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24.01.06
1,99
Su E-Bay è in vendita una copia di Perceber a Euro 1,99 + 2,00 di spedizione.
Posted by Leonardo Colombati at 15:11 | Comments (10)
Via satellite
Mercoledì, 25 gennaio, h 16
Leonardo Colombati sarà ospite della trasmissione radiofonica Wherever you may be ("Ovunque voi siate"), trasmessa in tutto il mondo da Rai International.
Si parlerà - in inglese (!?!) - di Perceber, di Medicine Show, di Mina, di Petrolini, di Battisti e dei La Crus.
Posted by Leonardo Colombati at 10:30 | Comments (0)
20.01.06
Alla radio, in Puglia
Domenica, 22 gennaio, h 16:30
Leonardo Colombati è ospite di Grafite, rivista radiofonica di musica e letteratura, a cura dell’Associazione di promozione sociale Punto A Capo.
Si parlerà di musica, e i particolare del Medicine Show, dei La Crus, delle influenze musicali in Perceber e... ovviamente, di Springsteen.
Frequenze:
Taranto città, provincia nord ovest di TA e Brindisi Jonica: 107.300 MHz;
Provincia est di TA e Brindisi: 98.000 MHz;
Lecce Città: 95.100 MHz;
Salento: 102.000 - 98.300 - 94.100 MHz.
Posted by Leonardo Colombati at 15:53 | Comments (3)
19.01.06
Americana 17 & 18
Posted by Leonardo Colombati at 15:23 | Comments (4)
Americana 15 & 16
Posted by Leonardo Colombati at 15:17 | Comments (0)
Americana 13 & 14
Posted by Leonardo Colombati at 14:35 | Comments (0)
Americana 11 & 12
Posted by Leonardo Colombati at 14:13 | Comments (0)
Americana 9 & 10
Posted by Leonardo Colombati at 09:46 | Comments (6)
Americana 7 & 8
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18.01.06
Americana 5 & 6
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Americana 3 & 4
Posted by Leonardo Colombati at 15:07 | Comments (0)
Americana 1 & 2
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17.01.06
1906 - 2006
Posted by Leonardo Colombati at 10:57 | Comments (0)
Metti una sera in pubblico
di Gian Paolo Serino
[Articolo pubblicato oggi su Il Giornale]
Da intere scolaresche che si danno alla fuga alla consegna di premi improbabili; da richieste di autografi su libri di altri ad autori che si preparano ad affrontare il pubblico leggendo prima i propri versi ad anatre e cigni. Anche per gli scrittori italiani «le umiliazioni non finiscono mai» (titolo dell'omonimo libro recentemente uscito da Guanda, a cura di Robin Robertson): a volte, infatti, le presentazioni librarie si possono trasformare in veri e propri incubi o in situazioni al limite dell'imbarazzante. E se nei Paesi anglosassoni le figuracce d'autore raccontano il lato tragicomico del successo letterario, anche in Italia scrittori e lettori si contendono l'inconfessabile.
Tiziano Scarpa, ad esempio, recentemente invitato in Sicilia per leggere dei passi del suo ultimo Groppi d'amore nella scuraglia si è trovato in una scuola in festa per il suo arrivo. Peccato che durante il breve tragitto dalla scuola al teatrino dove era organizzato l'incontro su duecento studenti ne siano rimasti una decina. Gli altri? Dopo la simulazione di gioia si sono dati allegramente alla macchia: primo caso di «fuitina letteraria»?.
E sempre in Sicilia, a Mazara del Vallo, Maurizio Maggiani, vincitore dell'ultimo Premio Strega, invece di presenziare alla presentazione del suo libro si è visto consegnare «Il peschereccio d'oro»: il previsto reading si è trasformato in un imbarazzante show con ballerine scosciate e il riconoscimento consegnato da un sempreverde Daniele Piombi. «Sono stato comunque felice per il pensiero - racconta con un velo d'ironia lo scrittore -. Non è stata certo un'umiliazione. In otto anni ho partecipato a più di 450 presentazioni e devo ammettere che il fastidio maggiore è sempre quando a presentarmi sono sindaci o assessori alla cultura. Non so perché, ma storpiano sempre il mio nome: nelle diverse occasioni divento Baggiani, Maggioni, Maggini. Anche se la sofferenza maggiore l'ho provata ai tempi dell'uscita de Il coraggio del pettirosso: quel titolo non entrava proprio nella testa dei presentatori. In un paese del Veneto è diventato addirittura “Il coraggio del passerotto”: voglio dire il pettirosso ha una sua dignità, ma il passerotto mi ha dato proprio la sensazione della sconfitta».
Leonardo Colombati, autore di Perceber, uno dei romanzi rivelazione di questa stagione letteraria, ricorderà sempre la sua prima presentazione a Roma: «Una signora mi sottopose a una raffica di domande sul perché nel libro parlassi di un uomo a cui viene amputata una gamba. Solo quando replicai acidamente alla sua ultima osservazione e la vidi prendere il cappotto, la borsetta e una stampella per andar via piccata, scoprii che aveva una protesi di legno».
E Alessandro Piperno, caso letterario dell'anno con il suo Con le peggiori intenzioni, racconta di quando «un signore mi ha avvicinato dicendo che gli avevo cambiato la vita. Poi mi ha dato il libro perché lo firmassi e il libro non era mio».
Un caso simile vissuto anche da Marco Vichi, lo scrittore fiorentino che con le storie del suo commissario Bordelli ha dato nuova linfa al genere giallo: «Era stato da poco pubblicato il mio primo romanzo, L'inquilino. Mi avevano chiesto di fare un incontro in un bar di Fiesole, alle 19.30. Pioveva. Arrivai verso le 19. Non c'era nessuno, a parte il barista e la persona che mi aveva invitato. Alle 19.28 entrò un signore chiudendo un ombrello gocciolante di pioggia, attraversò il bar, chiese un caffè, poi prese la tazzina e andò a sedersi nel tavolino di fronte al nostro. La donna guardò l'ora e disse che si poteva cominciare. Disse il mio nome e il titolo del libro, poi parlò un po' della trama del romanzo e alla fine mi fece una domanda. L'uomo seduto davanti a noi mi guardava in modo strano. Alla fine si alzò in piedi e disse: “Scusate, sono venuto qua perché ho letto che Marco Vichi presentava il suo libro... ma credevo che fosse un altro Marco Vichi, un mio amico. Ci dev'essere un caso di omonimia. Arrivederci”».
Linciaggio emotivo, invece, per Tommaso Pincio: «È successo al Festival della Letteratura di Mantova. Presentavo il mio romanzo, Un amore dell'altro mondo, che parla di Kurt Cobain. A me sembrava una storia toccante ma siccome c'erano anche delle scene estreme arrivato il fatidico momento delle domande del pubblico, una ragazza si alza e mi dice: “Ma non ti vergogni a raccontare certe cose? Che esempio dai ai giovani?”. Confesso che non mi ero mai posto il problema, la letteratura abbonda di scrittori il cui stile di vita è ben peggiore del mio, ma in quella circostanza mi sentii un po' in imbarazzo perché la sala era piena di giovani, seppur fanatici di una rockstar maledetta».
Marco Mancassola, da poco in libreria con l'ottimo Il ventisettesimo anno, ricorda invece una serata milanese particolarmente pungente: «Gli organizzatori mi invitano a un incontro insieme a Joe Lansdale. Una serata infernale: ci sono migliaia di zanzare e le luci le attirano sul palco. A un certo punto io e Lansdale scambiamo qualche battuta, faccio per girarmi verso di lui, e allora vedo: ha la faccia letteralmente coperta di zanzare. Raccapricciante. Non ha battuto ciglio».
Enrico Remmert e Luca Ragagnin, autori di Elogio della sbronza consapevole, giunto in pochi mesi alla terza ristampa, sono una fonte inesauribile di aneddoti. Lo «sbronza tour», come lo chiamano, li ha portati in giro per tutta Italia. Solo pochi giorni fa, in un paesino sul Lago D'Iseo, hanno iniziato a leggere i propri versi. Non al pubblico, ma dal pontile davanti a oche e a anatre. «Successo - dicono - assicurato».
Valeria Parrella, altra rivelazione di quest'anno con Per grazia ricevuta, si è ritrovata in un paese sui colli romani che organizzava una serata culturale: «Su un palco eravamo io, la mia pila di libri, una pornostar di Tinto Brass, due giocolieri che facevano cadere continuamente le torce a pochissimi centimetri dai volumi, tutti intervistati da un dj che ci chiedeva di descrivere i nostri libri su tre parole chiave tipo: gioco, sesso e birra».
Da brividi, invece, o meglio «da paura» la storia raccontata da Carlo Lucarelli: «Nel mio romanzo Febbre gialla dovevo inserire una frase in cinese. Non conoscendo gli ideogrammi mi sono affidato agli editor della casa editrice chiedendo una traduzione più vicina al mio pensiero. Il libro è stato pubblicato e tutto sembrava andare per il meglio. Un anno dopo ero in una scuola media e una bambina cinese a un certo punto alza la mano e mi chiede: ma cosa c'entra la pubblicità dei trattori con la trama del libro? Il mio editor era andato in internet e aveva scaricato la prima frase in cinese che aveva trovato: quella che, appunto, pubblicizzava la forza motrice di un trattore made in China».
Posted by Leonardo Colombati at 10:05 | Comments (1)
10.01.06
Una buona notizia
L'archivio de I Miserabili, la fantastica e-zine letteraria di Giuseppe Genna, è di nuovo consultabile. Dal mazzo, oggi ho scelto questo pezzo.
Posted by Leonardo Colombati at 18:35 | Comments (0)
Click. E Google spense la memoria
di Leonardo Colombati
[Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Giornale]
Per Natale, il mio amico Giulio Mozzi mi ha fatto un bel regalo: la seconda edizione de L’arte della memoria di Tito Aurelj, pubblicata da Carlo Voghera in Roma nel 1905. Oltre ad estenuanti tavole e vocabolari che servono per apprendere l’arte “la più facile che esista”, il volume presenta anche una sezione storica, in cui può leggersi, ad esempio, di quando il poeta greco Simonide (556-468 a.C.) fu invitato un giorno ad un convivio ed era ancora all’esterno della casa quando il pavimento della mensa crollò. Alcuni convitati si precipitarono fuori, scampando così alla rovina, e subito iniziarono a domandarsi chi fosse rimasto schiacciato all’interno. Al che, Simonide, iniziò a far la lista con tale precisione che in molti si meravigliarono, come pure lui stesso. Capì che aveva ricordato quei nomi, associando ad ognuno di essi un volto, e ad ogni volto il suo posto alla tavola. Fu per questo che Cicerone, nel De oratore, parlò di lui come dell’inventore dell’arte del ricordare, la mnemotecnica. Anche Quintiliano gli rese omaggio per lo stesso motivo, mentre Plinio narra di come Ciro sapesse il nome di ciascun soldato della sua armata, mentre di Cesare racconta che conosceva i nomi di tutto il popolo romano.
Altri prodigiosi “ricordatori” dell’antichità furono Mitridate, Artaserse, il console romano Ortensio e pure quel Carneade che Don Abbondio mostra di non conoscere ne I promessi sposi, e che invece fu filosofo e ambasciatore di Atene a Roma, e pure così eloquente che Catone il Censore lo rimandò indietro perché quando parlava sapeva confondere il vero ed il falso; pare che riuscisse ripetere a memoria ogni volume, come se lo leggesse. Nel 1482, poi, Pubblicio stampò una Ars memorativa in cui, oltre a riprendere la topologia di Simonide, spiegò una nuova tecnica, la simbolica, per cui ad ogni idea può essere ricondotto un segno, o simbolo, “per analogia o anche per convenienza”. Nel De memoria et reminiscentia, ad esempio, si associava il sistema dei casi grammaticali a parti del corpo umano – così, dunque, il nominativo era associato alla testa, l’accusativo al petto che può ricevere colpi, il genitivo alle mani, che posseggono od offrono, e così via – mentre nell’Ad Herennium si immaginavano i testicoli del caprone per ricordare la parola “testimoni”, secondo un’associazione puramente etimologica.
* * *
Il giorno della Befana, al mattino, dopo aver dato le calze ai miei due bambini, ho aperto il manuale mnemotecnica al Titolo 7: Ricordare le 12 costellazioni, dove l’Aurelj suggerisce questa frase: “Ritorce ai Can le verghe; e li corpi li gitta a capo giù in acqua ai pesci”, e spiega: “Quel ri è la seconda sillaba di Ariete, tor ci dice il Toro, e ce i Gemelli, can il Cancro, le il Leone, verghe la Vergine, li la Libra, corpi lo Scorpione, gitta il Sagittario, capo il Capricorno, e pesci i Pesci”.
Senza neppure tentare di mandar giù a memoria il trucco, ho chiuso L’arte della memoria e ho preso il Corriere della Sera: nella prima pagina della Cultura c’era un articolo di Massimo Gaggi intitolato E Google creò un mondo senza libri. Pare che i fondatori del motore di ricerca più utilizzato, Larry Page e Sergey Brin, abbiano intenzione di convertire in files scaricabili tutti i libri del mondo, per costituire una vera e propria libreria universale. Che questo obiettivo sia o meno raggiungibile, è comunque evidente come i vari Google, Yahoo e Msn abbiano modificato il nostro approccio al sapere, tanto che nell’articolo, lo stesso Gaggi si chiede se i motori di ricerca “non uccideranno la memoria. (…) Perché assoggettarsi alle fatiche dello studio, perché passare ore e ore a memorizzare dati quando, digitando una o due parole, possiamo ricostruire qualunque nozione, dalla data della battaglia di Austerlitz ai passi salienti del Riccardo III, al tempo che farà dopodomani in Nuova Zelanda?”.
Letto il pezzo, mi è venuta subito voglia di aprire il computer, andare su Google, e digitare “costellazioni”. Il primo risultato è stato un link al sito www.pd.astro.it, dove però ho trovato una “lista delle 88 costellazioni”, dove c’erano pure la Lepre, Andromeda, il Leone Minore, la Chioma di Berenice e la Macchina Pneumatica. Ma io volevo sapere soltanto il nome delle costellazioni dello Zodiaco! Così ho digitato “12 costellazioni” e il primo sito suggeritomi da Google è stato www.lunario.com, dove finalmente ho trovato l’elenco che cercavo, da Ariete a Pesci. Ma chi mi garantisce che quell’elenco è esatto? Chi si cela sotto il nome di "lunariopuntocom"? un astrofisico, una maga, un burlone… magari uno smemorato? Se la mia fonte è un libro, posso dire di dormire sonni relativamente tranquilli: il nome e le notizie biografiche dell’autore di un testo di fisica, e soprattutto l’editore che lo ha pubblicato, possono offrirmi delle garanzie immensamente superiori a quelle di internet.
Il vero problema, però, è un altro. Fino all’avvento dei motori di ricerca sul web, avevo soltanto due modi per ottenere l’elenco delle dodici costellazioni: spulciare un libro oppure ricordarmi l’elenco (magari con un trucco mnemonico, come quello suggerito dall’Aurelj). Se stavo scrivendo un racconto o un articolo e quell’elenco mi serviva, avrei potuto alzarmi dalla scrivania e consultare l’enciclopedia. Per informazioni così semplici, però, la memoria era una scorciatoia, pur cui non avrei dovuto abbandonare la sedia. Ma oggi? Basta un clic, e via… La memoria non mi serve più.
* * *
Per i Greci, la personificazione della memoria era Mnemonide, che secondo Esiodo (Teogonia) partorì le Muse, “oblìo dei mali e tregua alle cure. Per nove notti ad essa si unì il prudente Zeus, lungi dai mortali”. La memoria era dunque la madre delle Arti. Ecco che per uno scrittore, l’utilizzo di Google configurerebbe un matricidio.
Secondo il Manzoni, in quel fatidico 5 maggio del 1821, la spoglia di Napoleone stette immemore: ciò che d’irrecuperabile v’era nella morte, per l’Imperatore, era il ricordo della sua straordinaria esistenza. Per noi, invece, il Lete – il fiume “che toglie altrui memoria del peccato” (Purgatorio, XXVIII, 128) – scorre su uno schermo dietro il quale i nuovi Demiurghi ci promettono una mnemotecnica che come quelle rinascimentali si presenta come silloge della sapienza cosmica; solo più facile e immediata. Ma cosa succederà quando non ricorderò nemmeno la parola giusta da immettere nel mio motore di ricerca? A cosa mi servirà il computer quando avrò dimenticato, semplicemente, la parola “costellazioni”?
Posted by Leonardo Colombati at 09:35 | Comments (6)
09.01.06
La veste gialla / 2
Posted by Leonardo Colombati at 10:52 | Comments (0)
07.01.06
La veste gialla
Su Vibrisse è stato pubblicata una mia Replica ad un articolo di Antonio Spadaro in cui l'autore auspicava in letteratura "uno sguardo fresco sulla realtà".
Posted by Leonardo Colombati at 13:46 | Comments (0)
03.01.06
Sindrome del capolavoro: vedi Leo Colombati
di Massimiliano Parente
[Questa non-recensione di Perceber è uscita sull'ultimo numero de Il Domenicale (sabato 31 dicembre 2005), all'interno di uno "Scaffale dei libri persi" in cui il settimanale di Marcello Dell'Utri ha sistemato 100 volumi che non sono stati giudicati meritevoli di una recensione durante l'anno appena trascorso. Con questo numero speciale hanno voluto ovviare, stroncandoli tutti e 100.]
Non ho recensito Perceber, il romanzo fluviale, barocco, monumentale di Leonardo Colombati nè per colpa del mio amico Colombati nè per colpa del mio amico Giulio Mozzi ma a cusa degli altri. A cominciare dalla presentazione del libro a Roma, alla quale volenterosamente mi sono recato confondendomi tra le signore impellicciate, dove Alessandro Piperno presentava Colombati come Colombati aveva presentato Piperno e, a sovraintendere i lavori, Enzo Siciliano.
Inoltre non ne capisco granché di cabala né di cosmogonia ebraica. In compenso, poiché, mentre finivo di leggere lo sconfinato volume, ne avevano parlato pressoché tutti, ho ritenuto non ci fosse bisogno di me, anche se ero l'unico a poterlo recensire, ma il mio amico Giulio Mozzi e il mio amico Colombati avrebbero dovuto capirlo allineandosi alla mia battaglia contro la sciatteria del giornalismo culturale e non muovendosi allegramente sul terreno del nemico, che ti assimila solo per neutralizzarti. Pertanto se Cortellessa l'ha recensito bene per sbaglio io non potevo fare altrettando a ragione, meglio tacere a torto.
[Insomma, per essere una stroncatura, me la sono cavata con poco; e meno male. Però, muovo un appunto a Parente: quando parla del "nemico" sul cui terreno Mozzi ed io ci saremmo allegramente mossi, bé, posso solo ricordare a Massimiliano che Perceber è stato inviato, come di prammatica, a diversi critici letterari e giornalisti - lui incluso - e niente più.]
[Sulla furia iconoclasta de Il Domenicale si è soffermato pure Il Corriere della Sera del 2 gennaio, con un articolo il cui testo integrale può leggersi qui. Eccone la parte in cui si parla di Perceber:
A volte la stroncatura nasconde un giudizio positivo e il nome dell’autore serve per stigmatizzare qualcun altro (...), come nel caso di Leonardo Colombati, uno dei casi letterari del 2005. L’obiettivo qui non è il fluviale Perceber ma «la sciatteria del giornalismo culturale» e la perfidia di certa critica che «ti assimila solo per neutralizzarti». Il Domenicale per definizione è fuori dal coro e quindi non recensisce il recensitissimo Colombati, anche se gli è piaciuto.]
Posted by Leonardo Colombati at 14:03 | Comments (3)
Un torneo letterario
di Luca Canali
[Questo articolo di Luca Canali è stato pubblicato su l'Unità del 24 dicembre 2005]
OPPOSTI AUTORI
Quattro scrittori e quattro libri per un piccolo torneo letterario: Giuseppe Genna e Alessandro Piperno, Leonardo Colombati e Massimiliano Governi
Forse non dispiacerà a chi si interessi un poco di libri, leggere qualche ipotesi critica sulla cosiddetta "letteratura giovane", cioè sulla narrativa dei trenta-trentacinquenni, magari, con uno scarto cronologico, anche dell'opera di un quarantenne. Stabiliamo dunque, per comodità di esame, alcune "teste di serie" - come in un torneo sportivo - del limitato schieramento di cui trattano queste righe.
Genna vs Piperno
E cominciamo con Giuseppe Genna e Alessandro Piperno: molto prolifico il primo (sei libri in sei anni); al suo esordio nella narrativa, ma con un precedente robusto saggio su Proust, il secondo. I loro due romanzi, L'anno luce (Tropea, 2005) e Con le peggiori intenzioni (Mondadori, 2005) sono opere opposte. La prima sottesa da una religiosità che dichiara la propria "confessione" nelle ultime pagine del libro con il racconto, affanosamente parafrastico e rischiosamente vicino alla prosa ritmica e liricheggiante, della elezione di "Papa Benedetto", intesa come trionfo della certezza sulla speranza, terribile presagio, secondo me, di una storia "necessitata", cioè anancastica, o , detto con parole più chiare, della necessità storica della fede indipendente dalle "buone opere"; ma dov'è allora la pietà? E si può dire "Vi amo" senza pensare "Ho pietà di voi", quella pietà che Genna invece, in contraddizione con se stesso, dimostra nella raccapricciante descrizione della strage di foche perpetrata dai sicari al servizio del mercato delle pellicce sulle nevi del Canada?
Assolutamente laica, invece, ma senza superflue dichiarazioni d'intenti laicisti, l'"ideologia" in cui è immersa l'intera opera di Piperno, ove tutto è carnale e sensuale, anche se sofferente, ma con l'amaro conforto d'un vitalismo a volte autopunitivo, che spinge l'Autore ad "abbordare senza giudicare" l'ottusa e compiaciuta società del nenessere e del consumo con i suoi personaggi cinici o frustrati, e analizzati con uno scandaglio psicologico così minuzioso da poter apparire eccessivo se non fosse al tempo stesso quasi morbosamente avvicente. I personaggi di Genna, al contrario, sono astrazioni forti, quasi individui simbolici e nominalisti (il Mente - forse suggestione de il Merda pasoliniano -, il Faccendiere, il Profeta, il Giovane Russo, il ragazzino diciassettenne, etc.), agenti categoriali, anche se attivissimi, espressioni manageriali di una società parossisticamente competitiva nell'angoscia di un gigantesco business internazionale. V'è dunque, in Genna, un rifiuto sistematico delle descrizioni, della piscologia e del realismo tout court, compensato da un talento affabulatorio, fertilissimo, a sua volta sollecitato da una forse ossessiva laboriosità. Ma Genna e Piperno hanno almeno un paio di cose in comune: l'esuberanza dell'espressione letteraria e il ritmo quasi sempre veloce della narrazione, eccettuata l'ultima parte del romanzo di Piperno, tutta dedicata alla disperata vicenda sentimentale di Daniel, il protagonista del romanzo. Ma v'è, fra i due scrittori, un ultimo contrasto: mentre Genna è autore fondamentalmente casto - a meno che la sua castità non sia la repressione del sesso ritenuto versione "sporca" del peccato originale, quindi premessa di stupro e di suicidio (sintomatico l'episodio dei due infermieri e di Maura esangue e nuda sulla barella, e quello degli amori di Maura con il ragazzino suo alunno e imminente suicida) - Piperno è invece in continua tensione sessuale anche se parla di sesso con la stessa tormentata lucidità del suo speculare protagonista letterario.
Colombati vs Governi
Altre due "teste di serie" possono essere considerati Leonardo Colombati e Massimiliano Governi. Colombati, anche lui esordiente con il romanzo-zibaldone Perceber (Sironi, 2005), ma anche autore di interessanti saggi critico-biografici, e Governi con il recentissimo, esile, ma eccellente, libro di racconti Parassiti (Einaudi Stile Libero, 2005), sono narratori opposti sia nella scrittura che nell'"ispirazione": il primo, ha infatti composto il suo corposo volume "per accumulazione", quasi scomparendo come artefice dell'opera, e usando i materiali più diversi e inseriti con straordinaria pazienza, e diligenza da archivista, nel contesto di una narrazione a frammenti e compartimenti stagni, che rivelano forse una vocazione di novellatore più che di romanziere; lo stile è corretto, e di rado estroso, ma forse volutamente impersonale - a parte il non gradevole abuso di iniziali maiuscole probabilmente in omaggio ad Apollinaire -, che dà risalto anche maggiore alla eterogeneità e stranezza degli inserti: articoli di vecchi giornali, un elenco di canzoni e cantanti d'epoca, incredibili vicende di una gamba amputata, imitazioni e quasi citazioni d'un Sade estremizzato nella sua nota coprofilia; tutto ciò finisce per provocare nel lettore una certa sazietà e, a volte, ripugnanza: ma se questo accadeva fra i latini persino al grande biografo Svetonio, da tutti stimato, perché non perdonarlo anche a Colombati? (che forse dovrà tuttavia ripensare al severo giudizio di Callimaco, méga biblìon, méga kakòn, "grosso libro, grosso malanno").
Parassiti di Governi è stato giudicato sommariamente una prosecuzione del passato "cannibalico" dell'Autore; al contrario, soprattutto nei primi quattro racconti (1979, Bomber, Fusi, Lo strangolino) si afferma una dolente umanità sostenuta da uno stile asciutto ed energico ma anche fantasioso, che sembra tener conto dell'idea di Pound, il quale ritenne l'arte della scrittura soprattutto capacità "di storrarre anziché di aggiungere", e applicò questa teoria al poemetto The waste land di Eliot, tagliandone via non pochi versi: tanto che Eliot stesso gliene fu grato dedicandogli l'opera come "al miglior fabbro".
Posted by Leonardo Colombati at 10:40 | Comments (1)
Le perizie di Gaddis sulla falsificabilità del mondo

di Leonardo Colombati
[Questo articolo è stato pubblicato su Il Giornale del 30 dicembre 2005]
Nel 1967, a Berkeley è appena scoppiata la rivoluzione studentesca, trasformando il fenomeno hippie in un argomento da rotocalco, mentre in Inghilterra l’Estate dell’Amore si trascina fino a quando i primi fiocchi di neve stendono un velo sulle foglie arrugginite di Hyde Park, e migliaia di ragazze in camice optical, pantaloni a vita bassa e pellicce di coniglio continuano a sognare cieli di marmellata, fiori di cellofan e facchini di plastilina con cravatte di specchio. Qui da noi, in Italia, i “capelloni” vestono ancora di nero, strimpellano alla chitarra le canzoni di De André e posano davanti ad un obiettivo inesistente, seduti sulle panchine o sulle scalinate degli atenei, compulsando avidamente Cent’anni di solitudine. Sospesa in una bolla di sapone che racchiude insieme Macondo e il Paese delle Meraviglie, la versione italica della “gioventù bellissima”, ancora ignara di quanto accadrà a Parigi da lì a cinque mesi, non può restare affascinata da un romanzo di mille pagine dal titolo così grigio, Le perizie, che Mondadori pubblica a ridosso delle festività natalizie nella collana “Nuovi Scrittori Stranieri”. Ne è autore tale William Gaddis, newyorkese classe 1922; un oscuro correttore di bozze del “New Yorker” che negli anni Quaranta, dopo essere stato espulso da Harvard, aveva preso a girovagare furiosamente tra Sudamerica, Spagna, Italia e Nordafrica, “incinto di un libro” – come avrebbe detto Henry Miller – che nei successivi vent’anni diverrà la Bibbia degli scrittori massimalisti (o postmoderni) americani, da Barth a Pynchon, da Coover a Gass.
Eppure, se si guarda quel 1967 dalla lente caleidoscopica del flower power e della psichedelia, non si capisce come mai i giovani intellettuali italiani non abbiano saputo aprire quel libro dalla copertina seriosa (con un disegno di Bosch) e tuffarsi in una scrittura mirabolante che giostra con rara maestria una cinquantina di personaggi attraverso tre continenti. Ditemi voi se c’è qualcosa di più vicino alla visionarietà del tricheco-Lennon di questa frase: “Perduta: un’ora d’oro, tempestata di sessanta minuti di diamante”. Da sola, essa brilla come un quarzo che scompone la luce nei colori di Sgt. Pepper’s…
Forse arrivava da noi fuori tempo massimo, Le perizie; che Gaddis pubblicò in America esattamente cinquant’anni fa, nel 1955. Dodici anni più tardi, mentre il libro usciva nella traduzione di Vincenzo Mantovani, John Barth parlava già di “letteratura dell’esaurimento”: se tutto è già stato scritto, l’unica possibilità rimasta allo scrittore è la parodia dei suoi grandi predecessori.
In questo senso alcuni hanno letto Le perizie: come un omaggio non troppo velato al ritratto dell’artista da giovane che Joyce fa di Stephen Dedalus. Ed in effetti, il protagonista del romanzo di Gaddis, Wyatt Gwyon, è il figlio di un pastore protestante che rifiuta di seguire le orme paterne per lanciarsi nell’avventura dell’arte; l’obiettivo è quello di ricercare con la pittura il significato e la forma del mondo: dipingere per trovare la Verità. Gwyon crede che quest’ultima risieda nella Bellezza, così come è stata interpretata dai maestri del passato; e dunque si applica a rifare i suoi modelli. Li riprodurrà con tale perizia che alcuni critici e collezionisti s’industrieranno a vendere le sue copie come originali. Gwyon, suo malgrado, diviene così un novello Pierre Menard, lo scrittore immaginato da Borges che attende all’opera ciclopica di produrre alcune pagine che coincidano – parola per parola e riga per riga – con quelle di due interi capitoli del Don Chisciotte.
Spostando il fuoco dell’ellissi da se stesso al fittizio plagiatore di maestri fiamminghi, Gaddis riesce contemporaneamente nei suoi due intenti: quello di dar prova della falsificabilità del mondo (un mondo che ricomprende pure l’arte esaurita e posticcia profetizzata da Barth) e, di contro, quello di sventagliare davanti ai nostri occhi una gigantesca ruota di pavone, dandoci un saggio definitivo d’erudizione e di stile, quale nemmeno l’allievo più promettente – Thomas Pynchon – saprà eguagliare. Le perizie è davvero un’opera-mondo, vasta come la geografia del cosmo (si va dal New England, alla Spagna, da Parigi all’Italia: Viareggio, Assisi, Roma…), infinita come la storia degli uomini. Con una capacità mimetica superiore a quella dell’eroe del suo libro, Gaddis fa scorrere sotto il rumore dolcissimo della sua prosa la letteratura sapienziale da Aristotele e T.S. Eliot, il mito da Orfeo a Faust, fino a restituirci, “laicizzata”, un’intera tradizione sacra che va dal cattolicesimo al calvinismo, passando oscuramente attraverso certi riti mitiriaci.
Per comprendere al tempo stesso la compiuta perfezione dello stile di Gaddis e la complessità allegorica della sua visione, basta leggere l’incipit, in cui viene rievocata oscuramente la White Goddess di Robert Graves: “Anche a Camilla erano piaciute le mascherate, quelle innocue dove la maschera si può gettare nel critico momento in cui si attribuisce una parvenza di realtà. Ma la processione su per il colle straniero, delimitata dai cipressi, sospinta dal monotono salmodiare del sacerdote e ritardata dalle soste alle quattordici stazioni della Croce (per non parlare del carro funebre in cui ella viaggiava, un bianco veicolo trainato da due cavalli che somigliava a una barocca bancarella di dolciumi), avrebbe forse turbato la timida espressione della sua anima, se fosse stata visibile”.
Quando uscì, in America nel 1955 e in Italia nel 1967, Le perizie ebbe una fortuna critica decisamente insufficiente; ed ancora oggi, tra tutti i grandi romanzi americani del XX secolo, è quello meno letto e considerato. Parlarne nel 2005 è un azzardo, se è vero che il capriccioso scodinzolio della moda ha temporaneamente decretato, oltreoceano, il riaffermarsi del romanzo realistico a scapito del romance (pseudo)postmoderno. Proprio mentre in Italia, con colpevole ritardo, stiamo scoprendo Barth, Pynchon e i loro nipotini (come Foster Wallace), negli Stati Uniti è in auge la linea di discendenza che da Bellow passa per Roth fino ad arrivare a Paul Auster e ad Eugenides.
Eppure ho il sospetto che quando fra mille anni vorrà leggere una saga famigliare, il pronipote dell’Uomo attiverà il microchip su cui è stato registrato I Buddenbrok, non curandosi affatto del parentame di Augie March ed Alex Portnoy. E se ancora avrà un senso rievocare quella sciagurata illusione che nel secolo scorso andava sotto il nome di Great American Novel, il nostro Uomo del Futuro dovrà necessariamente scegliere fra tre titoli: Moby Dick, L’arcobaleno della gravità e, appunto, Le perizie (sarà un caso, ma questi tre romanzi “americani” sono ambientati uno in mare aperto, e gli altri due, in gran parte, in Europa).
“Se c’era stato un sogno” scrive Gaddis a pagina 701 della vecchia edizione mondadoriana di Le perizie, “era tornato donde era venuto, a rinnovare il materiale scenico, probabilmente per essere rifuso, forse riscritto, per ricevere la nuova piega necessaria alla sua piena riuscita, a renderlo memorabile al pubblico e accettabile al censore, tutto questo, ma restano il solito vecchio dubbio del regista, il solito produttore, in attesa di mascherare le solite oscenità davanti al solito pubblico riluttante, in attesa, ancora, del primo sipario del sonno”.
William Gaddis, considerato il padre della letteratura postmoderna americana, nasce a New York nel 1922. Il suo primo romanzo, The Recognitions (tradotto in Italia col titolo Le perizie) esce nel 1955, dopo dieci anni di lavoro. Agli entusiasmi della critica corrisponde l’insuccesso commerciale, cui Gaddis reagisce scomparendo dall’ambiente letterario per vent’anni e lavorando come impiegato alla Pfizer e alla Kodak. Nel 1975 pubblica JR, un romanzo di 800 pagine in cui vengono profetizzati i rampanti anni Ottanta di Wall Street e per il quale Gaddis riceve nel 1976 il National Book Award. Anche questa seconda fatica viene completamente ignorata dal pubblico, anche per lo scarso impegno profuso dall’editore. “Non l’hanno pubblicizzato”, dirà Gaddis: “l’hanno privatizzato”. Nel 1985, il suo terzo romanzo, Carpenter’s gothic, è il più breve ed accessibile, ed anche il meno valido. Nove anni dopo, nel 1994, A frolic of his own è una satirico pastiche in cui Gaddis immagina un insegnante liceale di mezza età che fa causa ad Hollywood per aver plagiato un suo testo teatrale. Con questo suo ultimo romanzo, Gaddis vince il suo secondo National Book Award. Nel 1982 aveva ottenuto anche il prestigioso MaCArthur Fellonship. Muore nel 1998, a settantacinque anni, nella sua casa di East Hampton, N.Y.
Posted by Leonardo Colombati at 09:27 | Comments (3)



















