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28.09.05
Un romanzo riuscito solo a metà
[Questa recensione di Perceber è apparsa oggi su Il Foglio]
Almeno un primato, il romanzo di Leonardo Colombati lo può sicuramente vantare. Mai libro di un esordiente era stato così copiosamente osannato, vilipeso e recensito come questo suo Perceber. Già un anno prima di venire pubblicato, qualcuno aveva previsto una "lotta nell'editoria euopea" per accaparrarsene i diritti. C'era chi lo definiva "la massima scoperta letteraria degli ultimi anni" o addirittura "il romanzo del decennio, il decennio che è trascorso e quello che verrà". Anche se poi, in un soprassalto di realismo, lo stesso critico prevedeva che ben pochi sarebbero riusciti a leggerlo.
E forse il punto sta proprio qui. Nella leggibilità di un romanzo di cinquecento pagine (ma un'ottantina sono dedicate a note, postille e riferimenti bibliografici) per cui sono stati scomodati i nomi di Joyce, di Pynchon e di Borges. Perceber è infatti un'opera di difficile digestione. Questo nonostante il talento e la ricchezza inventiva di Colombati appaiano innegabili. Ma la complessità della sua struttura, che si dirama in mille rivoli secondari, non rende facile nemmeno ricostruirne la trama.
Protagonisti del romanzo-monstre sono un giornalista omosessuale in crisi d'identità, un pediatra con fantasie pedofile e un avvocato in pensione. I tre personaggi incrociano le loro esistenze il 6 luglio del 2000, quando un tram investe un anziano signore trinciandogli la gamba. In una Roma travolta dal Giubileo e da una manifestazione del Gay Pride, le loro vite si intrecciano con quelle degli abitanti di una cittadina medioevale spangola, Perceber appunto, che terrorizzati dalla paura del nulla non possono mai smettere di parlare. Continui sono i rimandi tra le due città, ma è Roma il vero punto nodale del romanzo. Una Roma caotica, accaldata, pigra, malinconica e fascinosa che rispecchia la società italiana.
Nella straripante narrazione si mescolano tempi e paesi diversi, luoghi reali e immaginati, cosmologie cabalistiche e deliri sessuali, citazioni erudite e canzonette, figure inventate e personaggi storici. A volte si è presi dal dubbio che questa fantasmagorica follia, che non si sa dove inizia nè dove voglia andare a finire, rischi di diventare uno straordinario gioco linguistico fine a se stesso. E forse infatti questo romanzo-non romanzo denso e ambizioso, frutto di oltre dieci anni di lavoro e di quaranta riscritture, è riuscito solo a metà. Ma certo non fa rimpingiare tante operine modeste e minimaliste di cui la letteratura italiana degli utlimi anni è stata fin troppo prodiga.
Posted by Leonardo Colombati at 11:30 | Comments (7)
26.09.05
Mi par di veder
Or, se mi mostra la mia carta il vero,
non è lontano a discoprirsi il porto;
sì che nel lito i voti scioglier spero
a chi nel mar per tanta via m'ha scorto;
ove, o di non tornar col legno intero,
o d'errar sempre, ebbi già il viso smorto.
Ma mi par di veder, ma veggo certo,
veggo la terra, e veggo il lito aperto.
(Lodovico Ariosto, Orlando furioso, Canto XLVI, vv. 1-8)
Posted by Leonardo Colombati at 16:49 | Comments (2)
23.09.05
La Crus
di Leonardo Colombati
Sabato 24 settembre, al Castello Sforzesco di Milano (h 23), all'interno della rassegna Milano Film Festival si esibiranno i La Crus per presentare il loro nuovo album, Infinite possibilità. Il disco sarà nei negozi a partire dal 21 ottobre (mentre il primo singolo, Mondo sii buono, è in radio da oggi) e in qualche modo il sottoscritto ci è immischiato. Come? Ve lo farò sapere al più presto.
Posted by Leonardo Colombati at 14:48 | Comments (7)
21.09.05
Fallimento
Su Vibrisse una mia risposta a Giovanni Choukadarian.
Posted by Leonardo Colombati at 19:30 | Comments (1)
Una lettura sinottica
Su Vibrisse, una lettura sinottica di Perceber, La macinatrice e Neuropa da parte di Gabriele Dadati.
Posted by Leonardo Colombati at 11:28 | Comments (5)
20.09.05
Titoli
Ho chiamato il mio libro Perceber. Romanzo eroicomico. Non sono dunque la persona più adatta per disquisire di titoli; quando sono buoni e quando sono pessimi. Lascio dunque la parola ad Enzo G. Castellari, uno pseudonimo sotto cui si cela Enzo Girolami, “il John Woo dell’action movie all’europea”, come lo ha definito qualcuno. Negli anni Sessanta e Settanta, Castellari faceva spaghetti-western: Keoma, Sette Winchester per un massacro, Cipolla Colt, Vado… l’ammazzo e torno... Ieri sera l’hanno intervistato su Raidue quelli di Stracult. Gli hanno chiesto come facesse a trovare certi titoli. E lui ha risposto che “per capire se un titolo funziona, dopo averlo pronunciato uno deve dire: MEI COJONI! Se non funziona, invece, ti viene da dire: E ‘STI CAZZI… Ad esempio, se io ti dico il titolo del mio primo film, Vado… l’ammazzo e torno, tu cosa dici?” E l’intervistatore: “MEI COJONI!”. E se ti dico, che so, L’assassino è al telefono?”. “E ‘STI CAZZI”.
Posted by Leonardo Colombati at 16:38 | Comments (3)
Non ci trovo l'anima
Qui una recensione di Perceber a cura di Blog senza qualità.
Posted by Leonardo Colombati at 16:25 | Comments (3)
15.09.05
Il romanzo perduto di un genio postumo
di Leonardo Colombati
[Questo articolo di Leonardo Colombati è apparso oggi nel quotidiano Il Giornale.]
Edward Lewis Wallant iniziò a scrivere a trent’anni. Morì appena sei anni più tardi, nel 1962, per la rottura di un aneurisma. Fece in tempo a vedersi pubblicati due romanzi (The human season e The pawnbroker) e a lasciarne altrettanti, inediti, ai posteri. Si sa, però, che questi ultimi tendono ad essere generalmente distratti: perché perdere tempo con uno scrittore ebreo-americano prematuramente scomparso, quando si hanno a disposizione Bellow, Roth, Mailer e Malamud? Il pubblico e i critici americani si dimenticarono presto di lui.
Per i lettori italiani, Wallant è un oggetto ancor più misterioso. The pawnbroker fu pubblicato nel 1967 da Garzanti come L’uomo del banco dei pegni; tre anni prima ne era stato tratto un film di discreto successo con Rod Steiger, per la regia di Sidney Lumet, dove per la prima volta Hollywood entrava in un campo di concentramento nazista, attraverso i ricordi di un sopravvissuto che non riesce a scacciare i propri fantasmi.
Dopo anni di purgatorio, il nome di Wallant è ricomparso alla ribalta letteraria nel 2003, quando l’inedito The tenants of Moonbloom è finalmente uscito con una prefazione di Dave Eggers, il sedicente “formidabile genio” e direttore della rivista di culto McSweeney’s. Il mio scarso amore per Eggers mi ha messo sulla difensiva quando ho iniziato a leggere la traduzione italiana del libro di Wallant (uscirà a giorni per Baldini Castoldi Dalai, con il titolo Gli inquilini di Moonbloom). Ma già dalla prime pagine, mi sono reso conto che ciò che avevo fra le mani era un ottimo romanzo, miracolosamente scampato a quarant’anni di oblio.
Il tour de force di Wallant ribadisce il particolare talento di cui i moderni scrittori ebreo-americani dispongono nel creare personaggi indimenticabili, laddove i gentili (si pensi a Barth, a Pynchon, a De Lillo, giù giù fino a Vollman) sono piuttosto dei costruttori di complicate macchine narrative, all’interno delle quali i “caratteri” finiscono per essere incidentali. In questo senso, Norman Moonbloom – il protagonista del romanzo – se non è forse degno di sedersi a tavola con Augie March, Alex Portnoy e la Signorina Cuorinfranti, può essere considerato un loro affascinante fratello minore. Già nel primo capitolo lo troviamo “frustato dal filo del telefono (…), vittima della sua tendenza alla goffaggine”. È nel suo ufficio, tra mobili-archivio ammaccati, dietro una scrivania di vernice che si squama “come pelle morta”. Sul vetro si può leggere: “IMMOBILIARE I. MOONBLOOM – NORMAN MOONBLOOM, AGENTE”; una scritta a caratteri cubitali, neri, che sembra racchiudere il senso di tutto il libro: quella “i” puntata sta infatti, per Irwin, il fratello per cui Norman è costretto a lavorare. Nella conversazione telefonica fra i due, che apre il romanzo, sentiamo già tutto il peso della differenza fra i due Moonbloom: “Dio sa se io posso pensare a sciocchezze simili”, si lamenta Irwin dopo che Norman gli ha appena fatto il punto della situazione riguardo ad uno stabile sulla 13^ Strada (topi ovunque, gabinetti intasati, ringhiere pencolanti). “A te tocca soltanto la responsabilità di quelle quattro case… riscuotere gli affitti, curare pochi aspetti amministrativi”, prosegue Irwin. “Io invece sono al centro di transazioni molto più complesse… non posso certo rubare tempo a quelle cose, che sono molto più importanti, per occuparmi di scarafaggi e di latrine, ti pare, Norm?”.
Su e giù per l’Upper West Side, a sollecitare inquilini morosi e a ricevere le loro confessioni: ecco la giornata di Norman Moonbloom. Arnold e Betty Jacoby gli offrono una scatoletta di minestra Campbell, del caffè istantaneo e una scipita commedia matrimoniale. Marvin Schoenbrun lo fa accomodare mentre si tampona una ferita sulla guancia appena rasata e si lamenta dell’impianto elettrico antiquato. Stan Katz, trombettista jazz che convive con un batterista nero omosessuale, lo riceve con un sorriso “dipinto con abili ombreggiature a trompe-l’oeil”, in un ambiente pregno dell’odore di birra rovesciata e portacenere non svuotati: “una bacchetta di batteria si ergeva da una bottiglia di whisky vuota come l’albero di una nave, incappucciata da un profilattico”. Il signor Hauser non accetta di dover corrispondere l’affitto ogni settimana, mentre la moglie si mostra più accondiscendente, fasciata in un vestito ornato di perline che le dà un’aria vagamente pornografica. L’ultracentenario Karloff – “una gigantesca creatura estinta” – ha trasformato il suo appartamento in un bidone dell’immondizia e osserva lo spettacolo tracannando shnapps. Il signor Basellecci si lancia in uno sgangherato elogio del caffè italiano prima di mostrare a Norman il muro gonfio e imputridito della stanza da bagno: “Mi siedo lì e guardo quell’orrenda ‘osa gonfia. Non riesco a rilassarmi. Il mio sfintere è paralizzato dal terrore. Fra poco mi ammalerò sul serio, e allora vi chiamerò al tribunale. Lo dovete aggiustare!”.
Del campionario di inquilini collezionati dall’Immobilare I. Moonbloom fanno parte anche un ragazzo cinese che racconta a Norman nei dettagli le proprie avventure erotiche, un insegnante di inglese che declama versi di Eliot – “quel Vecchio Possum!” –, un clown che fa l’ambulante sui treni che partono dalla Grand Central Station, un boxeur che studia arte drammatica, uno “gnomo ebreo” che vive nel sottotetto… Tutti questi personaggi sembrano delle marionette caricate a molla: entrano in funzione soltanto all’arrivo dell’agente, gli mostrano scarafaggi, lavandini otturati ma anche le miserie più intime e i sogni più privati. Raramente le visite di Norman si concludono con il contante nella tasca dei calzoni; è costretto a dare molto più di quanto riceve: a dare vita, appunto, e per il solo fatto di star lì ad ascoltare. Il premio è un’afflizione crescente (se si tralascia l’inevitabile avventura con una giovane inquilina): chi è, lui, se non uno di loro? La sua solitudine si riflette nei caseggiati posseduti dal fratello come in una miriade di specchi, sui quali gli inquilini ricambiano il suo sguardo. Come spiega Eggers nella sua prefazione, “a poco a poco Moonbloom si piega sotto il peso delle necessità degli abitanti degli stabili. La pressione lo raggiunge e, mentre tenta di non eccedere i limiti del risicato budget del fratello e implora la pazienza generale (…) deve decidere se davvero, come ripete spesso, lui è ‘solo un agente’, o ha una personale responsabilità nel riscatto, sia pur minimo, delle vite dei suoi residenti”. Deciderà, infine, di cimentarsi in una personalissima crociata; a proprie spese: “A seguito di un’altra telefonataccia di Irwin, Norman ritirò duemila dollari dal suo conto personale e spedì al suo datore di lavoro un assegno vistato per quella cifra. (…) Per febbraio aveva completato i tre quarti dei lavori previsti per gli stabili. Aveva usato un lago di vernice, una montagnetta di cemento, e abbastanza filo per andare e tornare da New York alla sua città natale”. Quando un inquilino osserva: “Tu stai cambiando, paparino. Cos’hai?”, Norman gli risponde: “Cambiando? Oppure diventando? (…) Non so che cosa sia, ma sono contento, praticamente felice”.
Finite le duecentosettanta pagine del romanzo, condividiamo gli stessi sentimenti del suo protagonista. La qual cosa lascia adito ad un dubbio: è, questo, un libro che mette allegria; ma è un’allegria che evapora in due minuti perché è al netto della malinconia che avrebbe dovuto abitare nell’animo di Norman Moonbloom non solo nelle intenzioni dell’autore e di quel tanto di cattiveria in più con cui non ci sarebbe spiaciuto vedere ritratti i suoi inquilini. Manca, insomma, un po’ di mordente, che avrebbe potuto rendere Gli inquilini di Moonbloom un libro meno dimenticabile. Se si dovesse affiancare Wallant ad uno dei suoi fratelli maggiori, si potrebbe scegliere il Nathanael West di Signorina Cuorinfranti; ma a Wallant difetta la ferocia di quest’ultimo. In compenso, in molte pagine echeggia un certo umorismo à la John Fante, un gojm – per giunta italiano – cui l’autore di Gli inquilini di Moonbloom somiglia notevolmente. L’augurio è che, così come è stato per Fante, per Wallant scocchi finalmente l’ora di una rivalutazione postuma.
Posted by Leonardo Colombati at 17:46 | Comments (0)
12.09.05
Lettrici di Perceber [26]

"Leggo Perceber perché da vera milanese frustrata sogno di vivere all'ombra del Cupolone".
Sei anche tu un lettore o una lettrice di Perceber? Manda la tua foto!
Posted by giuliomozzi at 10:42 | Comments (33)
08.09.05
Perceber, triangolazioni, narratologia sessuomane
di Rossano Astremo
Ho completato la lettura di Perceber, romanzo di esordio di Leonardo Colombati, giovedì 2 giugno, festa della repubblica, una giornata piena zeppa di parate istituzionali nelle quali presidenti della repubblica, del consiglio, del senato, della camera, ministri, viceministri e sottosegretari s’incontrano per iconizzare nel formalismo più esasperato le gioie sontuose di un’Italia libera, democratica e repubblicana. Stanco di queste formalità snervanti che la tv ti spara a mitragliatrice nel corso dell’informazione che copre l’intero arco della giornata, il 2 giugno ho tagliato i ponti con il mondo esterno e l’ho dedicato al completamento della lettura del capolavoro oramai mica tanto misterioso.
Iniettatomi nel corso della giornata le restanti centocinquanta pagine giungo, in conclusione, alla lettura delle seguenti parole: “La mano destra che penzola mollemente dalla panchina si contrae come se dovesse impugnare una penna. Sei pronto? Allora, su: comincia a scrivere”. Pagina 428, fine del romanzo, escluso appendice, note e fonti. Il romanzo si conclude con la voce narrante (onnisciente? focalizzata?) che aizza uno dei protagonisti a rimboccarsi le maniche e sprofondarsi nella scrittura. Perché nella parte terza, capitolo settimo, episodio quarantuno, una nota tiene a precisare: “Baldini- il Messia, il Creatore – si ritrova davanti al nulla, come davanti al foglio bianco pronto per essere scritto. Il Piano di Baldini e Perceber sembrerebbero alla fine coincidere: basti vedere l’unico punto del Piano che ci viene messo a disposizione: altro non è che lo Schema del trentesimo episodio del romanzo”. Sì, ma così non vada da nessuna parte, perché voi vi starete chiedendo chi cazzo è sto Baldini, e soprattutto che cos’è questa Perceber? È per questo che ho rispolverato alcune nozioni di teoria della letteratura apprese nel corso dei miei studi universitari, pensate, non so, a Sklovskij, a Tomasevskij, a tutto il formalismo russo in genere, o all’analisi morfologica di Propp, oppure alla logica del racconto di Bremond, o, perché no, all’analisi sintattica e trasformazionale di Todorov, o all’analisi semiotica di Greimas, o, ancora, alla stilistica del racconto di Genette, per concludere con la comunicazione narrativa di Chatman, senza dimenticare la pluralità del testo di Roland Barthes. Necessitavo di griglie, di schemi, di strutture, di quadrati semiotici sui quali inscatolare i contenuti del romanzo di Colombati. Alla fine mi è venuto in soccorso il triangolo equilatero. Non ha nessuna spiegazione teorica. Considerate quello che vi sto per dire una forzatura interpretativa del sottoscritto. Considerate quindi un triangolo equilatero. Considerate i suoi vertici, su ciascuno dei suoi vertici posizionate uno dei protagonisti del romanzo. Sul vertice A Giovanni Migliore, giornalista freelance in crisi d’identità, sul vertice B Luigi Dodo, giovane medico tormentato da certi sogni inquietanti su due bambine gemelle ritratte sulla copertina di Siamese Dream degli Smashing Pumpkins, sul vertice C Antonio Baldini, avvocato in pensione con più di una rotella fuori posto e in mente un grandioso Piano Topografico sulla città di Roma. Il triangolo equilatero determina un’area su cui si estende e si dilata l’elemento di congiunzione dei tre protagonisti, ossia la gamba del signor Carpi, tranciata da un tram in viale Trastevere (Roma) in data 6 luglio 2000. Gli unici testimoni dell’atroce avvenimento sono i nostri tre eroi. I tre vertici se uniti con una matita determinano un perimetro che racchiude i movimenti dei tre eroi nel corso dell’esplosione della trama. È proprio nel corso dei loro movimenti che compare Perceber, città spagnola i cui abitanti fin dal XVI secolo sono soggetti a una Maledizione che li costringe a parlare senza sosta né pausa, nemmeno quella tra due parole. Perceber, una città dove sono banditi il Bianco, il Silenzio e lo Zero. Facciamo un passo in avanti, tenendo sempre presente il nostro triangolo. Da un primo livello di lettura passiamo ad un secondo livello di lettura che tiene conto di un elemento che pervade in maniera totale il testo: IL SESSO. Accostiamo al carattere denotativo di ciascun vertice un surplus connotativo. Al vertice A rappresentato da Giovanni Migliore aggiungiamo la definizione sesso uomo – uomo (rapporto omosessuale): Giovanni Migliore, stanco dei rapporti meccanici con Demetra, scopre la sua indole sessuale nel folle incontro con Giovanni Dodo, sino alla rivelazione toccante descritta nelle ultime pagine; Al vertice B rappresentato da Luigi Dodo aggiungiamo la definizione sesso uomo – bambino (rapporto pedofilo): Luigi Dodo, fulminato dalla copertina di un disco rock, inizia il suo viaggio distruttivo che lo porterà a desiderare i corpi di giovani creature, sino al finale distruttivo, nel quale Dodo ammazzerà la figlia (forse???) di Giovanni Migliore; Al vertice C rappresentato da Antonio Baldini aggiungiamo la definizione sesso uomo donna (rapporto eterosessuale): Baldini ama le donne, ama soprattutto andare a puttane. Non può permettersi di perdere troppo tempo con loro. Il suo Piano Topografico risucchia totalmente le sue energie. Rapporto omosessuale, rapporto pedofilo e rapporto eterosessuale, se proiettate in un terzo livello di lettura del testo, possono rappresentare delle chiavi interpretative possibili. Nella dislocazione dei vertici, Migliore è rappresentato dalla lettera A, poiché, non dislocata lungo la base del triangolo equilatero, è l’eroe per eccellenza del corpus testuale di Colombati. La catarsi di Giovanni Migliore avviene (uno dei momenti più toccanti del romanzo) quando Giovanni dichiara di essere omosessuale a sua padre. È lì che si compie il salto in avanti della struttura dei nuclei tematici, è lì che l’intreccio ha una sua risoluzione testuale. Lungo la base, a riempire i vertici B e C, i due sconfitti. Da una parte Luigi Dodo, la cui presenza nel romanzo coincide con una progressiva crescita della sua perversione sessuale. La sua incarcerazione rappresenta l’antitesi della rinascita, la vittoria del male, l’essere invertiti che va punito con una condanna a tutti visibile. La sconfitta di Luigi Dodo è contestuale, ossia si realizza nel testo per essere da esempio al contesto, a tutti i lettori empirici (io, tu, voi) che prendono tra le mani il romanzo dalla copertina rossa. Dulcis in fundo, Antonio Baldini, rappresentante del vertice C. Leggiamo a pagina 428, ancora: “La Storia ha voluto ripetersi. Ciò che avviene a me, qui, ora, è già accaduto a un altro, in un latro paese, poco meno di settant’anni fa”. A cosa si rifersice Baldini? A pagina 284 Alonso Barrulho conclude il suo testamento: “Nulla mi è parso esserci davvero. Così ho capito che tutto ciò che mi circonda, adesso, non ha un nome: è un nome, solo il sostantivo che gli attribuisce la nostra lingua, la profondità che gli dà il nostro occhio. Mentre non esiste niente, nemmeno noi, neanche le parole”. Perceber, 12 febbraio 1936. Si identifica Baldini con Barrulho, il quale, nella città nella quale sono banditi il Bianco, il Silenzio e lo Zero, si scontra con il nulla, determinando la sua stessa condanna a morte. Baldini, nelle ultime pagine del romanzo, prende atto dell’impossibilità di realizzare il suo progetto topografico immenso, una sorta di rappresentazione tridimensionale di tutta Roma. Ma, come già detto sopra, “il Piano di Baldini e Perceber sembrerebbero alla fine coincidere: basti vedere l’unico punto del Piano che ci viene messo a disposizione: altro non è che lo Schema del trentesimo episodio del romanzo”. La sconfitta di Baldini, quindi, è metatestuale, si realizza nella determinazione sintattica di un testo che discorsivizza lo stesso testo, completandosi poi nell'ammissione della fallibilità dell'operazione.
Posted by Leonardo Colombati at 17:38 | Comments (0)
07.09.05
I rischi del Panoptikon
di Melpunk
Un primo (credo) approssimativo giudizio su Perceber di Leonardo Colombati.
Il labirinto è fatto perché chi vi entra si perda ed erri. Ma il labirinto costituisce pure una sfida al visitatatore perché costruisca il piano e ne dissolva il potere. Se egli ci riesce, avrà distrutto il labirinto; non esiste labirinto per chi lo ha attraversato. (Hans Magnus Enzensberger).
Entrare in Perceber di Leonardo Colombati è come entrare in un labirinto. Sta al lettore trovare la strada, percorrerla, perdersi, ritrovarsi, individuare l’uscita. Da Perceber si esce, comunque. Ma non è tanto l’immagine del labirinto che richiama per me questo libro, quanto il Panoptikon: volgarizzando, un luogo in cui si vede di tutto. Un luogo, quindi, in cui si corre continuamente il rischio di perdere il filo, di distrarsi, presi da rimandi, citazioni, informazioni, digressioni. L’iperstrutturazione di Perceber affascina e incanta. La tecnica narrativa sortisce lo stesso effetto. E’ quella che io chiamo struttura narrativa “a forchetta”: c’e il manico, che si apre e separa nei rebbi, che a loro volta si riuniscono in un nuovo manico, che a sua volta si diparte in altri rebbi, che a loro volta… Il rischio è quello che la scrittura disperda di continuo l’attenzione, faccia perdere il filo (di Arianna), rendendo faticoso il processo della lettura, e non mi riferisco alla necessità del lettore di tornare indietro per verificare, controllare, individuare nel testo e sulle piantine collocazioni spaziali, riferimenti, citazioni ecc. L’opera di memorizzazione del lettore può uscirne provata, soffocata da una struttura ipertrofica. Un’altra immagine che mi viene in mente per rappresentare questo aspetto è quella delle Carceri di Piranesi: strutture architettoniche che fuggono, si intrecciano, creano illusioni ottiche. Mentre si osserva un disegno di Piranesi si può dimenticare che ci si trova in un carcere… è la stessa sensazione che ho provato leggendo L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon (ma non sto dicendo che Colombati sia un pynchoniano!!!). Detto questo, Perceber è, comunque, un gran bel romanzo, e pure una gran bella Invenzione, di quelli che capitano raramente in libreria, e che quasi si è persa l’abitudine di leggere, scritto da qualcuno che (per usare un termine orribile) ha “osato”. La stuttura messa in piedi da Colombati è di quelle che mi costringono a leggere fino a notte fonda, e in particolare la sovrapposizione di Rioni romani con Sefiroth e parti dell’Adamo cosmico (per tacere del resto) hanno su di me un potere psicotropo. Dico ancora che Perceber è un gran libro perché è molte cose insieme, non ultimo un atto d’amore nei confronti della città di Roma: dei suoi luoghi, della memoria che contengono, degli accadimenti micro e macro che l’hanno segnata. E poi, certe pagine avrebbero fatto la felicità di Francesco Orlando se le avesse lette durante la stesura del suo Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura! Infine, precisando che non intendo qui riassumere le vicende del romanzo (che si possono leggere ovunque), voglio spendere altre due righe sugli straordinari personaggi usciti dalla Fucina-Colombati: “Leonardo, ma come hai fatto????”.
Nota per i curatori di Perceber
Ho trovato refusi (minimi), è una deformazione professionale, nelle pagine 25, 28, 39, 44, 118, 140, 155, 161, 163, 228, 230, 250. E’ un augurio che per la seconda edizione scompaiono.
Posted by Leonardo Colombati at 18:25 | Comments (3)
06.09.05
Perceber, Varenne e Ribot
Ho ricevuto una e-mail da parte di un lettore di Bergamo, in cui si segnala un erroraccio in Perceber.
A pagina 497, nel Repertorio, definisco Varenne "il più forte cavallo da trotto della storia dell'ippica dai tempi di Ribot", quando invece Ribot correva al galoppo.
Il lettore mi suggerisce di ovviare alla svista ricorrendo a un nome fra i grandi del trotto italiano: Crevalcore e Tornese.
Se e quando ci sarà una nuova edizione del romanzo, prometto che utilizzerò Tornese (suona meglio nella frase).
Posted by Leonardo Colombati at 11:41 | Comments (4)
Con le migliori intenzioni
di Soul Kitchen
Se per caso ieri notte passeggiavate per un adorabile campeggio panoramico di Framura e avete sorpreso un thirtysomething con una felpa nera su una sdraio tra il bar e i bagni mentre dormiva pesantemente con in mano una copia di Perceber di Leonardo Colombati, beh, ecco, ero io.
Lo ammetto: il mio primo approccio ad uno dei casi editoriali nostrani dell'anno è stato un fallimento da tutti i punti di vista.
Mi stanno bene i riferimenti cabalistici, mi piace l'idea del gioco sulla mappa della città (che mi ricorda tantissimo uno dei tre episodi della trilogia newyorkese di Paul Auster), mi piace l'idea della sovrapposizione narrativa di piani, visioni e oggetti (ci sono letteralmente morto sopra per raccapezzarmi, ma mi sono sparato almeno 4 volte La gelosia di Alain Robbe-Grillett, che adoro), mi piace l'idea di un caotico epos nostrano che passi anche attraverso la lingua (anche se Horcynus Horca l'ho finito a fatica), ma ho resistito una ventina di pagine.
Poi il sonno su una sdraio vista mare.
Non ho bene idea del perché. A naso direi che il motivo è da ricercarsi nel fastidio che mi danno le prime pagine che descrivono (con dovizia di termini tecnici assolutamente da addetti ai lavori) le azioni del conciatore di pelli, mentre scuoia martore. Un po' mi urta la descrizione, un po' - per la prima volta dopo tanti anni - non capisco i singoli vocaboli che l'autore tira fuori. Anche perché la concia delle pelli non è esattamente un argomento gettonatissimo, da queste parti.
Se leggi un libro e nelle prime pagine non capisci manco una parola, i casi sono due: o sei straniero o hai preso il libro al contrario / hai gli occhiali appannati / hai la congiuntivite acuta, ecc.
Comunque ci riprovo, munito di dizionario della Scienza e della Tecnica e in un contesto meno rilassato (in vacanza dormo, giustamente...). Si sa mai che sul divano e con un taccuino alla mano riesco a raccapezzarmi.
Ho l'impressione - dopo una sfogliata qua e là - di aver capito dove Colombati vuole andare a parare (cioè da tutte le parti, riuscendo ovviamente a non quagliare da nessuna parte: ma l'effetto mi sa che è voluto): fare un romanzo erratico e citazionista, che saltabecca qua e là tra registri, stili, personaggi, universi narrativi, senza in realtà un filo conduttore che non sia la rigida griglia talmudica presentata in apertura.
(Sul fatto che il caos e la griglia cozzino vedo che si è espresso sul Corriere pure De Rienzo senior [quello junior è un amico fraterno, oltre che colui con cui ho condiviso mixer & microfoni per anni, ma si occupa di dischi e giornalismo e non di libri], tirando un paio di schiaffoni non da poco; ma magari lui è più moralista di me.
Tra l'altro l'idea che un libro sia sproporzionato, incasinato e si regga su un ossimoro (cioè far convivere disordine locale e ordine globale o viceversa) non mi sembra affatto male. I libri fighetti e perfettini sono noiosi anche se sono scritti bene.
Boh, le premesse per un romanzo che mi piace ci sono tutte. Ma un elenco di ingredienti giusti non fa automaticamente una ricetta buona.
Dai, gli e mi do una seconda possibilità, martore o non martore. Ma qualcuno di voi è schiattato dopo 20 pagine come il sottoscritto?
Posted by Leonardo Colombati at 09:46 | Comments (2)
05.09.05
Un libro soffocante
L'ho comprato, ho letto le prime 120 pagine, è un libro soffocante. Così stratificato e saturo che respinge il lettore dicendogli: per te non c'è posto (neanche per riprendere fiato e riannodare diversi fili); tutto è citato e dizionarizzato, la storia affoga in una miriade di rimandi continui ad altro (altre epoche, altri luoghi, altre lingue). C'è un'erudizione enciclopedica che vuole essere ironica e leggera, decisamente postmoderna (sì? ma che è? che vuol dire?? boh??) ma che in realtà è vischiosa e si appiccica addosso rendendo sempre più carichi e affaticati. Infatti le note e le citazioni (di cui Benjamin diceva: «nel mio lavoro, sono BRIGANTI ai bordi delle strade, che balzano fuori armati e strappano l'assenso all'ozioso viandante») sono interessanti, ma più si va avanti più l'assenso (a cosa? come? quando?) si concede con fatica.
Insomma è un libro paradossale: ha mille aperture (è infinito, si può cominciare in realtà da qualsiasi punto) e nello stesso tempo è terribilmente angusto e ansiogeno. In futuro se capiterà ci ritornerò armato di machete per farmi spazio.
nota a margine: la citazione di Benjamin è decisamente gratuita...
Posted by Leonardo Colombati at 16:08 | Comments (1)
Tutta la caciara
Il romanzo non è male, ma sinceramente tutta la caciara fatta sul web per lanciarlo mi lascia perplesso, la parola capolavoro mi sembra un’esagerazione. Premetto di aver letto il libro nella modalità rincoglioniti, ovvero senza badare alle cartine iniziali e raramente andando a leggermi le note a fine libro. A tratti è un libro anche piuttosto divertente, sicuramente ben scritto, anche se forse in certi passaggi il ritmo si perde un po’ troppo facilmente. Il lavoro che è stato fatto dietro si sente, sette anni sono tanti, ma cercare di snellire un po’ l’intreccio, avrebbe giovato alla sua godibilità.
Questo è il giudizio che Subliminalpop dà di Perceber, in questo post.
Posted by giuliomozzi at 15:36 | Comments (0)
Il vostro agente a San Remo
Diderot racconta qui cosa è successo a San Remo lo scorso 26 agosto.
Posted by Leonardo Colombati at 09:34 | Comments (0)