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05.12.05
Infinite possibilità - Il testo

INFINITE POSSIBILITÀ
(ovvero, Del Tempo Reversibile)
di Leonardo Colombati
[Questo mio testo è stato inserito nel libretto di copertina dell'album Infinite possibilità dei La Crus]
INFINITE POSSIBILITA’. Una di esse ( visto che le si contemplano tutte) è quella di viaggiare nel tempo, malgrado il caro Philip Dick abbia acutamente argomentato come ciò sia perlomeno improbabile, visto che nessuno, ad oggi, ci è venuto a trovare dal futuro. Ma questo è il bello dell’arte: “ infinite possibilità “ e “nessuna regola prestabilita “.
15 SETTEMBRE 2005, POMERIGGIO. AUTOSTRADA DEL SOLE. Automobili come nere pinne di delfino profilate nell’oceano luccicante, quando di schianto l’estate finisce in un parossismo di desiderio e il tempo trascorso nell’intenzione di prendersi una vacanza si mostra al ricordo come niente più che un lapsus fatto di sole alle otto di sera, salsedine e inedia. La nuova stagione colpisce la rètina lasciandoci appiccicato un senso di piscina vuota con foglie arrugginite sul fondo.
La schiena appoggiata al vetro, non guardo più il traffico che scorre sotto l’autogrill. Sfoglio il giornale. Secondo l’International Atomic Energy Agency, la capacità produttiva dei reattori nucleari quadruplicherà entro il 2050. Quando ero nel bel mezzo dell’adolescenza, mi ossessionavano soprattutto la pop music e la Guerra Fredda. In una canzone degli Ultravox, un uomo diceva tra sé e sé: “Sono le cinque e sto guidando verso casa. È difficile credere che questi sono i miei ultimi minuti. L’uomo alla radio continua ad urlare: ‘È finita, è finita!’”. E Morrisey cantava che quando cadrà la bomba “ogni giorno sarà come una domenica; ogni giorno sarà grigio e silenzioso”.
Mi hanno insegnato che «in principio Dio creò il cielo e la terra» e disse «“Sia la luce!”. E la luce fu». Secondo una diversa ricostruzione, venti miliardi di anni fa una grande esplosione ha lasciato un’eco sotto forma di radiazione fossile a -270 °C; 10-36 secondi dopo il big bang, si formarono le prime particelle e iniziò una fase di espansione violenta. Questo, nulla di più, sappiamo sull’inizio del mondo. Quanto alla fine, brancoliamo nel buio.
Secondo un’altra ipotesi, l’universo, raggiunta la sua massima espansione, si ricontrarrà. È negli scritti di Platone, Cicerone e Nietzsche, tra gli altri, la suggestione che tale processo sia ciclico. Nel 1611 Lucilio Vianini scrisse: «Di nuovo Achille andrà a Troia» ed anche: «Nulla c’è adesso che non sia stato».
In una notte d’autunno del 1883 Nietzsche si chiese se quella luna e quel ragno che lentamente si trascinava nella sua luce, ed egli stesso, non fossero già concisi nel passato. Marco Aurelio lo aveva già detto: «Chi ha visto il presente ha visto tutte le cose: quelle che furono nell’insondabile passato, quelle che saranno nel futuro (Pensieri, libro VI, 37)». Borges, nella parte della sua Storia dell’eternità intitolata Il tempo circolare ipotizza cicli simili, ma non identici: «Penso ai giorni e alle notti di Brama; ai periodi il cui immobile orologio è una piramide, molto lentamente logorata dall’ala di un uccello, che ogni mille e un anno la sfiora; agli uomini di Esiodo, i quali degenerano dall’oro sino al ferro; al mondo di Eraclito, che è generato dal fuoco e che il fuoco ciclicamente divora…».
Di nuovo Hitler invaderà la Polonia, di nuovo Cristo morirà sulla croce, di nuovo sapremo il mondo come un’ostrica, racchiusa in un solido firmamento circondato dall’acqua. Il cosmo sarà senza fine e pulserà di continuo.
15 SETTEMBRE 2005, SERA. BAR LA BELLA AURORA, MILANO. Sono arrivato puntuale all’appuntamento. I nostri crononauti mi hanno invitato a salire a bordo per un viaggio che apparentemente non ha bisogno se non di un abbonamento per le linee dell’ATM. «Errore, ragazzo», ha obiettato Alessandro Cremonesi sorseggiando una birra ghiacciata. «Vai dal tuo fidato rigattiere e chiedigli la macchina di Wells, perché qui si parte! Farai la conoscenza, ad esempio, del Barone di Münchhausen e ti tornerà in mente il suo mondo “mal fantasticato”: isole di formaggio e mari di vino, alberi di roast-beef e gin, cavalli che ballano sui tavoli, fino al suono congelato nel corno del postiglione che si scioglie col fuoco».
Non è questo, forse, il suono dei La Crus: gelidi sintetizzatori e caldi arpeggi acustici? Il Settecento è un secolo che ben si addice alla musica dei nostri: quella sorta di eleganza attica rimasticata, il colore bandito, lo stile sobrio come la letteratura arida e delicata di Raspe o il racconto del viaggio sotterraneo di un giovane baccalauro danese.
Ordinate altre due birre, il mio ospite armeggia dentro una borsa nera e ne trae un lettore CD.
Ascolto. Si direbbero, queste canzoni, delle sonate: elaborazioni di armonie omofoniche, progressione di accordi le cui note non possiedono né una melodia né un ritmo indipendente. È tutto collegato – è una continua Arte della fuga… Una fuga pure nel tempo e nello spazio: dalla Russia e la Curlandia del 1760 si naviga fino alle gelide acque dell’Atlantico, di fronte a Nantucket: siamo nel 1851 e il capitano Ahab ci mostra la bianchezza della balena cui sta dando la caccia: «Vedrai, arriverà il tempo in cui tutti avremo paura». A bordo del Pequod, attraversiamo l’Oceano, oltrepassando le Colonne davanti a Gibilterra, ed attracchiamo al porto Saint-Tropez, quattordici anni prima che l’ex marito di BB, il miliardario Gunther Sachs, scendesse dal suo elicottero vestito da Dracula, lanciando tonnellate di rose rosse, mentre il suo rivale Gigi Rizzi – «piedi nudi, jeans, capelli al vento e via» – urlava al mondo: «Ho ventiquattro anni e Brigitte Bardot». Una ragazzina viziata, infarcita di Camus, Sartre e Rimbaud, mormora «Bonjour tristesse». Il suo nome è Françoise Quoirez, ma preferisce farsi chiamare Françoise Sagan, dalla Principessa della Recherce di Proust (ancora un tempo perduto!). Dichiara: «La tristezza mi è sempre parsa onorevole. Non conoscevo lei, ma la noia, il rimpianto, e più raramente i rimorsi. Oggi, qualcosa si ripiega su me come una seta, snervante e dolce, e mi separa dagli altri». Ed io, così, posso intonare: «Il dolore si fa amare / ed è più forte anche di ieri…».
Pago io il conto. Mi sembra il minimo: prima o poi i ragazzi si accorgeranno che il compito che mi hanno affidato – scrivere la note di copertina dell’album – è del tutto superiore alle mie forze. Come si può spiegare la musica, che è l’Arte Perfetta, l’unica in cui coincidono la forma e il contenuto? Se la poesia e le arti figurative imitano la Natura, la musica altro non è che Natura lei stessa: non ha nulla di “convenzionale”.
20 SETTEMBRE 2005, SERA. A ROMA, NEL MIO APPARTAMENTO. Quando ascolto Mauro che canta «mi confondo nei suoi gesti / e nei silenzi che fa. / Mi sorprende come sazia le mie perplessità», mi viene in mente quando Proust descrive Swann, ormai deluso nel suo amore per Odette, ascoltare ancora una volta quella sonata di Vinteuil che era stata l’inno del loro amore e rendersi conto, infine, che «quell’impressione di dolcezza ritratta in sé e freddolosa (...) era dovuta al lieve spazio fra le cinque note che la componevano». Il Tempo Perduto non è solo una questione cronometrica, ma è pure il tempo della musica, il silenzio che infila le note di una canzone come tante perline colorate: e i La Crus, questo tempo sanno dilatare fino a spaventarci. C’è nel silenzio qualcosa di violento, qualcosa che va al di là dei pur riconoscibili sentimenti di impotenza e di paura che questa sottospecie del nulla stimola in noi. Parlo di quei «sovrumani silenzi», quelli in cui «per poco il cor non si spaura», così simili all’ignoto, all’eterno, in breve alla morte. Calvino esorcizza questo incubo sotterraneo con l’idea secondo cui anche il silenzio è una forma del linguaggio.
Ecco che allora i silenzi di cui le canzoni dei La Crus sono interpunte vanno a costituire altri approdi nel lungo viaggio spaziotemporale cui mi hanno invitato. La loro indeterminatezza – il loro apparente non esserci – modifica l’esistente.
Il silenzio è dunque un buco nero? una delle prove inconfutabili del fatto che il mondo non esiste? I La Crus cantano: «Mondo, sii buono, ti prego, esisti buonamente», parafrasando due versi di Zanzotto: «Mondo, sii, e buono; /esisti buonamente». Il riferimento al folle Barone di herr Raspe rimanda ancora alla poesia Al mondo dell’illustre trevigiano, che in un’intervista ebbe modo di chiarire: «Si è nel labirinto, si é “qui” per tentare di sapere da che parte si entra e si esce o si vola fuori. Per creare una prospettiva. Ciò avviene appunto nella tensione al linguaggio, nella poesia, nell'espressione. È il “sublime” e ridicolo destino di Munchhausen che si toglie dalla palude tirandosi per i capelli. Noi siamo Munchhausen, lo è la realtà...».
«Soltanto il sogno ti dà infinite possibilità» cantano i La Crus. È ciò che sperimentiamo quando ogni mattina ci svegliamo «giudiziosi dopo essere passati attraverso le zone d’ombra e i labirinti dei sogni», per dirla con Groussac. Abbiamo l’impressione che tra il mondo della veglia e quello del sonno vi sia una sfasatura, quasi fossero due mondi separati che si guardano l’un l’altro attraverso una lente sfocata. Così, se noi possiamo sognare di essere uno scarafaggio, non potrebbe darsi che quando ci crediamo svegli siamo in verità uno scarafaggio che sogna di essere noi? Lo dice, con una metafora, Shakespeare: «Siamo fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni». Nulla ci vieta di postulare l’esistenza di un unico sognatore: Dio, e che, conseguentemente, egli non abbia fatto l’Universo, ma l’abbia semplicemente sognato.
I viaggi cui ci sottopone Infinite possibilità sono dunque delle piccole chimere inscritte nel gigantesco sogno da cui sono partoriti la luce e l’ombra, gli animali e il firmamento?
21 SETTEMBRE 2005, MATTINA. SEMPRE A CASA MIA. Ascolto un brano del disco, Buongiorno tristezza. Molto appropriato al momento. I La Crus continuano a portarmi a spasso nel tempo e nello spazio. Ora siamo nel 1955, e più precisamente il 29 gennaio, quando al Casinò di Sanremo cantavamo «buongiorno tristezza, / amica della mia malinconia!» assieme a Claudio Villa – o meglio, assieme a un giradischi che suonava la canzone dal palco vuoto, visto che il Reuccio aveva dato forfait alla serata finale del Festival per il riacutizzarsi di una bronchite. Fu il primo caso di playback nella nostra storia musicale.
Squilla il telefono. Rispondo. È Cremonesi: «Ma quell’e-mail che mi hai mandato ieri sera, cos’è? Non mi dirai mica che sono le note di copertina, vero? »
«Be’…».
«Sentimi bene: è un disco, se non te ne sei reso conto. Mica la Treccani».
Provo a spiegargli che non è colpa mia, che sono stato suggestionato, che per di più non è un buon momento per me – qualcosa che ha a che vedere con l’horror vacui che mi prende davanti alla pagina bianca – e che, più in generale, non bisognerebbe mai fidarsi degli scrittori, soprattutto di uno che parla del suo unico romanzo come di “un poema eroicomico in prosa”. «E poi», gli dico, «a proposito della natura del Tempo, esiste un’ulteriore possibilità – visto che me le avete prospettate tutte – secondo cui il tempo è plurimo e ramificato e perciò ogni presente si biforca in due futuri e questi a loro volta in altri due e così all’infinito… “Guarda che non è fantascienza!”
Secondo la meccanica quantistica, la nostra stessa realtà potrebbe sdoppiarsi ogniqualvolta una particella ha la possibilità di comportarsi in modi diversi, dando vita a due universi paralleli che a loro volta si sdoppieranno ognuno in altri due universi, e così via. Questo scenario allucinante è, finora, lo zenith del ridimensionamento che attraverso i millenni la nostra presunzione ha dovuto subire: da un sistema geocentrico siamo passati ad uno eliocentrico; poi abbiamo saputo che il nostro Sole è una delle miriadi di stelle simili della nostra galassia; e che anche quest’ultima non è che una pagliuzza dell’universo. Presto, dovremmo forse accettare di non appartenere all’unico universo esistente».
«Ecco, facciamo così», mi sento rispondere. «Questo pezzo lo destiniamo all’universo parallelo in basso a sinistra. Ora vedi di scrivere qualcosa di sensato per quello sul quale un disco non è l’alambicco di un apprendista stregone».
Posted by Leonardo Colombati at 05.12.05 18:15