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20.02.06

I migliori romanzi americani di tutti i tempi - Commenti

Marco Candida ragiona sulla sua classifica dei MIGLIORI ROMANZI AMERICANI DI TUTTI I TEMPI.

Posted by Leonardo Colombati at 20.02.06 16:24

Comments

Commento interessante, mi è piaciuta l'analisi su Hemingway, però un pochino affrettato nella parte finale.
Non mi convincono le conclusioni, specie quando si dice che l'immaginario americano "ce l'abbiamo tutto addosso" e "mi basta uscire e fare due passi per sentirmi in America", e difatti a questo punto l'autore, saggiamente, evita di approfondire, "per non fare polemicuzze".
Il mio disaccordo non è tanto sul punto se la nostra società sia più o meno americanizzata, anche se, secondo me, prima di dire di sentirsi in America, è meglio prenderlo, quell'aeroplano, e fare un sopralluogo di persona.
Il mio disaccordo è soprattutto sull'idea che sta alla base del ragionamento dell'autore e che viene già adombrata nel commento su Bret Easton Ellis. L'idea che nei romanzi della letteratura americana (o in quelli di Ellis, se vogliamo andare nello specifico)sia contenuta una rappresentazione della realtà. Questo è errato, e non perchè lo dico io, ma perchè mi pare comunemente acquisito in narratologia o in semiologia.
Non si tratta qui di fare un riassunto di semiologia, su cui l'autore è certamente più ferrato di me, ma è giusto ricordare alcune cose basilari. E' chiaro che i romanzi di Ellis, come quelli della letteratura americana, come quelli di tutta la letteratura, non forniscono una rappresentazione del reale, nè totale nè parziale. E' pacifico, almeno in riferimento al genere "narrativa", che nessun libro fornisce una rappresentazione della realtà, neppure parziale.
Mi pare assodato che non c'è personaggio, luogo, ambientazione, trama di un romanzo che può configurarsi come una rappresentazione del reale. Questo perchè in narrativa c'è sempre la mediazione dell'autore, e il personaggio o il luogo possono anche partire dall'osservazione del reale e possono anche essere descritti in modo "realistico", ma sono comunque filtrati dalla lente mentale dell'autore. Quello che ne viene fuori,sempre, pur partendo dalla descrizione "realistica" di una cosa o di un personaggio, è l'invenzione di un personaggio o di un ambiente comunque nuovi, non esistenti nel mondo reale.
Dicono che ogni volta che si narra una storia, si crea un mondo possibile che non è quello reale, anche se puo assomigliargli molto. In questo senso, anche il romanzo più realistico, in quanto comunque frutto di finzione, è collocato in un mondo diverso da quello vero. Certo, se si vuole, si può raccontare una storia vera, senza alterare assolutamente nulla, ma in questo caso, mi pare, non siamo più nel genere romanzo, ma nella biografia o nella cronaca.
Ho fatto questa tirata per giustificare come, secondo me, sia un pochino fuori luogo parlare di rappresentazione della realtà,a proposito di Bret Easton Ellis, come di qualunque altro autore. Precisando che il problema, qui, non sta nel concetto di rappresentazione, ma nel concetto di reale o di realtà.
Per questo,a mio parere, non ha molto senso l'affermazione dell'autore a proposito della letteratura americana, che parlerebbe di cose a lui "troppo vicine", nel senso di reali, come spiega dopo, cioè attinenti alla sua/ nostra realtà/società. Secondo me questo è un confondere la narrativa con il reale. Secondo me, veh ;-))
Per il resto, rinnovo i complimenti.
Paolo

Posted by: Paolo C@cciolati at 23.02.06 18:33

Caro Paolo, grazie per il commento e sono d'accordo con te che nella parte finale sono stato affrettato... Sulla rete qualche volta mi succede, cercherò di dedicare più attenzione all'equilibrio delle parti (che poi è fondamentale per la riuscita di un pezzo).

Quello che dici è senz'altro giusto e condivisibile... ma: se si considera un testo dal piano della semiologia e della narratologia. La proliferazione dello strutturalismo e della narratologia (tutte materie che mi interessano moltissimo, e per le quali spesso 'parteggio') mortificano un poco l'esperienza della lettura come esperienza 'impura' dove si sovrappongono piani che non compaiono nel testo scritto - ma che pure ci hanno ben a che fare. Si pretende una sorta di lettura 'pura' che tenga conto solo di ciò che appare nel testo, senza che si consideri molte delle condizioni extra-letterarie, extra-testuali. (Oddio, non è da escludere che un buon narratologo in questo avrebbe qualcosa da obiettare...).

Allora, a me va benissimo l'approccio della narratologia e dello strutturalismo... ma per capire come un testo 'funziona', si 'regge'. Se poi devo giudicarlo eticamente... allora non credo proprio che si possa ridurre tutto quanto a una questione di tripartizioni autore/narratore/personaggio e a una questione di 'scelte funzionali' alla storia. C'è molto di più, io credo.

Quanto al fatto che la narrativa non parli mai della realtà, e che questo sia un fatto pacifico e assodato... forse lo è per la narratologia... ma non er tutti gl'altri. Certo, in letteratura quel che viene privilegiato sempre è il piano individuale (addirittura privato, addirittura segreto), e le visioni del reale che si propongono di partenza sono 'individuali' e non 'politiche'... Ma ci si dimentica che la letteratura (la narrativa) passa da un piano strettamente individuale a un piano universale, cioè di tutti... La visione del singolo può diventare la visione di tutti...

La letteratura può essere un tentativo di rappresentazione della realtà da parte di un singolo... un rappresentazione che non nasce per gli altri, che non nasce come tentativo di mediazione delle esigenze degl'altri, ma che va intesa come esigenza del singolo di rappresentare... Poi può succedere che gli altri si rispecchino in questa rappresentazione e che poco per volta questa rappresentazione diventi di tutti...

Nel 1864 Dostoevskij inventa il romanzo esistenzialista... e inventa con le memorie dal sottosuolo un tipo umano potentissimo che parla di ognuno di noi... Bret Easton Ellis invece inventa un un tipo umano dove è più difficile rispecchiarsi (che tra l'altro come tipo umano s'innesta in quello più di Dostoevskij....) una specie di bello e dannato, ricco, intelligente, crudele e assassino, amorale e sadico... Non lo so, ma non credo che quella figura ci riguardi proprio tutti (ci saranno dei tratti qua e là, certo) ma non è proprio universale... e anzi, per me, è proprio un'invenzione 'letterararia' (direi: alfabetica), che esonda parecchio fuori dalla realtà e ne coglie al massimo solo qualche sfumatura, ed è, come già scrivevo, anche parecchio "di cassetta"...

Paragonarlo ad Hemingway o a Faulkner o a Steinbeck (come nel pezzo si provavo a fare)... non lo so, andiamoci piano...

Posted by: Marco at 02.03.06 11:16

"si provavo"? Magari "mi provavo"...

Posted by: Marco C*ndida at 11.03.06 12:03