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31.08.05
Una ri-scrittura di infinite altre ri-scritture
di Giovanni Choukhadarian
“Little is left to tell”, c’è rimasto poco da raccontare. Così, secondo Italo Calvino della quinta lezione americana, dice uno dei due personaggi nel finale di Ohio improptu di Samuel Beckett. Mario Lavagetto ha fatto notare che Calvino commette un errore riportando la battuta. Scrive in realtà Beckett che “Nothing is left to tell”, non c’è più niente da raccontare. Perceber, romanzo d’esordio di Leonardo Colombati, nasce da queste riflessioni e, guardacaso, inizia con una negazione: “non” (allo stesso modo che le poesie di Valéry, ricorda ancora Calvino, iniziano con rien). Fa notare Lavagetto che Calvino, scettico sulle neoavanguardie e lontano da Beckett, può essere incorso in un lapsus perché convinto che il grado zero raggiunto dal grande irlandese decretasse non già la morte, ma la rinascita con altri mezzi della letteratura e della narrazione. Anche Leonardo Colombati ne dev’esser convinto, se ha scritto oltre 500 pagine, sebbene un centinaio di sole note esplicative del testo. Ma già su questa convinzione è lecito esprimere qualche dubbio.
Nelle non rare interviste con l’autore che hanno preceduto, accompagnato e seguito la pubblicazione dell’opera, Colombati non ha esitato a fare nomi tali quelli di Musil, Joyce e Garcìa Marquez – e perciò più di un lettore ha parlato di postmodernità. Stabilito che la qualità di un testo non si stabilisce sulla base di questa o quella etichetta più o meno alla moda, sembra difficile bollare di postmoderni Musil, Joyce e Garcìa Marquez. Se tuttavia è l’autore stesso a dichiarare questi mattatori del secolo scorso fra i suoi punti di riferimento, si potrà indurre che Perceber è intanto un grosso pastiche admiratif, al modo che Marcel Proust cercava di imitare lo stile di Flaubert nell’Affaire Lemoine.
Più volte intervistato a proposito della sua opera d’esordio, l’autore non si è poi peritato di citare fra i suoi maestri anche taluni contemporanei, e fra questi l’inevitabile Thomas Pynchon, la cui appartenenza al postmoderno pare indubbia. Di Pynchon, Colombati ricalca alcuni tic stilistici, e parrebbe allora più onesto parlare di calco, invece che di pastiche. L’autore ha dichiarato di aver letto molto dell’americano e lo vuol far sapere con citazioni invero meno che invisibili. Il gioco a chi indovina più rimandi e a quali autori torna utile in lavori di questa fatta, nei quali sembra invece inutile ricostruire la fabula, tanto è sommersa, anzi fagocitata da un intreccio debordante e alla fine paradossalmente inutile. Esistono bensì 3 personaggi guida, che parlano più o meno la stessa lingua; esiste una città co-protagonista (Roma, non una città qualunque, di per se stessa carica di rimandi e richiami pesantissimi) e un’altra che dà il titolo al libro; esistono infine uno smisurato numero di spunti narrativi, tenuti insieme in una cornice non boccaccesca né omerica (e quindi non derivata in nessun modo da Joyce), che Colombati pubblica subito dopo il frontespizio, come le tavole delle tre cantiche dantesche illustrate da Gustave Doré.
Perceber è in realtà una ri-scrittura di infinite altre ri-scritture e nega perciò al genere cui pure appartiene, cioè il romanzo, qualsivoglia velleità ermeneutica. In questo senso, è un’opera premoderna, al cui centro sta in bella vista il suo compilatore e la sua cultura vasta e sregolata, capace di mescolare Cabbalah e il marchese de Sade, i Beatles, von Kleist e Frank Sinatra. Il risultato è simile all’eruzione di un vulcano, e le conseguenze sono più o meno le stesse: attorno, resta la terra bruciata, cui Ovidio e Lucrezio sognavano di dar voce. Alla fine della lettura di questo libro, restano in mente alcuni notevoli squarci di Roma, diverse pagine di umorismo a tratti volutamente greve e, non per caso, nessun personaggio, nessun dubbio, nessuna critica a niente; salvo, ma fuori dal libro, quelle dell’autore a se stesso.
Nel grosso apparato epitestuale di Perceber figurano molte interviste in cui Colombati dichiara il ‘fallimento programmatico’ del suo romanzo. Come possa un autore, tanto più al suo esordio (e anche se gli è costato dai 7 ai 10 anni di lavoro) programmare il fallimento di un libro è cosa che sfugge ai cervelli e ai cuori meglio intenzionati nei suoi confronti. Se questo romanzo è fallito, e con lui fallisce tutto un filone della narrativa italiana contemporanea, è per l’ignoranza di altre, e più notevoli, dichiarazioni di fallimento.
Bisogna allora tornare a Calvino delle Lezioni americane e, in particolare, a quella in cui si parla di molteplicità e degli iperromanzi che ne derivano, toccando il suo apice con Vita: istruzioni per l’uso di Georges Perec. Secondo Calvino, quello è “l’ultimo vero avvenimento nella storia del romanzo”. Curiosa definizione, per un intellettuale restìo a dogmatismi come lui; ma, vent’anni dopo, definizione ancora condivisibile. Letto Perec, chiunque voglia provarsi in un romanzo del genere sa che la strada è già stata percorsa in maniera definitiva. C’è ancora spazio per raccontare storie, ma è molto probabile che non le si possa più raccontare così.
Altri articoli di Giovanni Choukhadarian su Perceber:
- "Houdinì mi ha sempre affascinato". Stilos intervista Leonardo Colombati.
- Il Capolavoro misterioso ovvero sia del suo gran Contaballe e di gambe.
Posted by giuliomozzi at 31.08.05 14:24