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14.10.05

Un pomeriggio a Palazzo Donn'Anna

di Leonardo Colombati

[Questo mio articolo su Raffaele La Capria è stato pubblicato su Nuovi Argomenti, n. 31, "Ancora una poesia", luglio-settembre 2005]

1.

small_palazzo_donn_anna_01.JPGIl giorno deciso alla fine è arrivato. Poso il vassoio con gli avanzi della colazione sul tavolo della cucina, apro le imposte del salotto, afferro il libro dallo scaffale e cinque minuti dopo sono già alla guida, lungo la strada che da Roma mi porterà a Napoli.
Il motivo del mio viaggio è “uno e trino”: voglio al tempo stesso visitare un palazzo, rivivere un romanzo e capire un uomo. Il palazzo è Palazzo Donn’Anna, il romanzo Ferito a morte e l’uomo è Raffaele La Capria. La fusione di questi tre elementi nel crogiuolo della mia intermittente immaginazione – che, sciaguratamente, è sempre libresca – dovrebbe produrre un’immagine definitiva del sentimento della malinconia, nell’accezione privatissima di nostalgia per un tempo non solo perduto ma pure mai vissuto. A sua volta, la lega si scomporrà di nuovo in tre parti, che sono poi i miti su cui si fonda tutta l’opera del mio scrittore del cuore: la Bella Giornata, l’Occasione Mancata e l’Armonia Perduta.

Invidio a La Capria innanzitutto la tecnica con cui misura il tempo: dato un giorno – uno e quello solo – è possibile andare avanti e indietro nella propria vita come sulla tastiera di un pianoforte. Graham Greene l’aveva già postulato: una storia non ha principio né fine; si sceglie arbitrariamente un certo momento dal quale ricordare e prevedere. Ma in La Capria, tale procedimento è niente affatto arbitrario: egli m’appare come un Lacaille che infallibilmente misura la parallasse della Luna. «Sono lo scrittore di unico libro che raccontava sempre di una giornata e che non riuscì mai a finire perché lo scriveva sempre daccapo», confesserà in un’intervista [1].
Di quale giorno sta parlando? Lette le prime pagine di Ferito a morte siamo portati a credere che sia quello in cui Massimo De Luca si risveglia mollemente dal suo sogno subacqueo, mentre suo padre prende il caffè in terrazza ed esclama: «Che giornata! L’odore della bella giornata, proprio l’odore» [2]. Massimo, intanto, si rigira tra le lenzuola, mentre il sogno si dilegua, e sente « il palazzo che naviga nel mare, la luce che preme sulla finestra e scoppia dalle fessure delle imposte. Apre gli occhi. Oscilla sulla parete bianca il grafico d’oro, trasmette irrequieto senza soste il messaggio: è una bella giornata – bella giornata» [3].
È un mattino dell’estate del ’54. Nel dormiveglia, Massimo è sprofondato nel suo appartamento sottomarino («ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo» [4]) ed ha appena sprecato la Grande Occasione di arpionare una spigola («l’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese» [5]).
Ogni volta che rileggo l’incipit di Ferito a morte non posso fare a meno di associare Massimo a Gregor Samsa, il commesso viaggiatore che vive in Charlotte Strasse assieme alla sorella e ai genitori; uno dei personaggi più realistici che la letteratura ci abbia mai regalato, malgrado una mattina, al risveglio, egli si ritrovi trasformato in un gigantesco insetto. Così come Massimo vede avverarsi la Cosa Temuta – «una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona» [6], la spigola che «passa lenta […] e scompare» [7] – allo stesso modo Gregor, disteso sulla schiena dura come una corazza, osserva il proprio «ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati» e non s’accorge (non se ne accorgerà mai) di avere delle piccole ali sotto le elitre. Questa osservazione anatomica non è desunta dal racconto di Kafka, che non parla di ali, ma indirettamente da un’intuizione di Nabokov, gran conoscitore di insetti. Secondo il russo, l’animale che Kafka vagamente descrive ne La metamorfosi sarebbe un coleottero: «ha un enorme ventre convesso diviso in segmenti e una solida schiena arrotondata che fa pensare alle elitre. Nei coleotteri queste elitre nascondono piccole fragili ali che possono allargarsi e portare l’insetto per chilometri in un volo brancolante» [8].
In ciò, Gregor Samsa, è un personaggio di sconcertante realismo: come molte persone – come ad esempio Massimo De Luca – non sa di poter volare.


2.

Sbuco dal tunnel in piazza della Repubblica, svolto a destra, verso il mare, e sono a Mergellina. Prendo la strada di Posillipo e dopo un paio di tornanti lo vedo: il Palazzo Donn’Anna.

«La facciata anteriore, più esposta al mare, è un po’ sbilenca, ha ceduto alla base o è solo l’impressione? Come se il vai e vieni delle onde ne avesse cariate le fondamenta. Vento e salmastro scavano le pietre di tufo, tutte granulose, concave, sporgono solo i punti con la calce e i mattoni, un continuo inavvertibile sgretolio, se ci passi un dito sopra o ci appoggi una mano senti il fruscio della polverina gialla che viene via. Negli ultimi trecent’anni il palazzo ha resistito agli umori del mare, agli scossoni delle onde e delle bombe, ma i secoli lo vinceranno con la pazienza, millimetro per millimetro, fino a quando le tranquille acque napoletane canteranno vittoria in una bella giornata come questa (…) e i pesci nuoteranno nelle stanze irriconoscibili per le incrostazioni marine, l’erosione di alghe e molluschi litofagi. Solo questione di tempo» [9].

I La Capria si trasferirono nel palazzo nel 1932, quando Raffaele aveva dieci anni. «Un palazzo come quello», racconta, «che si diceva abitato dagli spiriti e si presentava come una rovina emergente dal mare, non era veramente appetibile all’epoca, e mio padre diede prova di avere una natura più artistica e bohémien di quanto sospettassi, quando prese la sua decisione» [10].
Palazzo Donn’Anna fu costruito alla fine del Seicento dal viceré di Napoli Ramiro Gusman, duca di Medina, dove prima sorgeva il cinquecentesco Palazzo della Sirena. Era il suo regalo per la bellissima moglie, donna Anna Carafa. Sono quelli gli anni in cui a Napoli regnava «un’Armonia solare e mediterranea, non lontana da quella che conobbero i greci, sì, qualcosa di simile, forse. In quell’Armonia tutto si teneva, Vico e Pulcinella, Napoli e l’Europa, le grandi idee e l’ultima canzonetta» [11].
Ci passo davanti senza fermarmi: è l’ora di pranzo e mi sono promesso una sosta da Cicciotto a Marechiaro, giusto per alimentare il senso di colpa d’aver abbandonato i miei doveri di lavoratore e di padre di famiglia. E così, mentre mi godo lo spettacolo del Vesuvio dalla terrazza del ristorante e sorseggio un bicchiere di Fiano d’Avellino e lavoro il polpo col coltello e con un triplo carpiato trasfiguro il villoso figlio di Cicciotto che mi porta qualche frutto di mare al guazzetto nella cameriera che proprio qui, centoventi anni fa, fece perdere la testa a Di Giacomo, tiro il filo delle mie intenzioni e le perle rotolano sull’acciottolato. E canto sottovoce

a Marchiare ce sta ‘na funesta,
la passione mia ce tuzzuléa…

con accento improbabile. Pare che Salvatore Di Giacomo sia stato per la prima volta a Marechiaro molti anni dopo aver scritto la celebre canzone. Si sedette a una trattoria e fu servito dalla bella Carolina. Al caffè, l’oste si avvicinò allo sconosciuto avventore e gli raccontò che un giorno il poeta Di Giacomo arrivò per colazione, vide la cameriera e scrisse il brano. Al che, Di Giacomo esplose in una fragorosa risata.
Ecco un bell’esempio di canzone che diventa «una sbarra della prigione della napoletanità» [12]. Secondo La Capria, il manierismo napoletano deriva dalla malinconia per un’Armonia Perduta e dalla certezza che è impossibile ricostruirla.

«Quando si perde la grazia spontanea dell’esistenza (l’Armonia), si tende a conservarla artificialmente, in modi impropri e illusori, a imitarne per nostalgia o altro la forma esteriore, senza veramente possederla. E questo accadde ai napoletani. Quando si accorsero che quell’Armonia gli era comunque necessaria per sopravvivere, necessaria come l’aria che respiravano, i napoletani si misero a “fare in napoletani”. Fu così che essi furono spinti per istinto di conservazione e difetto di conoscenza a fingersi quell’Armonia Perduta; e la inscenarono e sceneggiarono, la enfatizzarono e proclamarono, finché non divenne una Recita Collettiva, capillare e pervasiva» [13].


3.

Parcheggio di fronte all’ingresso del Palazzo, sull’altro lato della strada. Da una friggitoria escono esalazioni croccanti e le note dell’ultimo successo di Robbie Williams. Al Café Tropical, due africani devono succo d’arancia. La boutique Marie Louise sta chiudendo.
Credevo che Palazzo Donn’Anna fosse in rovina. E mi sbagliavo. È stato tinteggiato di fresco e un cancello elettrico mi separa dal cortile in cui sono parcheggiate le automobili degli attuali inquilini. Allungo il collo tra le inferriate del cancello – chiuso – e vedo che il gabbiotto della portineria è vuoto; come rischia di diventare il mio viaggio.
Sul muro di cinta, a sinistra dell’entrata, si apre la bottega di un ferramenta; davanti al negozio, un paio di espositori su cui stanno arrotolate delle pezzature di moquette. Mi ci nascondo dietro, aspettando che da un momento all’altro il cancello si apra. Dieci minuti dopo, quando le ante si schiudono per fare uscire una BMW, mi infilo come un ladro e subito mi chiedo come farò ad uscire: vagherò, qui dentro, nei secoli, come l’ennesimo fantasma di Palazzo Donn’Anna? osserverò il mare di ceramica, lisciato dalla bafogna, assieme ai pescatori uccisi da una regina dei tempi che furono?
Attraverso il cortile, passo sotto l’arcata centrale e mi sporgo dalla balaustra, sul mare. Ho con me il romanzo, nell’edizione Oscar Mondadori con Il pesce d’oro di Klee in copertina. Con il terrore di essere scoperto e buttato fuori da un momento all’altro – «ma non capite? il palazzo è mio, finché ho in mano questo libro!» – inizio a leggere.
Vedo Massimo De Luca e Carla Boursier, insieme nella notte di Capodanno del 1949, quando sulla spiaggia di Positano lui le dice di amarla sin dal giorno in cui, sei anni prima, assistettero mano nella mano ad un bombardamento su Napoli. Poi mi siedo al Bar Moccia e ascolto Massimo e il suo amico Gaetano discutere di politica, mentre Ninì De Luca è al Middleton a discettare di Pommerì e Veuve Cliquò assieme a Sasà e a Guidino Cacciapuoti; tra un Negroni e un altro, parlano di fuoriserie, di attricette, del «piede plebeo» che è inutile cercare di ingentilire «con lo scarpino sfilato perché il cuoio deformato del piedacchione rivela subito che non sei un vero signore» [14].
Nessuno, ancora, s’è fatto vivo: Palazzo Donn’Anna affonda silenziosamente i suoi tentacoli nell’acqua immobile. Osservo la scala che porta giù, verso i piani al livello del mare. Conosco a memoria, senza esserci mai stato, cosa c’è là sotto: «un chiaro e scuro di corridoi dalle alte volte ricurve, interrotto da improvvisi abbaglianti riquadri d’azzurro, e una scomposta scenografia di nicchie e archi e quinte di pareti semidiroccate, e lunghe file di sale dai soffitti barocchi attraversate da drammatici tagli di luce e dal volo obliquo dei pipistrelli» [15]. È il percorso da fare per giungere a casa La Capria, lo stesso che spaventa Mira in una “bella giornata” del 1950 descritta nel romanzo d’esordio, Un giorno d’impazienza.
Alla fine di quei corridoi c’è una porta, un ingresso buio e poi una sala ottagonale con un soffitto a volta dipinto di grigio screziato. Casa La Capria. Chissà chi ci abita, adesso. E chissà chi ha preso il posto di Gemma Bellincioni, la soprano che occupava l’altra metà del grande appartamento e dava lezioni di arpeggio a un nugolo di allieve che il giovane Duddù sentiva gorgheggiare… do, dododò, doddododdodododdò… E i Genevois, i Murcell, i Twist e i Marinelli, e i principi Colonna e le ragazze Morelli e i marchesi Bugnano… Ci si può immalinconire al ricordo di persone sconosciute? Si può provare nostalgia per un tempo mai vissuto, per un luogo mai visto prima?
… Come il Circolo Nautico, dove finalmente approdano Glauco e i fratelli De Luca (ma anche qui, La Capria bluffa col tempo: li avevamo lasciati in barca, i tre, a remare verso il Circolo, nel 1951. Ed ora che ci arrivano, però, è il 1952). La verità è che io ci sono stato in quel Circolo – senza averci messo mai piede – e li ho conosciuti l’avvocato Lo Sardo che continua a dire «cose-da-pazzi-cose-dell’altro-mondo», e il cameriere Filuccio, e Cocò Cutolo che sbarca assieme alla bellissima Betty Borgstrom, e quelli che giocano a pallone sulla spiaggia e tirano certe cannonate, coi soci anziani che azzardano «certi tiri acrobatici, certe finezze e che si rialzano neri di sabbia e di sudore, con l’occhio che corre in cerca dell’applauso della terrazza, gridano atletici hop-hop-hop! e soffrono per tutto il tempo che non gli passano il pallone» [16]. E poi Mariella che arriva col bassotto al braccio, e Giggino Cannavacciuolo che segna un gol di testa, con quella pelata, e Gargiulo che si presenta vestito tutto di bianco e viene deriso per la sua ineleganza, e il Marchese D’Onofrio, in shorts, a torso nudo, col cappellino di picchè da marinaio… Basta essere stati in qualche Circolo Canottieri sul Tevere, a Roma, e queste persone, questi tic, li ritrovi subito. Come la partita di poker che va avanti da due giorni e due notti nella club house; o come lo spettacolo degli spogliatoi:

«capi, notabili, decani di questo e di quello, si stanno spogliando in fretta e in furia, paroliandosi allegramente, manata, colpetti sulle pance, urlati commenti sui reciproci corpaccioni che sono veramente uno schifo. (…) Si lasciano andare al rutto, al peto, girano tutti nudi con quei piedi unghiogialluti, li senti euforici sotto le docce che raccontano storie di casino, che parlano di troie con competenza, rispondono cordialmente ad un insulto, e sempre esagerati nelle parole e nei movimenti, con quelle facce segnate, come dice Massimo, dalle rughe degli infiniti sorrisi servili rivolti ai potenti, e degli austeri cipigli rivolti agli inferiori. Poi te li ritrovi nelle sale del Circolo, in doppio petto, al tavolo di ramino o di baccarà a discutere di questioni di precedenza e di procedura, ti fanno la lezione…» [17].

E Massimo è lì, in mezzo a tutto questo – e tutto questo, per un miracolo di evocazione e di stile, è bellissimo: è un’altra bella giornata. Sarà lei, finalmente, dopo tanti falsi riconoscimenti, “la” bella giornata? Sembrerebbe di sì; eppure a Massimo fa male un orecchio e soffre – un’altra Occasione perduta!
Ciclicamente, andando avanti nella lettura, si ripresenta la stessa scena: Glauco e Ninì sulla barca, Massimo sugli scogli a prendere il sole. Ma non è mai chiaro se questa scena in realtà si svolga in un’unica estate, oppure in tre estati diverse, quelle del ’51, del ’52 e del ’54. «Possibile che tutto sia uguale e tutto sia cambiato? (…) Possibile che tutto avviene come in un film, che tu lo vedi e pare che sta succedendo qualche cosa proprio in quel momento, e invece il film è stato già girato in un ordine diverso, e tutto è fermo nel rotolo del tempo?» [18]. Questo si chiede Massimo, mentre inizia a ripensare all’estate di dodici anni prima, quando incontrò Carla. «Sì, è possibile, è possibile. (…) Salta fuori imprevedibile dal tempo che è tutt’un’estate, lo spazio bianco di un mattino» [19].
Quando Massimo si tuffa in acqua e avviene lo stesso miracolo che Proust sperimenta quando ritorna con la memoria alla sua infanzia trascorsa a Combray, non appena riconosce «il gusto del pezzetto di madeleine che la zia inzuppava nel tiglio (…). Come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, cose, figure consistenti e riconoscibili, così, ora (…) tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, città e giardini, dalla mia tazza di tè» [20].
La tazza di tè di Massimo è il mare davanti a casa sua – Palazzo Donn’Anna – nel quale s’immerge pure nell’estate del ’42 e vede «un’ombra grigia, solitaria, che veniva come un ordigno metallico verso di me. La spigola» [21]. Contrariamente al sogno che farà dodici anni dopo, questa volta Massimo riesce a catturarla: «Sentii che l’asta entrava in quel corpo. Trafitta si rovesciò di fianco, splendida tutta d’argento, con le pinne irte sul dorso, la bocca aperta nello spasimo, il corpo a mezzaluna e come paralizzato» [22].
Questa è una sorpresa per il lettore: credevamo che la spigola gli sarebbe sfuggita. E invece, ora che il pesce è tirato in secco sulla barca, capiamo qual è la sua funzione all’interno del romanzo. In un racconto tutto giocato sulla sincronizzazione in un unico tempo di tre-quattro diverse “belle giornate”, la spigola è la lancetta dell’orologio di La Capria: nel 1942 è catturata, nel 1954 è (in sogno) mancata, e nel 1960 viene servita a tavola; laddove il “primo tempo” è quello eroico della vera bella giornata, il “secondo tempo” è quello del rimpianto, e il terzo è quello della malinconica indifferenza.
Appena Massimo riemerge dall’acqua con la sua preda, iniziano i bombardamenti; con Glauco e Ninì, decide di rifugiarsi nella Grotta della Monaca di Mare, e lì si affiancano ad un’altra barca su cui sta una biondina che dice: «Ieri un aeroplano quasi toccava l’albero del cutter, si vedeva il pilota! Avrà pensato: io a fare la guerra e loro i bagni» [23]. È Carla, che «pretendeva, cinque anni dopo, quando la rividi a Positano con Roger, che quel giorno lei ed io ci eravamo trovati sopra un cutter in mezzo al mare, e che Roger, proprio lui, aveva volato sulle nostre teste incerto se sganciare la sua bomba. Non era venuto tante volte a bombardare Napoli? Only twice, disse Roger» [24].
Finalmente ci è così spiegato la strano dialogo tra Massimo e Carla, nel primo capitolo, quando escono dalla Buca di Bacco dopo avere festeggiato il Capodanno:

«Ma che ti prende ora?
Povero Rogerino. Stavo pensando a lui.
Non lo chiamare così. Si chiama Roger.
Chissà che sta facendo.
Ti sembra il momento di pensare a lui?
Quest’estate l’amavo, adesso non me ne importa più niente. (…) Tu mi amavi già quest’estate?
Anche prima se è per questo – dal giorno del bombardamento.
Stavamo sul cutter e passò un aeroplano.
Come te lo debbo dire? Non siamo mai stati in quel cutter. Te lo sei inventato.
Lo vedi che sei antipatico?» [25]

Questa fantasticheria di Carla è rivelatrice: retrospettivamente, mette Massimo e Roger nella stessa scena – con lei nel mezzo – durante una battaglia, come due rivali. A prima vista, può sembrare un sintomo della superficialità di Carla, sempre in bilico tra l’indifferenza e un romanticismo da feuilleton. Ma, procedendo nella lettura, quando ci viene finalmente svelata la Grande Occasione Mancata di Massimo, il “sogno” di Carla acquisterà un significato molto più profondo e contraddittorio.
Ed eccola, infine, la Grande Occasione Mancata di Massimo. Con nostra sorpresa, a metà del libro ci accorgiamo che ci è già stata raccontata nelle prime pagine. Una manciata di righe nel primo capitolo. 1949:

«Eccola la Scena. Si ripresenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina – anche il battito del cuore! – vicina, con l’occhio marino, aspettando. E poi offesa? Stupita? Incredula? Prontamente disinvolta comunque (…), per sempre lontanissima, che tenta di superare l’imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante (…) e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t’immagini le facce? Le risate? Le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con la Grande occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena» [26].


4.

small_palazzo_donn_anna_02.JPGI raggi del sole grattano la volta dell’arcata e si sfilacciano. Per continuare a leggere devo dare la schiena al mare.
Dovrebbe essere tutto chiaro. Eppure, c’è un disagio. Tutto è sfuggente in Ferito a morte; come la spigola; e ogni svolta ci ritroviamo contemporaneamente, ancora e sempre in quel mattino del 1954 in cui Massimo De Luca s’è attardato sotto le lenzuola, e su una barca nel mare di Posillipo, in una lunghissima estate che inizia nel 1951 e finisce un anno dopo. Ed ogni volta ci domandiamo: che sia questa, finalmente, la Bella Giornata? E poi, che diavolo è una Bella Giornata?

«La mia bella giornata doveva essere una giornata qualunque, una di quelle lunghe tranquille giornate estive simili al trascorrere di una nuvola sull’azzurro indifferente del cielo, dove non accade proprio nulla di rilevante, ma nella mia descrizione doveva corrispondere a tutte le belle giornate qualunque, e dunque contenerle tutte, catturarne il tempo» [27].

È, dunque, la Bella Giornata, una serie di belle giornate? Quella del ’54, quella del ’52, quella del ’51, quella del ’49, quella del ’42?
Scrive La Capria:

«Il mio libro comincia con un raggio di sole che, penetrando attraverso le imposte socchiuse, brilla come un geroglifico luminoso sulla parete della stanza dove Massimo si sta svegliando dai suoi sogni inquieti. Quel raggio gli porta l’annuncio della bella giornata. (…) Ma l’annuncio non fa più sobbalzare il cuore di Massimo. Ormai lo sa che da una bella giornata non c’è da aspettarsi più niente. (…) Ma perché Massimo non si aspetta più niente da una bella giornata? Cosa si aspettava? Cosa gli è accaduto? Ciò che gli è accaduto lo sapevo solo vagamente mentre iniziavo il mio libro. Sapevo che era il senso di una Grande Occasione Mancata (la sua stessa giovinezza? la felicità? la vita?), di una profonda disillusione, che non riguardava soltanto lui, ma tutta la città e tutti i suoi miti. Dunque Massimo si sveglia, e dal suo risveglio fino al momento della partenza, in questo breve spazio che è lo spazio di un mattino del 1954, il tempo si dilata e le varie ore corrispondono ad anni diversi, senza soluzione di continuità. Dove nulla può accadere perché tutto sembra già accaduto una volta per sempre, dieci anni o un giorno – avrebbe dovuto suggerirlo la struttura del libro – sono esattamente la stessa cosa» [28].

Che sia un romanzo in cui il corso del tempo è perlomeno irregolare, lo si desume pure dal sesto capitolo, quando Gaetano va a pranzo a casa De Luca. Dovrebbe essere il 1954, perché nel secondo capitolo – appunto, nel ‘54 – sentiamo la signora De Luca gridare a Massimo: «Non tornate tardi! Ricordati che oggi viene Gaetano a pranzo!» [29]. E invece è il 1953, visto che a tavola si accenna a Pippotto Alvini che morì al Circolo «un anno fa», dopo l’estenuante partita di poker (avvenuta nell’estate del 1952).
Durante il pranzo, Massimo viene a sapere che Gaetano sta per partire per Milano, dove ha trovato un posto al giornale. Lo lascia a Napoli, da solo.
Massimo abbandonerà la Foresta Vergine un anno dopo, nel 1954. Nel pomeriggio prima di quel suo ultimo giorno napoletano, iniziato con il sogno della spigola che gli sfugge, rivedrà per un attimo Carla in via dei Mille: «sempre elegante, bellissima, senza vedermi, è passata. Addio» [30] e rievoca il suo amore mentre passeggia con un conoscente che non perde occasione di malignare sul conto di lei. «Tutta la vita proteggi un segreto, poi, il primo che passa diventa un recipiente di confidenze intime» [31]. Ecco un’altra sincronizzazione: già nel primo capitolo avevamo visto Massimo raccontare «di Carla a uno qualunque, suo simile, ipocrita e fratello, un tale incontrato nella strada: Quella, la vedi quella? – e man mano che racconta, qualcosa dentro di lui si deforma, si corrompe» [32]. Così, di nuovo, adesso, nel settimo capitolo, leggiamo: «Quella, la vedi quella? Viviamo in una città che ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme» [33].
Mezzo addormentato, e ferito a morte, a poche ore dal suo allontanamento definitivo da Napoli, Massimo De Luca torna ancora una volta a quella notte in cui «una stupida e troppo forte giovanile emozione» rovinò il momento decisivo: «Uno direbbe, a quale ragazzo un po’ nervoso non può capitare la prima volta per troppo amore… Quel tremito, morte che non potevo controllare, è niente non ci badare, non rassomigliava all’amore, e allora perché per troppo amore ti puoi stranire a tutto per sempre?» [34].


5.

Leggo le ultime parole del settimo capitolo: «Non io più sarò qua». Chiudo il libro, sollevo lo sguardo, giusto in tempo per notare un’auto che esce dal cancello. Esco anch’io, per la prima volta, per l’ultima, da Palazzo Donn’Anna. Non io più sarò qua.
Durante il viaggio di ritorno penso a Carla e al suo “sogno pietoso”; la trasfigurazione epica del suo incontro con Massimo sotto le bombe è una bugia detta a Massimo perché egli, condividendola, possa davvero pensare a quel pomeriggio del 1942 come ad una Bella Giornata – e riesca a salvare questa, piuttosto che il momento della Grande Occasione Mancata. Per la prima volta mi viene in mente che Carla, in questo senso, è il vero eroe di Ferito a morte.
Il fatto che, letta in questo modo, la Bella Giornata sia una giornata effettivamente mai vissuta, è corroborato da un’altra singolarità. In realtà, nel libro non è detto che quell’incontro sotto le bombe è avvenuto nel 1942, bensì nel 1943. Se si vuole spingere fino in fondo l’identificazione di La Capria con il suo personaggio, ciò è impossibile. Nell’estate del ’43 La Capria è nel brindisino col 52° Battaglione e farà ritorno a Napoli solo nel dicembre del 1944. Tra l’altro, nell’evocazione del bombardamento, si parla di piloti inglesi (che fecero incursioni su Napoli nel ’42) e non di piloti americani, che attaccarono nel ’43. Insomma, La Capria descrive una giornata cui lui non ha mai assistito, e lo fa servendosi dei ricordi che ha di un’altra giornata: un giorno di un anno prima.
«Quella del 1942», dirà in seguito, «fu l’estate più straordinaria della mia vita, la più intensa, quella che mi lasciò un segno indelebile nella memoria e nell’immaginazione. Fu straordinaria perché, date le circostanze, io sentivo che quell’estate era l’ultima estate felice, e fu straordinario il fatto che la vivessi sapendolo . (…) Da quell’estate, il mondo è per me diviso in due: quello di prima del ’42 e quello di dopo il ’42» [36].
Mentre «infuria una orribile guerra alla quale partecipo mio malgrado» [37], nella sua Napoli vanno distrutti il Corso Garibaldi, San Giovanni in Porta, via Depretis, il Parco Margherita, l’albergo Russia in Santa Lucia e il Caffè Vacca della Villa Comunale. «In questo completo isolamento, in questa vita totalmente involontaria che sono costretto a vivere», scrive sotto la tenda del suo accampamento, «ho avuto paura di non esistere più, proprio di non esserci» [38]
In questo stato di sospensione metafisica, quando La Capria lesse le prime parole de La metamorfosi, gli sembrarono «scritte sulla porta di un mondo sconosciuto» [39]. Nello scarafaggio di Kafka, lui e i suoi giovani amici «ritrovarono raffigurate le immagini delle loro introversioni, della loro solitudine storica. E trovarono ancora, anche se sembra paradossale, un altro e più sottile fascino in Kafka: l’anonimo signor K. e Gregor Samsa erano vittime di un destino inesorabile su cui nulla potevano; erano colpevoli “per legge di natura”, come aveva detto l’Uomo del Sottosuolo» [40].
La Bella Giornata (come ha istintivamente capito Carla), allora, non esiste?
È questa disillusione che traspare dal comportamento di Massimo, allorché torna a Napoli, per un paio di giorni, nel 1960. Ormai sta a Roma, e viene a trovare la famiglia sempre più di rado. «A pranzo, la spigola, bollita, con maionese, fa bella figura intera nel piatto» [41].Ritrova i vecchi compagni, vinti e invecchiati; un fratello che resiste a tutto e diventa “eccezionale” e una città che non riesce più a riconoscere.
E poi… «là, in fondo alla strada, qualcosa-che-passa-e-sembra, bionda coda di cavallo oscillante, ha svoltato l’angolo. Cerco lei, cerco Ninì… e mi pare sempre di camminare dietro qualcuno di cui sento ancora, vicini, i passi sopra queste pietre» [42].


Note

[1] Silvio Perrella, Il mondo come acqua, in Raffaele La Capria, Opere, Mondadori 2003, pag. XII
[2] Raffaele La Capria, Ferito a morte, in Opere, cit. pagg. 144-145
[3] Ibidem, pag. 151
[4] Ibidem, pag. 141
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] Ibidem
[8] Vladimir Nabokov, Franz Kafka: “La metamorfosi”, in Lezioni di letteratura, Garzanti 1992, pag. 308
[9] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pagg. 154-155
[10] Raffaele La Capria, L’estro quotidiano, Mondadori 2005, pag. 20
[11] Raffaele La Capria, L’armonia perduta, in Opere, cit. pag. 649
[12] Raffaele La Capria, L’estro quotidiano, cit., pag. 89
[13]Raffaele La Capria, L’armonia perduta, cit, pag. 650
[14] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 176
[15] Raffaele La Capria, La mia casa sul mare, in Opere, cit., pag. 749
[16] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 214
[17] Ibidem, pag. 212
[18] Ibidem, pag. 188
[19] Ibidem, pagg. 188-189
[20] Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, vol. I, Mondadori, 1983, pag. 58-59
[21] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 191
[22] Ibidem
[23] Ibidem
[24] Ibidem, pag. 212
[25] Ibidem, pag. 149
[26] Ibidem, pag. 141
[27] Raffaele La Cparia, Il mito della “bella giornata”, in Opere, cit, pag. 671
[28] Ibidem, pagg. 681-882
[29] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit. , pag. 155
[30] Ibidem, pag. 246
[31] Ibidem, pag. 247
[32] Ibidem, pag. 143
[33] Ibidem, pag. 247
[34] Ibidem, pag. 259
[35] Raffaele La Capria, Posillipo ’42, in Opere, cit., pag. 19
[36] Ibidem, pag, 25
[37] Raffaele La Capria, Una lettera del ’43, in Opere, cit., pag. 34
[38] Ibidem, pag. 35
[39] Raffaele La Capria, Da”False partenze”. Frammenti per un’autobiografia letteraria (1938-’48), in Opere, cit., pag. 16
[40] Ibidem, pagg. 17-18
[41] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 266
[42] Ibidem, pag. 292


Posted by Leonardo Colombati at 14.10.05 22:40

Comments

il mio romanzo italiano preferito.
(la nostalgia si può provare solo per i periodi non vissuti).

Posted by: diderot at 14.10.05 23:35

Bel pezzo, Leonardo.

Sto pensando di postare oggi su vibrisse la mia lettura di Ferito a morte, che avevo programmato molto più in là nel tempo, per fare una specie di La Capria Day, visto che si tratta di un autore che con quel libro ha scritto cose memorabili.

Ora vedo.

Bart

Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 15.10.05 09:39

Scusami se posto un commento che non riguarda il testo che hai pubblicato, ma tempo fa ho mandato una mail a Giulio Mozzi sperando che te la rigirasse e non so se l'ha fatto. Vorrei invitarti a visitare il mio sito, dove ho ripreso le avventure di un certo suino mannaro citato nel tuo romanzo. Ho anche dedicato una pagina a Perceber con una breve presentazione e un ringraziamento per la menzione del mio personaggio nel libro.

Posted by: Fam at 15.10.05 10:21

Caro Fam,
che splendida sopresa mi hai fatto!
Sono appena "tornato" dal tuo sito, dedicato al grande Lurko, il porco mannaro, che - come hai detto tu - ho utilizzato in un episodio di Perceber.
Fra qualche giorno, pubblicherò qui quell'episodio, magari corredando il testo con qualche tua vignetta (a proposito: se sei d'accordo, me ne mandi qualcuna? L'indirizzo è leo.colombati@flashnet.it).
A presto
L.

Posted by: Leonardo Colombati at 15.10.05 11:07

non c'entra niente, ma: palazzo donn'anna aperto com'è è percorso dai venti del golfo dal risuonare del mare, pieno di salsedine

Posted by: melpunk at 22.10.05 18:10