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14.11.05
I viaggi di Lord Cornelius Plum / 1
IL BIANCONIGLIO
di Lord Cornelius Plum
[Lord Cornelius Plum giunse nella redazione del Medicine Show, un pomeriggio di due anni fa, fradicio di pioggia. Posò il cilindro e il lungo pastrano sopra la macchina fotocopiatrice, chiese uno sherry e disse d’essere sfuggito ai soldati del Re Cremisi. Gli mostrai il primo numero della rivista e il nobiluomo estrasse dalla tasca del panciotto una caramella che pose davanti all’occhio sinistro: iniziò a vorticare come un caleidoscopio. “Musica”, disse, “canzoni... Puah!”. “Non le piacciono?”, domandò il Doc. “Per nulla. Sono quarant'anni che mi ci hanno incastrato dentro”. E prese a raccontarci del Bianconiglio e di tante altre storie fantastiche che avemmo cura di registrare per il vostro diletto.]
"Turn on, tune in, drop out", mi disse il dr. Leary ad Itchycoo Park [1] in un pomeriggio di sole. Doveva essere il 1966. O forse il ’67… Da quel giorno ho imparato ad attraversare lo specchio, vagando per le Terre Misteriose: Shangri-la, Utopia, Pepperlandia… Ho visitato la Terra della Signora Elettrica, tra montagne blu baciate dal giallo del sole, facendomi largo nella foschia purpurea fino ad arrivare davanti al Palazzo dalle mura di velluto oro e rosa; ho incontrato Ralph Scala ed Emil Theilhelm [2], appena usciti dal negozio di coiffeur di Vidal Sassoon, mentre regalavano lecca-lecca e lampade psiche-de-lite canticchiando Pipe dream; ho viaggiato attraverso la Quinta Dimensione (“otto miglia più su” [3], come mi aveva indicato mr. McGuinn – “200 anni luce lontano da casa”, precisarono le Loro Sataniche Maestà [4]) ed ho attraversato la Venticinquesima Ora assieme a due Duchi della Stratosfera come me, Sir John Johns e The Red Curtain; ho solcato i Sette Mari su una Nave di Cristallo [5], nutrendomi di bucce di banana e prugne elettriche [6]; ho elevato inni al Sole [7] dai Giardini dell’Eden; ho combattuto i Biechi Blu a bordo di un Sottomarino Giallo; ho conversato con il Pifferaio davanti ai Cancelli dell’Alba…
E un bel giorno – per la precisione un bel Pomeriggio Dorato [8] – mentre l’acqua del fiume spingeva mollemente la mia barca, vidi una dolce creatura nel cielo, adorna di diamanti, e l’Infanzia dei miei sogni s’infiltrò nel mistico arcano della Memoria – come la ghirlanda di un Paese Lontano. Misi la barca in secco e procedetti attraverso un campo di margherite. Da una grossa tana sotto una siepe sbucò una ragazza coi capelli a caschetto. “Mi chiamo Grace”, esordì. Ecco quel che mi disse:
Una pillola ti fa crescere
e una pillola ti fa rimpicciolire
e quelle che ti dà tua madre non fanno nulla;
chiedilo, se vuoi, ad Alice,
quando è alta dieci piedi.
E se vai alla ricerca di conigli
e sai che cadrai nel buco
dì pure che è stato un bruco
col narghilè a dirti di chiamare Alice
quando era tornata piccola.
Quando gli uomini sulla scacchiera
si alzano e ti dicono dove andare
e tu hai ingoiato uno strano fungo
e tutto si muove lentamente,
vai a chiedere ad Alice,
vedrai che lei saprà la risposta.
Quando la logica e le proporzioni
sono inapplicabili
e il cavaliere bianco parla all’incontrario
e la regina di cuori è fuori di testa,
ricordati quel che ti ha detto
la toppa della porta:
“Nutrisci la tua mente”. [9]
NOTE:
[1] Itchycoo Park degli Small Faces (pubblicata su singolo nell’agosto del 1967) fu la prima canzone con distorsione di chitarra ed effetti elettronici di batteria a entrare nelle classifiche di Billboard. Assieme ai Kinks e agli Who, gli Small Faces furono i migliori esponenti del “mod”, filosofia e stile di vita (nonché di abbigliamento) che si traduceva in musica con un pop molto più scalmanato e inzuppato di r&b rispetto al Merseybeat da cui spunteranno i Beatles. Tra le loro canzoni più famose, Watcha gonna do about (1965), All or nothing (1966), Sha la la la lee (1966), Tin soldier (1967). Proprio a partire da Itchycoo Park, il sound rozzo degli esordi si stempera nel pop psichedelico, come testimonia il loro album-capolavoro OGDEN'S NUT GONE FLAKE (1968), in cui sono incluse, tra le altre Here comes the nice e Hey girl (veri e propri pezzi da vaudeville) e Afterglow, una canzone sospesa tra soul e psichedelica. un lavoro dominato dall'organo gospel di Ian McLagan (che era subentrato fin dal secondo singolo).
Nel 1969 Steve Marriott lasciò il gruppo; gli subentrò Rod Stewart che si portò dietro il chitarrista Ron Wood (futuro Rolling Stone). Il gruppo cambiò nome in Faces e continuò ad incidere dischi – non eccelsi – fino al 1973.
[2] Membri dei newyorkesi Blues Magoos, il primo gruppo a fare uso del termine “psychedelic” nel titolo di un album, il loro debutto del 1966 PSYCHEDELIC LOLLIPOP (dove erano incluse, tra le altre Pipe dream e Nothin’ yet).
[3] Il riferimento è a Eight miles high, brano dei Byrds incluso nell’album TURN! TURN! TURN! (1966).
[4] Il riferimento è a 2000 light years from home dei Rolling Stones, canzone inclusa nell’album THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST (1967).
[5] Il riferimento è a The crystal ship, una canzone dei Doors contenuta nell’album THE DOORS, con cui il gruppo di Jim Morrison debuttò nel gennaio 1967. Il disco entrò in classifica al 163° posto il 25 marzo di quell’anno e raggiunse il secondo posto per due settimane in settembre. The crystal ship fu pubblicata anche come b-side del singolo Light my fire nell’aprile del 1967, che arrivò al primo posto in classifica il 29 luglio, rimanendovi per tre settimane.
[6] Le “prugne elettriche” sono gli Electric Prunes, gruppo psichedelico di Seattle che esordì nel 1966 con l’album THE ELECTRIC PRUNES (dove era inclusa la celebre I had too much to dream). Il loro disco migliore fu senz’altro il secondo, UNDERGROUND (1967): una policroma allucinazione lisergica che ancora oggi restituisce intatta l’atmosfera dell’Estate dell’Amore.
[7] Il riferimento è all’album ANTHEM OF THE SUN (1968)dei Grateful Dead.
[8] Il riferimento è al “Golden afternoon” in cui il reverendo Dodgson (alias Lewis Carroll) e le sorelle Liddell (tra cui Alice) compiono la gita in barca da cui scaturiranno l’idea di Alice nel Paese delle meraviglie e la poesia che fa da prologo al libro.
[9] È la traduzione in italiano del testo di White rabbit dei Jefferson Airplane (1967).
Posted by Leonardo Colombati at 14.11.05 13:02