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25.11.05
Le mille e una storia di Perceber
Rimarrà con ogni probabilità uno degli esordi nella narrativa più originali dell’anno, quello firmato da Leonardo Colombati con Perceber (Sironi Editore). L’autore romano, classe 1970, mette in scena una storia che definire bizzarra è poco. L’epicentro narrativo è un incidente stradale, nel corso del quale un tram trancia una gamba a un pensionato. La successiva scomparsa dell’arto e le peripezie legate alla sua ricerca fanno incrociare i destini dei tre protagonisti del romanzo: un giornalista free-lance alle prese con i dubbi legati a un’omosessualità da sempre repressa, un giovane medico che su questo e altri punti pare avere le idee più chiare, un avvocato in pensione che sta architettando un piano topografico di Roma talmente dettagliato da replicare la città in scala 1:1. Sullo sfondo delle avventure sgangherate di questi tre personaggi, c’è da un lato una Roma infinita e senza tempo, svelata fino al più piccolo anfratto; dall’altro c’è la leggenda di Perceber, l’immaginaria città spagnola del XVI secolo che dà il titolo al romanzo, dove tutti gli abitanti sono condannati alla chiacchiera eterna. Ed è proprio grazie a un ininterrotto diluvio di parole che Perceber travolge il lettore con un’affabulazione famelica, bulimica quasi, che infila sorprese una dietro l’altra. Impressionante anche il numero dei rimandi e delle citazioni, che mischiano tranquillamente la cabala ebraica, i Clash, la storia della filosofia, Casanova, James Joyce, i Beatles, Mao Tse Tung, Sergio Zavoli e mille altri personaggi e fonti. C’è di tutto nel libro di Colombati, e più di tutto il riscatto di uno scrittore costretto a lavorare per anni in silenzio e solo nei ritagli di tempo lasciati da un impiego che niente ha a che fare con il mondo delle lettere. Come diceva il grande Groucho Marx nell’autobiografia “Groucho e io”: “Se volete una morale, ricordatevi che quando siete con le spalle al muro e non sapete che pesci prendere, potete sempre sfoderare qualche oscuro argomento su cui avete segretamente sgobbato per anni e sbatterlo in faccia a tutti.”
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22.11.05
Nuovi Argomenti

Il numero 32 di Nuovi Argomenti (ottobre-dicembre 2005) sarà in tutte le librerie a partire dal 29 novembre.
“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore…” Con queste parole sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974, Pier Paolo Pasolini rivendicò l’importanza capitale di uno scrittore, la potenza che ha la letteratura di raccontare quello che i giornali, le inchieste giudiziarie, gli immediati processi storici non possono fare.
Dopo trent’anni la sua rivista non dedica requiem e commemorazioni, ma qualcosa di diverso. Una sezione di giovani autori chiamata IO SO.
Roberto Saviano, Helena Janeczeck, Alessandro Leogrande, Marco di Porto, Osvaldo Capraro, Davide Bregola e Babsi Jones affrontano 7 diversi problemi con piglio “corsaro”: i nuovi avventurieri dell’economia italiana, il multiculturalismo ai tempi del terrorismo, la criminalità organizzata e l’uso dei minori, l’antisemitismo di sinistra, la pedofilia nella Chiesa cattolica, lo stragismo vent’anni dopo, la percezione della guerra nei Balcani…
Nuovi Argomenti propone anche I nitidi “trulli” di Alberobello di Pier Paolo Pasolini,un articolo mai apparso in volume e individuato nel fondo del Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux.
Il numero è completato da pezzi di Alessandro Piperno, Leonardo Colombati, Lorenzo Pavolini, Massimo Onofri, Flavio Santi e tanti altri…
Da Io so e ho le prove di Roberto Saviano
Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove…
SOMMARIO
DIARIO di Enzo Siciliano
INEDITO di Pier Paolo Pasolini, I “nitidi” trulli di Alberobello
IO SO
Roberto Saviano, Io so e ho le prove
Helena Janeczek, Umma di Gallarate
Alessandro Leogrande, Ragazzi di mafia
Marco Di Porto, Cromosomi di sinistra
Osvaldo Capraro, Cavalli a San Pietro
Davide Bregola, Se le porte della percezione fossero pulite tutte le cose sembrerebbero finite
Babsi Jones, Cantico del dopoguerra nei Balcani
RIVISTA
Angelo Ferracuti e Ennio Brilli, Storie dell’altro mondo
Carlo Carabba, Rassegna dell’ultima poesia italiana
Eugenio De Signoribus, Poesie
Leonardo Colombati, La “cattolicissima” Spagna
Guido Mazzoni, Dearborn Bridge
6 poeti francesi della modernità (Viton, Houquard, Portugal, Tarkos, Dubois, Suchère)
Rossano Astremo, Bodini e le struggenti inchieste
Alessandro Piperno, E se tutte le famiglie fossero infelici?
Lorenzo Pavolini, A casa di Rahis
Matteo Fantuzzi, Ode al Lexotan
Riccardo D’Anna,Iron Man
Flavio Santi, Moravia lettore di Stendhal
Massimo Onofri, Ottiero Ottieri all’assalto
Angelika Riganatou, Itinerari per runner contemplativi
Anna Maria Sciascia, Accanto a un uomo straordinario
Gabriella Palli Baroni, da Attilio Bertolucci ad Alberto Bellocchio
Franco Buffoni, PPP e la sua inchiesta
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18.11.05
Concordato - II Parte
Questa mattina, apro il giornale e leggo questo articolo:
LA SINISTRA STAVOLTA “ASSOLVE” I VESCOVI: INGERENZA NON GRAVE
La Cei? “Un soggetto politico” che manco fosse a Piazza Affari lancia “un’Opa sulla politica italiana”. Il cardinal Ruini? “Un capo fazione” che invece di fare il “pastore di anime”, si mette a scrivere “il suo programma di governo”. La Chiesa? In preda a “tentazioni padronali” e intenzionata a tenersi “i quattrini” pur comportandosi “come un partito”. Eddo, così parlavano tanti nel centrosinistra. Almeno fino a quando i vescovi hanno criticato la devolution e difeso il diritto alla salute minacciato dal federalismo in salsa leghista.
Che fare ora?, si saranno interrogati i censori dell’otto per mille e i revisionisti del Concordato. Gridare all’ennesima ingerenza della Cei, anche se le sue osservazioni corrispondono alle denunce della sinistra? Diciamo che stavolta protestare risulta un po’ più faticoso, come ammette Piero Sansonetti: “In effetti c’è un pregiudizio favorevole che quasi mi impedisce di indignarmi . (…) E’ evidente che certe intromissioni sono più pesanti quando vanno in direzione opposta al tuo pensiero, piuttosto che quando vi corrispondono. (…) Sarà pure un’ingerenza, ma appare meno grave”.
(…) E Pecoraio Scanio: “Stavolta non mi sembra un’ingerenza, la Cei ha fatto solo un’affermazione di valori che peraltro condivido”.
Livia Michilli
(“Il Corriere della Sera”, venerdì 18 novembre 2005)
[Leggi Concordato - I Parte]
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Letture sinottiche di Perceber / 1
Nel febbraio del 2000 – tra una stesura e l’altra di Perceber – scrissi un piccolo racconto che intitolai In penombra: un uomo raccontava (con quella che avrei voluto fosse un’estrema lucidità) il momento della sua morte.
Me ne ricordai circa un anno dopo, quando dovevo rappresentare la scena della morte della moglie di Antonio Baldini, uno dei tre protagonisti di Perceber.
Utilizzai, di quel racconto, alcuni paragrafi della prima parte, che mi sembrava la più riuscita.
Qualche giorno fa, rileggendo In penombra, ho ritrovato tutti i difetti che ai tempi in cui l’avevo scritto mi facevano giustamente pensare che non sarei mai diventato un buon scrittore di racconti.
Però le ultime cinque righe, oggi le trovo non male.
Scarica qui il pdf di:
Perceber sinottico 1
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I viaggi di Lord Cornelius Plum / 2

METROPOLIS
di Lord Cornelius Plum
[Dopo averci portato oltre lo specchio, nel magico mondo di Alice, Lord Cornelius Plum, il misterioso collaboratore del MEDICINE SHOW, ci invita tutti per un viaggio nella città di Superman]
Mi trovavo a Metropolis, nel 1992, davanti alla redazione del Daily Planet, quando Superman morì per mano del terribile Doomsday [1]. Aveva fatto appena in tempo a sussurrare alla sua amata Lois Lane: “Ricorda… Qualunque cosa succeda… Ti amerò sempre…”, che le escrescenze ossee del mostruoso nemico lo tagliarono come un filetto di bue.
Un quarto di secolo prima, quando ancora nessuno osava pensare che un supereroe potesse perire, ero andato a far visita all’Uomo del 2000 [2] nella sua Cittadella [3]. “Il mio nome è un numero” mi disse; “solo un pezzo di pellicola” [4]. Scoprii che aveva una storia d’amore con il suo gigantesco calcolatore elettronico e che la moglie, malgrado avesse scoperto l’affaire, lo rispettava ancora.
Dopo il tè, l’Uomo del 2000 mi fece entrare nella stanza in cui aveva alloggiato il computer. Era un mostruoso marchingegno zeppo di cavi, leve, bottoni, schermi, tastiere e relais. “Sa tutto”, mi disse il mio ospite, con la voce rotta dall’emozione. “Sì, ma… come hai fatto ad innamorartene?” feci; “è solo… solo… un ammasso di…”. “Non dirlo!” mi interruppe. “Non potrai capire finché non ti mostro una cosa”. E così detto, su una tastiera digitò questa domanda: “Chi sei?”. Seguì una serie di CLANG! ed altri rumori, fino a quando sullo schermo principale apparve… Lois Lane!
Fu allora che l’Uomo del 2000, rapito da quella visione, iniziò a cantare così:
Lei arriva e dappertutto sparge i suoi colori,
si pettina – è come un arcobaleno.
Arriva e i colori nell’aria
sono ovunque;
ovunque sparge i suoi colori.
L’hai mai vista vestita d’azzurro?
Allora guarda il cielo davanti a te.
Il suo volto è una vela,
la sua carne è di un bianco così pallido e delicato!
Hai mai visto una donna più bella?
L’hai mai vista tutta in oro?
È come una regina dei bei tempi andati.
Proietta i suoi colori tutto intorno
come un sole al tramonto.
Hai mai visto una donna più bella? [5]
Terminata la canzone, aveva gli occhi pieni di lacrime. “Perché piangi?”, domandai. “Guarda qui”, mi disse sconsolato. Premette un bottone color magenta e un foglio traforato uscì da una fessura della macchina. C’era scritto: “Nel 1996, cinquant’anni dopo essersi dichiarato, Superman coronerà il suo sogno sposando Mrs. Lane” [6].
Quando, anni dopo, assistetti al funerale di Superman, al Centennial Park (l’orazione funebre fu tenuta da un commosso Bill Clinton [7]), mi ricordai del mio amico innamorato e sul viso mi si allargò un sorriso – il suo amore era salvo! – fino a quando incrociai lo sguardo inferocito di Batman, una fila più dietro. Avevo imparato che i supereroi possono morire. Ma non sapevo ancora che possono resuscitare…
NOTE
[1] Nell’autunno del 1992 i media di tutto il mondo annunciarono la morte di Superman, dopo 54 anni di onorato servizio. Fra il novembre del 1992 al maggio del 1993 (con al centro il numero 75 del fumetto, dove appunto il supereroe veniva ucciso dal terribile Doomsday; numero che vendette 6 milioni di copie solo negli USA) il pubblico trattenne il fiato, finchè nell’ultima vignetta dell’ultima puntata, Vita dopo la morte, Lois Lane e il commissario Henderson entrano nella cripta in cui Superman è stato tumulato e scoprono che la sua bara è vuota. “È sparito” dice Lois. “Non direi”, replica Henderson; “anzi, da quello che vedo, direi che è tornato! SUPERMAN È TORNATO”.
[2] Il riferimento è alla canzone 2000 man dei Rolling Stones, contenuta nell’album THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST (1967), un tentativo – malriuscito – di andare incontro alla moda del momento, la psichedelica, all’indomani dell’uscita di SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND dei rivali Beatles.
[3] Il riferimento è a Citadel dei Rolling Stones, dall’album THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST.
[4] Sono due versi della canzone 2000 man.
[5] Sono i versi tradotti della canzone She’s like a rainbow dei Rolling Stones, contenuta nell’album THEIR SATANIC MAJESTIES REUEST.
[6] Superman sposerà effettivamente Lois Lane nel 1996.
[7] Nel numero di Superman intitolato Il funerale sono descritte le sue esequie, al Centennial Park di Metropolis, alla presenza di molti supereroi (tra cui Batman e Robin, Wonder Woman e Capitan Marvel). L’orazione funebre è di Bill Clinton (affiancato dalla moglie Hilary): “Come non rendere onore in modo speciale all’uomo che è morto per salvarne innumerevoli altri? I suoi poteri erano stupefacenti, ma non più del modo in cui scelse di usarli! Se in questo c’è una lezione, è che il più grande dei poteri è la volontà di amarci e prenderci cura gli uni degli altri…”.
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16.11.05
Concordato
Durante un convegno realizzato a Camaldoli nel 2001 dalla rivista cattolica "Il Regno", Arturo Parisi iniziò il suo discorso con l’elencazione di alcune statistiche:
"In riferimento al profilo religioso, misurato dal tradizionale indicatore della pratica, i dati evidenziano, per quel che riguarda il maggioritario, come il profilo socioreligioso delle due principali coalizioni sia sostanzialmente simile. A fronte di una media di praticanti qui stimato, sulla popolazione generale intorno al 36%, tra gli elettori dell´Ulivo essi sono il 31%, e il 32% tra gli elettori della Casa delle Libertà. Cambiando la direzione dell´analisi e guardando a una ordinaria assemblea domenicale, questo equivale ad affermare che in una domenica ordinaria, in una messa ordinaria, il celebrante deve immaginarsi di avere di fronte a sé una assemblea composta dal 44% di elettori dell´Ulivo, dal 46% della CdL e dal 10% di altri orientamenti".
Il cambiamento, in questo senso, della realtà italiana dagli anni Settanta ad oggi è stato redicale; basti pensare che nel 1978, tra gli elettori della Democrazia Cristiana i cattolici praticanti erano circa il 68% mentre tra gli elettori degli altri partiti erano solo il 15%. Alla domenica, dunque, il prete aveva davanti a sé un 66% di democristiani e un 34% di cattolici che votavano altri partiti.
Ma Parisi va oltre e – non so in base a quali dati – fa una valutazione “qualitativa”, sostenendo che a riconoscersi nel centrodestra siano, tra i cattolici, soprattutto gli «irregolari», quelli di «pratica religiosa saltuaria e di credo incerto, a margine rispetto alla Chiesa ufficiale, all’associazionismo cattolico e alla corrente culturale e politica cattolica democratica». Di più; Parisi giunge a dire che la dirigenza della Casa delle Libertà è «clericale e agnostica quanto alla sua relazione con la Chiesa e col pensiero religioso». Mentre il centrosinistra «ha mantenuto aperta un´interlocuzione e una richiesta di legittimazione verso le autorità ecclesiastiche, il centrodestra ritiene di non avere bisogno di alcuna legittimazione e sviluppa una interlocuzione di tipo puramente istituzionale, secondo quelle che sono le risorse di governo di cui oggi dispone».
È un’analisi che fa un po’ sorridere, perché sottotraccia – ma nemmeno tanto – si intravede l’ansia di riconoscersi come i veri messaggeri in politica del pensiero cattolico.
Il fatto che non ci sia in Italia alcun partito che possa essere qualificato come “partito dei cattolici”, ma che ve ne siano molti – dall’una e dall’altra parte – a forte connotazione cattolica, pone il tema dell’ingerenza ecclesiastica negli affari dello Stato sotto una luce diversa. Potrebbe dirsi, insomma, che l’ingerenza non è tanto della Chiesa nello Stato, ma dei partiti nella Chiesa. L’anomalia italiana (una delle tante) è data dal fatto che l’Italia è l’unico paese europeo dove i partiti cattolici siano distribuiti equamente nelle due coalizioni antagoniste.
Posted by Leonardo Colombati at 11:02 | Comments (3)
15.11.05
Genna, il thriller è l'arte della sincope
di Igino Domanin
[Questa recensione de L'anno luce di Giuseppe Genna è apparsa ieri su l'Unità]
Il nuovo libro di Giuseppe Genna rappresenta una svolta nella sua già ampia produzione letteraria. S'interrompe infatti, almeno per il momento, la saga milanese dell'ispettore Lopez sulla quale erano stati imperniati ben quattro romanzi.
In particolare, a partire da Nel nome di Ishmael, che fece conoscere l'autore a un vasto pubblico (il libro è stato tradotto e pubblicato negli Stati Uniti e nei principali paesi europei), la ricezione della narrativa di Genna è stata soprattutto legata alle fortune nostrane del noir. Senza dubbio, l'aspetto più evidente dei romanzi della serie di Lopez risulta essere il legame con la struttura del thriller. Ma appare chiaro che la scrittura di Genna abita in modo paradossale all'interno della forma della letteratura di genere.
L'autore milanese, in realtà, tende a deviare dai corsi tradizionali della trama e a destrutturare in profondità la sintassi e la lingua che appartengono al canone classico del thriller. A ben vedere, se si prende in esame una prova narrativa meno nota, ma che è sicuramente indicativa della qualità della prosa di Genna e delle sue più autentiche intenzioni, come lo struggente Assalto a un tempo devastato e vile (Pequod e poi Oscar Mondadori, 2001), si può scorgere come il fine verso cui tende la sua narrazione non è la finzione riuscita e la completezza della rappresentazione, bensì una viscerale aleatorietà e una tendenziale diffidenza verso le coerenze apparenti del racconto.
L'anno luce, il nuovo libro di Genna, pubblicato presso Marco Tropea, mostra con efficacia il risvolto. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a delle convenzioni di genere letterario, ma viene meno del tutto la preoccupazione seriale. Le prime cinquanta pagine del romanzo sono di una forza prosastica stupefacente.
Il prologo della vicenda è il ritrovamento di una donna, sposata a un influente manager di una compagnia telefonica, che viene ritrovata in un misterioso e inquietante stato catatonico. Genna riesce mediante una scrittura altamente ritmica, numinosa e con cadenze continue di sincope, a esplorare i legami sottili del dolore psichico che mina la salute della donna. Genna utilizza una sintassi espansa, capace di moltiplicare i sensi della narrazione. Sovrapponendo spesso un linguaggio di derivazione poetica, quasi metrico, alla rappresentazione dei fatti.
Genna costruisce la trama del proprio thriller, però, deviando subito rispetto al folgorante esordio. La sua scrittura sovradetermina tutto ciò che viene captato dolorosamente all'interno della materia del proprio romanzo. Quasi divorando il proprio libro. Altre storie entrano nel racconto. Frammenti di spazio-tempo che cadono come meteoriti nel testo, mettendo in discussione le certezze referenziali del racconto. Un cosmo nel quale possono trovare posto le vicende del playboy Gigi Rizzi e la teologia del Papa Ratzinger. Alla linearità della trama, si sostituisce una curva stocastica nella cui traiettoria sono abbracciati con desiderio e amore gli aspetti più improbabili della vita. Il lettore, però, non è mai annoiato entro una cornice di vacui sperimentalismi, al contrario percorre il viaggio all'interno della storia tracciata dal libro come in una lunga galleria fantastica. Genna, cioè, non smette mai di narrare, pur mettendo in discussione i protocolli vetusti del racconto.
L'anno luce deve, dunque, essere considerato come un testo importante della narrativa italiana contemporanea. La scena letteraria degli ultimi anni, nel cui contesto s'inserisce in modo altamente significativo il percorso di Genna, al fianco di autori molto diversi (si potrebbero citare alcuni esempi come gli ultimi testi di Colombati, Pincio, Wu Ming 1) propone sempre di più un rinnovamento delle matrici stesse della narrazione. Ma senza giochi combinatori o escamotage formalistici; al contrario trasformando l'atto del raccontare in nuova mitopoiesi, cioè mai trascurando la presa emotiva della leggibilità e il confronto con l'orizzonte di attesa del pubblico.
Posted by Leonardo Colombati at 17:10 | Comments (0)
14.11.05
Un'ultima cosa
di Leonardo Colombati
“La Coca-Cola è calda e sgasata”, urlò Cino. “E quando apri il frigorifero c’è una puzza da svenire”.
“Si può sapere che cosa vuoi?”, gli gridò lei piegando un poco le ginocchia. “Volevi che ti preparassi un bel pranzetto, brutto stronzo che non sei altro?”
“Vorrei solo che tu ti ricordassi di chiudere il tappo della bottiglia e che la rimettessi in frigo, dopo. E’ troppo? Ti sto chiedendo troppo, Angela?”
Lei si sedette, poi si rialzò, frugandosi nelle tasche. Le sigarette, dove aveva messo le sigarette? Doveva assolutamente riprendergli le chiavi di casa. Subito.
“Hai preso le mie sigarette, per caso, tesoro?”, chiese, parlando lentamente.
“Lo sai che non le fumo quelle tue stupide sigarette colorate”, rispose lui senza guardarla. Aveva acceso la televisione e si era tolto i mocassini.
“Ah, no? Questa è bella! Davvero stai dicendo che tu non fumi mai le mie sigarette, Cino? Eh? Mi sa che tu sei malato, tu nemmeno ti rendi più conto della quantità di cazzate che riesci a sparare in cinque minuti di conversazione”.
In TV c’era un incidente durante una corsa d’auto. Quei circuiti americani ad anello con le paraboliche. Una macchina gialla con il logo della Camel sulle fiancate, sbatteva sul muretto di protezione e iniziava a fare capriole in aria – due, tre, quattro. Poi si sfracellava incendiandosi, mentre la musica saliva. A Cino era sempre piaciuto quel programma.
Angela continuava a girare per il salotto e, quando lei non poteva vederlo, Cino le guardava il culo, cercando di capire se era ingrassata dall’ultima volta.
“Tira fuori le mie sigarette”.
“Non ce l’ho”.
“Ti ho detto di darmele”.
“Non mi rompere i coglioni che sto vedendo una cosa”.
“Vattela a vedere a casa tua, allora”.
Lui non rispose. Ora c’era una cicciona che si affacciava dall’ultimo piano di un palazzo in fiamme. Proprio una bella situazione, pensò Cino alzando il volume.
Angela prese un piatto sporco dal tavolino e passò davanti al televisore, poi tornò dalla cucina e ripassò davanti al televisore e prima che Cino dicesse qualcosa, gli urlò: “Vado a farmi una doccia. Quando esco tu te ne sei già andato. D’accordo?”
“Ma sì, sì”.
“D’accordo?”
“Eh che cazzo! T’ho detto di sì, no?”
“Bene”.
“”.
“E lasci le chiavi di casa in ingresso, capito?”
Cino si era steso sul divano. Ora c’era un nubifragio, un furgone veniva trascinato dalla corrente e sul tetto due uomini con le camicie a scacchi stavano per essere salvati da un uomo che si calava da un elicottero. Alzò ancora il voulme e si accese una sigaretta verde chiaro.
Gli era venuto in mente di quando lui e Angela facevano la doccia insieme. La maniglia dell’acqua gli si conficcava nella schiena come un coltello. Un anno e otto mesi, pensò. Quasi due anni, pensò.
Venti mesi prima l’aveva presa a calci sulle gambe mentre lei se ne stava rannicchiata contro la porta della camera da letto. Era stata l’unica volta che l’aveva picchiata, a parte qualche schiaffo. Ma, certo, avrebbe potuto non essere l’ultima, pensò Cino. Dopo quello che era successo l’avrebbe potuta ammazzare di botte, pensò. Così ora aveva tutto il diritto di vedersi tranquillamente lo show in TV, come poteva pretendere che la Coca fosse sempre fredda e col tappo chiuso. E se ora se ne andava era perché si era rotto i coglioni e quella casa dopo un po’ gli metteva tristezza. Non certo per ubbidire a un ordine, no di sicuro.
Spense il televisore che scricchiolò per qualche secondo, lo schermo diventò verde, grigio, poi nero. Si mise i mocassini, si alzò e andò in cucina. Aprì il frigorifero e prese un contenitore di vetro con il coperchio in plastica azzurra che conservava delle olive verdi. Ne mangiò un paio, sputando i noccioli nel lavandino, richiuse il contenitore, il frigo, uscì dalla cucina, si infilò il cappotto.
“Allora io vado”, disse ad alta voce rivolto verso il corridoio.
Fece due passi in avanti. Si fermò nel buio, poi avanzò fino a metà del corridoio. A sinistra, la porta della camera da letto era semiaperta. A destra, la stanza di Valentina. La porta era chiusa: si ricordò era in gita con la scuola. In fondo, la luce filtrava da sotto la porta del bagno.
“Angela?”, disse.
“Angela”, disse più forte. “Io vado, allora”.
Girò su se stesso come un soldato. Lo rifece altre due volte, sbattendo i tacchi e portandosi la mano alla fronte. Poi fece per tornare in salotto, e andarsene. Ma dopo qualche passo, girò di nuovo e con quattro falcate si trovò con il naso a pochi centimetri dalla porta del bagno. Ebbe l’istinto di entrare, poi di bussare, ma rimase fermo. E si piegò per sbirciare dalla serratura, ma vide solo il lavandino, il tappetino celeste per terra e due pantofole.
Non sentiva lo scroscio della doccia. Guardò meglio, inclinando la testa verso sinistra. Fu allora che intravide la punta dei piedi di Angela. Stava seduta sul water. C’era un silenzio perfetto e Angela non muoveva i piedi di un solo centimetro.
“Un’ultima cosa”, sussurrò Cino dal buco della serratura. “Non ti preoccupare. Quel tizio non ti darà più fastidio”.
(Roma, 20 ottobre 2000)
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Dal Dizionario dei luoghi comuni / 4
Arte Fa finire all'ospizio
G. Flaubert
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I viaggi di Lord Cornelius Plum / 1
IL BIANCONIGLIO
di Lord Cornelius Plum
[Lord Cornelius Plum giunse nella redazione del Medicine Show, un pomeriggio di due anni fa, fradicio di pioggia. Posò il cilindro e il lungo pastrano sopra la macchina fotocopiatrice, chiese uno sherry e disse d’essere sfuggito ai soldati del Re Cremisi. Gli mostrai il primo numero della rivista e il nobiluomo estrasse dalla tasca del panciotto una caramella che pose davanti all’occhio sinistro: iniziò a vorticare come un caleidoscopio. “Musica”, disse, “canzoni... Puah!”. “Non le piacciono?”, domandò il Doc. “Per nulla. Sono quarant'anni che mi ci hanno incastrato dentro”. E prese a raccontarci del Bianconiglio e di tante altre storie fantastiche che avemmo cura di registrare per il vostro diletto.]
"Turn on, tune in, drop out", mi disse il dr. Leary ad Itchycoo Park [1] in un pomeriggio di sole. Doveva essere il 1966. O forse il ’67… Da quel giorno ho imparato ad attraversare lo specchio, vagando per le Terre Misteriose: Shangri-la, Utopia, Pepperlandia… Ho visitato la Terra della Signora Elettrica, tra montagne blu baciate dal giallo del sole, facendomi largo nella foschia purpurea fino ad arrivare davanti al Palazzo dalle mura di velluto oro e rosa; ho incontrato Ralph Scala ed Emil Theilhelm [2], appena usciti dal negozio di coiffeur di Vidal Sassoon, mentre regalavano lecca-lecca e lampade psiche-de-lite canticchiando Pipe dream; ho viaggiato attraverso la Quinta Dimensione (“otto miglia più su” [3], come mi aveva indicato mr. McGuinn – “200 anni luce lontano da casa”, precisarono le Loro Sataniche Maestà [4]) ed ho attraversato la Venticinquesima Ora assieme a due Duchi della Stratosfera come me, Sir John Johns e The Red Curtain; ho solcato i Sette Mari su una Nave di Cristallo [5], nutrendomi di bucce di banana e prugne elettriche [6]; ho elevato inni al Sole [7] dai Giardini dell’Eden; ho combattuto i Biechi Blu a bordo di un Sottomarino Giallo; ho conversato con il Pifferaio davanti ai Cancelli dell’Alba…
E un bel giorno – per la precisione un bel Pomeriggio Dorato [8] – mentre l’acqua del fiume spingeva mollemente la mia barca, vidi una dolce creatura nel cielo, adorna di diamanti, e l’Infanzia dei miei sogni s’infiltrò nel mistico arcano della Memoria – come la ghirlanda di un Paese Lontano. Misi la barca in secco e procedetti attraverso un campo di margherite. Da una grossa tana sotto una siepe sbucò una ragazza coi capelli a caschetto. “Mi chiamo Grace”, esordì. Ecco quel che mi disse:
Una pillola ti fa crescere
e una pillola ti fa rimpicciolire
e quelle che ti dà tua madre non fanno nulla;
chiedilo, se vuoi, ad Alice,
quando è alta dieci piedi.
E se vai alla ricerca di conigli
e sai che cadrai nel buco
dì pure che è stato un bruco
col narghilè a dirti di chiamare Alice
quando era tornata piccola.
Quando gli uomini sulla scacchiera
si alzano e ti dicono dove andare
e tu hai ingoiato uno strano fungo
e tutto si muove lentamente,
vai a chiedere ad Alice,
vedrai che lei saprà la risposta.
Quando la logica e le proporzioni
sono inapplicabili
e il cavaliere bianco parla all’incontrario
e la regina di cuori è fuori di testa,
ricordati quel che ti ha detto
la toppa della porta:
“Nutrisci la tua mente”. [9]
NOTE:
[1] Itchycoo Park degli Small Faces (pubblicata su singolo nell’agosto del 1967) fu la prima canzone con distorsione di chitarra ed effetti elettronici di batteria a entrare nelle classifiche di Billboard. Assieme ai Kinks e agli Who, gli Small Faces furono i migliori esponenti del “mod”, filosofia e stile di vita (nonché di abbigliamento) che si traduceva in musica con un pop molto più scalmanato e inzuppato di r&b rispetto al Merseybeat da cui spunteranno i Beatles. Tra le loro canzoni più famose, Watcha gonna do about (1965), All or nothing (1966), Sha la la la lee (1966), Tin soldier (1967). Proprio a partire da Itchycoo Park, il sound rozzo degli esordi si stempera nel pop psichedelico, come testimonia il loro album-capolavoro OGDEN'S NUT GONE FLAKE (1968), in cui sono incluse, tra le altre Here comes the nice e Hey girl (veri e propri pezzi da vaudeville) e Afterglow, una canzone sospesa tra soul e psichedelica. un lavoro dominato dall'organo gospel di Ian McLagan (che era subentrato fin dal secondo singolo).
Nel 1969 Steve Marriott lasciò il gruppo; gli subentrò Rod Stewart che si portò dietro il chitarrista Ron Wood (futuro Rolling Stone). Il gruppo cambiò nome in Faces e continuò ad incidere dischi – non eccelsi – fino al 1973.
[2] Membri dei newyorkesi Blues Magoos, il primo gruppo a fare uso del termine “psychedelic” nel titolo di un album, il loro debutto del 1966 PSYCHEDELIC LOLLIPOP (dove erano incluse, tra le altre Pipe dream e Nothin’ yet).
[3] Il riferimento è a Eight miles high, brano dei Byrds incluso nell’album TURN! TURN! TURN! (1966).
[4] Il riferimento è a 2000 light years from home dei Rolling Stones, canzone inclusa nell’album THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST (1967).
[5] Il riferimento è a The crystal ship, una canzone dei Doors contenuta nell’album THE DOORS, con cui il gruppo di Jim Morrison debuttò nel gennaio 1967. Il disco entrò in classifica al 163° posto il 25 marzo di quell’anno e raggiunse il secondo posto per due settimane in settembre. The crystal ship fu pubblicata anche come b-side del singolo Light my fire nell’aprile del 1967, che arrivò al primo posto in classifica il 29 luglio, rimanendovi per tre settimane.
[6] Le “prugne elettriche” sono gli Electric Prunes, gruppo psichedelico di Seattle che esordì nel 1966 con l’album THE ELECTRIC PRUNES (dove era inclusa la celebre I had too much to dream). Il loro disco migliore fu senz’altro il secondo, UNDERGROUND (1967): una policroma allucinazione lisergica che ancora oggi restituisce intatta l’atmosfera dell’Estate dell’Amore.
[7] Il riferimento è all’album ANTHEM OF THE SUN (1968)dei Grateful Dead.
[8] Il riferimento è al “Golden afternoon” in cui il reverendo Dodgson (alias Lewis Carroll) e le sorelle Liddell (tra cui Alice) compiono la gita in barca da cui scaturiranno l’idea di Alice nel Paese delle meraviglie e la poesia che fa da prologo al libro.
[9] È la traduzione in italiano del testo di White rabbit dei Jefferson Airplane (1967).
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Lettera aperta a Bono Vox
di Gabriele Pescatore
[Dall'ultimo numero di Medicine Show, pubblichiamo questo sfogo di Gabriele Pescatore. Del numero settembre-ottobre, in vari siti, sono disponibili i seguenti articoli: New orleans blues di Seia Montanelli, Elikopterquartett di Giulio Mozzi e Syd Barrett, la vita dopo la musica di Alex Cremonesi dei La Crus]
Caro Bono,
sapessi come sono incazzato con te. Prima di metterti al corrente delle ragioni del mio malumore - ti assicuro, mai come ora sto ricorrendo ad un eufemismo -, vorrei raccontarti una storia.
Un’estate di tanti anni fa (almeno una ventina), durante uno scenografico soggiorno alle Eolie, mi ritrovai a Lipari. Per purissimo caso, scoprii che la stessa sera del mio arrivo sull’isola si sarebbe esibito niente meno che Zarrillo (un cantante le cui opere non avevano fino a quel momento e non avrebbero mai – lo sottolineo non senza orgoglio: mai – trovato posto nella mia pur benevola discoteca). Fatto sta che un po’ per la noia che inevitabilmente ti assale a cavallo di ferragosto, un po’ per la gratuità dell’evento, assieme ad un paio di amici fidati finimmo al centro della piazza, luogo deputato allo show del Nostro.
La tristezza nell’aver ascoltato per due volte, in apertura ed in chiusura, la stessa canzone – quello che, è inevitabile, doveva essere il suo brano del momento; non certo un Gelato al cioccolato di Pupo e neppure un Self Control di Raf, ma comunque un onesto hit che nelle balere di provincia, al tempo, avrà di sicuro detto la sua – quella tristezza, dicevo, ancora me la porto dietro, indelebile cicatrice delle tristi potenzialità della musica leggera italiana.
La storia, Bono mio, è finita: non ci vuole una grossa immaginazione (di cui tu, ne sono certo, comunque disponi) per comprendere che se è quasi un quarto di secolo che provo a metabolizzare la delusione per la zarrilliana gig, ci vorranno almeno un’altra cinquantina d’anni per archiviare lo scempio a cui ho assistito allo Stadio Olimpico alla fine dello scorso luglio.
Vedi, Bono caro, per me e per tanti altri che con la tua musica sono cresciuti, gli U2 sono ancora una cosa seria; non un gruppetto di cialtroni che, impunemente e dietro generosissimo compenso, si permette di arrivare sul palco e di uscirne sempre sulle note di Vertigo (“Uno, dos tres, catorse”), composizione cafona sin dal suo incipit.
Ma questo, Bono caro, è nulla. C’è dell’altro che prolunga, da ormai quasi tre mesi, il mio turbinare di palle. Anche, infatti, a conoscenza della circostanza che le date del “Vertigo Tour” si sarebbero aperte e chiuse con lo stesso miserabile brano, non ho esitato un attimo a perdere un paio di notti alla ricerca del tagliando per l’evento. Non ho avuto esitazioni perché ero, ingenuamente, convinto che il tuo legame con il Bel Paese (“la gente italiana e quella irlandese hanno lo spirito vicino”; ricordi, Doc, le parole della Voce dal palco del Flaminio nel 1987?) avrebbe apportato qualche sostanziale sorpresa allo show. E, invece, mi sono sorbito esattamente la stessa modesta scaletta eseguita a San Siro (anzi, ad essere puntuali, pure un brano in meno, Original Of The Species: nulla per cui strapparsi i capelli, sia chiaro) e durante quasi tutte le altre date di questa gigantesca macchina che tu e The Edge avete messo su (Adam e Larry, lo notano anche i non addetti ai lavori, ormai si limitano ad eseguire il compitino dispensando qualche sorrisetto di circostanza). Ciò che mi porta ad una ben triste riflessione: andare, oggi, ad un concerto degli U2 equivale passare una serata natalizia con Holiday On Ice ovvero assistere ad una rappresentazione di un qualsiasi Circo Togni che si rispetti: non ci sono sorprese, il pubblico si diverte più con le luci che con i suoni, le maestranze fanno il loro senza mai esagerare o concedere qualcosa alla platea, interessate più a finire in fretta che a trasmettere emozioni.
Ed il gioco è fatto.
Tu potresti obiettare, caro Bono, che in scaletta, oltre a tanti altri cavalli di battaglia, c’erano anche I Will Follow, The Electric Co., New Year’s Day, tutti brani della prima ora. Potresti, è vero, ma è preferibile che tu non lo faccia: eseguire canzoni da WAR o da BOY conciato come un lavorante del Circo Togni di cui sopra (un pagliaccio, esatto) non fa bene né alla tua né alla reputazione di quella che è stata la più importante rock band del mondo. Purtroppo i tempi (e gli uomini con loro) sono cambiati: per rendersi conto che l’anima elettrica di BOY, la barricadera di WAR, la visionaria di THE UNFORGETTABLE FIRE, la magnetica di THE JOSHUA TREE, la mittleuropea di ACHTUNG BABY sono solo ricordi lontani è sufficiente piazzare sul lettore un paio delle tue ultime produzioni: sciatte, piatte, senza cuore, buone solo per far felici i vertici della casa discografica che, ritengo generosamente, ti/vi ha messo sotto contratto.
Ora ti lascio, caro Bono; mi resta solo lo spazio per consigliarti l’acquisto dell’intera discografia di Zarrillo. Hai visto mai che riuscissi a trovare uno spunto per il prossimo album?
Posted by Leonardo Colombati at 12:42 | Comments (4)
10.11.05
I pesci rossi non hanno memoria
di Leonardo Colombati
[Questo il testo del mio intervento, ieri sera, in occasione della presentazione del romanzo Dopo i lampi vengono gli abeti di Pierfrancesco Majorino]
Quando l’editore PeQuod mi mandò Dopo i lampi vengono gli abeti di Pierfrancesco Majorino, chiesi lumi ad un amico che mi aveva detto di averlo già letto. Mi disse di averlo abbandonato quando aveva trovato che una delle donne del protagonista aveva undici dita dei piedi – come Marylin – e un’altra addirittura uno un più. “S’è mai visto uno con sei dita per piede?” mi disse. Be’, io l’ho visto. Mi ricordo che quando ero bambino e andavo al mare a Viareggio, c’era un tale, un tempo famoso pilota di Formula 1, di cui si diceva avesse dodici dita dei piedi. Un giorno gli passai davanti tre o quattro volte, sulla battigia, per contargliele. Ed effettivamente aveva un dito in più in ognuno dei piedi.
Quello stesso dettaglio che aveva allontanato il mio amico dalla lettura, avvicinò me. E per questo devo ringraziare quell’ormai scomparso ex pilota. Perché Dopo i lampi vengono gli abeti è un romanzo che valeva la pena di leggere.
È un libro spiazzante. A partire dal titolo: “Dopo i lampi vengono gli abeti”. Ho provato diverse volte a visualizzare questa immagine, che da un punto di vista spaziale è incongrua: più vicini vedo gli abeti, e i fulmini in lontananza. Se si acquista un punto di vista temporale, però, la frase appare corretta. Sono in una strada di montagna, di notte, al buio. Appare un lampo ed illumina gli abeti.
Per 138 pagine ho cercato quel lampo che m’illuminasse, e non l’ho trovato. Non sto parlando della qualità della scrittura di Majorino, che è alta e che, come ha rilevato Giuseppe Genna nella bandella, “corrobora le più perverse e vitali fantasie”. Sto parlando più semplicemente della soluzione dell’omicidio di Toni, che è al centro della trama. Il protagonista del romanzo, Riccardo Filippucci detto Jason, da quattordici anni in carcere, ne è colpevole?
Finito il libro, ancora non avevo questa informazione, e mi è venuto il dubbio di essermi perso da qualche parte l’indizio rivelatore. Ho cominciato daccapo. Niente. Un niente che la rilettura ha ingigantito. Mi sono accorto, infatti, che nulla sapevo nemmeno di Jason e di Toni. Quest’ultimo (la vittima) ci viene presentato come se fosse un manichino, o una fotografia. È sempre fermo – morto o vivo – sdraiato su un prato con l’abito della domenica. L’unica sua immagine in movimento lo ritrae su una bicicletta, non a caso mentre sta frenando, si direbbe ansioso di raggiungere il suo connaturato stato di quiete.
Anche di Jason non sappiamo granché. Apprendiamo che ha avuto una figlia e molte donne (alcune delle quali con dei piedi eccezionali, come abbiamo visto), che gli piace la montagna, che gli piace il cinema. Organizza la sua “confessione” come se fosse un film. A riceverla è la dottoressa Pinardi, una giovane psicologa di bell’aspetto e rassicurante, così come ogni cosa dentro quel carcere che non viene mai chiamato col suo nome, ma al massimo come “il palazzo dei dannati”. Anche il PM è un tipo distinto e gentile; nella sala-colloqui è tutto bianco e pulito; e i compagni di cella leggono Sartre. Sembra una prigione metafisica, che però non incarna l’angoscia così come faceva il tribunale kafkiano.
Ad un certo punto la psicologa dice a Jason: “Io credo che in questo tuo gioco che fai con me, con le inquadrature, le prove dei film, i loro personaggi, c’è la soluzione. C’è scritto tutto, movente, arma, tutto”. Jason non risponde. Perché non sa.
Nel quaderno blu su cui scrive i suoi imperfetti ricordi (e che è poi il romanzo), prima scrive: “Vogliono una confessione semplice. Bene. E sia. Io sono colpevole. Volete che ve lo ripeta, in modo chiaro, netto, ecco qui: c-o-l-p-e-v-o-l-e”. Più tardi, però, durante un ennesimo interrogatorio, Jason dirà: “Non ho ammazzato io, gentile dottoressa Pinardi, Toni Pandrelli. Perché? E che diavolo ne so, gentile dottoressa bella. Mi sfugge il particolare e mi porto dietro – dentro – la confessione”.
Le sedute con la psicologa in cui Jason gioca a rendere una “confessione” che è un racconto (“poco importa”, dice, “che non ricordo quanto questo corrisponda alla pura e scontata verità”), interrompono l’apparente tranquillità della vita carceraria, fatta di flessioni, partite di calcio con i secondini, chiacchierate con i compagni di cella – il Capellone e Rashid – ed occupazioni più inquietanti, come ad esempio il tentativo di fare un ritratto della vittima su un muro della cella, partendo da una fototessera che Jason nasconde sotto la suola di una scarpa.
“Toni era un ragazzo inespressivo e ostile”. Ma, scrive Jason sul suo diario, “non è un buon motivo per vederlo morire”.
È una frase che non mi ha chiarito se Jason abbia o meno commesso l’omicidio, ma appena l’ho letta mi ha dato la chiave per aprire quella cassaforte che è il romanzo di Majorino. Subito, infatti, lo associata ad un'altra, che Dostoevskij fa pronunciare al figlio di Fedor Karamazov: “Perché vive un uomo del genere! – ringhiò sordamente Dmitrij Fedorovic, ormai quasi furioso per l’ira, alzando troppo le spalle, da diventare quasi gobbo, – no, ditemi, gli si può ancora permettere di infamare la terra con la sua persona?”.
Così come per Dopo i lampi vengono gli abeti, anche per il capolavoro di Dostoevskij vale la domanda: “Chi ha ucciso?”. Chi ha ucciso Fedor Karamazov? Smerdjakov, l’esecutore materiale, oppure Dmitrij che le prove condannano dal punto di vista giudiziario? O forse è stato Ivan, che non è riuscito a scagionare il fratello ingiustamente accusato con la sua testimonianza? E che dire di Alëša, su cui pesa il fallimento del compito che gli era stato affidato, e cioè quello di ricomporre i contrasti all’interno della sua famiglia per non lasciarli sfociare nel sangue? E poi, Karamazov stesso: anch’egli è responsabile della sua stessa morte.
A proposito de I fratelli Karamazov, Gadda dirà di essere stato colpito soprattutto dal “riconoscimento del gravame comune delle colpe: sì che la colpa di uno è colpa di tutti”. Scrive Gadda: “Se un eredoluetico alcoolizzato, a Maracaybo, taglia la gola con un colpo di rasoio a una povera meticcia ch’egli sfruttava e picchiava fino a farla sputar sangue, io, io Carlo Emilio, ne sono per la mia quota parte responsabile”.
Ecco, il romanzo di Majorino - con tutte le ovvie e dovute proporzioni - in questo assomiglia a La cognizione del dolore e a I fratelli Karamazov. Tutti e tre i romanzi condividono strutturalmente l’attesa spasmodica del delitto, una sorta di atmosfera da cronaca di morte annunciata, la trama stessa orientata sulla morte. E tutti e tre i romanzi hanno al loro centro il problema della “colpa”. Jason assomiglia a Dmitrij e assomiglia al Gonzalo di Gadda, che lascia che un altro commetta il delitto che lui stesso ha oscuramente desiderato e comunque non impedito.
L’altro “fuoco” dell’orbita di Dopo i lampi vengono gli abeti, assieme al tema della “colpa”, è quello della “libertà”. Majorino lo sviluppa in due direzioni al tempo stesso parallele ed antitetiche: la realtà di Jason è la prigione; mentre il sogno (e al tempo stesso il ricordo di un paradiso perduto) è la montagna. Nel 42° capitoletto del romanzo, è lo stesso protagonista a dire: “Ho pensato varie volte alla libertà. Col tempo la parola libertà l’ho avvertita più distante e incattivita, oppure ripetuta senza senso in bocca a qualsiasi buon televisore. Oggi, che come il pesce rosso mi rigiro nella brocca e dentro il mare, la libertà è quell’idea del trapezista senza rete, così intelligente e libero da schiantarsi in fondo al vuoto. Magari sulla brocca dimenticata da qualcuno”.
Leggendo e rileggendo il romanzo, ho iniziato ad intuire che se è vero, come vero, che le sbarre della prigione di Jason sono talmente “astratte” da apparire infine invisibili (come ho già detto prima, la prigione descritta da Majorino è tra le meno opprimenti), allora è Jason ad essere il carceriere di se stesso. Ad un certo punto, la psicologa perde la pazienza e lo implora di ricordare, perché il caso è stato riaperto e ci sono buone probabilità che Jason riesca a risultare innocente se solo riuscisse a mettere insieme i tasselli della sua memoria. Ma Jason dice: “Sono il sequestro e sono il sequestrato. Non ricordo quanto ho vissuto e non ricordo dove”. Ed anche se aggiunge che proprio questa amnesia è il suo ultimo atto di libertà, la cosa non ci persuade. Scomparse con una magia le sbarre del carcere, resistono dentro la sua immaginazione soltanto il sogno delle gite in montagna e l’incubo della sua vita. La prigione di Jason è Milano, è l’Orda dei compagni di gioventù, è la casa vicino piazza Grandi che veniva chiamata la Tana: “Lì, è stato lì, che mi hanno ritrovato”, dirà alla dottoressa Pinardi. “Quello non era un luogo, era il luogo, volgarmente potremmo parlarne come della grotta, della tana. Potremmo spiegare della portinaia, il suo andare e venire, il suo annotare ogni spostamento, ogni nuovo movimento”. Eccola la prigione, ed ecco il carceriere.
La brocca in cui è imprigionato il pesciolino è molto più grande del “palazzo dei dannati” dove, alla fine, Jason si darà la morte. C’è un brano di una cantautrice americana, Ani Di Franco, che dice così:
In un caffè di una città
che è tutti i caffè di tutte le città,
in un giorno che è ogni giorno
prendo in mano una rivista
che è tutte le riviste
e leggo una storia che dimentico subito.
Dicono che i pesci rossi non hanno memoria:
credo che le loro vite siano molto simili alla mia:
il loro piccolo castello di plastica
è una sorpresa, ogni volta.
È difficile stabilire se siano felici,
ma non sembrano preoccuparsene più di tanto.
Posted by Leonardo Colombati at 10:21 | Comments (4)
09.11.05
Un geometra catastale
Nel suo articolo Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo (parte IV), Davide Bregola parla di un libro, Pastiglioner, che è evidentemente Perceber:
“Ulisse joiciano all’amatriciana scritto da un adulto-bambino troppo serio per non essere uno scrittore che apre a…né destra né sinistra ma solo un geometra catastale dell’erudizione molto intellettuale. Qui non c’è ironia né sarcasmo. Solo masturbazione cerebrale per paura di consumare una sessualità già inesistente. Con alcuni momenti di talento, se fosse stato un racconto di trenta pagine sarebbe stato un capolavoro osceno.”
Quella del geometra catastale, mi piace. Perché no?
Posted by Leonardo Colombati at 16:57 | Comments (1)
05.11.05
L'enigma del tempo
Su Vibrisse, Giulio Mozzi ha pubblicato L'enigma del tempo. Breve storia dell'universo raccontata con la solita presunzione da Leonardo Colombati.
Posted by Leonardo Colombati at 15:56 | Comments (4)
04.11.05
Un neoluddista creazionista sulle rive del Nilo
Sul Venerdì di Repubblica, Piero Ottone si è iscritto al partito dei creazionisti con un articolo sorprendente. Titolo: “Noi, così simili agli egiziani di 5000 anni fa”. Svolgimento: “L’Egitto […] continua ad andare di moda come argomento di conversazione”.
Ohibò, non me n’ero accorto. Già sogno di frequentare gli stessi salotti di Ottone per ascoltare l’ultimo gossip su Cleopatra e Tutankhamon; e mi dispaccio davvero di non avere la possibilità di apprendere dalla viva voce dei suoi amici le ultime dalla Valle dei Re. Ma l’ex direttore de Il Corriere della Sera, nella sua magnanimità, qualcosa di quei simposi ci svela nel prosieguo dell’articolo. Con atto di rara modestia premette di non essere un egittologo, ma osa “esprimere qualche riflessione” su quella “civiltà straordinaria”. Dice di riferirsi “a quelle straordinarie figure, dipinte o scolpite, che si vedono in loco, quando si viaggia su e giù lungo il Nilo e si sbarca nei luoghi famosi”. E qui, nello spazio lungo una parentesi, indugia sul ricordo di quando andò in Egitto “per la prima volta nel 1964, per così dire con Kruscev” (credo che Ottone sia l’unico italiano vivente ad associare gli anni Sessanta all’ex capo del Soviet) e sospira: “Allora i turisti erano pochi”.
Queste due annotazioni – Kruscev e il rimpianto per i bei tempi in cui il turismo era affare di pochi – basterebbero a fare dell’articolo di Ottone uno dei ritratti più mirabili di certa intellighenzia d’antan: un vero e proprio trattato antropologico del proto-radicalchicchismo. Ma il meglio è ancora da venire. Ottone, infatti, si sofferma su quelle “figure dipinte o scolpite” e riflette: “Sempre mi colpisce, quando le guardo, la loro modernità. Vestite, quando sono vestite, di eleganti abiti aderenti, magari sopra il ginocchio come le prime minigonne di Mary Quant; con quei corpi sportivi e slanciati, spalle larghe e fianchi stretti”. Il che gli dà modo di convincersi “che è assurdo pensare a un’evoluzione (per lo meno nel giro di una decina di millenni) del genere umano. Siamo sempre gli stessi, e quelle personcine che andavano anch’esse su e giù per il Nilo, allora, non differivano da noi, quali siamo adesso. Nel bene e nel male. È progredita, negli ultimi due secoli, la tecnica, è vero. Senza dimenticare, tuttavia, che anche allora sapevano fare grandi cose, sia pure un po’ più faticosamente: scavavano canali, costruivano dighe, acquedotti, palazzi, oltre alle famose piramidi”.
Ora, chi ha il coraggio di dire all’affascinante Ottone neoluddista ed antidarwiniano che dietro quel suo “un po’ più faticosamente” si celano alcune centinaia di migliaia di schiavi?
Posted by Leonardo Colombati at 12:30 | Comments (4)
03.11.05
Piperno e Colombati
Martedì 8 novembre, ore 19
Brutium, Palazzo Pignatelli
Via IV novembre, 152 Roma
Leonardo Colombati e Alessandro Piperno incontrano i lettori per parlare dei loro romanzi Perceber (Sironi) e Con le peggiori intenzioni (Mondadori). Coordina Ulisse Corea
Posted by Leonardo Colombati at 16:08 | Comments (1)
Dopo i lampi vengono gli abeti
Mercoledì 9 novembre, ore 18
Sezione dei DS – centro storico
Via dei Giubbonari 38, Roma
Walter Veltroni e Leonardo Colombati presentano
Pierfrancesco Majorino
DOPO I LAMPI VENGONO GLI ABETI
Edizioni PeQuod
Coordina Giovanni Visone
Posted by Leonardo Colombati at 13:21 | Comments (3)
02.11.05
Contro gli scrittori impegnati
Su Vibrisse un mio articolo pubblicato il 31 ottobre su Il Giornale.
Posted by Leonardo Colombati at 10:24 | Comments (0)
01.11.05
Pasolini e i ragazzi di vita della letteratura
di Flavio Santi
[Questo articolo di Flavio Santi è apparso il 30 ottobre su Liberazione]
Avevano al massimo una decina d'anni quando morì. O non erano neppure nati. I nuovi scrittori, quelli trenta e quarantenni, quelli cosiddetti "giovani", che rapporto hanno con Pasolini?
Mentre in altri campi il debito è molto forte (registi teatrali come Serena Sinigaglia o cinematografici come Garrone, Sorrentino, Papi Corsicato sviluppano varie ipotesi pasoliniane), nella narrativa e poesia di questi anni si può parlare di influenze dirette? Con la consueta sincerità guascona Marco Drago confessa: «Non ho mai letto una riga della sua poesia né dei suoi romanzi né ho mai visto uno dei suoi film. E così il 90% degli italiani». Tocca un tasto dolente Drago: purtroppo è vero che soprattutto la scuola (superiori e, turpe dictu, università!) ha fatto un pessimo servizio a Pasolini, relegandolo ai margini. Non lo si legge, né tanto meno lo si studia.
Ma se per molti è così, non lo è per tutti, e se si ha la caparbietà d'insistere un po', si scopre che le nuove leve Pasolini l'hanno letto. E soprattutto amato. Cogliendone le molteplici sfaccettature. In ognuno di loro parla un Pasolini diverso, o per usare le parole di Tiziano Scarpa: «Si dice che oggi un Pasolini non c'è più. Ma invece c'è. E' disseminato in alcuni intellettuali e scrittori». Tommaso Pincio lo considera «il più grande libero pensatore del Novecento». Roberto Bui, alias Wu Ming 1, alza il tiro riflettendo sulla reattività pasoliniana: «Questo trentennio ci ha restituito un Pasolini troppo ingentilito. Lui invece era uno cui saltava la mosca al naso, uno che poteva pure menarti, nulla da invidiare a Hemingway o Norman Mailer. Poteva inseguire un fascista per oltre un chilometro, prendere un tram al volo». «È stato l'autore inevitabile», chiosa Lorenzo Pavolini, fresco del secondo romanzo (Essere pronto, PeQuod), nonché coordinatore artistico del Progetto Petrolio di Mario Martone. Intere notti, interi anni ha passato Andrea Bajani (Cordiali saluti, Einaudi) a compulsarlo con avidità, «come sigarette fumate furiosamente». Ci spiega: «Mi ha insegnato a sconfinare, esorbitare da un ambito consentito, quello delle lettere, per provare a sporcarsi, a uscire dal consigliato agli addetti alle parole». Ancora Tiziano Scarpa: «Mi ha comunicato un'idea di scrittura totale che trova ogni volta la sua forma o addirittura la inventa. Oggi la sua idea di letteratura mi serve per attaccare l'alleanza ferale tra populismo e mercato».
Molto amate Le ceneri di Gramsci. «Ne esco pazza», ci racconta Valeria Parrella centrando il cuore pulsante della poesia pasoliniana: «Non perché mi sembrino poesia alta o buona nel senso ortodosso, ma perché trasmettono il senso di spreco dell'uomo e del cittadino, riferito ai tempi suoi e ahimè nostri». Poesia in forma di rosa e Trasumanar e organizzar sono altri due libri imprescindibili. «Raccontano l'impossibile modernizzazione di questo paese - nota Mario Desiati (Neppure quando è notte, PeQuod) -. Ci insegnano a sporcarci le mani con le borgate, la povertà. Ancora oggi la sua disperata vitalità viene vista con sospetto moralistico». È la «delicatezza nello strazio», come la chiama la poeta Elisa Biagini, che a Pasolini è arrivata dal cinema (La ricotta). Tragitto, quello attraverso i film, fatto da molti altri. Dalla stessa Parrella: «Nei film mitici come Edipo re, oppure in Uccellacci uccellini sa ridiscutere temi antichi e viscerali». O da Piersandro Pallavicini: «L'ho inseguito per anni, quando mi è stato possibile vederlo, a metà anni '70 sulle tv private, confuso coi decameroni da due soldi, nelle sale d'essai, nelle prime videocassette, carissime». Molto meno battuti i romanzi romani, per i quali «vengono in mente autori più degli anni '80 e '90» rileva il critico Andrea Cortellessa, che aggiunge: «Mentre gli abbozzi dei romanzi "friulani", molto più interessanti pur nei loro squilibri, sono pochissimo letti». Petrolio è un discorso a parte: «Pochi scrittori hanno scritto il Libro come ha fatto Pasolini» (Scarpa); «Libro insopportabile e affascinante. E pericoloso. Mi sconvolse, dandomi un nuovo sistema di visione» (Leonardo Colombati).
Qualcuno ha talmente introiettato Pasolini da farne personaggio dei suoi libri. E' il caso di Alberto Garlini che in Fútbol bailado (Sironi) immagina uno scenario alternativo per la morte del poeta. «La scoperta di Pasolini - ci racconta - risale alla sua morte, quando avevo sei anni. Ricordo benissimo la notizia, lo sgomento per i modi, indicibili a un bambino, della mattanza. Quella morte rappresenta l'archetipo dell'artista sacrificato alle leggi mimetiche del gruppo. A sei anni mi è rimasta dentro un'impressione forte, un corpo straziato, per la prima volta mi sono sentito in pericolo: è passato tanto tempo e continuo a sentirmi in pericolo». 2 novembre 1975: quella data ha segnato anche Piersandro Pallavicini: «Ne fui sconvolto e angosciato, mi sentii male, con il germe di pensiero, che razionalizzo solo adesso, che quel destino me lo sarei meritato anch'io».
Che poi la Sinistra l'abbia avversato, usato, mollato e riusato a scadenze varie (celebrazioni, decennali ecc.), spesso senza capirlo e assorbirlo davvero, ce lo dice Christian Raimo, mettendo l'accento sulle contraddizioni: «Pasolini è il feticcio dell'Italia sinistrorsa, la pietra dello scandalo in vendita alla coop, la faccia asciutta di un proletariato assorbito solo in foto di palestre». Gli fa eco Nicola Lagioia: «Attenzione! È la figura più facilmente strumentalizzabile di tutto il secondo 900». Ancora più duro Antonio Scurati: «La sua figura va sottratta a qualsiasi monumentalizzazione. Facciamone un uso selvaggio, persino violento. Continuiamo a essere con lui ragazzi di vita, almeno un giorno la settimana, un giorno all'anno».
Da questa veloce campionatura una cosa emerge, prepotente: che Pasolini è tornato a essere qualcosa di importante. Di fondamentale. Lo si chiami poi come si vuole, un «faro» (Pallavicini), un «uomo che ha vissuto sul serio» (Colombati), «imprescindibile» (Lagioia), un fatto è certo: è un punto di riferimento insostituibile. Giorni fa, da questo stesso giornale, Franco Berardi Bifo riconosceva che la sua generazione non seppe cogliere subito la forza dirompente di Pasolini. Ebbene, forse questa nuova generazione di scrittori è la prima, dopo lo stallo degli anni '80 e '90, a confrontarsi in maniera frontale e totale con la sua opera. Di buon auspicio per le sorti non tanto o solo della letteratura, ma soprattutto della società italiana.
Posted by Leonardo Colombati at 15:31 | Comments (3)
Da Sgarbi giovedì 3
La puntata di Sgarbi quotidiani che ho già registrato, doveva andare in onda ieri sera. Ma ieri sera in onda c'era Maurizia Paradiso.
C'è stato un problema di liberatorie (che non riguardava né me nè Massimiliano Parante), per cui la puntata andrà in onda giovedì 3 novembre alle ore 20:00 su Italia 7 Gold.
E' invece confermato l'appuntamento televisivo di stasera.
Posted by Leonardo Colombati at 14:51 | Comments (1)