« Infinite possibilità | Main | La Roma segreta di Augias »
19.10.05
La rinascita del Medicine Show
[Dopo mesi di tribolazioni, è finalmente on-line il nuovo numero di MEDICINE SHOW (settembre-ottobre 2005), la cialtronesca rivista musicale capitanata dal Doc Leonardo Colombati e dal Band Major Giulio Mozzi. In questo numero, articoli di Leonardo Colombati, Alessandro Cremonesi dei La Crus, Davide Malesi, Seia Montanelli, Giulio Mozzi, Gabriele Pescatore, Federico Platania, Bernardino Sassoli e Armando Trivellini. Tra le altre cose, si parla di Syd Barrett, Bono, New Orleans, Talking Heads, Frank Zappa, dEUS, Stokhausen, Paul McCartney, Madonna e R.E.M. Il Supplemento – riservato agli iscritti alla Newsletter – è “Bruce Springsteen, Born To Run”. Se volete scaricare la rivista in formato pdf potete farlo direttamente da qui. Intanto, eccovi un assaggio...]
NEW ORLEANS BLUES
di Seia Montanelli
Quando John Donne scrive: “Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo all'umanità”, io, che vivo le sciagure per il loro carattere collettivo, per l’idea di catastrofe che si portano dietro, non per ciascuno degli uomini che cadono, non mi sento rappresentata dalle sue parole. Gli uomini, le donne e i bambini uccisi da disastri naturali o apocalissi causati dall’uomo, non li avrei mai conosciuti probabilmente, così come non conosco la stragrande maggioranza della gente che vive su questa terra e che un giorno morirà. Eppure assistere allo spettacolo di New Orleans che s’inabissa sotto una valanga di fango e detriti, mi diminuisce, mi danneggia e mi addolora profondamente, perché a New Orleans ci sarei andata prima o poi, perché conosco la città da sempre, ne ho letto sui libri, l’ho vista in decine di film e ne ho assaporato la bellezza nelle canzoni dei suoi figli. New Orleans si porta dietro un sogno e un’atmosfera che appartiene a tutti, fa parte di un patrimonio universale che arricchisce ogni uomo e lo diminuisce, adesso che rischia di sparire per sempre.
I've got no time for talkin'
I've got to keep on walkin'
New Orleans is my home
That's the reason why I'm goin'
Yes, I'm walkin' to New Orleans
Fats Domino, Walking To New Orleans)
Per molto tempo “Big Easy” – come viene chiamata New Orleans da chi la ama, per l’atmosfera languida e rilassata con cui l’accoglie – ha vissuto secondo il motto: laissez les bons temps rouler (che più o meno vuol dire: “fate largo al divertimento”). Da sempre città chiassosa, con le sue chiatte sul fiume dove si giocava d’azzardo, il paradiso del piacere delle barrelhouses di Storyville – il quartiere a luci rosse vicino a Canal Street voluto nel 1896 dal consigliere municipale Sidney Store – New Orleans nasce da una meravigliosa e spesso problematica mescolanza di razze e culture e ha trovato nella musica il suo “punto di fusione”. Ovunque risuonavano i tamburi e le cornette, le bande si sfidavano per strada a suon d’improvvisazioni: è così che Buddy Bolden è diventato una leggenda. Qui le briglie del fondamentalismo religioso che tengono legati tutti gli stati della Bible belt (dalla Carolina del Nord all’Oklahoma, dalla Florida), si allentano e vizio, jeaux de vivre e sensualità si consumano sulle note di un ritmo sincopato.
Way down yonder in New Orleans
In the land of the dreamy scenes
There's a garden of Eden...you know what I mean
Creole babies with flashin' eyes
Softly whisper their tender sighs
Then stop, won't you give your lady fair, a little smile
Stop..ya bet your life you'll linger there...a little while
(H. Creamer e T. Layton, Way down yonder)
Pietro Leveratto (uno dei migliori contrabbassisti italiani, oltre che docente e storico del jazz) in una nota a I giganti del jazz di Studs Terkel, cercando di spiegare il fascino esotico esercitato dal jazz, parte proprio da New Orleans: “Un posto [...] caldo come i Tropici, con le paludi di caimani e le magnolie, un posto presumibilmente favoloso; dai balconi fioriti le octoroons (le prostitute creole che avevano solo un ottavo di sangue africano, le più ricercate n.d.r) parlavano francese tra loro e preparavano riso speziato coi fagioli rossi, giovani neri dalle labbra esagerate soffiavano nelle cornette trasformando vecchie quadriglie e nuovi rag-time”.
Cantava Louis Armstrong nel ’38: “Do you know what it means to miss New Orleans? And miss it each night and day? . . . The longer I stay away, miss them moss-covered vines, the tall sugar pines where mockin' birds used to sing. And I'd like to see that lazy Mississippi hurryin' into spring”. Nell’aria torbida della capitale della Louisiana, meticcia e promiscua come il più proibito e delizioso dei peccati, il profumo delle magnolie si mescolava ai miasmi delle paludi su cui sorge, tra l’Ol' Man River (il Mississippi) e il Lago Pontchartrain, e le note delle orchestrine si fondevano con le risa e i gridolini dei ragazzi che ballavano per strada e negli speak-easy. All’anima festosa di una città che con la musica cercava di dimenticare i suoi problemi, dalla povertà al razzismo, corrispondeva un’anima nera e inquieta, quella del voodoo e delle leggende nate in seguito al divieto di dare agli schiavi una degna sepoltura, costringendo i morti a vagare, anime in pena che diventano zombie.
When it thunders and lightning and wind begins to blow
When it thunders and lightning and wind begins to blow
There’s thousands of people
They aint’t go no place to go
(Bessie Smith, Back Water blues)
Ora che Basin Street, Canal Street o Perdido – tutte vie dedicate a brani immortali del blues e del jazz – non esistono più e sono come scivoli di melma che conducono dritte all’inferno che ne sarà di quel patrimonio che è cresciuto ai loro angoli, quando le bande di ottoni facevano risuonare la loro musica alle feste, soprattutto durante il carnevale, Mardi gras, ai funerali – con le bande e le parate di cappelli a cilindro e ombrelli – e ad ogni ora di un qualunque giorno? Cosa ne sarà di quelle case con i balconi in ferro battuto e gli edifici che richiamano l'architettura greca, le grandi ville coloniali e le botteghe dai colori vivaci, i ristoranti di cucina creola di Bourbon Street, i locali jazz di Royal Street e i misteriosi negozi voodoo? Si contano i morti e i danni alle cose, si stimano i costi della ricostruzione, i tempi per il ritorno alla normalità. Ma chi potrà restituire al mondo così com’era, quella città simbolo di un’epoca che non tornerà più? Vestigia di un periodo di grande fermento in cui le note urlate dentro una tromba significavano anelito alla libertà e ad una vita migliore, la conquista di un posto nel mondo e affermazione di un’identità per un intero popolo in cerca di riscossa. Forse non sarà mai più come prima. Tuttavia, sempre la gente muore, gli edifici crollano, i politici si alternano al potere, gli uragani infuriano e sempre la musica resta: finché anche uno solo di noi ricorderà il riff di un vecchio blues di Sidney Bechet o una tromba eseguirà uno stop-chorus di una canzone di Louis Armstrong, non tutto sarà perduto e quando le acque putride si ritireranno e i caimani avranno cessato di banchettare, forse allora si tornerà a ballare per le strade, i santi marceranno e si tornerà a vivere al ritmo accelerato del jazz.
Posted by Leonardo Colombati at 19.10.05 12:36
Comments
mi è piaciuto lo sforzo di far passare il nuovo disco dei dEUS (band che ho amato sopra ogni cosa) per qualcosa di passabile, addirittura bello. la verità è che fa schifo. purtroppo, sono oggi tra i grandi dell'indie di ieri (come anche malkmus, anche se il suo ultimo è in miglioramento rispetto all'orribile "pig lib"). saluti.
Posted by: Mah at 21.10.05 09:10
io non riesco aprire la versione pdf.compare una scritta file danneggiato.
Posted by: simone at 21.10.05 16:21
te l'appoggio pancotta'.
Posted by: er gricia at 22.10.05 12:27
io te lo spingo.
Posted by: kim rossi stuart at 22.10.05 20:34