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14.11.05

Un'ultima cosa

di Leonardo Colombati


“La Coca-Cola è calda e sgasata”, urlò Cino. “E quando apri il frigorifero c’è una puzza da svenire”.
“Si può sapere che cosa vuoi?”, gli gridò lei piegando un poco le ginocchia. “Volevi che ti preparassi un bel pranzetto, brutto stronzo che non sei altro?”
“Vorrei solo che tu ti ricordassi di chiudere il tappo della bottiglia e che la rimettessi in frigo, dopo. E’ troppo? Ti sto chiedendo troppo, Angela?”
Lei si sedette, poi si rialzò, frugandosi nelle tasche. Le sigarette, dove aveva messo le sigarette? Doveva assolutamente riprendergli le chiavi di casa. Subito.
“Hai preso le mie sigarette, per caso, tesoro?”, chiese, parlando lentamente.
“Lo sai che non le fumo quelle tue stupide sigarette colorate”, rispose lui senza guardarla. Aveva acceso la televisione e si era tolto i mocassini.
“Ah, no? Questa è bella! Davvero stai dicendo che tu non fumi mai le mie sigarette, Cino? Eh? Mi sa che tu sei malato, tu nemmeno ti rendi più conto della quantità di cazzate che riesci a sparare in cinque minuti di conversazione”.

In TV c’era un incidente durante una corsa d’auto. Quei circuiti americani ad anello con le paraboliche. Una macchina gialla con il logo della Camel sulle fiancate, sbatteva sul muretto di protezione e iniziava a fare capriole in aria – due, tre, quattro. Poi si sfracellava incendiandosi, mentre la musica saliva. A Cino era sempre piaciuto quel programma.
Angela continuava a girare per il salotto e, quando lei non poteva vederlo, Cino le guardava il culo, cercando di capire se era ingrassata dall’ultima volta.
“Tira fuori le mie sigarette”.
“Non ce l’ho”.
“Ti ho detto di darmele”.
“Non mi rompere i coglioni che sto vedendo una cosa”.
“Vattela a vedere a casa tua, allora”.
Lui non rispose. Ora c’era una cicciona che si affacciava dall’ultimo piano di un palazzo in fiamme. Proprio una bella situazione, pensò Cino alzando il volume.
Angela prese un piatto sporco dal tavolino e passò davanti al televisore, poi tornò dalla cucina e ripassò davanti al televisore e prima che Cino dicesse qualcosa, gli urlò: “Vado a farmi una doccia. Quando esco tu te ne sei già andato. D’accordo?”
“Ma sì, sì”.
“D’accordo?”
“Eh che cazzo! T’ho detto di sì, no?”
“Bene”.
“”.
“E lasci le chiavi di casa in ingresso, capito?”

Cino si era steso sul divano. Ora c’era un nubifragio, un furgone veniva trascinato dalla corrente e sul tetto due uomini con le camicie a scacchi stavano per essere salvati da un uomo che si calava da un elicottero. Alzò ancora il voulme e si accese una sigaretta verde chiaro.
Gli era venuto in mente di quando lui e Angela facevano la doccia insieme. La maniglia dell’acqua gli si conficcava nella schiena come un coltello. Un anno e otto mesi, pensò. Quasi due anni, pensò.
Venti mesi prima l’aveva presa a calci sulle gambe mentre lei se ne stava rannicchiata contro la porta della camera da letto. Era stata l’unica volta che l’aveva picchiata, a parte qualche schiaffo. Ma, certo, avrebbe potuto non essere l’ultima, pensò Cino. Dopo quello che era successo l’avrebbe potuta ammazzare di botte, pensò. Così ora aveva tutto il diritto di vedersi tranquillamente lo show in TV, come poteva pretendere che la Coca fosse sempre fredda e col tappo chiuso. E se ora se ne andava era perché si era rotto i coglioni e quella casa dopo un po’ gli metteva tristezza. Non certo per ubbidire a un ordine, no di sicuro.
Spense il televisore che scricchiolò per qualche secondo, lo schermo diventò verde, grigio, poi nero. Si mise i mocassini, si alzò e andò in cucina. Aprì il frigorifero e prese un contenitore di vetro con il coperchio in plastica azzurra che conservava delle olive verdi. Ne mangiò un paio, sputando i noccioli nel lavandino, richiuse il contenitore, il frigo, uscì dalla cucina, si infilò il cappotto.
“Allora io vado”, disse ad alta voce rivolto verso il corridoio.
Fece due passi in avanti. Si fermò nel buio, poi avanzò fino a metà del corridoio. A sinistra, la porta della camera da letto era semiaperta. A destra, la stanza di Valentina. La porta era chiusa: si ricordò era in gita con la scuola. In fondo, la luce filtrava da sotto la porta del bagno.
“Angela?”, disse.
“Angela”, disse più forte. “Io vado, allora”.
Girò su se stesso come un soldato. Lo rifece altre due volte, sbattendo i tacchi e portandosi la mano alla fronte. Poi fece per tornare in salotto, e andarsene. Ma dopo qualche passo, girò di nuovo e con quattro falcate si trovò con il naso a pochi centimetri dalla porta del bagno. Ebbe l’istinto di entrare, poi di bussare, ma rimase fermo. E si piegò per sbirciare dalla serratura, ma vide solo il lavandino, il tappetino celeste per terra e due pantofole.
Non sentiva lo scroscio della doccia. Guardò meglio, inclinando la testa verso sinistra. Fu allora che intravide la punta dei piedi di Angela. Stava seduta sul water. C’era un silenzio perfetto e Angela non muoveva i piedi di un solo centimetro.
“Un’ultima cosa”, sussurrò Cino dal buco della serratura. “Non ti preoccupare. Quel tizio non ti darà più fastidio”.


(Roma, 20 ottobre 2000)

Posted by Leonardo Colombati at 14.11.05 14:06

Comments

Molto amaro, molto reale...
saluti
andrea

Posted by: andrea at 16.11.05 09:52