché io sapessi assurdamente che ti stavi rivolgendo a me solo): “Se la mia arte può essere considerata un simbolo, lo è senza dubbio dell’emancipazione della donna. Esporre il proprio corpo è arte; dissimularlo volgarità. Il nudo è verità, bellezza, arte. Perciò non può essere volgare o immorale”. Così detto, iniziasti ad agitare la tua sciarpa sopra la testa, e gridasti: “Sono anch’io rossa come questa! Il rosso è il colore della vita e del vigore… Voi non sapete cos’è la bellezza!”. E strappasti la spallina della tunica denudando un seno, e urlasti: “Questa… questa è bellezza!”.
La sala si svuotò di colpo. Io restai al mio posto, ad osservare il tuo sguardo trionfante.
Quando l’impresario bussò alla porta del tuo camerino e ci presentò, tu indossavi uno di quei pigiami Sulka che eri solita regalare a Sergej. Mi dicesti: “Non sapevo che in Italia esistessero ancora dei poeti, oltre al mio amico D’Annunzio”. Ma poi rimanemmo una mezz’ora a parlar male – in francese – del Vate e a discutere di Schopenauer. E quando, a un mio commento su un ritratto ad acquerello che Rodin ti aveva fatto a Parigi, il riso ti aperse le labbra mostrandomi l’indecente biancore dei tuoi denti e una ciocca di capelli si sollevò al ralenti per poi ricaderti sulla fronte, io ebbi il presentimento (che risultò esatto) di ciò che sarebbero stati i miei anni a venire: un inferno vissuto nell’erezione di monumenti al mio idolo, una lunga teoria di notti insonni spese a rivaleggiare con il “poeta-contadino” a suon di versi, a te inoltrati sulla migliore carta da lettere che riuscii a procurarmi dal mio cartolaio di Firenze.
Durante il mio soggiorno americano, ebbi modo di ricevere alcune notizie sul vostro matrimonio. Ad Indianapolis, dove mi recai per una conferenza qualche giorno dopo una tua esibizione, il sindaco Shanks mi raccontò di aver visto Sergei, ubriaco e geloso, scagliarsi contro di te ed insultarti volgarmente. Quella sera, benché il tema della conferenza fosse tutt’altro, non persi l’occasione di deridere “certi quadretti agresti di certi poetastri comunisti”.
Quando tornai in Italia, leggevo di te sui giornali. Appresi così del tuo polemico addio all’America, nel gennaio del ’23, del collasso nervoso di Sergej, a Parigi, e della rissa da lui inscenata a Berlino a colpi di balalaika, assieme alla sua banda di parassiti. Del vostro ritorno in Russia, invece, mi riferisti tu stessa nella prima lettera che mi spedisti: “Ho riportato nel suo paese questo bambino che ho per marito”, scrivevi, “ma non voglio avere più niente a che fare con lui”. L’incontenibile gioia che mi procurò quella tua, mi spinse a risponderti con un ardore e una temerarietà che tu dovesti giudicare sconveniente, tanto che per mesi non ricevetti più nulla. Solo nei primi giorni del ’24 mi scrivesti che Sergej flirtava con un’attrice del Kamerny e che tutti, a Mosca, sapevano.
In novembre, un’altra tua lettera in cui mi dicevi che ti trovavi a Berlino con una brutta bronchite e un dente ulcerato. “Tutti i paesi mi hanno rifiutato il visto per via delle mie relazioni politiche. Che cosa significa? Che cosa sono le relazioni politiche? Vorrei proprio saperlo. Sono completamente arenata e perduta in questa città orribilmente ostile. Non ho nemmeno un amico”.
Ti implorai, allora, di concedermi di venirti a trovare. Ma dopo una settimana aprii la busta e lessi soltanto: “Questo, assolutamente no!”. Fu l’ultima tua lettera.
Qualche tempo dopo appresi da un funzionario del consolato italiano a Parigi che ti eri trasferita a Nizza, dove eri riuscita ad ottenere un prix d’artiste per una stanzetta all’Hotel Negresco e l’uso di un piccolo teatro abbandonato. “L’ho incontrata ad un ricevimento da Rakovsky”, mi disse il diplomatico. “Mi ha parlato della sua amicizia con D’Annunzio e con la Duse e mi ha detto che Mussolini dovrebbe senz’altro aiutarla ad aprire una scuola di danza in Italia. Mi ha dato l’impressione di avere perso il senno. Ed è anche più bassa di quanto immaginassi”.
Arrivai a Nizza il 31 dicembre 1925, senza averti avvertito. I pinnacoli del Negresco, guizzanti sotto la luce del tramonto, erano battuti da una pioggia salmastra. Il concierge mi disse che eri appena uscita per un party di fine anno. Salii nella mia stanza per fissare sul soffitto la trama che dopo tre anni mi aveva condotto a te. Immaginai il nostro imminente incontro in tutti i dettagli: vestivi una tunica trasparente, d’un verde pallido, stretta in vita da un gallone dorato; calzavi sandali d’oro e calze di merletto, la testa fasciata da un turbante ornato di perle; sulle spalle avevi una cappa di velluto verde. Eri molto più giovane dei tuoi quarantotto anni.
Presi sonno all’alba, mi svegliai a mezzogiorno; alle due ero nella hall. Un tuo amico, Victor Seroff, mi riconobbe. Fu lui a firmare la mia sentenza di morte: “Isadora è partita per Parigi con il fratello, questa mattina presto. Le è stato comunicato che Esenin si è impiccato tre giorni fa”.
Nella stanza n. 5 dell’Hotel d’Angleterre di Pietrogrado (la stessa stanza in cui tu e lui, freschi sposi, avevate alloggiato), Sergej aveva scritto col proprio sangue un breve poemetto che finiva così: “In questa vita morire non è una novità; / e vivere lo è senza dubbio ancora meno”. Poi s’era appeso al tubo di riscaldamento.
Non ho più saputo niente di te, da quel giorno. Fino a questa mattina. I giornali hanno riportato la notizia: sulla Promenade des Anglais sei salita su una Bugatti, ieri sera; hai gridato felice: “Adieu, mes amis, je vais à la gloire!”; hai sistemato la sciarpa sulle spalle e attorno al collo, ma non ti sei accorta che una frangia era caduta fra i raggi della ruota, e quando il garagiste ha avviato la macchina, il tuo bel collo è stato spezzato.
Ed io, da ore ormai, sono alle prese con l’assurdo convincimento che quella sciarpa dev’essere quella stessa, rossa, che agitasti per me – solo per me – sul palco della Carnegie Hall, in una notte d’autunno di cinque anni fa.
Una settimana ancora, e l’estate è finita. Buttato su una chaise longue, non riesco a smettere di leggere il libro del mio rivale e quella poesia… Il canto di un cane: “I suoi occhi si riflettevano come stelle d’oro sulla neve”. Ti ho perduta da sempre: lo so ad ogni suo verso. Ma non importa più, adesso. Mentre scrivo quest’ultima lettera e mi preparo… danziamo insieme, per la prima volta e per sempre, mia cara Isadora Duncan.
Posted by giuliomozzi at 06.07.05 00:26
Comments
Perceber nel mio blog, a firma Luca Tassinari:-)
Posted by: www.lucioangelini.splinder.com at 08.07.05 14:12