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06.09.05
Con le migliori intenzioni
di Soul Kitchen
Se per caso ieri notte passeggiavate per un adorabile campeggio panoramico di Framura e avete sorpreso un thirtysomething con una felpa nera su una sdraio tra il bar e i bagni mentre dormiva pesantemente con in mano una copia di Perceber di Leonardo Colombati, beh, ecco, ero io.
Lo ammetto: il mio primo approccio ad uno dei casi editoriali nostrani dell'anno è stato un fallimento da tutti i punti di vista.
Mi stanno bene i riferimenti cabalistici, mi piace l'idea del gioco sulla mappa della città (che mi ricorda tantissimo uno dei tre episodi della trilogia newyorkese di Paul Auster), mi piace l'idea della sovrapposizione narrativa di piani, visioni e oggetti (ci sono letteralmente morto sopra per raccapezzarmi, ma mi sono sparato almeno 4 volte La gelosia di Alain Robbe-Grillett, che adoro), mi piace l'idea di un caotico epos nostrano che passi anche attraverso la lingua (anche se Horcynus Horca l'ho finito a fatica), ma ho resistito una ventina di pagine.
Poi il sonno su una sdraio vista mare.
Non ho bene idea del perché. A naso direi che il motivo è da ricercarsi nel fastidio che mi danno le prime pagine che descrivono (con dovizia di termini tecnici assolutamente da addetti ai lavori) le azioni del conciatore di pelli, mentre scuoia martore. Un po' mi urta la descrizione, un po' - per la prima volta dopo tanti anni - non capisco i singoli vocaboli che l'autore tira fuori. Anche perché la concia delle pelli non è esattamente un argomento gettonatissimo, da queste parti.
Se leggi un libro e nelle prime pagine non capisci manco una parola, i casi sono due: o sei straniero o hai preso il libro al contrario / hai gli occhiali appannati / hai la congiuntivite acuta, ecc.
Comunque ci riprovo, munito di dizionario della Scienza e della Tecnica e in un contesto meno rilassato (in vacanza dormo, giustamente...). Si sa mai che sul divano e con un taccuino alla mano riesco a raccapezzarmi.
Ho l'impressione - dopo una sfogliata qua e là - di aver capito dove Colombati vuole andare a parare (cioè da tutte le parti, riuscendo ovviamente a non quagliare da nessuna parte: ma l'effetto mi sa che è voluto): fare un romanzo erratico e citazionista, che saltabecca qua e là tra registri, stili, personaggi, universi narrativi, senza in realtà un filo conduttore che non sia la rigida griglia talmudica presentata in apertura.
(Sul fatto che il caos e la griglia cozzino vedo che si è espresso sul Corriere pure De Rienzo senior [quello junior è un amico fraterno, oltre che colui con cui ho condiviso mixer & microfoni per anni, ma si occupa di dischi e giornalismo e non di libri], tirando un paio di schiaffoni non da poco; ma magari lui è più moralista di me.
Tra l'altro l'idea che un libro sia sproporzionato, incasinato e si regga su un ossimoro (cioè far convivere disordine locale e ordine globale o viceversa) non mi sembra affatto male. I libri fighetti e perfettini sono noiosi anche se sono scritti bene.
Boh, le premesse per un romanzo che mi piace ci sono tutte. Ma un elenco di ingredienti giusti non fa automaticamente una ricetta buona.
Dai, gli e mi do una seconda possibilità, martore o non martore. Ma qualcuno di voi è schiattato dopo 20 pagine come il sottoscritto?
Posted by Leonardo Colombati at 06.09.05 09:46
Comments
Apparve anche qui la mia lettura di Perceber.
Se puo' ancora essere utile, la segnalo con il link al mio sito, dove la si può trovare per un eventuale confronto:
http://xoomer.virgilio.it/badimona/Colombati.htm
Bart
Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 07.09.05 08:52
Anche io ho avuto qualche difficoltà con le prime pagine (cosa che, peraltro, ho confessato allo stesso autore) ma, superato lo scoglio, mi sono felicemente barcamenato nel mare magnum di Perceber.
Ci sono, nel corso della narrazione, altri punti di "secca" e di "bonaccia" ma anche molte pagine memorabili che restano nella memoria e nel cuore.
Vale la pena di fare uno sforzo e andare avanti e, magari, di ripensare ad una nuova edizione con un inizio meno ostico...
Posted by: francesco at 07.09.05 12:07