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22.10.05

La Roma segreta di Augias

di Leonardo Colombati


[Questa mia recensione è uscita qualche giorno fa su il Giornale]


Può apparire eccentrico il fatto che un libro su Roma inizi con la descrizione di un cimitero (per giunta “acattolico”) soffermandosi su di un’urna (Cinera Antonii Gramscii) e una lapide su cui leggiamo: «Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua». In realtà, l’evocazione di Gramsci e di Keats – posta in apertura di un capitolo, il primo, in cui saranno passati in rassegna la tomba di Cecilia Metella, e poi antiche iscrizioni funebri, sarcofagi, fino allo scheletro alato eretto dal Bernini in memoria del giurista Ippolito Merenda e all’ossario ipogeo dei cappuccini in via Veneto – vuol suggerire non tanto la tumulazione del mito di Roma nel sepolcro della grandezza perduta, quanto un vitalissimo, e spesso gioiosamente triviale memento mori che questa città lancia ai suoi abitanti, ai suoi turisti e ai suoi cantori, quasi a dire: sopravvivrò a voi tutti, ma non preoccupatevi; la mia grandezza si nutrirà anche dei vostri cadaveri.

In questo suo I segreti di Roma (Mondadori, 2005, pagg. 422, €18,50), Corrado Augias sembra percorrere lo spazio e il tempo della più bella città del mondo aggirandosi per le sue rovine come un novello Schliemann: lo vediamo a San Lorenzo, sotto i bombardamenti dei B-17; a Porta San Sebastiano, per vedere le mura e gli archi; davanti al caravaggesco Martirio di San Matteo e al Mosè di Michelangelo; nel bel mezzo delle riprese de La dolce vita, a Cinecittà; nel quartier generale della Gestapo, in via Tasso; e a via Portico d’Ottavia, dentro il ghetto ebraico… Messa mano al piccone, calcato il cappellaccio reso celebre da Indiana Jones, Augias scava nel corpo di Roma fino alle sue viscere, e il risultato è sorprendente; si direbbe superiore ai suoi intenti, per via del vero segreto di Roma: in una città dove parlano le statue (Pasquino, Marforio, il Babbuino…) e un vecchio tombino può mozzarti una mano, ogniqualvolta ci si imbatte in un suo più o meno illustre cittadino ci sembra di aver di fronte un monumento. Ed ecco la Fontana di Trevi si arricchisce del busto marmoreo di Anita, mentre scivola nell’acqua girdando: «Marcello!»; Cesare, a terra, insanguinato, dopo i ventitré colpi di pugnale; ecco Porfirio Rubirosa, la “Rolls-Royce dei genitali”, indugiare sulla nuda spalla di Anna Fallarino come in un “gruppo” del Canova; ecco il fantasma di Lucrezia Borgia, «la più bella dama di Roma», e quelli degli architetti dell’E42 che si sporgono dai cento occhi del Palazzo della Civiltà e del Lavoro, quell’astrazione metafisica che i romani ancora oggi chiamano “Colosseo quadrato”, tentando di esorcizzarlo con una buona dose d’umorismo.
Più che di opere d’arte, questa Roma segreta sembra «un museo de corate e de sciorcelli», per riprendere un verso di quello che è il personaggio più bello del libro: Giuseppe Gioacchino Belli; un altro monumento, anzi, un monumento alla plebe, così come viene definita la grossa statua che lo ritrae, costruita nel 1913 da Michele Tripisciano. Sul retro del marmo – racconta Augias – è una scenetta «in cui alcuni popolani, radunati intorno al torso detto “di Pasquino”, sono intenti a leggere un cartiglio contenente dei versi certamente satirici». Ed ecco di nuovo il miracolo di queste voci di pietra che dialogano attraverso i secoli, con una vitalità nient’affatto monumentale. Basti “ascoltare” il Belli che descrive le gioie dell’amplesso con toni à la Rabelais: «È un gran gusto er fregà! Ma ppe ggoddello / più a cciccio, ce vorìa che ddiventassi / Giartruda tutta sorca, io tutt’uscello». È, questa, la voce di quel popolo «che, nella sua vitalità densa, sanguigna, fatta di istinti e di voglie elementari (il cibo, il sesso, il vino)», non mancò di sorprendere pure Stendhal quando incontrò alcune famiglie di ritorno da una gita a Monte Testaccio: «Tutti cantavano, gesticolavano, sembravano assolutamente pazzi, uomini e donne. Non c’era alcuna ubriachezza fisica in loro ma una specie di ebrietà morale al più alto grado» (Passeggiate romane). Più severo fu il giudizio di Proust: «I veri popoli barbari non sono quelli che non hanno mai conosciuto la grandezza, ma quelli che, avendola conosciuta in passato, non sono più in grado di riconoscerla». Ma non è vero: se ogni paradiso è un paradiso perduto e la grandezza si riconosce solo quando essa è passata, ai romani va concessa un’attenuante: in realtà la bellezza di Roma, la sua gloria, non è mai finita, né finirà mai. È una singolarità che deriva dal fatto che in nessun altro luogo ciò che è morto e ciò che è vivo si confondono con tanta naturalezza; poiché anche la morte, a Roma, è negata. Basta saperci ridere su, fino in fondo. Così come fece Ettore Petrolini il 29 giugno 1936 (il giorno di San Pietro, patrono di Roma), quando vedendo entrare il prete con l’olio santo per l’estrema unzione, regalò la sua ultima battuta: «Adesso sì che sono fritto».

Posted by Leonardo Colombati at 22.10.05 09:07

Comments

c'hai ragione pancottazzo.

Posted by: er gricia at 22.10.05 12:26

quando parla di roma colombati raggiunge vertici di poesia supplime. è uno scrittore supplime. ieri sono entrato in lippreria ma percener il suo romanzo breve - quello lungo in uscita l'anno prossimo a sue spese - non c'era in compenso ho conosciuto il commesso che parlava romanesco e mi ha dato le poesie der trilussa e la coratella allegata nel cellophane poi mi hanno dato un ciambellone al cacao quasi buono come quello che appare a pag. 289575 di percener.

Posted by: kamikane at 22.10.05 14:13