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10.11.05

I pesci rossi non hanno memoria

di Leonardo Colombati


[Questo il testo del mio intervento, ieri sera, in occasione della presentazione del romanzo Dopo i lampi vengono gli abeti di Pierfrancesco Majorino]


Quando l’editore PeQuod mi mandò Dopo i lampi vengono gli abeti di Pierfrancesco Majorino, chiesi lumi ad un amico che mi aveva detto di averlo già letto. Mi disse di averlo abbandonato quando aveva trovato che una delle donne del protagonista aveva undici dita dei piedi – come Marylin – e un’altra addirittura uno un più. “S’è mai visto uno con sei dita per piede?” mi disse. Be’, io l’ho visto. Mi ricordo che quando ero bambino e andavo al mare a Viareggio, c’era un tale, un tempo famoso pilota di Formula 1, di cui si diceva avesse dodici dita dei piedi. Un giorno gli passai davanti tre o quattro volte, sulla battigia, per contargliele. Ed effettivamente aveva un dito in più in ognuno dei piedi.
Quello stesso dettaglio che aveva allontanato il mio amico dalla lettura, avvicinò me. E per questo devo ringraziare quell’ormai scomparso ex pilota. Perché Dopo i lampi vengono gli abeti è un romanzo che valeva la pena di leggere.

È un libro spiazzante. A partire dal titolo: “Dopo i lampi vengono gli abeti”. Ho provato diverse volte a visualizzare questa immagine, che da un punto di vista spaziale è incongrua: più vicini vedo gli abeti, e i fulmini in lontananza. Se si acquista un punto di vista temporale, però, la frase appare corretta. Sono in una strada di montagna, di notte, al buio. Appare un lampo ed illumina gli abeti.
Per 138 pagine ho cercato quel lampo che m’illuminasse, e non l’ho trovato. Non sto parlando della qualità della scrittura di Majorino, che è alta e che, come ha rilevato Giuseppe Genna nella bandella, “corrobora le più perverse e vitali fantasie”. Sto parlando più semplicemente della soluzione dell’omicidio di Toni, che è al centro della trama. Il protagonista del romanzo, Riccardo Filippucci detto Jason, da quattordici anni in carcere, ne è colpevole?
Finito il libro, ancora non avevo questa informazione, e mi è venuto il dubbio di essermi perso da qualche parte l’indizio rivelatore. Ho cominciato daccapo. Niente. Un niente che la rilettura ha ingigantito. Mi sono accorto, infatti, che nulla sapevo nemmeno di Jason e di Toni. Quest’ultimo (la vittima) ci viene presentato come se fosse un manichino, o una fotografia. È sempre fermo – morto o vivo – sdraiato su un prato con l’abito della domenica. L’unica sua immagine in movimento lo ritrae su una bicicletta, non a caso mentre sta frenando, si direbbe ansioso di raggiungere il suo connaturato stato di quiete.
Anche di Jason non sappiamo granché. Apprendiamo che ha avuto una figlia e molte donne (alcune delle quali con dei piedi eccezionali, come abbiamo visto), che gli piace la montagna, che gli piace il cinema. Organizza la sua “confessione” come se fosse un film. A riceverla è la dottoressa Pinardi, una giovane psicologa di bell’aspetto e rassicurante, così come ogni cosa dentro quel carcere che non viene mai chiamato col suo nome, ma al massimo come “il palazzo dei dannati”. Anche il PM è un tipo distinto e gentile; nella sala-colloqui è tutto bianco e pulito; e i compagni di cella leggono Sartre. Sembra una prigione metafisica, che però non incarna l’angoscia così come faceva il tribunale kafkiano.
Ad un certo punto la psicologa dice a Jason: “Io credo che in questo tuo gioco che fai con me, con le inquadrature, le prove dei film, i loro personaggi, c’è la soluzione. C’è scritto tutto, movente, arma, tutto”. Jason non risponde. Perché non sa.
Nel quaderno blu su cui scrive i suoi imperfetti ricordi (e che è poi il romanzo), prima scrive: “Vogliono una confessione semplice. Bene. E sia. Io sono colpevole. Volete che ve lo ripeta, in modo chiaro, netto, ecco qui: c-o-l-p-e-v-o-l-e”. Più tardi, però, durante un ennesimo interrogatorio, Jason dirà: “Non ho ammazzato io, gentile dottoressa Pinardi, Toni Pandrelli. Perché? E che diavolo ne so, gentile dottoressa bella. Mi sfugge il particolare e mi porto dietro – dentro – la confessione”.
Le sedute con la psicologa in cui Jason gioca a rendere una “confessione” che è un racconto (“poco importa”, dice, “che non ricordo quanto questo corrisponda alla pura e scontata verità”), interrompono l’apparente tranquillità della vita carceraria, fatta di flessioni, partite di calcio con i secondini, chiacchierate con i compagni di cella – il Capellone e Rashid – ed occupazioni più inquietanti, come ad esempio il tentativo di fare un ritratto della vittima su un muro della cella, partendo da una fototessera che Jason nasconde sotto la suola di una scarpa.
“Toni era un ragazzo inespressivo e ostile”. Ma, scrive Jason sul suo diario, “non è un buon motivo per vederlo morire”.
È una frase che non mi ha chiarito se Jason abbia o meno commesso l’omicidio, ma appena l’ho letta mi ha dato la chiave per aprire quella cassaforte che è il romanzo di Majorino. Subito, infatti, lo associata ad un'altra, che Dostoevskij fa pronunciare al figlio di Fedor Karamazov: “Perché vive un uomo del genere! – ringhiò sordamente Dmitrij Fedorovic, ormai quasi furioso per l’ira, alzando troppo le spalle, da diventare quasi gobbo, – no, ditemi, gli si può ancora permettere di infamare la terra con la sua persona?”.
Così come per Dopo i lampi vengono gli abeti, anche per il capolavoro di Dostoevskij vale la domanda: “Chi ha ucciso?”. Chi ha ucciso Fedor Karamazov? Smerdjakov, l’esecutore materiale, oppure Dmitrij che le prove condannano dal punto di vista giudiziario? O forse è stato Ivan, che non è riuscito a scagionare il fratello ingiustamente accusato con la sua testimonianza? E che dire di Alëša, su cui pesa il fallimento del compito che gli era stato affidato, e cioè quello di ricomporre i contrasti all’interno della sua famiglia per non lasciarli sfociare nel sangue? E poi, Karamazov stesso: anch’egli è responsabile della sua stessa morte.
A proposito de I fratelli Karamazov, Gadda dirà di essere stato colpito soprattutto dal “riconoscimento del gravame comune delle colpe: sì che la colpa di uno è colpa di tutti”. Scrive Gadda: “Se un eredoluetico alcoolizzato, a Maracaybo, taglia la gola con un colpo di rasoio a una povera meticcia ch’egli sfruttava e picchiava fino a farla sputar sangue, io, io Carlo Emilio, ne sono per la mia quota parte responsabile”.
Ecco, il romanzo di Majorino - con tutte le ovvie e dovute proporzioni - in questo assomiglia a La cognizione del dolore e a I fratelli Karamazov. Tutti e tre i romanzi condividono strutturalmente l’attesa spasmodica del delitto, una sorta di atmosfera da cronaca di morte annunciata, la trama stessa orientata sulla morte. E tutti e tre i romanzi hanno al loro centro il problema della “colpa”. Jason assomiglia a Dmitrij e assomiglia al Gonzalo di Gadda, che lascia che un altro commetta il delitto che lui stesso ha oscuramente desiderato e comunque non impedito.
L’altro “fuoco” dell’orbita di Dopo i lampi vengono gli abeti, assieme al tema della “colpa”, è quello della “libertà”. Majorino lo sviluppa in due direzioni al tempo stesso parallele ed antitetiche: la realtà di Jason è la prigione; mentre il sogno (e al tempo stesso il ricordo di un paradiso perduto) è la montagna. Nel 42° capitoletto del romanzo, è lo stesso protagonista a dire: “Ho pensato varie volte alla libertà. Col tempo la parola libertà l’ho avvertita più distante e incattivita, oppure ripetuta senza senso in bocca a qualsiasi buon televisore. Oggi, che come il pesce rosso mi rigiro nella brocca e dentro il mare, la libertà è quell’idea del trapezista senza rete, così intelligente e libero da schiantarsi in fondo al vuoto. Magari sulla brocca dimenticata da qualcuno”.
Leggendo e rileggendo il romanzo, ho iniziato ad intuire che se è vero, come vero, che le sbarre della prigione di Jason sono talmente “astratte” da apparire infine invisibili (come ho già detto prima, la prigione descritta da Majorino è tra le meno opprimenti), allora è Jason ad essere il carceriere di se stesso. Ad un certo punto, la psicologa perde la pazienza e lo implora di ricordare, perché il caso è stato riaperto e ci sono buone probabilità che Jason riesca a risultare innocente se solo riuscisse a mettere insieme i tasselli della sua memoria. Ma Jason dice: “Sono il sequestro e sono il sequestrato. Non ricordo quanto ho vissuto e non ricordo dove”. Ed anche se aggiunge che proprio questa amnesia è il suo ultimo atto di libertà, la cosa non ci persuade. Scomparse con una magia le sbarre del carcere, resistono dentro la sua immaginazione soltanto il sogno delle gite in montagna e l’incubo della sua vita. La prigione di Jason è Milano, è l’Orda dei compagni di gioventù, è la casa vicino piazza Grandi che veniva chiamata la Tana: “Lì, è stato lì, che mi hanno ritrovato”, dirà alla dottoressa Pinardi. “Quello non era un luogo, era il luogo, volgarmente potremmo parlarne come della grotta, della tana. Potremmo spiegare della portinaia, il suo andare e venire, il suo annotare ogni spostamento, ogni nuovo movimento”. Eccola la prigione, ed ecco il carceriere.
La brocca in cui è imprigionato il pesciolino è molto più grande del “palazzo dei dannati” dove, alla fine, Jason si darà la morte. C’è un brano di una cantautrice americana, Ani Di Franco, che dice così:

In un caffè di una città
che è tutti i caffè di tutte le città,
in un giorno che è ogni giorno
prendo in mano una rivista
che è tutte le riviste
e leggo una storia che dimentico subito.

Dicono che i pesci rossi non hanno memoria:
credo che le loro vite siano molto simili alla mia:
il loro piccolo castello di plastica
è una sorpresa, ogni volta.
È difficile stabilire se siano felici,
ma non sembrano preoccuparsene più di tanto.

Posted by Leonardo Colombati at 10.11.05 10:21

Comments

Bello. Bell'intervento ;-)

Posted by: Marco at 10.11.05 11:38

giuro che mi sono sforzato di leggerti. m'è venuta una paresi quando dici 'libro spiazzante'

Posted by: kim rossi stuart at 12.11.05 03:53

Kim, fosse vero...

Posted by: fosse vero at 12.11.05 08:52

Evvai, anche Colombati ha i supporter anonimi. Anche lui paga gli infermi di mente.

Posted by: kim rossi stuart at 12.11.05 16:47