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23.12.05
I viaggi di Lord Cornelius Plum

BENVENUTI A PEPPERLANDIA
di Lord Cornelius Plum
[Lo psichedelico viaggiatore del Medicine Show è approdato nella Terra dei quattro baronetti. Questo suo reportage è nell'ultimo numero della rivista]
Se hai voglia di distrarti e il traffico cittadino ti fa letteralmente impazzire e il poster di un’isola tropicale che hai appeso proprio dietro al computer dell’ufficio non fa che aumentare il tuo cattivo umore visto che hai il terrore di volare,
lascia che ti porti con me
perché sto andando ai Campi di Fragole
dove niente è reale
e non c’è niente per cui stare in attesa. [1]
Non avere paura: sarà bellissimo. Il mio pensiero – anche questo – sarà nei sogni degli uomini che dormono. La notte protende la lingua verso spazi ritardatari d’azzurro. E nulla ti è dato sapere nell’inconsapevolezza del sonno. Innaffia quelle buganville, sazia quel che resta del corpo che un tempo avresti abbracciato per tutto l’oro del mondo. Così che le lame con cui adesso maciullo il tuo riposo agitato raggiungano quella mano che non riuscendo a toccarmi mi ha inflitto la morte.
Spegni la mente, rilassati e fatti trasportare:
non è come morire…
Abbandona ogni pensiero, arrenditi al vuoto:
sta brillando… [2]
Ecco: siamo arrivati. Alla stazione, facchini di plastilina con cravatte di specchio prendono i nostri bagagli [3] . Usciamo. Sotto la pensilina, in mezzo alla rotonda, un’infermiera vende papaveri da un vassoio [4] . Davanti a noi – in verde, giallo, arancio e magenta – si stende Pepperlandia. Guarda: alberi di mandarino e cieli di marmellata, fiori di cellophane, uomini-cavalli a dondolo che mangiano torte di altea, taxi di carta di giornale e una ragazza con occhi di caleidoscopio che vola nel cielo circondata da diamanti… [5] Crema di materia gialla cola dall’occhio di un cane morto. Una sardina di semolino sta scalando la torre Eiffel, un pinguino zotico sta cantando hare krishna [6] e un uomo con una cuffia bianca canta:
Sono l’uomo-uovo,
tutti sono uomini-uovo,
sono il tricheco,
goo goo g’joob… [7]
Sotto un gazebo liberty, nel bel mezzo del parco, una banda di ottoni attacca un motivetto:
Sono oggi vent’anni che il Sergente Pepe
ha insegnato a suonare alla banda;
sono stati di moda e fuori moda
ma è garantito che suscitino un sorriso.
Perciò, permettetemi di presentarvi
il numero che conoscete ormai da anni:
la Banda dei Cuori Solitari del Sergente Pepe! [8]
mentre, poco più in là, un imbonitore vestito da marinaio invita tutti al Circo:
A favore di Mister Kite
stasera si terrà un’esibizione sul tappeto elastico.
Gli Henderson ci saranno tutti,
in arrivo dalla Fiera di Pablo Fanquez – che scena!.
Sopra uomini e cavalli, cerchi e giarrettiere
e infine attraverso una botte di vero fuoco:
è così che Mister K. sfiderà il mondo!
Il famoso Mister K.
presenta il suo numero sabato al Bishopgate.
Gli Henderson balleranno e canteranno
mentre Mister Kite attraverserà in volo l’anello
– non mancate!
I signori K. e H. assicurano al pubblico
che la loro produzione non sarà seconda a nessuna.
E naturalmente Henry il Cavallo ballerà il valzer!
La banda comincia alle sei meno dieci
quando Mr. K. presenterà i suoi numeri
nel silenzio più assoluto.
E Mister H. si esibirà
in dieci salti mortali che affronterà sulla nuda terra.
Ci sono voluti alcuni giorni di preparazione:
è garantito per tutti un gran divertimento
e stasera Mister Kite è in testa al cartellone! [9]
Nella sagrestia della chiesa, in fondo al parco, padre McKenzie sta scrivendo il testo di un sermone che nessuno ascolterà mai [10] . Il tirchio signor Mostarda dorme in una buca, per strada, con una banconota da dieci scellini su per il naso [11] . La Banda del Sergente Pepe sta suonando una canzone dedicata a sua sorella Pam:
Be’, dovreste vedere Politene Pam:
ha un così bell’aspetto – ma ha l’aspetto di un uomo.
Be’, dovreste vederla travestita
con addosso il suo sacco di politilene.
Sì, dovreste proprio vedere Politilene Pam.
Fatevi una dose di lei in stivaloni e kilt.
È micidiale quando si veste di tutto punto.
È il tipo di ragazza
che finisce su News of The World.
Sì, si può dire che aveva un bel fisico… [12]
Lontano, all’orizzonte, solo su una collina, l’uomo col sorriso da idiota se ne sta perfettamente immobile e guarda tramontare il sole. È l’uomo dalle mille voci e scandisce forte le parole [13] ; nessuno però l’ha mai ascoltato mentre dice:
Le parole volano come pioggia senza fine
in una tazza di carta,
scivolano mentre passano,
si disperdono per tutto l’universo.
Pozzanghere di dolore, onde di gioia
fluttuano nella mia mente aperta,
s’impossessano di me e mi accarezzano.
Jay Guru Deva Om…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo… [14]
Sotto di lui, abbracciati dal suo sguardo, ovunque ci sono tanti porcellini che vivono vite porcine. Li puoi vedere fuori a cena con le loro mogli porcine che impugnano forchetta e coltello per mangiare la loro pancetta [15] . Ma lo scemo sulla collina chiude subito gli occhi e continua a cantare:
Immagini di luce spezzata
che mi danzano davanti come un milione di occhi,
che mi chiamano e mi chiamano per tutto l’universo.
I pensieri vagano come vento inquieto
dentro una cassetta delle lettere,
precipitano alla cieca mentre seguono la loro strada
per tutto l’universo.
Jay Guru Deva Om…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo… [16]
È tardi, adesso. Un tramonto zafferano manda tutti a dormire. La banda ha riposto gli strumenti nella custodie, l’imbonitore scompare dentro il tendone del circo. I biechi blu si ritirano. L’aria è leggera e pulita. La voce del matto sulla collina echeggia, ancora inascoltata:
Suoni di risa, ombre di terra
risuonano attraverso le mie vedute aperte,
mi incitano e m’invitano.
Amore senza fine né limiti
che mi splende intorno come un milione di soli,
mi chiama e mi chiama per tutto l’universo.
Jay Guru Deva Om…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Jay Guru Deva Om…
Jay Guru Deva Om… [17]
Possiamo tornare a casa. Pepperlandia ha chiuso il suo sipario. Sei più felice, adesso? Ti ho raccontato dei campi di fragole, un posto dove nulla è reale. Ti ho fatto guardare attraverso i tulipani dallo stelo ricurvo per vedere come vive l’altra metà. Ti ho raccontato di me e del tricheco (ed ecco una doverosa precisazione per voi tutti: il tricheco era Paul). Ti ho raccontato del matto sulla collina; sta ancora lì, immobile… [18]
Buona notte, dormi, sogni d’oro. Prova a riparare una buca nell’oceano, prova a fare un incastro a coda di rondine. Guarda attraverso una cipolla di vetro… [19]
Addio.
NOTE:
[1] Versi tratti da Straweberry fields forever dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata il 17 febbraio 1967 sul singolo Penny Lane, il primo disco dei Beatles a non arrivare al numero 1 in classifica.
[2] Versi tratti da Tomorrow never knows dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata il 5 agosto 1966 sull’album REVOLVER. Racconta il produttore George Martin: “Quel brano fu una grande innovazione. John voleva un brano molto sinistro, un suono molto etereo. Quando componemmo la versione originale del nastro, cominciammo con il tono salmodiante della tambura e il rullare caratteristico di Ringo. In quel periodo Paul era probabilmente più all’avanguardia degli altri. Pensiamo sempre che John sia quello all’avanguardia, con Yoko Ono e via dicendo, ma in quel periodo Paul era molto appassionato di Stockhausen e di John Cage e di tutti gli artisti d’avanguardia, mentre John viveva una vita molto tranquilla e provinciale a Weybridge. Fu Paul, in realtà, a fare esperimenti con il registratore a casa, togliendo la testina di cancellazione e mettendo su le distorsioni, saturando il nastro di suoni strani. Spiegò agli altri come l’aveva fatto. Quello fu un brano strano, perché una volta registrato non potemmo mai riprodurlo. Ovunque negli studi della EMI c’erano registratori con le distorsioni, e gente che le teneva alla giusta distanza con un pezzo di matita. In Tomorrow never knows John mi disse che voleva che la sua voce creasse l’effetto del canto del Dalai Lama dalla cima della montagna, e io dissi: ‘È un po’ caro andare in Tibet. Possiamo provare a farlo qui?’”.
[3] Verso tratto da Lucy in the sky with diamonds dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata il 1° giugno 1967 sull’album SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND. In un’intervista, Lennon precisò: “Dicono che sia una canzone sull’LSD. Non è assolutamente vero, ma nessuno mi crede. Mio figlio è tornato a casa con un disegno e mi ha fatto vedere una donna dall’aspetto strano che svolazzava. Io ho chiesto: ‘Che cos’è?’ e lui mi ha risposto: ‘È Lucy nel cielo coi diamanti’. Immediatamente ci ho scritto sopra una canzone. Le immagini venivano da Alice nel Paese delle Meraviglie".
[4] Verso tratto da Penny Lane dei Beatles, scritta da Paul McCartney e pubblicata su singolo il 17 febbraio 1967. Racconta il produttore George Martin: “L’unica ragione per cui Strawberry fields forever e Penny Lane non sono finite su SGT. PEPPER’S è stata la sensazione che avendole già pubblicate come singolo, non sarebbero dovute entrare in un album. È stata un’idea folle e temo di esserne in parte responsabile”.
[5] Immagini tratte dal testo di Lucy in the sky with diamonds.
[6] Immagini tratte dalla canzone I’m the walrus dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata il 24 novembre 1967 sul singolo Hello goodbye. “È una delle mie canzoni preferite, perché l’ho composta io, naturalmente!” dirà Lennon”. “È tratta dalla poesia Il tricheco e il falegname da Alice nel Paese delle Meraviglie”.
[7] Versi tratti da I'm the walrus.
[8] Versi tratti dalla canzone Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, scritta da Paul McCartney e pubblicata sull’album omonimo il 1° giugno 1967. Racconta Paul McCartney: “Eravamo agli inizi dell’epoca hippy. Ho cominciato a pensare a un nome veramente assurdo da dare al gruppo. A quel tempo c’erano diversi gruppi con nomi tipo Laughing Joe and His Medicine Band… Così ho assemblato le parole per formare Sgt. Pepper’s Lonley Hearts Club Band. Ho portato l’idea ai ragazzi a Londra: ‘Visto che stiamo cercando di scappare da noi stessi e dalle tournée verso qualcosa di più surreale, che ne direste se diventassimo un gruppo alter-ego, qualcosa tipo Sgt. Pepper Lonely Hearts? Ho una canzoncina che suona bene con questo nome…’”.
[9] La canzone è Being for the benefit of Mr. Kite dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata sull’album SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND.
[10] Versi tratti dalla canzone Eleanor Rigby dei Beatles, scritta da Paul McCartney e pubblicata il 5 agosto 1966 sull’album REVOLVER. “La scrissi quando vivevo a Londra e nel seminterrato avevo un pianoforte” ricorda Paul. “E proprio armeggiando con un accordo vennero fuori alcune parole: ‘… Raccoglie il riso nella chiesa dove c’è stato un matrimonio’. L’idea portò la canzone sul suo fulcro, ‘la gente sola’. Volevo trovare un nome che stesse bene con la melodia. Stavo lavorando a HELP! con Eleanor Bron e il nome Eleanor mi piaceva. Poi vidi ‘Rigby’ sull’insegna di un negozio di Bristol. Pensai: ‘Bel nome, Eleanor Rigby’. Pare comunque che nel cimitero di Woolton, dove passavo parecchio tempo con John, ci sia una lapide per una donna con quello stesso nome”.
[11] Verso tratto dalla canzone Mean Mr. Mustard dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata sull’album ABBEY ROAD il 26 settembre 1969.
[12] Versi tratti dalla canzone Polythene Pam dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata sull’album ABBEY ROAD il 26 settembre 1969.
[13] Verso tratto dalla canzone The fool on the hill dei Beatles, scritta da Paul McCartney e pubblicata l’8 dicembre 1967 sul doppio ep MAGICAL MISTERY TOUR.
[14] Versi tratti dalla canzone Across the universe dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata l’8 maggio 1970 sull’album LET IT BE. Racconta Lennon: “Registrammo il brano per la prima volta alla fine del WHITE ALBUM. Ero sdraiato sul letto accanto alla mia prima moglie e pensavo. Era cominciata come una canzone negativa, e mia moglie continuava a parlare di qualcosa. Poi lei si addormentò ed io cominciai a sentire: ‘Words are flowing out like andless rain…’. Ero un po’ irritato; sono sceso al piano inferiore e l’ho trasformata in una specie di canzone cosmica anziché dirle: ‘Perché continui a lamentarti con me?’. Non è mia: è venuta così”.
[15] Versi tratti dalla canzone Piggies dei Beatles, scritta da George Harrison e pubblicata il 22 novembre 1968 sull’album THE BEATLES.
[16] Versi tratti da Across the universe.
[17] Ibidem.
[18] Versi tratti dalla canzone Glass onion dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata il 22 novembre 1968 sull’album THE BEATLES. Racconta Lennon: “Sono io che faccio una canzone buttata là, à la I’m the walrus. Ho inserito il verso ‘il tricheco era Paul’ per confondere un po’ di più le acque. Volevo farmi una risata perché c’erano stati tutti quei commenti cervellotici su SGT. PEPPER’S – suonalo a rovescio, mettiti a testa in giù e cose del genere”.
[19] Ibidem.
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Luoghi di Perceber / La Porta Magica
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21.12.05
Siciliano, i libri, l'impegno

[Questa intervista di Paolo di Stefano a Enzo Siciliano è stata pubblicata oggi su Il Corriere della Sera]
L’impegno? «Per la mia generazione è stato imprescindibile». La generazione di Enzo Siciliano è quella che si affacciava alle patrie lettere tra gli anni 50 e i 60. Con un apparente paradosso: «C’era un naturale rapporto con il mondo in cui si viveva. Però alla fine sono d’accordo con Sciascia quando dice che lo scrittore è impegnato soprattutto con se stesso, cioè con la propria coscienza, con i propri strumenti conoscitivi e stilistici. Se vuole dare indicazioni di comportamento o di scelta etico-politica, allora sbaglia bersaglio. Insomma, un’opera letteraria non nasce mai da un sistema deduttivo di idee, perché di buoni propositi è lastricato anche l’inferno letterario».
L’inferno letterario, un tempo, era per Siciliano la neoavanguardia: un progetto «esibito in modo clamoroso». Sono passati oltre quarant’anni dai primi contrasti, e i toni sembrano essersi parecchio attenuati: «Quello con la neoavanguardia è stato un dibattito feroce ma anche molto bello. Credo che vi spendemmo il meglio del nostro cervello. Fu un momento di grande fervore in cui volarono parole grosse ma che rappresentò un acquisto di consapevolezza». Consapevolezza per i due fronti contrapposti? «C’era un elemento che ci accomunava: l’idea di letteratura come atto conoscitivo». Resta il fatto che si trattava di due opposte visioni: da una parte la fiducia in una narrazione realistica, dall’altra la contestazione di quella fiducia, lo stravolgimento, lo sfregio. Siciliano stava dalla parte di Giorgio Bassani. Per lui, Bassani, bandiera del primo schieramento, è stato un maestro: «Lo conobbi, quando avevo 22 anni; avevo alle spalle esperienze lontane dalla sua, amavo poco la letteratura italiana contemporanea e molto quella inglese e quella americana. Mi propose di tradurre Wyndham Lewis per Feltrinelli: era un maestro per il controllo analitico sul testo ma anche per la forte disponibilità verso tutto ciò che era diverso da lui. Non dimentichiamo che Bassani aveva scelto di pubblicare autori come Borges». L’impegno di Bassani, anche come dirigente Feltrinelli? «Quel che davvero gli interessava era la valenza espressiva della letteratura. Il suo impegno come editor fu come quello di Niccolò Gallo in Mondadori. Oggi gente così non se ne incontra più...».
In quegli anni Siciliano si era appena laureato in filosofia con una tesi su Wittgenstein. Nel ’56, quando su Nuova Corrente apparve una sua recensione alle Ceneri di Gramsci , Pasolini volle conoscerlo. Siciliano era iscritto alla Federazione dei giovani comunisti, eppure amava la poesia del «fascista» Pound: «Ero un comunista singolare. Nel ’56 restituii la tessera, fui tra i 101 firmatari dopo i fatti d’Ungheria. Eravamo in molti i comunisti atipici in Italia: se penso a gente come Giorgio Amendola... Oggi si istituiscono tribunali speciali contro il Pci, ma è tutto ridicolo. La cultura italiana aveva uno smalto europeo e se la sinistra era egemone se lo meritava». E le censure? «Non scherziamo! Anche su Nietzsche si sbaglia. Io ho letto Ecce homo nella Universale Einaudi. Se sfogliamo il catalogo Einaudi troviamo di tutto. Del resto, la casa editrice fu costruita da Cesare Pavese, che con De Martino mise su la cosiddetta collana Viola, con autori come Eliade, Jung, Kerényi».
Anni dopo, nel ’63, Bassani sarebbe stato accusato di rifiutare Fratelli d’Italia di Arbasino perché conteneva giudizi poco riguardosi nei confronti di Moravia, Elsa Morante, Montale... Fu anche sospettato di spionaggio editoriale. Ne seguì un processo tra quella che fu definita l’«avanguardia in vagone letto» e la Feltrinelli da un lato e dall’altro l’autore del Giardino dei Finzi Contini . Il Gruppo 63, con i giovani leoni Balestrini, Filippini e Valerio Riva, perse in tribunale, ma si impose nella scena culturale. Oggi, Siciliano liquida quella storia antica come un «contrasto editoriale, un contrasto che non aveva niente a che vedere con i valori letterari». E infatti, Siciliano apprezza lo sperimentalismo non estremista, che si sottrae al «rifiuto dell’espressione» sbandierato dal Gruppo 63. È quello di Del Buono, Roversi, Volponi, La Capria, Pagliarani, Arbasino. Uno sperimentalismo «buono», per così dire. Contro quello «duro e puro» di Sanguineti e Balestrini: «Sanguineti rimane troppo blindato nelle proprie idee: la deduttività in letteratura mi ha sempre imbarazzato». Giorgio Manganelli? «È un altro discorso, la sua superfetazione letteraria diventa un tratto visionario di notevole forza espressiva».
Tutti discorsi che oggi sembrano archeologia. Archeologia, soprattutto, è quel rapporto stretto tra le generazioni: la generosità dei «vecchi» rispetto ai giovani. «Oggi il rapporto che si è venuto a creare tra stampa, case editrici e scrittori è viziato da logiche che non hanno nulla a che vedere con la letteratura. Nel ’91 Moravia scrisse che la letteratura non contava più niente, non aveva più senso. Sono passati 15 anni e la situazione è degenerata: il dato espressivo non viene sentito più come vitale». La tanto disprezzata critica militante non è che un ricordo: «C’è stata una grande critica. Cecchi, De Robertis... erano uomini che scrivevano per i giornali con una voglia tenace di verificare sui libri la loro intelligenza critica straordinaria. I giornali non sono più la cinghia di trasmissione di esperienze culturali. Il modello dilagante è quello televisivo». Siciliano ha avuto a che fare con la Rai prima come funzionario, poi, tra il ’96 e il ’97, come presidente. Risultati? «Mi spendo sempre molto, poi mi tocca ritirarmi con le pive nel sacco. Abbiamo fatto un sacco di cose, con l’aiuto geniale di gente come Freccero e Guglielmi. Ma presto si esaurì la libertà, la politica entrò in modo massiccio e fu un inferno. Oggi la tv è un campo perduto».
Per fortuna rimangono piccole postazioni di resistenza. Come la rivista Nuovi Argomenti , che Siciliano continua a dirigere: «La forza della rivista è che ti arriva una busta gialla e ci trovi dentro le poesie di Dario Bellezza o di Magrelli. Io ho ancora fiducia in certe apparizioni. Il libro di Piperno è venuto fuori così. Nuovi Argomenti è rimasta l’ultima rivista di letteratura creativa in circolazione». E che cosa c’è di nuovo sotto il sole? «Una voglia di narrazioni fondate sull’esperienza, un bisogno di testimonianza. Leggo tanti ragazzi tra i 20 e i 30 anni che scrivono di esperienze vissute con un occhio allo stile e con una notevole forza espressiva e inventiva. Il filone è quello che Guglielmi avrebbe definito dei franchi narratori, non secondo uno schema neorealistico, cioè epico-lirico, ma più testimoniale, con una voglia di presa diretta sulla realtà». Con qualche facile moda. Per esempio l’ossessione del giallo: «Mi sembrano un giochino, una malattia infantile della letteratura italiana, un tipo di impacchettamento kitsch e un po’ provinciale rispetto alla grande tradizione americana. Una scimmiottatura». Veniamo ai nomi. I nati con la rivista: Affinati, Albinati e Picca. Di Piperno si è detto: «Un vero narratore anche quando scrive di critica: è il suo talento, leggendolo avverti una specie di musica, senti che le note cadono giuste sul pentagramma». Altri: i giovani Leonardo Colombati e Mario Desiati. Una delusione per l’ultimo romanzo di Sandro Veronesi: «Non mi convince, lo sento diminuito nell’estro ironico, un po’ troppo fabbricato rispetto al talento delle Cronache italiane o degli Sfiorati ». Poca fiducia in Alessandro Baricco: «È un manierista di se stesso, in cui sento il vezzeggiamento stilistico, un lavoro di uncinetto fine a se stesso». Un ex-pulp come Ammaniti? «A me interessano i narratori veri e lui lo è. Sento nei suoi racconti un’ampia disponibilità di conoscenza nei confronti della vita e del mondo. Io non ho paura è un’esplosione di novità».
Posted by Leonardo Colombati at 11:48 | Comments (1)
20.12.05
Ritorna il Medicine Show

E' on-line il nuovo numero di MEDICINE SHOW (novembre-dicembre 2005), la ciarlatanesca rivista musicale da sempre sull'orlo del fallimento, che questa volta propone articoli di Silvio Bernelli, Leonardo Colombati, Davide L. Malesi, Seia Montanelli, Gabriele Pescatore, Lord Cornelius Plum, Francesco Soliani, Aldo Enrico Tambolo, oltre ad un'intervista esclusiva a Cristiano Godano dei Marlene Kuntz.
Buon divertimento.
Scarica qui MEDICINE SHOW in formato Word: MS novembre-dicembre 2005
Posted by Leonardo Colombati at 17:20 | Comments (0)
Chi c'è dietro la scimmia
Per sapere chi c'è dietro la scimmia di Perceber clicca qui: Haluk e Leonardo
Posted by Leonardo Colombati at 13:15 | Comments (0)
19.12.05
Intervista
Qui un'intervista di Rossano Astremo al sottoscritto.
Posted by Leonardo Colombati at 10:39 | Comments (1)
14.12.05
Luoghi di Perceber / Dov'è Perceber

Posted by Leonardo Colombati at 12:38 | Comments (1)
10.12.05
Con i La Crus a Rimini
Domenica, 11 dicembre, ore 18:00
3^ Edizione del Festival:
LA PIAZZA DEL LIBRO, LA CULTURA IN PIAZZA
Rimini, Piazza Cavour, Sala degli Archi 2
Mauro Ermanno Giovanardi, Leonardo Colombati e Gilberto Santini
presentano il nuovo album dei La Crus, Infinite possibilità.
Una serata di chiacchiere, musica, letture e proiezioni.
Seguirà buffet.
Scarica il programma in pdf: Programma
Posted by Leonardo Colombati at 20:54 | Comments (2)
07.12.05
La "cattolicissima" Spagna
di Leonardo Colombati
Il mio saggio Stato e Chiesa in Italia e nella "cattolicissima" Spagna, pubblicato sul numero appena uscito di Nuovi Argomenti è scaricabile qui in versione pdf:La "cattolicissima" Spagna
Posted by Leonardo Colombati at 13:16 | Comments (0)
06.12.05
Prossimi appuntamenti
Giovedì 15 dicembre, h 19
Lecce, Fondo Verri
Presentazione di Perceber
con Leonardo Colombati, Mario Desiati e Michelangelo Zizzi
Venerdì 16 dicembre, h 19:30
Taranto, Libreria Dickens, Via Mezzetti 17
Leonardo Colombati incontra i lettori
per parlare di Perceber
Posted by Leonardo Colombati at 16:00 | Comments (1)
05.12.05
Infinite possibilità - Il testo

INFINITE POSSIBILITÀ
(ovvero, Del Tempo Reversibile)
di Leonardo Colombati
[Questo mio testo è stato inserito nel libretto di copertina dell'album Infinite possibilità dei La Crus]
INFINITE POSSIBILITA’. Una di esse ( visto che le si contemplano tutte) è quella di viaggiare nel tempo, malgrado il caro Philip Dick abbia acutamente argomentato come ciò sia perlomeno improbabile, visto che nessuno, ad oggi, ci è venuto a trovare dal futuro. Ma questo è il bello dell’arte: “ infinite possibilità “ e “nessuna regola prestabilita “.
15 SETTEMBRE 2005, POMERIGGIO. AUTOSTRADA DEL SOLE. Automobili come nere pinne di delfino profilate nell’oceano luccicante, quando di schianto l’estate finisce in un parossismo di desiderio e il tempo trascorso nell’intenzione di prendersi una vacanza si mostra al ricordo come niente più che un lapsus fatto di sole alle otto di sera, salsedine e inedia. La nuova stagione colpisce la rètina lasciandoci appiccicato un senso di piscina vuota con foglie arrugginite sul fondo.
La schiena appoggiata al vetro, non guardo più il traffico che scorre sotto l’autogrill. Sfoglio il giornale. Secondo l’International Atomic Energy Agency, la capacità produttiva dei reattori nucleari quadruplicherà entro il 2050. Quando ero nel bel mezzo dell’adolescenza, mi ossessionavano soprattutto la pop music e la Guerra Fredda. In una canzone degli Ultravox, un uomo diceva tra sé e sé: “Sono le cinque e sto guidando verso casa. È difficile credere che questi sono i miei ultimi minuti. L’uomo alla radio continua ad urlare: ‘È finita, è finita!’”. E Morrisey cantava che quando cadrà la bomba “ogni giorno sarà come una domenica; ogni giorno sarà grigio e silenzioso”.
Mi hanno insegnato che «in principio Dio creò il cielo e la terra» e disse «“Sia la luce!”. E la luce fu». Secondo una diversa ricostruzione, venti miliardi di anni fa una grande esplosione ha lasciato un’eco sotto forma di radiazione fossile a -270 °C; 10-36 secondi dopo il big bang, si formarono le prime particelle e iniziò una fase di espansione violenta. Questo, nulla di più, sappiamo sull’inizio del mondo. Quanto alla fine, brancoliamo nel buio.
Secondo un’altra ipotesi, l’universo, raggiunta la sua massima espansione, si ricontrarrà. È negli scritti di Platone, Cicerone e Nietzsche, tra gli altri, la suggestione che tale processo sia ciclico. Nel 1611 Lucilio Vianini scrisse: «Di nuovo Achille andrà a Troia» ed anche: «Nulla c’è adesso che non sia stato».
In una notte d’autunno del 1883 Nietzsche si chiese se quella luna e quel ragno che lentamente si trascinava nella sua luce, ed egli stesso, non fossero già concisi nel passato. Marco Aurelio lo aveva già detto: «Chi ha visto il presente ha visto tutte le cose: quelle che furono nell’insondabile passato, quelle che saranno nel futuro (Pensieri, libro VI, 37)». Borges, nella parte della sua Storia dell’eternità intitolata Il tempo circolare ipotizza cicli simili, ma non identici: «Penso ai giorni e alle notti di Brama; ai periodi il cui immobile orologio è una piramide, molto lentamente logorata dall’ala di un uccello, che ogni mille e un anno la sfiora; agli uomini di Esiodo, i quali degenerano dall’oro sino al ferro; al mondo di Eraclito, che è generato dal fuoco e che il fuoco ciclicamente divora…».
Di nuovo Hitler invaderà la Polonia, di nuovo Cristo morirà sulla croce, di nuovo sapremo il mondo come un’ostrica, racchiusa in un solido firmamento circondato dall’acqua. Il cosmo sarà senza fine e pulserà di continuo.
15 SETTEMBRE 2005, SERA. BAR LA BELLA AURORA, MILANO. Sono arrivato puntuale all’appuntamento. I nostri crononauti mi hanno invitato a salire a bordo per un viaggio che apparentemente non ha bisogno se non di un abbonamento per le linee dell’ATM. «Errore, ragazzo», ha obiettato Alessandro Cremonesi sorseggiando una birra ghiacciata. «Vai dal tuo fidato rigattiere e chiedigli la macchina di Wells, perché qui si parte! Farai la conoscenza, ad esempio, del Barone di Münchhausen e ti tornerà in mente il suo mondo “mal fantasticato”: isole di formaggio e mari di vino, alberi di roast-beef e gin, cavalli che ballano sui tavoli, fino al suono congelato nel corno del postiglione che si scioglie col fuoco».
Non è questo, forse, il suono dei La Crus: gelidi sintetizzatori e caldi arpeggi acustici? Il Settecento è un secolo che ben si addice alla musica dei nostri: quella sorta di eleganza attica rimasticata, il colore bandito, lo stile sobrio come la letteratura arida e delicata di Raspe o il racconto del viaggio sotterraneo di un giovane baccalauro danese.
Ordinate altre due birre, il mio ospite armeggia dentro una borsa nera e ne trae un lettore CD.
Ascolto. Si direbbero, queste canzoni, delle sonate: elaborazioni di armonie omofoniche, progressione di accordi le cui note non possiedono né una melodia né un ritmo indipendente. È tutto collegato – è una continua Arte della fuga… Una fuga pure nel tempo e nello spazio: dalla Russia e la Curlandia del 1760 si naviga fino alle gelide acque dell’Atlantico, di fronte a Nantucket: siamo nel 1851 e il capitano Ahab ci mostra la bianchezza della balena cui sta dando la caccia: «Vedrai, arriverà il tempo in cui tutti avremo paura». A bordo del Pequod, attraversiamo l’Oceano, oltrepassando le Colonne davanti a Gibilterra, ed attracchiamo al porto Saint-Tropez, quattordici anni prima che l’ex marito di BB, il miliardario Gunther Sachs, scendesse dal suo elicottero vestito da Dracula, lanciando tonnellate di rose rosse, mentre il suo rivale Gigi Rizzi – «piedi nudi, jeans, capelli al vento e via» – urlava al mondo: «Ho ventiquattro anni e Brigitte Bardot». Una ragazzina viziata, infarcita di Camus, Sartre e Rimbaud, mormora «Bonjour tristesse». Il suo nome è Françoise Quoirez, ma preferisce farsi chiamare Françoise Sagan, dalla Principessa della Recherce di Proust (ancora un tempo perduto!). Dichiara: «La tristezza mi è sempre parsa onorevole. Non conoscevo lei, ma la noia, il rimpianto, e più raramente i rimorsi. Oggi, qualcosa si ripiega su me come una seta, snervante e dolce, e mi separa dagli altri». Ed io, così, posso intonare: «Il dolore si fa amare / ed è più forte anche di ieri…».
Pago io il conto. Mi sembra il minimo: prima o poi i ragazzi si accorgeranno che il compito che mi hanno affidato – scrivere la note di copertina dell’album – è del tutto superiore alle mie forze. Come si può spiegare la musica, che è l’Arte Perfetta, l’unica in cui coincidono la forma e il contenuto? Se la poesia e le arti figurative imitano la Natura, la musica altro non è che Natura lei stessa: non ha nulla di “convenzionale”.
20 SETTEMBRE 2005, SERA. A ROMA, NEL MIO APPARTAMENTO. Quando ascolto Mauro che canta «mi confondo nei suoi gesti / e nei silenzi che fa. / Mi sorprende come sazia le mie perplessità», mi viene in mente quando Proust descrive Swann, ormai deluso nel suo amore per Odette, ascoltare ancora una volta quella sonata di Vinteuil che era stata l’inno del loro amore e rendersi conto, infine, che «quell’impressione di dolcezza ritratta in sé e freddolosa (...) era dovuta al lieve spazio fra le cinque note che la componevano». Il Tempo Perduto non è solo una questione cronometrica, ma è pure il tempo della musica, il silenzio che infila le note di una canzone come tante perline colorate: e i La Crus, questo tempo sanno dilatare fino a spaventarci. C’è nel silenzio qualcosa di violento, qualcosa che va al di là dei pur riconoscibili sentimenti di impotenza e di paura che questa sottospecie del nulla stimola in noi. Parlo di quei «sovrumani silenzi», quelli in cui «per poco il cor non si spaura», così simili all’ignoto, all’eterno, in breve alla morte. Calvino esorcizza questo incubo sotterraneo con l’idea secondo cui anche il silenzio è una forma del linguaggio.
Ecco che allora i silenzi di cui le canzoni dei La Crus sono interpunte vanno a costituire altri approdi nel lungo viaggio spaziotemporale cui mi hanno invitato. La loro indeterminatezza – il loro apparente non esserci – modifica l’esistente.
Il silenzio è dunque un buco nero? una delle prove inconfutabili del fatto che il mondo non esiste? I La Crus cantano: «Mondo, sii buono, ti prego, esisti buonamente», parafrasando due versi di Zanzotto: «Mondo, sii, e buono; /esisti buonamente». Il riferimento al folle Barone di herr Raspe rimanda ancora alla poesia Al mondo dell’illustre trevigiano, che in un’intervista ebbe modo di chiarire: «Si è nel labirinto, si é “qui” per tentare di sapere da che parte si entra e si esce o si vola fuori. Per creare una prospettiva. Ciò avviene appunto nella tensione al linguaggio, nella poesia, nell'espressione. È il “sublime” e ridicolo destino di Munchhausen che si toglie dalla palude tirandosi per i capelli. Noi siamo Munchhausen, lo è la realtà...».
«Soltanto il sogno ti dà infinite possibilità» cantano i La Crus. È ciò che sperimentiamo quando ogni mattina ci svegliamo «giudiziosi dopo essere passati attraverso le zone d’ombra e i labirinti dei sogni», per dirla con Groussac. Abbiamo l’impressione che tra il mondo della veglia e quello del sonno vi sia una sfasatura, quasi fossero due mondi separati che si guardano l’un l’altro attraverso una lente sfocata. Così, se noi possiamo sognare di essere uno scarafaggio, non potrebbe darsi che quando ci crediamo svegli siamo in verità uno scarafaggio che sogna di essere noi? Lo dice, con una metafora, Shakespeare: «Siamo fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni». Nulla ci vieta di postulare l’esistenza di un unico sognatore: Dio, e che, conseguentemente, egli non abbia fatto l’Universo, ma l’abbia semplicemente sognato.
I viaggi cui ci sottopone Infinite possibilità sono dunque delle piccole chimere inscritte nel gigantesco sogno da cui sono partoriti la luce e l’ombra, gli animali e il firmamento?
21 SETTEMBRE 2005, MATTINA. SEMPRE A CASA MIA. Ascolto un brano del disco, Buongiorno tristezza. Molto appropriato al momento. I La Crus continuano a portarmi a spasso nel tempo e nello spazio. Ora siamo nel 1955, e più precisamente il 29 gennaio, quando al Casinò di Sanremo cantavamo «buongiorno tristezza, / amica della mia malinconia!» assieme a Claudio Villa – o meglio, assieme a un giradischi che suonava la canzone dal palco vuoto, visto che il Reuccio aveva dato forfait alla serata finale del Festival per il riacutizzarsi di una bronchite. Fu il primo caso di playback nella nostra storia musicale.
Squilla il telefono. Rispondo. È Cremonesi: «Ma quell’e-mail che mi hai mandato ieri sera, cos’è? Non mi dirai mica che sono le note di copertina, vero? »
«Be’…».
«Sentimi bene: è un disco, se non te ne sei reso conto. Mica la Treccani».
Provo a spiegargli che non è colpa mia, che sono stato suggestionato, che per di più non è un buon momento per me – qualcosa che ha a che vedere con l’horror vacui che mi prende davanti alla pagina bianca – e che, più in generale, non bisognerebbe mai fidarsi degli scrittori, soprattutto di uno che parla del suo unico romanzo come di “un poema eroicomico in prosa”. «E poi», gli dico, «a proposito della natura del Tempo, esiste un’ulteriore possibilità – visto che me le avete prospettate tutte – secondo cui il tempo è plurimo e ramificato e perciò ogni presente si biforca in due futuri e questi a loro volta in altri due e così all’infinito… “Guarda che non è fantascienza!”
Secondo la meccanica quantistica, la nostra stessa realtà potrebbe sdoppiarsi ogniqualvolta una particella ha la possibilità di comportarsi in modi diversi, dando vita a due universi paralleli che a loro volta si sdoppieranno ognuno in altri due universi, e così via. Questo scenario allucinante è, finora, lo zenith del ridimensionamento che attraverso i millenni la nostra presunzione ha dovuto subire: da un sistema geocentrico siamo passati ad uno eliocentrico; poi abbiamo saputo che il nostro Sole è una delle miriadi di stelle simili della nostra galassia; e che anche quest’ultima non è che una pagliuzza dell’universo. Presto, dovremmo forse accettare di non appartenere all’unico universo esistente».
«Ecco, facciamo così», mi sento rispondere. «Questo pezzo lo destiniamo all’universo parallelo in basso a sinistra. Ora vedi di scrivere qualcosa di sensato per quello sul quale un disco non è l’alambicco di un apprendista stregone».
Posted by Leonardo Colombati at 18:15 | Comments (0)
