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05.07.05

Se fosse un panino sarebbe un Gran Misto

di Stefano Tettamanti

[Stefano Tettamanti ha già scritto di Perceber nelle pagine dell'edizione genovese di Repubblica. Ora torna sul luogo del delitto con un articolo apparso nel numero del 5-18 luglio di Stilos.]

stefano_tettamanti.JPGLeonardo Colombati ha scritto un grande romanzo d'esordio e ne è perfettamente consapevole. Lo sforzo sovrumano e un po' paranoico - sette anni di studi, sicuramente matti e disperatissimi - che gli è costato Perceber - deve pur aver prodotto un risultato adeguato e Colombati è troppo colto, troppo intelligente e ha letto troppi libri per non sapere di averne scritto uno eccezionale. Consapevole ma non per questo, o magari proprio per questo, meno preoccupato che l asua opera prenda il largo da sola e riesca a superare la barriera di "noia, disaffezione e indifferenza" che può impedire al lettore di avvicinarsi all'ennesima opera prima dell'ennesimo giovane scrittore. E allora vai con i giubbotti di salvataggio e i razzi segnaletici: dentro il testo, sotto forma di corsivi, puntini di sospensione, esclamativi, iniziali maiuscole; fuori testo, con cartine, schemi, sinopsi, glossari, repertori, riferimenti, fonti. Perché nulla, o il meno possibile, dello sterminato romanzo rischi di restare ignorato, frainteso, inapprezzato. La citazione più marginale, l'ammiccamento più nascosto, tutto merita di essere portato alla superficie e democraticamente condiviso.

La storia in sé è presto detta. In una torrida giornata di luglio dell'anno 2000, a Roma, un pensionato viene investito da un tram e perde (nel senso che gli viene tranciata e non la si trova più) la gamba destra. All'incidente assistono tre testimoni di cui il libro racconta vita e miracoli con la tecnica dell'accumulo in apparenza disordinato e in realtà maniacalmente organizzato: Giovanni Migliore, giornalista free lance, beatlesiano convinto, Luigi Dodo, pediatra sessualmente disturbato, e Antonio Baldini, anziano avvocato arteriosclerotico che sfreccia per le strade di Roma in sella a uno scassato Benelli per compiere il suo delirante Piano Topografico. Musica (tanta musica, da Mozart a Ornella Vanoni, passando per l'intero rock più o meno progressivo degli anni Sessanta/Settanta - ma a Colombati che nel 1970 c'è nato, i dischi di Robert Fripp e dei King Crimson, dei Fugs o dei Beau Brummels, chi glieli ha fatti sentire? - e qualche spruzzata di jazz), cinema, teatro, letteratura, architettura, politica, storia grande e storie piccole, gastronomia, calcio, ciclismo, ippica, barzellette, apologhi, sermoni, discettazioni filosofiche, tutto confluisce in un disegno fantastico e iperrealista (fosse un panino dei fratelli Gallese, nessun dubbio, sarebbe un Gran Misto, miracoloso equilibrio di almeno un milione di gusti) che vien voglia di analizzare, per goderselo meglio, da vicinissimo e da lontano.
E la Cabala? E i mistici ebraici? E la cittadina spagnola di Perceber (l'etimologia del nome rimanda, con qualche capriola, a quella particolare prestazione erotica che nella bocca trova lo strumento d'attuazione più acconcio) dove abitanti e visitatori sono soggetti a una maledizione che li obbliga a non smettere mai di parlare e dove non esistono il Silenzio, né il Bianco, né lo Zero? Naturalmente nel romanzo di Colombati c'è anche questo, ma non è che qui si possa dar conto di tutto. E comunque la Gamba trova riposo, il Piano attuazione, non senza qualche colpo di scena, e tutto il Gran Misto si ordina nella griglia in tre parti, sette capitoli e quarantuno episodi, ciascuno dei quali ambientato in un diverso rione o quartiere di Roma. Colombati saprà scrivere altri libri dello stesso valore o, come si dice, ha dato tutto quello che aveva?

Posted by giuliomozzi at 05.07.05 09:22

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