« Settembre 2005 | Main | Novembre 2005 »
27.10.05
Perceber su Sat 2000
Leonardo Colombati sarà ospite di Saverio Simonelli nella trasmissione Top Libri, in onda su Sat 2000, per parlare di Perceber.
Posted by Leonardo Colombati at 14:43 | Comments (9)
Perceber da Sgarbi
Leonardo Colombati e Massimiliano Parente sono ospiti di Vittorio Sgarbi nel programma televisivo Sgarbi e Quotidiani, in onda su Italia 7 Gold, per parlare di Pasolini, letteratura e impegno.
Posted by Leonardo Colombati at 14:37 | Comments (7)
Grancy a Livorno
Domenica 6 novembre 2005,ore 17.30
Livorno, Fortezza Vecchia
I Libri In Testa parteciperanno alla rassegna Mangiarsi le parole organizzata dalla Libreria Gaia Scienza di Livorno, dal Comune di Livorno e dalla Provincia di Livorno.
Per l'occasione, verrà letto un episodio tratto da Perceber (quello in cui si parla di Grancy).
Se volete saperne di più, andate qui.
Posted by Leonardo Colombati at 11:42 | Comments (0)
Luoghi di Perceber / Babington's
Babington’s Tea Rooms è in piazza di Spagna, ai piedi della scalinata. L’aprirono, nel 1893, due signorine inglesi, Anna Maria Babington e Isabel Cargill, introducendo a Roma il rito del tè. Ancora oggi, quando si apre la porticina a vetri con sopra disegnato un gatto nero con il collare rosso e il campanello fa dling, ci si sente trasportati magicamente dalle parti di South Kensington alla fine del XIX secolo.
Aprendo il menù, c’è da farsi venire l’acquolina in bocca. La varietà dei tè serviti è impressionante: dal Babington’s Special Blend al Darjeeling, dal Royal Blend (realizzato in occasione della visita della regina Elisabetta) al Lapsang Souchong, dal classico Earl Grey al tè verde Chum Mee… E poi scones, marmellate, sciroppi, tea-cakes, club-sandwiches, waffles, cioccolate con panna, il tutto servito in teiere d’argento e tazze e piattini acqua marina.
Poi, però, ci si accorge dei prezzi… Una tazza di tè va dagli 8 ai 14 euro, tanto per intenderci.
Tra i tavolini di legno con le tovagliette acqua marina, si aggirano cameriere grifagne, intente a versare tè da brocche di porcellana. La scelta del personale di Babington's avviene in base a criteri immutabili nel tempo: le cameriere - il viso panna e cremisi, le rughe disposte in un delicato plissé soleil - devono somigliare alla famigerata Miss Marple della serie cinematografica e saper mettere in soggezione gli avventori con il solo movimento di un sopracciglio; il che implica, per ragioni complesse di psicologia ed economia politica, una conseguente crescita di prestigio della sala da tè, già avvantaggiata dalla posizione unica, giusto ai piedi di Trinità dei Monti, di fronte all'appartamento da cui Keats dettava i suoi ultimi versi. (Perceber, pag, 74)
Posted by Leonardo Colombati at 10:16 | Comments (1)
26.10.05
Luoghi di Perceber / La Torre della Scimmia
Via dell'Orso si chiama così dal 1517 per via dell'Albergo dell'Orso che vi si affaccia. Pare che il proprietario si chiamasse Braccio dell'Orso; ma secondo alcuni il toponimo deriva da un rilievo marmoreo murato all'angolo con via Soldati - tuttora esistente - in cui è rappresentato un leone (scambiato per un orso) che assale un cinghiale.
In via dell'Orso è il cinquecentesco palazzo Scapucci - una nobile famiglia romana - su cui venne montata nel XVI secolo la torre dei Frangipane. Risale al 1014 ed è chiamata anche Torre della Scimmia perché legata ad una delle più belle leggende dell'aneddotica romana, divenuta famosa anche perché raccontata da Nathaniel Hawthorne in The Marble Faun. Secondo tale leggenda, nel palazzo viveva una scimmia che un giorno rapì dalla finestra un bambino in fasce e se lo portò in cima alla torre, facendolo dondolare nel vuoto tra i merli, così, per gioco, con sberleffi e saltelli, a rischio di farlo precipitare. I genitori e il popolo accorsi implorarono l'aiuto della Madonna perché salvasse la piccola creatura. E subito fu vista la scimmia ridiscendere pian pianino la torre, portando con cura materna fra le zampe il bambino sano e salvo. Da allora, una statua della Vergine con una lanterna adorna la sommità del palazzo, come ringraziamento per la grazia ricevuta.
Posted by Leonardo Colombati at 16:45 | Comments (0)
Luoghi di Perceber / Il Giardino zoologico
Il Giardino zoologico di Roma venne inaugurato il 5 gennaio 1911 all'interno di Villa Borghese. Attraversati i propilei neobarocchi dell'ingresso, se si procede verso destra e si oltrepassano i recinti degli elefanti e dei cammelli, s'imbocca un sottopassaggio che conduce ad un'area progettata e realizzata dall'architetto De Vico tra il 1933 e il 1935. Una ripida scalinata divide due gigantesche uccelliere semicircolari...
Ora vi regnano una spessa patina di fatiscienza, le tinteggiature slavate, la ruggine, le gabbie per lo più vuote... I grandi acquari costruiti all'interno delle spallette del ponte, con gli oblò, le scale a chiocciola e le macchine termiche, da cinquant'anni sono privi di pesci; nelle testate del portichetto che unisce le Uccelliere, alla sommità della scala dove i nettarini e i colibrì dimoravano riscaldati da tubi d'aria calda nascosti in falsi tronchi d'albero, adesso è ammonticchiato il fogliame dell'ultimo autunno. Un'uccelliera è chiusa dai tempi delle Olimpiadi; l'altra ospita qualche pappagallo ammalato ed è anch'essa chiusa ai visitatori. (Perceber, pag. 104)
La voliera è la creazione più celebre del De Vico, un capolavoro di architettura funzionalista realizzato nel 1934. E' un poliedro a quindici lati inscritto in una sfera, per un diametro di circa trenta metri, la cui struttura è in acciaio inossidabile.
Nel 1994 - mutata la sensibilità animalista ed ambientalista - si pose mano al progetto Bioparco: riduzione delle specie ospitate, maggiore vivibilità delle gabbie.
Posted by Leonardo Colombati at 12:05 | Comments (3)
Dal Dizionario dei luoghi comuni / 3
America Se l'America non fosse stata scoperta, non avremmo la sifilide e la filossera.
G. Flaubert
Posted by Leonardo Colombati at 11:46 | Comments (0)
L'anno luce di Giuseppe Genna
di Leonardo Colombati
Giuseppe Genna è un mio amico.
Giuseppe Genna è un talento come ce ne sono pochi nella letteratura italiana di questi ultimi anni. Giuseppe Genna deve il suo talento alla sua intelligenza (e il fatto non è assiomatico). L’intelligenza di Giuseppe Genna è al tempo stesso la sua grande risorsa e il suo limite più evidente. L’intelligenza di Giuseppe Genna è fatta di sapere e di una capacità sorprendente di compiere associazioni pescando nell’oceano sconfinato del proprio sapere. Giuseppe Genna non è mai stupido né ottuso. Una certa dose di stupidità e di ottusità ben si addicono a chi voglia scrivere fiction. Per questo Giuseppe Genna deve faticare più di altri per scrivere romanzi degni della sua intelligenza. Quando lavora ad un libro, Giuseppe Genna non deve “costruire”: gli tocca compiere più o meno la stessa operazione di uno scultore; trovare la vena giusta del marmo, provare a fare emergere una forma dalla pietra grezza, togliere, togliere e togliere ancora.
Non sono mai stato a casa di Giuseppe Genna. Mi è capitato di fantasticare sul suo appartamento e sul suo computer. Credo che si tratti di due vere e proprie opere d’arte; entrare nel computer di Giuseppe Genna potrebbe provocarmi le stesse vergini che avrei se accedessi alla Biblioteca di Babele o agli archivi del KGB.
Chiunque, se gli venisse di colpo trapiantato il gene della memoria di Giuseppe Genna, impazzirebbe: il cervello gli esploderebbe per una serie indeterminata di corti circuiti. Giuseppe Genna ha la mia ammirazione perché riesce a gestire la situazione. Non so come faccia: ma ci riesce e riesce a sopravvivere a se stesso. E ogni tanto è capace pure di scrivere cose straordinarie.
Straordinario è il suo ultimo romanzo, L’anno luce. Scommetto con voi visitatori di questo sito che una volta lette le prime due pagine non riuscirete a fermarvi.
Posted by Leonardo Colombati at 11:08 | Comments (5)
25.10.05
Luoghi di Perceber / Campo Testaccio
Il Campo Testaccio fu lo stadio di calcio dove la Roma giocò dal 3 novembre 1929 al 30 giugno 1940. A ridosso del Monte dei Cocci, nel quartiere Testaccio, era costituito da quattro tribune di legno verniciate in giallo e in rosso e poteva contenere fino a ventimila spettatori. Vi giocarono, fra gli altri: Rodolfo Volk, gigantesco centravanti acquistato dalla Roma nel 1928 (ed entrato subito nel cuore dei tifosi che presero a chiamarlo "Vorke" ma anche "Sciabbolone" e "Sigghefrido" per l'aspetto teutonico); il portiere Guido Masetti, campione d'Italia nel 1942; ed Enrico Guaita, ala destra argentina, detto il "Corsaro Nero".
Campo Testaccio è il teatro dove si svolge il sesto episodio di Perceber.
Posted by Leonardo Colombati at 16:20 | Comments (3)
Medicine Show
Alcuni lettori di Medicine Show ci hanno segnalato di avere avuto dei problemi nell'aprire i pdf del nuovo numero (settembre-ottobre 2005). Ci abbiamo lavorato su, ed ora le cose dovrebbero funzionare al meglio.
Chi non riuscisse ancora ad aprire i file, può segnalarlo nei commenti.
Enjoy the Show...
Posted by Leonardo Colombati at 11:57 | Comments (0)
Dal Dizionario dei luoghi comuni / 2
Italiani Tutti musicisti. Tutti traditori.
G. Flaubert
Posted by Leonardo Colombati at 09:47 | Comments (0)
24.10.05
Dal Dizionario dei luoghi comuni / 1
Ambizione Viene sempre preceduta da "folle", escluso il caso in cui venga preceduta da "nobile".
G. Flaubert
Posted by Leonardo Colombati at 12:17 | Comments (0)
Il secondo romanzo
Lo scorso 11 luglio ho firmato con Rizzoli un contratto per la pubblicazione del mio secondo romanzo, la cui uscita è prevista per il 2007. Ringrazio il direttore editoriale della Rizzoli, Paolo Zaninoni, e Stefano Magagnoli, direttore editoriale per la narrativa italiana, per la fiducia accordatami.
Con gli amici di Sironi (ringrazio Giulio, che ha adottato Perceber; Massimiliano Bianchini, che ha voluto pubblicarlo; Paola Borgonovo, che ne ha fatto l'editing; e Pietro Coerezza che l'ha fatto conoscere in giro) ho in cantiere un altro progetto di cui vi darò conto non appena si concretizzerà.
Posted by Leonardo Colombati at 11:32 | Comments (5)
Fascisti su Marte
di Leonardo Colombati
E' abitudine di questo sito segnalare tutto ciò che viene pubblicato (sui giornali o in rete) su Perceber e la mia persona; e specialmente i giudizi negativi - per una sorta di vanità che sconfina nello snobismo. Ognuno ha i suoi tic...
A onor del vero, l'intenzione mia e di Giulio Mozzi, quando iniziammo quest'avventura sul web, era quella di offrire un "campo di gioco" a quanti avessero trovato in Perceber spunti, errori e suggestioni sui quali ricamare nuovi capitoli del romanzo, di modo che Perceber diventasse ancora più grosso e caotico di quanto sia.
Ogununo, qui dentro, ha giocato come ha voluto, senza censure, come ben sanno coloro che hanno utlizzato lo spazio dei commenti per insultarmi: l'odio, l'invidia, la goliardia, un lavoro noioso possono essere le molle che spingono una persona a perdere diversi minuti del proprio tempo per prendere per il culo un perfetto sconosciuto.
E' la vita, e lascio correre.
Così devo riferirvi di un fatto curioso. Su Nazione Indiana, senza che io ne sapessi nulla, è stato ripubblicato un mio articolo sullo scrittore americano Edward L. Wallant apparso sul quotidiano il Giornale, per il quale collaboro. Nei commenti qualcuno ha scritto: "Non vogliamo i fascisti del Giornale su Fazione Indiana". E tale Giorgio Di Costanzo gli è andato subito dietro precisando: "Non conosco Colombati e non desidero conoscerlo" (me ne farò una ragione) per poi definire "il Giornale" un foglio "nazi-anale".
Ringrazio Georgia, Gianni Biondillo, Andrea Barbieri e Bartolomeo Di Monaco per aver preso le mie difese. Gianni, tra l'altro, ha ricordato il fatto che io sia anche redattore di "Nuovi Argomenti". Il che ha dato adito al signor Di Costanzo di parlar male anche di Enzo Siciliano, che della rivista è direttore.
Dal canto mio, voglio solo dire che sia "il Giornale" che "Nuovi Argomenti" mi hanno finora concesso la libertà di scrivere sulle loro pagine quello che mi pare.
Posted by Leonardo Colombati at 10:08 | Comments (10)
22.10.05
La Roma segreta di Augias
di Leonardo Colombati
[Questa mia recensione è uscita qualche giorno fa su il Giornale]
Può apparire eccentrico il fatto che un libro su Roma inizi con la descrizione di un cimitero (per giunta “acattolico”) soffermandosi su di un’urna (Cinera Antonii Gramscii) e una lapide su cui leggiamo: «Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua». In realtà, l’evocazione di Gramsci e di Keats – posta in apertura di un capitolo, il primo, in cui saranno passati in rassegna la tomba di Cecilia Metella, e poi antiche iscrizioni funebri, sarcofagi, fino allo scheletro alato eretto dal Bernini in memoria del giurista Ippolito Merenda e all’ossario ipogeo dei cappuccini in via Veneto – vuol suggerire non tanto la tumulazione del mito di Roma nel sepolcro della grandezza perduta, quanto un vitalissimo, e spesso gioiosamente triviale memento mori che questa città lancia ai suoi abitanti, ai suoi turisti e ai suoi cantori, quasi a dire: sopravvivrò a voi tutti, ma non preoccupatevi; la mia grandezza si nutrirà anche dei vostri cadaveri.
In questo suo I segreti di Roma (Mondadori, 2005, pagg. 422, €18,50), Corrado Augias sembra percorrere lo spazio e il tempo della più bella città del mondo aggirandosi per le sue rovine come un novello Schliemann: lo vediamo a San Lorenzo, sotto i bombardamenti dei B-17; a Porta San Sebastiano, per vedere le mura e gli archi; davanti al caravaggesco Martirio di San Matteo e al Mosè di Michelangelo; nel bel mezzo delle riprese de La dolce vita, a Cinecittà; nel quartier generale della Gestapo, in via Tasso; e a via Portico d’Ottavia, dentro il ghetto ebraico… Messa mano al piccone, calcato il cappellaccio reso celebre da Indiana Jones, Augias scava nel corpo di Roma fino alle sue viscere, e il risultato è sorprendente; si direbbe superiore ai suoi intenti, per via del vero segreto di Roma: in una città dove parlano le statue (Pasquino, Marforio, il Babbuino…) e un vecchio tombino può mozzarti una mano, ogniqualvolta ci si imbatte in un suo più o meno illustre cittadino ci sembra di aver di fronte un monumento. Ed ecco la Fontana di Trevi si arricchisce del busto marmoreo di Anita, mentre scivola nell’acqua girdando: «Marcello!»; Cesare, a terra, insanguinato, dopo i ventitré colpi di pugnale; ecco Porfirio Rubirosa, la “Rolls-Royce dei genitali”, indugiare sulla nuda spalla di Anna Fallarino come in un “gruppo” del Canova; ecco il fantasma di Lucrezia Borgia, «la più bella dama di Roma», e quelli degli architetti dell’E42 che si sporgono dai cento occhi del Palazzo della Civiltà e del Lavoro, quell’astrazione metafisica che i romani ancora oggi chiamano “Colosseo quadrato”, tentando di esorcizzarlo con una buona dose d’umorismo.
Più che di opere d’arte, questa Roma segreta sembra «un museo de corate e de sciorcelli», per riprendere un verso di quello che è il personaggio più bello del libro: Giuseppe Gioacchino Belli; un altro monumento, anzi, un monumento alla plebe, così come viene definita la grossa statua che lo ritrae, costruita nel 1913 da Michele Tripisciano. Sul retro del marmo – racconta Augias – è una scenetta «in cui alcuni popolani, radunati intorno al torso detto “di Pasquino”, sono intenti a leggere un cartiglio contenente dei versi certamente satirici». Ed ecco di nuovo il miracolo di queste voci di pietra che dialogano attraverso i secoli, con una vitalità nient’affatto monumentale. Basti “ascoltare” il Belli che descrive le gioie dell’amplesso con toni à la Rabelais: «È un gran gusto er fregà! Ma ppe ggoddello / più a cciccio, ce vorìa che ddiventassi / Giartruda tutta sorca, io tutt’uscello». È, questa, la voce di quel popolo «che, nella sua vitalità densa, sanguigna, fatta di istinti e di voglie elementari (il cibo, il sesso, il vino)», non mancò di sorprendere pure Stendhal quando incontrò alcune famiglie di ritorno da una gita a Monte Testaccio: «Tutti cantavano, gesticolavano, sembravano assolutamente pazzi, uomini e donne. Non c’era alcuna ubriachezza fisica in loro ma una specie di ebrietà morale al più alto grado» (Passeggiate romane). Più severo fu il giudizio di Proust: «I veri popoli barbari non sono quelli che non hanno mai conosciuto la grandezza, ma quelli che, avendola conosciuta in passato, non sono più in grado di riconoscerla». Ma non è vero: se ogni paradiso è un paradiso perduto e la grandezza si riconosce solo quando essa è passata, ai romani va concessa un’attenuante: in realtà la bellezza di Roma, la sua gloria, non è mai finita, né finirà mai. È una singolarità che deriva dal fatto che in nessun altro luogo ciò che è morto e ciò che è vivo si confondono con tanta naturalezza; poiché anche la morte, a Roma, è negata. Basta saperci ridere su, fino in fondo. Così come fece Ettore Petrolini il 29 giugno 1936 (il giorno di San Pietro, patrono di Roma), quando vedendo entrare il prete con l’olio santo per l’estrema unzione, regalò la sua ultima battuta: «Adesso sì che sono fritto».
Posted by Leonardo Colombati at 09:07 | Comments (2)
19.10.05
La rinascita del Medicine Show
[Dopo mesi di tribolazioni, è finalmente on-line il nuovo numero di MEDICINE SHOW (settembre-ottobre 2005), la cialtronesca rivista musicale capitanata dal Doc Leonardo Colombati e dal Band Major Giulio Mozzi. In questo numero, articoli di Leonardo Colombati, Alessandro Cremonesi dei La Crus, Davide Malesi, Seia Montanelli, Giulio Mozzi, Gabriele Pescatore, Federico Platania, Bernardino Sassoli e Armando Trivellini. Tra le altre cose, si parla di Syd Barrett, Bono, New Orleans, Talking Heads, Frank Zappa, dEUS, Stokhausen, Paul McCartney, Madonna e R.E.M. Il Supplemento – riservato agli iscritti alla Newsletter – è “Bruce Springsteen, Born To Run”. Se volete scaricare la rivista in formato pdf potete farlo direttamente da qui. Intanto, eccovi un assaggio...]
NEW ORLEANS BLUES
di Seia Montanelli
Quando John Donne scrive: “Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo all'umanità”, io, che vivo le sciagure per il loro carattere collettivo, per l’idea di catastrofe che si portano dietro, non per ciascuno degli uomini che cadono, non mi sento rappresentata dalle sue parole. Gli uomini, le donne e i bambini uccisi da disastri naturali o apocalissi causati dall’uomo, non li avrei mai conosciuti probabilmente, così come non conosco la stragrande maggioranza della gente che vive su questa terra e che un giorno morirà. Eppure assistere allo spettacolo di New Orleans che s’inabissa sotto una valanga di fango e detriti, mi diminuisce, mi danneggia e mi addolora profondamente, perché a New Orleans ci sarei andata prima o poi, perché conosco la città da sempre, ne ho letto sui libri, l’ho vista in decine di film e ne ho assaporato la bellezza nelle canzoni dei suoi figli. New Orleans si porta dietro un sogno e un’atmosfera che appartiene a tutti, fa parte di un patrimonio universale che arricchisce ogni uomo e lo diminuisce, adesso che rischia di sparire per sempre.
I've got no time for talkin'
I've got to keep on walkin'
New Orleans is my home
That's the reason why I'm goin'
Yes, I'm walkin' to New Orleans
Fats Domino, Walking To New Orleans)
Per molto tempo “Big Easy” – come viene chiamata New Orleans da chi la ama, per l’atmosfera languida e rilassata con cui l’accoglie – ha vissuto secondo il motto: laissez les bons temps rouler (che più o meno vuol dire: “fate largo al divertimento”). Da sempre città chiassosa, con le sue chiatte sul fiume dove si giocava d’azzardo, il paradiso del piacere delle barrelhouses di Storyville – il quartiere a luci rosse vicino a Canal Street voluto nel 1896 dal consigliere municipale Sidney Store – New Orleans nasce da una meravigliosa e spesso problematica mescolanza di razze e culture e ha trovato nella musica il suo “punto di fusione”. Ovunque risuonavano i tamburi e le cornette, le bande si sfidavano per strada a suon d’improvvisazioni: è così che Buddy Bolden è diventato una leggenda. Qui le briglie del fondamentalismo religioso che tengono legati tutti gli stati della Bible belt (dalla Carolina del Nord all’Oklahoma, dalla Florida), si allentano e vizio, jeaux de vivre e sensualità si consumano sulle note di un ritmo sincopato.
Way down yonder in New Orleans
In the land of the dreamy scenes
There's a garden of Eden...you know what I mean
Creole babies with flashin' eyes
Softly whisper their tender sighs
Then stop, won't you give your lady fair, a little smile
Stop..ya bet your life you'll linger there...a little while
(H. Creamer e T. Layton, Way down yonder)
Pietro Leveratto (uno dei migliori contrabbassisti italiani, oltre che docente e storico del jazz) in una nota a I giganti del jazz di Studs Terkel, cercando di spiegare il fascino esotico esercitato dal jazz, parte proprio da New Orleans: “Un posto [...] caldo come i Tropici, con le paludi di caimani e le magnolie, un posto presumibilmente favoloso; dai balconi fioriti le octoroons (le prostitute creole che avevano solo un ottavo di sangue africano, le più ricercate n.d.r) parlavano francese tra loro e preparavano riso speziato coi fagioli rossi, giovani neri dalle labbra esagerate soffiavano nelle cornette trasformando vecchie quadriglie e nuovi rag-time”.
Cantava Louis Armstrong nel ’38: “Do you know what it means to miss New Orleans? And miss it each night and day? . . . The longer I stay away, miss them moss-covered vines, the tall sugar pines where mockin' birds used to sing. And I'd like to see that lazy Mississippi hurryin' into spring”. Nell’aria torbida della capitale della Louisiana, meticcia e promiscua come il più proibito e delizioso dei peccati, il profumo delle magnolie si mescolava ai miasmi delle paludi su cui sorge, tra l’Ol' Man River (il Mississippi) e il Lago Pontchartrain, e le note delle orchestrine si fondevano con le risa e i gridolini dei ragazzi che ballavano per strada e negli speak-easy. All’anima festosa di una città che con la musica cercava di dimenticare i suoi problemi, dalla povertà al razzismo, corrispondeva un’anima nera e inquieta, quella del voodoo e delle leggende nate in seguito al divieto di dare agli schiavi una degna sepoltura, costringendo i morti a vagare, anime in pena che diventano zombie.
When it thunders and lightning and wind begins to blow
When it thunders and lightning and wind begins to blow
There’s thousands of people
They aint’t go no place to go
(Bessie Smith, Back Water blues)
Ora che Basin Street, Canal Street o Perdido – tutte vie dedicate a brani immortali del blues e del jazz – non esistono più e sono come scivoli di melma che conducono dritte all’inferno che ne sarà di quel patrimonio che è cresciuto ai loro angoli, quando le bande di ottoni facevano risuonare la loro musica alle feste, soprattutto durante il carnevale, Mardi gras, ai funerali – con le bande e le parate di cappelli a cilindro e ombrelli – e ad ogni ora di un qualunque giorno? Cosa ne sarà di quelle case con i balconi in ferro battuto e gli edifici che richiamano l'architettura greca, le grandi ville coloniali e le botteghe dai colori vivaci, i ristoranti di cucina creola di Bourbon Street, i locali jazz di Royal Street e i misteriosi negozi voodoo? Si contano i morti e i danni alle cose, si stimano i costi della ricostruzione, i tempi per il ritorno alla normalità. Ma chi potrà restituire al mondo così com’era, quella città simbolo di un’epoca che non tornerà più? Vestigia di un periodo di grande fermento in cui le note urlate dentro una tromba significavano anelito alla libertà e ad una vita migliore, la conquista di un posto nel mondo e affermazione di un’identità per un intero popolo in cerca di riscossa. Forse non sarà mai più come prima. Tuttavia, sempre la gente muore, gli edifici crollano, i politici si alternano al potere, gli uragani infuriano e sempre la musica resta: finché anche uno solo di noi ricorderà il riff di un vecchio blues di Sidney Bechet o una tromba eseguirà uno stop-chorus di una canzone di Louis Armstrong, non tutto sarà perduto e quando le acque putride si ritireranno e i caimani avranno cessato di banchettare, forse allora si tornerà a ballare per le strade, i santi marceranno e si tornerà a vivere al ritmo accelerato del jazz.
Posted by Leonardo Colombati at 12:36 | Comments (4)
15.10.05
Infinite possibilità
Esce il 20 ottobre il nuovo album dei La Crus. Se volete saperne di più (anche sul mio coinvolgimento) andate qui.
Posted by Leonardo Colombati at 15:24 | Comments (0)
14.10.05
Un pomeriggio a Palazzo Donn'Anna
di Leonardo Colombati
[Questo mio articolo su Raffaele La Capria è stato pubblicato su Nuovi Argomenti, n. 31, "Ancora una poesia", luglio-settembre 2005]
1.
Il giorno deciso alla fine è arrivato. Poso il vassoio con gli avanzi della colazione sul tavolo della cucina, apro le imposte del salotto, afferro il libro dallo scaffale e cinque minuti dopo sono già alla guida, lungo la strada che da Roma mi porterà a Napoli.
Il motivo del mio viaggio è “uno e trino”: voglio al tempo stesso visitare un palazzo, rivivere un romanzo e capire un uomo. Il palazzo è Palazzo Donn’Anna, il romanzo Ferito a morte e l’uomo è Raffaele La Capria. La fusione di questi tre elementi nel crogiuolo della mia intermittente immaginazione – che, sciaguratamente, è sempre libresca – dovrebbe produrre un’immagine definitiva del sentimento della malinconia, nell’accezione privatissima di nostalgia per un tempo non solo perduto ma pure mai vissuto. A sua volta, la lega si scomporrà di nuovo in tre parti, che sono poi i miti su cui si fonda tutta l’opera del mio scrittore del cuore: la Bella Giornata, l’Occasione Mancata e l’Armonia Perduta.
Invidio a La Capria innanzitutto la tecnica con cui misura il tempo: dato un giorno – uno e quello solo – è possibile andare avanti e indietro nella propria vita come sulla tastiera di un pianoforte. Graham Greene l’aveva già postulato: una storia non ha principio né fine; si sceglie arbitrariamente un certo momento dal quale ricordare e prevedere. Ma in La Capria, tale procedimento è niente affatto arbitrario: egli m’appare come un Lacaille che infallibilmente misura la parallasse della Luna. «Sono lo scrittore di unico libro che raccontava sempre di una giornata e che non riuscì mai a finire perché lo scriveva sempre daccapo», confesserà in un’intervista [1].
Di quale giorno sta parlando? Lette le prime pagine di Ferito a morte siamo portati a credere che sia quello in cui Massimo De Luca si risveglia mollemente dal suo sogno subacqueo, mentre suo padre prende il caffè in terrazza ed esclama: «Che giornata! L’odore della bella giornata, proprio l’odore» [2]. Massimo, intanto, si rigira tra le lenzuola, mentre il sogno si dilegua, e sente « il palazzo che naviga nel mare, la luce che preme sulla finestra e scoppia dalle fessure delle imposte. Apre gli occhi. Oscilla sulla parete bianca il grafico d’oro, trasmette irrequieto senza soste il messaggio: è una bella giornata – bella giornata» [3].
È un mattino dell’estate del ’54. Nel dormiveglia, Massimo è sprofondato nel suo appartamento sottomarino («ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo» [4]) ed ha appena sprecato la Grande Occasione di arpionare una spigola («l’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese» [5]).
Ogni volta che rileggo l’incipit di Ferito a morte non posso fare a meno di associare Massimo a Gregor Samsa, il commesso viaggiatore che vive in Charlotte Strasse assieme alla sorella e ai genitori; uno dei personaggi più realistici che la letteratura ci abbia mai regalato, malgrado una mattina, al risveglio, egli si ritrovi trasformato in un gigantesco insetto. Così come Massimo vede avverarsi la Cosa Temuta – «una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona» [6], la spigola che «passa lenta […] e scompare» [7] – allo stesso modo Gregor, disteso sulla schiena dura come una corazza, osserva il proprio «ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati» e non s’accorge (non se ne accorgerà mai) di avere delle piccole ali sotto le elitre. Questa osservazione anatomica non è desunta dal racconto di Kafka, che non parla di ali, ma indirettamente da un’intuizione di Nabokov, gran conoscitore di insetti. Secondo il russo, l’animale che Kafka vagamente descrive ne La metamorfosi sarebbe un coleottero: «ha un enorme ventre convesso diviso in segmenti e una solida schiena arrotondata che fa pensare alle elitre. Nei coleotteri queste elitre nascondono piccole fragili ali che possono allargarsi e portare l’insetto per chilometri in un volo brancolante» [8].
In ciò, Gregor Samsa, è un personaggio di sconcertante realismo: come molte persone – come ad esempio Massimo De Luca – non sa di poter volare.
2.
Sbuco dal tunnel in piazza della Repubblica, svolto a destra, verso il mare, e sono a Mergellina. Prendo la strada di Posillipo e dopo un paio di tornanti lo vedo: il Palazzo Donn’Anna.
«La facciata anteriore, più esposta al mare, è un po’ sbilenca, ha ceduto alla base o è solo l’impressione? Come se il vai e vieni delle onde ne avesse cariate le fondamenta. Vento e salmastro scavano le pietre di tufo, tutte granulose, concave, sporgono solo i punti con la calce e i mattoni, un continuo inavvertibile sgretolio, se ci passi un dito sopra o ci appoggi una mano senti il fruscio della polverina gialla che viene via. Negli ultimi trecent’anni il palazzo ha resistito agli umori del mare, agli scossoni delle onde e delle bombe, ma i secoli lo vinceranno con la pazienza, millimetro per millimetro, fino a quando le tranquille acque napoletane canteranno vittoria in una bella giornata come questa (…) e i pesci nuoteranno nelle stanze irriconoscibili per le incrostazioni marine, l’erosione di alghe e molluschi litofagi. Solo questione di tempo» [9].
I La Capria si trasferirono nel palazzo nel 1932, quando Raffaele aveva dieci anni. «Un palazzo come quello», racconta, «che si diceva abitato dagli spiriti e si presentava come una rovina emergente dal mare, non era veramente appetibile all’epoca, e mio padre diede prova di avere una natura più artistica e bohémien di quanto sospettassi, quando prese la sua decisione» [10].
Palazzo Donn’Anna fu costruito alla fine del Seicento dal viceré di Napoli Ramiro Gusman, duca di Medina, dove prima sorgeva il cinquecentesco Palazzo della Sirena. Era il suo regalo per la bellissima moglie, donna Anna Carafa. Sono quelli gli anni in cui a Napoli regnava «un’Armonia solare e mediterranea, non lontana da quella che conobbero i greci, sì, qualcosa di simile, forse. In quell’Armonia tutto si teneva, Vico e Pulcinella, Napoli e l’Europa, le grandi idee e l’ultima canzonetta» [11].
Ci passo davanti senza fermarmi: è l’ora di pranzo e mi sono promesso una sosta da Cicciotto a Marechiaro, giusto per alimentare il senso di colpa d’aver abbandonato i miei doveri di lavoratore e di padre di famiglia. E così, mentre mi godo lo spettacolo del Vesuvio dalla terrazza del ristorante e sorseggio un bicchiere di Fiano d’Avellino e lavoro il polpo col coltello e con un triplo carpiato trasfiguro il villoso figlio di Cicciotto che mi porta qualche frutto di mare al guazzetto nella cameriera che proprio qui, centoventi anni fa, fece perdere la testa a Di Giacomo, tiro il filo delle mie intenzioni e le perle rotolano sull’acciottolato. E canto sottovoce
a Marchiare ce sta ‘na funesta,
la passione mia ce tuzzuléa…
con accento improbabile. Pare che Salvatore Di Giacomo sia stato per la prima volta a Marechiaro molti anni dopo aver scritto la celebre canzone. Si sedette a una trattoria e fu servito dalla bella Carolina. Al caffè, l’oste si avvicinò allo sconosciuto avventore e gli raccontò che un giorno il poeta Di Giacomo arrivò per colazione, vide la cameriera e scrisse il brano. Al che, Di Giacomo esplose in una fragorosa risata.
Ecco un bell’esempio di canzone che diventa «una sbarra della prigione della napoletanità» [12]. Secondo La Capria, il manierismo napoletano deriva dalla malinconia per un’Armonia Perduta e dalla certezza che è impossibile ricostruirla.
«Quando si perde la grazia spontanea dell’esistenza (l’Armonia), si tende a conservarla artificialmente, in modi impropri e illusori, a imitarne per nostalgia o altro la forma esteriore, senza veramente possederla. E questo accadde ai napoletani. Quando si accorsero che quell’Armonia gli era comunque necessaria per sopravvivere, necessaria come l’aria che respiravano, i napoletani si misero a “fare in napoletani”. Fu così che essi furono spinti per istinto di conservazione e difetto di conoscenza a fingersi quell’Armonia Perduta; e la inscenarono e sceneggiarono, la enfatizzarono e proclamarono, finché non divenne una Recita Collettiva, capillare e pervasiva» [13].
3.
Parcheggio di fronte all’ingresso del Palazzo, sull’altro lato della strada. Da una friggitoria escono esalazioni croccanti e le note dell’ultimo successo di Robbie Williams. Al Café Tropical, due africani devono succo d’arancia. La boutique Marie Louise sta chiudendo.
Credevo che Palazzo Donn’Anna fosse in rovina. E mi sbagliavo. È stato tinteggiato di fresco e un cancello elettrico mi separa dal cortile in cui sono parcheggiate le automobili degli attuali inquilini. Allungo il collo tra le inferriate del cancello – chiuso – e vedo che il gabbiotto della portineria è vuoto; come rischia di diventare il mio viaggio.
Sul muro di cinta, a sinistra dell’entrata, si apre la bottega di un ferramenta; davanti al negozio, un paio di espositori su cui stanno arrotolate delle pezzature di moquette. Mi ci nascondo dietro, aspettando che da un momento all’altro il cancello si apra. Dieci minuti dopo, quando le ante si schiudono per fare uscire una BMW, mi infilo come un ladro e subito mi chiedo come farò ad uscire: vagherò, qui dentro, nei secoli, come l’ennesimo fantasma di Palazzo Donn’Anna? osserverò il mare di ceramica, lisciato dalla bafogna, assieme ai pescatori uccisi da una regina dei tempi che furono?
Attraverso il cortile, passo sotto l’arcata centrale e mi sporgo dalla balaustra, sul mare. Ho con me il romanzo, nell’edizione Oscar Mondadori con Il pesce d’oro di Klee in copertina. Con il terrore di essere scoperto e buttato fuori da un momento all’altro – «ma non capite? il palazzo è mio, finché ho in mano questo libro!» – inizio a leggere.
Vedo Massimo De Luca e Carla Boursier, insieme nella notte di Capodanno del 1949, quando sulla spiaggia di Positano lui le dice di amarla sin dal giorno in cui, sei anni prima, assistettero mano nella mano ad un bombardamento su Napoli. Poi mi siedo al Bar Moccia e ascolto Massimo e il suo amico Gaetano discutere di politica, mentre Ninì De Luca è al Middleton a discettare di Pommerì e Veuve Cliquò assieme a Sasà e a Guidino Cacciapuoti; tra un Negroni e un altro, parlano di fuoriserie, di attricette, del «piede plebeo» che è inutile cercare di ingentilire «con lo scarpino sfilato perché il cuoio deformato del piedacchione rivela subito che non sei un vero signore» [14].
Nessuno, ancora, s’è fatto vivo: Palazzo Donn’Anna affonda silenziosamente i suoi tentacoli nell’acqua immobile. Osservo la scala che porta giù, verso i piani al livello del mare. Conosco a memoria, senza esserci mai stato, cosa c’è là sotto: «un chiaro e scuro di corridoi dalle alte volte ricurve, interrotto da improvvisi abbaglianti riquadri d’azzurro, e una scomposta scenografia di nicchie e archi e quinte di pareti semidiroccate, e lunghe file di sale dai soffitti barocchi attraversate da drammatici tagli di luce e dal volo obliquo dei pipistrelli» [15]. È il percorso da fare per giungere a casa La Capria, lo stesso che spaventa Mira in una “bella giornata” del 1950 descritta nel romanzo d’esordio, Un giorno d’impazienza.
Alla fine di quei corridoi c’è una porta, un ingresso buio e poi una sala ottagonale con un soffitto a volta dipinto di grigio screziato. Casa La Capria. Chissà chi ci abita, adesso. E chissà chi ha preso il posto di Gemma Bellincioni, la soprano che occupava l’altra metà del grande appartamento e dava lezioni di arpeggio a un nugolo di allieve che il giovane Duddù sentiva gorgheggiare… do, dododò, doddododdodododdò… E i Genevois, i Murcell, i Twist e i Marinelli, e i principi Colonna e le ragazze Morelli e i marchesi Bugnano… Ci si può immalinconire al ricordo di persone sconosciute? Si può provare nostalgia per un tempo mai vissuto, per un luogo mai visto prima?
… Come il Circolo Nautico, dove finalmente approdano Glauco e i fratelli De Luca (ma anche qui, La Capria bluffa col tempo: li avevamo lasciati in barca, i tre, a remare verso il Circolo, nel 1951. Ed ora che ci arrivano, però, è il 1952). La verità è che io ci sono stato in quel Circolo – senza averci messo mai piede – e li ho conosciuti l’avvocato Lo Sardo che continua a dire «cose-da-pazzi-cose-dell’altro-mondo», e il cameriere Filuccio, e Cocò Cutolo che sbarca assieme alla bellissima Betty Borgstrom, e quelli che giocano a pallone sulla spiaggia e tirano certe cannonate, coi soci anziani che azzardano «certi tiri acrobatici, certe finezze e che si rialzano neri di sabbia e di sudore, con l’occhio che corre in cerca dell’applauso della terrazza, gridano atletici hop-hop-hop! e soffrono per tutto il tempo che non gli passano il pallone» [16]. E poi Mariella che arriva col bassotto al braccio, e Giggino Cannavacciuolo che segna un gol di testa, con quella pelata, e Gargiulo che si presenta vestito tutto di bianco e viene deriso per la sua ineleganza, e il Marchese D’Onofrio, in shorts, a torso nudo, col cappellino di picchè da marinaio… Basta essere stati in qualche Circolo Canottieri sul Tevere, a Roma, e queste persone, questi tic, li ritrovi subito. Come la partita di poker che va avanti da due giorni e due notti nella club house; o come lo spettacolo degli spogliatoi:
«capi, notabili, decani di questo e di quello, si stanno spogliando in fretta e in furia, paroliandosi allegramente, manata, colpetti sulle pance, urlati commenti sui reciproci corpaccioni che sono veramente uno schifo. (…) Si lasciano andare al rutto, al peto, girano tutti nudi con quei piedi unghiogialluti, li senti euforici sotto le docce che raccontano storie di casino, che parlano di troie con competenza, rispondono cordialmente ad un insulto, e sempre esagerati nelle parole e nei movimenti, con quelle facce segnate, come dice Massimo, dalle rughe degli infiniti sorrisi servili rivolti ai potenti, e degli austeri cipigli rivolti agli inferiori. Poi te li ritrovi nelle sale del Circolo, in doppio petto, al tavolo di ramino o di baccarà a discutere di questioni di precedenza e di procedura, ti fanno la lezione…» [17].
E Massimo è lì, in mezzo a tutto questo – e tutto questo, per un miracolo di evocazione e di stile, è bellissimo: è un’altra bella giornata. Sarà lei, finalmente, dopo tanti falsi riconoscimenti, “la” bella giornata? Sembrerebbe di sì; eppure a Massimo fa male un orecchio e soffre – un’altra Occasione perduta!
Ciclicamente, andando avanti nella lettura, si ripresenta la stessa scena: Glauco e Ninì sulla barca, Massimo sugli scogli a prendere il sole. Ma non è mai chiaro se questa scena in realtà si svolga in un’unica estate, oppure in tre estati diverse, quelle del ’51, del ’52 e del ’54. «Possibile che tutto sia uguale e tutto sia cambiato? (…) Possibile che tutto avviene come in un film, che tu lo vedi e pare che sta succedendo qualche cosa proprio in quel momento, e invece il film è stato già girato in un ordine diverso, e tutto è fermo nel rotolo del tempo?» [18]. Questo si chiede Massimo, mentre inizia a ripensare all’estate di dodici anni prima, quando incontrò Carla. «Sì, è possibile, è possibile. (…) Salta fuori imprevedibile dal tempo che è tutt’un’estate, lo spazio bianco di un mattino» [19].
Quando Massimo si tuffa in acqua e avviene lo stesso miracolo che Proust sperimenta quando ritorna con la memoria alla sua infanzia trascorsa a Combray, non appena riconosce «il gusto del pezzetto di madeleine che la zia inzuppava nel tiglio (…). Come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, cose, figure consistenti e riconoscibili, così, ora (…) tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, città e giardini, dalla mia tazza di tè» [20].
La tazza di tè di Massimo è il mare davanti a casa sua – Palazzo Donn’Anna – nel quale s’immerge pure nell’estate del ’42 e vede «un’ombra grigia, solitaria, che veniva come un ordigno metallico verso di me. La spigola» [21]. Contrariamente al sogno che farà dodici anni dopo, questa volta Massimo riesce a catturarla: «Sentii che l’asta entrava in quel corpo. Trafitta si rovesciò di fianco, splendida tutta d’argento, con le pinne irte sul dorso, la bocca aperta nello spasimo, il corpo a mezzaluna e come paralizzato» [22].
Questa è una sorpresa per il lettore: credevamo che la spigola gli sarebbe sfuggita. E invece, ora che il pesce è tirato in secco sulla barca, capiamo qual è la sua funzione all’interno del romanzo. In un racconto tutto giocato sulla sincronizzazione in un unico tempo di tre-quattro diverse “belle giornate”, la spigola è la lancetta dell’orologio di La Capria: nel 1942 è catturata, nel 1954 è (in sogno) mancata, e nel 1960 viene servita a tavola; laddove il “primo tempo” è quello eroico della vera bella giornata, il “secondo tempo” è quello del rimpianto, e il terzo è quello della malinconica indifferenza.
Appena Massimo riemerge dall’acqua con la sua preda, iniziano i bombardamenti; con Glauco e Ninì, decide di rifugiarsi nella Grotta della Monaca di Mare, e lì si affiancano ad un’altra barca su cui sta una biondina che dice: «Ieri un aeroplano quasi toccava l’albero del cutter, si vedeva il pilota! Avrà pensato: io a fare la guerra e loro i bagni» [23]. È Carla, che «pretendeva, cinque anni dopo, quando la rividi a Positano con Roger, che quel giorno lei ed io ci eravamo trovati sopra un cutter in mezzo al mare, e che Roger, proprio lui, aveva volato sulle nostre teste incerto se sganciare la sua bomba. Non era venuto tante volte a bombardare Napoli? Only twice, disse Roger» [24].
Finalmente ci è così spiegato la strano dialogo tra Massimo e Carla, nel primo capitolo, quando escono dalla Buca di Bacco dopo avere festeggiato il Capodanno:
«Ma che ti prende ora?
Povero Rogerino. Stavo pensando a lui.
Non lo chiamare così. Si chiama Roger.
Chissà che sta facendo.
Ti sembra il momento di pensare a lui?
Quest’estate l’amavo, adesso non me ne importa più niente. (…) Tu mi amavi già quest’estate?
Anche prima se è per questo – dal giorno del bombardamento.
Stavamo sul cutter e passò un aeroplano.
Come te lo debbo dire? Non siamo mai stati in quel cutter. Te lo sei inventato.
Lo vedi che sei antipatico?» [25]
Questa fantasticheria di Carla è rivelatrice: retrospettivamente, mette Massimo e Roger nella stessa scena – con lei nel mezzo – durante una battaglia, come due rivali. A prima vista, può sembrare un sintomo della superficialità di Carla, sempre in bilico tra l’indifferenza e un romanticismo da feuilleton. Ma, procedendo nella lettura, quando ci viene finalmente svelata la Grande Occasione Mancata di Massimo, il “sogno” di Carla acquisterà un significato molto più profondo e contraddittorio.
Ed eccola, infine, la Grande Occasione Mancata di Massimo. Con nostra sorpresa, a metà del libro ci accorgiamo che ci è già stata raccontata nelle prime pagine. Una manciata di righe nel primo capitolo. 1949:
«Eccola la Scena. Si ripresenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina – anche il battito del cuore! – vicina, con l’occhio marino, aspettando. E poi offesa? Stupita? Incredula? Prontamente disinvolta comunque (…), per sempre lontanissima, che tenta di superare l’imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante (…) e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t’immagini le facce? Le risate? Le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con la Grande occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena» [26].
4.
I raggi del sole grattano la volta dell’arcata e si sfilacciano. Per continuare a leggere devo dare la schiena al mare.
Dovrebbe essere tutto chiaro. Eppure, c’è un disagio. Tutto è sfuggente in Ferito a morte; come la spigola; e ogni svolta ci ritroviamo contemporaneamente, ancora e sempre in quel mattino del 1954 in cui Massimo De Luca s’è attardato sotto le lenzuola, e su una barca nel mare di Posillipo, in una lunghissima estate che inizia nel 1951 e finisce un anno dopo. Ed ogni volta ci domandiamo: che sia questa, finalmente, la Bella Giornata? E poi, che diavolo è una Bella Giornata?
«La mia bella giornata doveva essere una giornata qualunque, una di quelle lunghe tranquille giornate estive simili al trascorrere di una nuvola sull’azzurro indifferente del cielo, dove non accade proprio nulla di rilevante, ma nella mia descrizione doveva corrispondere a tutte le belle giornate qualunque, e dunque contenerle tutte, catturarne il tempo» [27].
È, dunque, la Bella Giornata, una serie di belle giornate? Quella del ’54, quella del ’52, quella del ’51, quella del ’49, quella del ’42?
Scrive La Capria:
«Il mio libro comincia con un raggio di sole che, penetrando attraverso le imposte socchiuse, brilla come un geroglifico luminoso sulla parete della stanza dove Massimo si sta svegliando dai suoi sogni inquieti. Quel raggio gli porta l’annuncio della bella giornata. (…) Ma l’annuncio non fa più sobbalzare il cuore di Massimo. Ormai lo sa che da una bella giornata non c’è da aspettarsi più niente. (…) Ma perché Massimo non si aspetta più niente da una bella giornata? Cosa si aspettava? Cosa gli è accaduto? Ciò che gli è accaduto lo sapevo solo vagamente mentre iniziavo il mio libro. Sapevo che era il senso di una Grande Occasione Mancata (la sua stessa giovinezza? la felicità? la vita?), di una profonda disillusione, che non riguardava soltanto lui, ma tutta la città e tutti i suoi miti. Dunque Massimo si sveglia, e dal suo risveglio fino al momento della partenza, in questo breve spazio che è lo spazio di un mattino del 1954, il tempo si dilata e le varie ore corrispondono ad anni diversi, senza soluzione di continuità. Dove nulla può accadere perché tutto sembra già accaduto una volta per sempre, dieci anni o un giorno – avrebbe dovuto suggerirlo la struttura del libro – sono esattamente la stessa cosa» [28].
Che sia un romanzo in cui il corso del tempo è perlomeno irregolare, lo si desume pure dal sesto capitolo, quando Gaetano va a pranzo a casa De Luca. Dovrebbe essere il 1954, perché nel secondo capitolo – appunto, nel ‘54 – sentiamo la signora De Luca gridare a Massimo: «Non tornate tardi! Ricordati che oggi viene Gaetano a pranzo!» [29]. E invece è il 1953, visto che a tavola si accenna a Pippotto Alvini che morì al Circolo «un anno fa», dopo l’estenuante partita di poker (avvenuta nell’estate del 1952).
Durante il pranzo, Massimo viene a sapere che Gaetano sta per partire per Milano, dove ha trovato un posto al giornale. Lo lascia a Napoli, da solo.
Massimo abbandonerà la Foresta Vergine un anno dopo, nel 1954. Nel pomeriggio prima di quel suo ultimo giorno napoletano, iniziato con il sogno della spigola che gli sfugge, rivedrà per un attimo Carla in via dei Mille: «sempre elegante, bellissima, senza vedermi, è passata. Addio» [30] e rievoca il suo amore mentre passeggia con un conoscente che non perde occasione di malignare sul conto di lei. «Tutta la vita proteggi un segreto, poi, il primo che passa diventa un recipiente di confidenze intime» [31]. Ecco un’altra sincronizzazione: già nel primo capitolo avevamo visto Massimo raccontare «di Carla a uno qualunque, suo simile, ipocrita e fratello, un tale incontrato nella strada: Quella, la vedi quella? – e man mano che racconta, qualcosa dentro di lui si deforma, si corrompe» [32]. Così, di nuovo, adesso, nel settimo capitolo, leggiamo: «Quella, la vedi quella? Viviamo in una città che ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme» [33].
Mezzo addormentato, e ferito a morte, a poche ore dal suo allontanamento definitivo da Napoli, Massimo De Luca torna ancora una volta a quella notte in cui «una stupida e troppo forte giovanile emozione» rovinò il momento decisivo: «Uno direbbe, a quale ragazzo un po’ nervoso non può capitare la prima volta per troppo amore… Quel tremito, morte che non potevo controllare, è niente non ci badare, non rassomigliava all’amore, e allora perché per troppo amore ti puoi stranire a tutto per sempre?» [34].
5.
Leggo le ultime parole del settimo capitolo: «Non io più sarò qua». Chiudo il libro, sollevo lo sguardo, giusto in tempo per notare un’auto che esce dal cancello. Esco anch’io, per la prima volta, per l’ultima, da Palazzo Donn’Anna. Non io più sarò qua.
Durante il viaggio di ritorno penso a Carla e al suo “sogno pietoso”; la trasfigurazione epica del suo incontro con Massimo sotto le bombe è una bugia detta a Massimo perché egli, condividendola, possa davvero pensare a quel pomeriggio del 1942 come ad una Bella Giornata – e riesca a salvare questa, piuttosto che il momento della Grande Occasione Mancata. Per la prima volta mi viene in mente che Carla, in questo senso, è il vero eroe di Ferito a morte.
Il fatto che, letta in questo modo, la Bella Giornata sia una giornata effettivamente mai vissuta, è corroborato da un’altra singolarità. In realtà, nel libro non è detto che quell’incontro sotto le bombe è avvenuto nel 1942, bensì nel 1943. Se si vuole spingere fino in fondo l’identificazione di La Capria con il suo personaggio, ciò è impossibile. Nell’estate del ’43 La Capria è nel brindisino col 52° Battaglione e farà ritorno a Napoli solo nel dicembre del 1944. Tra l’altro, nell’evocazione del bombardamento, si parla di piloti inglesi (che fecero incursioni su Napoli nel ’42) e non di piloti americani, che attaccarono nel ’43. Insomma, La Capria descrive una giornata cui lui non ha mai assistito, e lo fa servendosi dei ricordi che ha di un’altra giornata: un giorno di un anno prima.
«Quella del 1942», dirà in seguito, «fu l’estate più straordinaria della mia vita, la più intensa, quella che mi lasciò un segno indelebile nella memoria e nell’immaginazione. Fu straordinaria perché, date le circostanze, io sentivo che quell’estate era l’ultima estate felice, e fu straordinario il fatto che la vivessi sapendolo . (…) Da quell’estate, il mondo è per me diviso in due: quello di prima del ’42 e quello di dopo il ’42» [36].
Mentre «infuria una orribile guerra alla quale partecipo mio malgrado» [37], nella sua Napoli vanno distrutti il Corso Garibaldi, San Giovanni in Porta, via Depretis, il Parco Margherita, l’albergo Russia in Santa Lucia e il Caffè Vacca della Villa Comunale. «In questo completo isolamento, in questa vita totalmente involontaria che sono costretto a vivere», scrive sotto la tenda del suo accampamento, «ho avuto paura di non esistere più, proprio di non esserci» [38]
In questo stato di sospensione metafisica, quando La Capria lesse le prime parole de La metamorfosi, gli sembrarono «scritte sulla porta di un mondo sconosciuto» [39]. Nello scarafaggio di Kafka, lui e i suoi giovani amici «ritrovarono raffigurate le immagini delle loro introversioni, della loro solitudine storica. E trovarono ancora, anche se sembra paradossale, un altro e più sottile fascino in Kafka: l’anonimo signor K. e Gregor Samsa erano vittime di un destino inesorabile su cui nulla potevano; erano colpevoli “per legge di natura”, come aveva detto l’Uomo del Sottosuolo» [40].
La Bella Giornata (come ha istintivamente capito Carla), allora, non esiste?
È questa disillusione che traspare dal comportamento di Massimo, allorché torna a Napoli, per un paio di giorni, nel 1960. Ormai sta a Roma, e viene a trovare la famiglia sempre più di rado. «A pranzo, la spigola, bollita, con maionese, fa bella figura intera nel piatto» [41].Ritrova i vecchi compagni, vinti e invecchiati; un fratello che resiste a tutto e diventa “eccezionale” e una città che non riesce più a riconoscere.
E poi… «là, in fondo alla strada, qualcosa-che-passa-e-sembra, bionda coda di cavallo oscillante, ha svoltato l’angolo. Cerco lei, cerco Ninì… e mi pare sempre di camminare dietro qualcuno di cui sento ancora, vicini, i passi sopra queste pietre» [42].
Note
[1] Silvio Perrella, Il mondo come acqua, in Raffaele La Capria, Opere, Mondadori 2003, pag. XII
[2] Raffaele La Capria, Ferito a morte, in Opere, cit. pagg. 144-145
[3] Ibidem, pag. 151
[4] Ibidem, pag. 141
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] Ibidem
[8] Vladimir Nabokov, Franz Kafka: “La metamorfosi”, in Lezioni di letteratura, Garzanti 1992, pag. 308
[9] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pagg. 154-155
[10] Raffaele La Capria, L’estro quotidiano, Mondadori 2005, pag. 20
[11] Raffaele La Capria, L’armonia perduta, in Opere, cit. pag. 649
[12] Raffaele La Capria, L’estro quotidiano, cit., pag. 89
[13]Raffaele La Capria, L’armonia perduta, cit, pag. 650
[14] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 176
[15] Raffaele La Capria, La mia casa sul mare, in Opere, cit., pag. 749
[16] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 214
[17] Ibidem, pag. 212
[18] Ibidem, pag. 188
[19] Ibidem, pagg. 188-189
[20] Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, vol. I, Mondadori, 1983, pag. 58-59
[21] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 191
[22] Ibidem
[23] Ibidem
[24] Ibidem, pag. 212
[25] Ibidem, pag. 149
[26] Ibidem, pag. 141
[27] Raffaele La Cparia, Il mito della “bella giornata”, in Opere, cit, pag. 671
[28] Ibidem, pagg. 681-882
[29] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit. , pag. 155
[30] Ibidem, pag. 246
[31] Ibidem, pag. 247
[32] Ibidem, pag. 143
[33] Ibidem, pag. 247
[34] Ibidem, pag. 259
[35] Raffaele La Capria, Posillipo ’42, in Opere, cit., pag. 19
[36] Ibidem, pag, 25
[37] Raffaele La Capria, Una lettera del ’43, in Opere, cit., pag. 34
[38] Ibidem, pag. 35
[39] Raffaele La Capria, Da”False partenze”. Frammenti per un’autobiografia letteraria (1938-’48), in Opere, cit., pag. 16
[40] Ibidem, pagg. 17-18
[41] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 266
[42] Ibidem, pag. 292
Posted by Leonardo Colombati at 22:40 | Comments (5)
01.10.05
Nuovi Argomenti n. 31
Il numero luglio-settembre di Nuovi Argomenti è in libreria. Il titolo è Ancora una poesia.
Potrete trovarvi, tra le altre cose, interventi di Enzo Fileno Carabba, Mario Desiati, Raffaele Manica, Flavio Santi, Roberto Saviano, Martino Gozzi, John Ashbery, Massimo Bocchiola e un saggio del sottoscritto su Raffaele La Capria.
DIARIO
ENZO SICILIANO parla di Cesare Garboli, riflette sul rapporto tra caccia e letteratura nell’opera di Faulkner, ritorna sulla morte di Pier Paolo Pasolini e riflette su Kafka, autentico veggente dei tempi che viviamo, dove gli atei sono devoti…
ITINERARI DI LUOGHI E PERSONAGGI
Alcuni nuovi scrittori affrontano le implicazioni sentimentali e narrative di un posto a loro caro. LEONARDO COLOMBATI visita il Palazzo Donn'Anna di lacapriana memoria… ENZO FILENO CARABBA racconta il “Chiantishire” dopo la colonizzazione radical chic… MARIO DESIATI e ROBERTO SAVIANO parlano delle follie del mezzogiorno italiano: città di suicidi, culle della mitomanie e camorristi con il pallino hollywoodiano… MAURO F. MINERVINO continua il suo viaggio tra antropologia e etnologia nella Puzsta ungherese… MARTINO GOZZI varca i luoghi dell’incidente di Crevalcore… EROS DAMASCO viaggia tra l’Egitto e la Magna Grecia… LEOPOLDO CARLESIMO è un ingegnere che ha lavorato per un lungo periodo in Africa… LUCA LUCA CAMPIGOTTO è tra i più interessanti fotografi italiani della nuova generazione, ma oltre all’immagine sa cavarsela con la poesia…
SCRITTURE
NA nacque con una vocazione fortemente narrativa e antropologica. Il primo poeta a essere pubblicato fu Pier Paolo Pasolini con Le ceneri di Gramsci. Da allora molti altri poeti hanno trovato in NA uno spazio di libertà, confronto e visibilità. Ancora una poesia è una lirica di JOHN ASHBERY (di cui questo numero presenta una robusta selezione, con la traduzione di Damiano Abeni) e racconta meglio di qualunque altro modo il senso di questa sezione… Dopo Grunbein tocca a THOMAS KLING, l’altro gigante della poesia tedesca contemporanea… NICO NALDINI presenta un poemetto dalle assonanze magrebine… JAMES TATE (tra i più originali e acclamati poeti americani, vincitore del Pulizter poesia nel 1992) macina nella sua poesia gli elementi dell’assurdo e il paradosso all’interno di una struttura poematica e paratattica… CLAUDIO DAMIANI è stato uno dei fondatori di Braci; l’ultimo suo libro di poesie è Eroi uscito per Fazi nel 2000… Il poeta e critico ALBERTO PELLEGATTA traduce e commenta alcuni dei più interessanti poeti spagnoli del Novecento… Dopo il saggio di JEAN-MICHEL MAULPOIX sulla responsabilità della poesia, Mario Benedetti presenta alcune traduzioni del poeta francese… MARCO PAPA fu un folgorante esordio narrativo degli anni Ottanta; oggi scrive versi… MASSIMO BOCCHIOLA esordì nei quaderni di Franco Buffoni, poi è diventato anche un brillante traduttore di narratori anglo-americani, il suo ultimo libro di poesie è Le radici nell’aria (Guanda 2004)… SILVIO CHEN ha origini cinesi e vive come oblato in una comunità francescana… SERAFINO MURRI è critico cinematografico e regista, ma anche scrittore, il suo racconto ne La qualità dell’aria (Minimum Fax 2004) era tra i più belli della raccolta…
CANTIERE
RAFFAELE MANICA si avvicina a Elsa Morante raccontandone non soltanto l’opera, ma soprattutto il contesto da cui scaturì la sua produzione… ALESSANDRO LEOGRANDE racconta le origini della “Resistenza passiva” e il suo ideologo Michael Walser… FLAVIO SANTI si è impegnato a riscoprire tre poeti dialettali dimenticati: Carolus Cergoly, Santo Calì, Mauro Marè… ELISA DONZELLI tra Franco Fortini e Rocco Scotellaro affronta il tema delle nuove generazioni… DANIELA MARCHESINI parla del primo romanzo del poeta Maurizio Cucchi (Il male nelle cose, Mondadori 2004)… La giovane studiosa SILVIA LUTZONI SILVIA LUTZONI si domanda nel suo saggio: “Quando Ben Jelloun guarda al nostro Occidente sa diventare più libero dai pregiudizi?”… ANNA MARIA SCIASCIA, figlia di Leonardo, ha un rapporto molto particolare con l’opera, i luoghi e la famiglia di Luigi Pirandello; in questo pezzo, metà saggio, metà racconto ci spiega perché…
Posted by Leonardo Colombati at 09:12 | Comments (1)

