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21.03.06
Genna: Dies Irae
[Il 28 dicembre 2005 è una data che dimenticherò difficilmente.
Ero a Milano. Chiamai Giuseppe Genna e ci accordammo per una pizza in un ristorante sotto casa sua. Finita la cena, ci rifugiammo nell'appartamento di Giuseppe per fare quattro chiacchiere.
Nelle tre ore che seguirono, fumai un pacchetto di sigarette, mi scolai 5 o 6 bicchieri di Amaro Averna e cambiò per sempre - per ora! - la mia percezione su cosa vuol dire fare letteratura, oggi, in Italia.
Lessi a Giuseppe i primi due capitoli del mio nuovo romanzo. Ne seguì una conversazione che fu per me illuminante. Il risultato di ciò che mi disse Giuseppe fu, nelle settimane successive, un lungo saggio su Ovidio che uscirà sul prossimo numero di "Nuovi Argomenti"; e soprattutto, un ripensamento radicale del romanzo che sto scrivendo in questi mesi.
Quando, quella sera, finimmo di girare attorno al mio manoscritto, Giuseppe accese il suo computer e mi lesse alcune pagine del libro che di lì a pochi mesi sarebbe diventato Dies Irae.
Vado a memoria, perchè la mia copia del romanzo è in questo momento sul tavolo del salotto di casa mia, a qualche chilometro da dove sto scrivendo. Ma mi sembra di ricordare che il brano che Giuseppe mi lesse comincia a pagina 220 o giù di lì.
Quelle pagine ebbero su di me due effetti contrastanti: mentre Giuseppe me le leggeva provavo simultaneamente un'indicibile godimento (plaisir e juissance - tutto in una botta sola) e una profonda vergogna per ciò che precedentemente gli avevo letto io - roba che mi pareva non essergli nemmeno lontanamente degna.
Ora Giuseppe ha pubblicato proprio alcune di quelle pagine sul suo sito. Ed io qui le ripropongo.]
Da Dies Irae
di Giuseppe Genna
E’ notte, stiamo correndo veloci per la città gelata, questa Belfast nonlatina senza rigurgiti popolari né storia né fede, questo opificio in dismissione che spacciano per fabbrica della cultura industriale e per avanguardia del Paese. La punta di zircone venduta per punta di diamante.
Siamo lanciati a bordo di una nuovissima e adamantina e rosso fiammante Renault Clio e uno degli amici pubblicitari (siamo in cinque, io l’unico non pubblicitario) brucia i semafori, ci lancia verso l’Hollywood, che è l’ombelico dell’occidente italiano, lo snodo dell’età dell’oro finto, tutto è iridescente nella velocità in una notte come questa sulla circonvallazione di viale Umbria a pochi mesi dall’ascesa sul palco congressuale stratosferico dell’Ansaldo di Bettino Craxi, che sventolerà sudato in camicia bianca il mazzo di garofani a vantaggio della platea entusiasta e supplice, tutti i protagonisti di questa finzione di caccia al vello d’oro, i moltissimi sorrisi che esplodono a intervalli bianchi fosforescenti tra i palmi delle mani che applaudono..
Il tempo sta mutando.
Non per me.
Io sono sempre nel mio tempo globulare, nella mia bolla, vivo nel fortilizio di autismo che mi separa dalle cose, dai visi, dalla pelle.
I quattro con me lavorano in pubblicità, io sono l’unico a mantenersi con le ricerche telefoniche e a preconizzare i cingoli impietosi del Sistema Politico Sergio Baracco nel decennio che si sta per aprire, la telesvendita politica, l’acme del niente, la paralisi beota, proprio ora che il tempo si sente che sta cambiando, che si apre un’era nuova, un nuovo ordine, e il pianeta ruota intorno all’asse della sua stessa rigenerazione, auspicata e preannunciata - ordita.
Quello alla guida della Clio lavora da Pirella Göttsche Lowe, e ci lavora fino a mezzanotte o l’una, perché è l’agenzia più prestigiosa, “Emanuele è mitologia pura” dice e intende Pirella, i copy e gli art dei concorrenti la sera fanno le carovane per andare sotto le finestre della Pirella a pigliare per il culo gli adepti di “Emanuele”, gente che guadagna (finora ha guadagnato) palate di soldi muovendosi ai ritmi di una catena di montaggio cerebrale, senza prendersi libertà pura nemmeno per un’ora, un falansterio, essere creativi, comunicare, raggiungere il cliente, è un sistema in bolla. Guida, lo pigliano per il culo sotto l’agenzia di sera, vorrebbe fare il poeta, scrive brutti versi, prende psicofarmaci e ci lancia a 140 km/h sulla circonvallazione e galleggia nella bolla di questo sistema di immagini e parole del decennio che sta per esplodere in un nuovo decennio rinnovato, riformato. Il sistema che è una bolla.
Io so: s’incrina, si sgonfia.
Anche gli altri tre sono pubblicitari, ostentano il sorriso dei forti e degli speranzosi, ogni mese è una scaglia che si aggiunge alla massa totale di un nuovo prezioso strato geologico, in dinamica trasformazione, un geomorfismo mobile, un’epoca aurea e irresistibile, il migliore dei tempi possibili vissuto nel migliore dei mondi possibili, questi quattro sorrisi che lasciano la scia bianca fosforescente nella notte, a una velocità sorprendente sulla circonvallazione, le teste tese verso l’Hollywood, il locale dei prodighi e degli antichi romani reincarnati con le Churchill ai piedi e il Rolex che sfavilla del medesimo lucore dei canini nel semibuio dei privé, sistemati secondo la graduatoria delle élite che li occupano, e l’amico accanto al guidatore abbassa il finestrino e ulula, ulula al popolo del Plastic che superiamo come un fotogramma.
Io no, sono indietro.
Io fatico ad aggrapparmi a questo veicolo del nuovo tempo e non esisto.
Sono quello che mezz’ora fa ha procurato per loro grammate di bamba non chimica, di qualità superiore, sono aggrappato con le unghie a questo veicolo nuovo che fiamma la sua vernice rossa saccente a 140 km/h in centro a Milano, le mie unghie ròse, spezzate, il mio volto magro, ossuto, dolicocefalico nel riflesso scuro del finestrino e non parlo.
Io ho una storia e la mia storia non è la loro e la mia storia è il pozzo artesiano in cui sono precipitato, incastrato in un budello spaziotemporale, buio, coperto di fanghiglia e sterco di piccione, io delle dimensioni di un coniglio e tremo nel gelo, io che mi inabisso nel pozzo artesiano che si spalanca nell’anfiteatro naturale del mio sterno.
Io, fuori da tutto e da tutti, mentre quello davanti continua a ululare dal finestrino e urla “In culo agli operai!” e lo fa perché ripetono tutti che si stanno estinguendo, gli operai, e questi quattro parlano soltanto della gloria aurea del terziario avanzato, della società dei servizi, dell’era dell’informazione che stanno cavalcando. Galoppano su stalloni di acciaio e finiture plumbee, sono i cavalieri dell’Apocalisse dell’Era Terziaria Avanzata.
Vivo in un appartamento in stato abusivo, suonano alla porta e sono i carabinieri o l’addetto dello IACP. O il pusher di Calvairate che mi procura la bamba per narici terziarie e avanzate.
Pippano sul ventre bianco e pulsante di una ragazza diversa ogni sera e io sono solo. Immaginano la forma che il mondo deve di necessità assumere e io non esisto in quella forma. Sloganizzano il presente riunificandolo al passato che immaginano essere parificato a oggi, anticipano il futuro con una programmazione verbale e strategica.
Io sono un bambino ricoperto da uove di larva, neroviola, traumi e ricordi che non sciolgo, mi applico e non riesco a sciogliere, scavo nel profondo ed estraggo melma né morta né vivente, che scivola nuovamente nel pozzo di scavo. Scavo ed estraggo ciò che ho già estratto, penitenziale, inibito, sisifeo. Scrivo per difendermi e fare esplodere ciò che immagino e restare inebetito nello stato autistico che realizzo davanti alla sfera con lettere in rilievo della macchina elettronica per scrivere, scrivo il manoscritto incomprensibile del Dies Irae, accumulo investigazioni per una controinformazione da spacciare in forma di letteratura indecifrabile, isolato in queste pareti cartacee che ho eretto a difesa del mio corpo nudo e tremante, ricoperto di uova di larve che contengono le tremende immagini né morte né vive, esse fuoriescono e mi serrano l’esofago e mi spaccano con spasmi gli arti e la mente.
I quattro ululano che la Uno è comodosa e ridono.
Tutto ciò che loro hanno, io non ho. Quello che mi sono caricato addosso, libera le loro schiene.
Le uova di larva neroviola innervate nel mio corpo si aprono e si richiudono, partoriscono senza requie sempre lo stesso organismo larvale né morto né vivente ma attivo, che mi penetra in bocca, risale l’istmo delle fosse nasali, punta al cervello e lì si stampa sulle pareti cervicali e vive attendendo l’organismo gemello che lo raggiungerà, a fasi cicliche continue. Io respiro male, dispnoico per queste interferenze e risalite di larve traumatiche. Esse sono immagini.
Esse sono le immagini del padre che dondola etilista digrignando i denti, della madre che lo tradisce uscendo bianca nella notte andando dagli amanti e lasciando me e mia sorella con il padre etilista, le immagini di Alfredino e del cadavere indecomposto di Gino e del racconto che ne fece mio padre alterato, sono il racconto che vibra sempiternamente nella scena in cui mia nonna Gisella è schiantata e disarticolata sull’asfalto dopo un lancio dall’ottavo piano e le immagini viventi degli elettrochoc, e di mia madre che rientra dagli amanti tardi e la porta di casa ha il chiavistello bloccato così mio padre va ad aprirle per picchiarla, e tutte le notti sveglio ad attendere quel momento, e la pistola da partigiano di mio zio Gino carica nel comodino di mio padre che dorme nella misteriosa stanza da letto dei miei genitori nel buio da solo mentre mia madre ha attrezzato un letto in camera mia e di mia sorella, e l’immagine della sagoma di mio padre che forse ci uccide e che traballa pericolosamente tra la porta del bagno e la nostra porta a vetri smerigliata e forse entra e spara, e l’immagine di mio padre incurvato da proteggere che si sente sconfitto e ha bevuto a cento metri mentre sono sull’albero dei giardini della piazza Martini, e la fotografia in bianco e nero di mio padre scattata nell’ufficio Personale del Comune di Milano firmata dalle BR durante un assedio dei lavoratori precari, e le strane mute telefonate che giungono a mio padre da un giovane calabrese che immagino essere l’omosessuale amante di mio padre, e la sera che mio padre ubriaco percepisco desidera uccidere mia madre in assenza di mia sorella e mi ordina di andare a prendere mia sorella per essere solo con mia madre e ucciderla con l’enorme coltello che c’è nel primo cassetto della cucina bianca e io trascino via mia madre perché so che sta per ucciderla, e l’immagine del ritorno di me e mia sorella e mia madre che troviamo la porta chiusa con il chiavistello incastrato e non possiamo aprire e suoniamo e suoniamo e suoniamo e nessuno risponde e allora sfondo la porta io il tredicenne e corro nella misteriosa buia stanza da letto in fondo all’anticamera dove mi segue il cadavere indecomposto di Gino quando sono da solo e mio padre con la luce accesa e il golfino color crema è disteso sopra il letto e dalla bocca gli fuoriesce una schiuma color crema e chiamo l’ambulanza per il suicidio e si salva, e l’immagine sbagliata di mia madre quella notte mentre piango e urlo e i nervi si scuotono e gli arti subiscono spasmi nel letto dove mio padre ha appena tentato il suicidio e con me e mia madre c’è mia sorella, e l’immagine dei blister svuotati con le compresse schiacciate fuori dai blister e ingurgitate per uccidersi, e la telefonata fievole dall’ospedale giorni dopo la lavanda gastrica che lo ha salvato, e il giorno quando ritorna nella casa con la consapevolezza di tutti del tentato suicidio, e l’assedio di Chernobyl di mia madre priva di controllo mentale che stipa decine di scatole di latte in polvere nella madia e parla soltanto del cesio e vede i suoi amanti segreti di cui ci parla, e la gamba immobilizzata e lo sguardo svuotato e gelido e assente di mia sorella nell’attesa notturna del rientro di mia madre dai suoi amanti a casa, e ancora a lampi le immagini immaginate del corpo bianco di Alfredino portato in processione e lindato dal fango e non vivo e non morto, e le immagini immaginarie erotiche omosessuali e bisessuali ed eterosessuali che mi tempestano la testa risalendo come larve senzienti che portano a termine il loro compito stampandosi sui lobi cerebrali, e i soldi mancanti nella penuria di chi mi sfotte a scuola irridendo mio padre e le cene silenziose per mezz’ora ogni sera senza una parola, e il terrore di rispondere al trillo del telefono nella casa buia per la reazione etilica di mio padre serrato nella salotto davanti alla televisione, e la popolazione dei morti indecomposti che mi pressa e le blatte vive dentro gli scarichi del lavello e le blatte immaginate nel settore basso dell’armadio dove ho nascosto il giornalino porno che mi hanno regalato a scuola, e il giorno della separazione coniugale nel volto di mia sorella che abbandona mio padre etilista sconfitto per sempre di una sconfitta immedicabile mentre io rimango con lui nell’anticamera buia pressato dai cadaveri indecomposti nell’esaurimento di una vicenda nera e senza provare alcun senso di liberazione o sollievo, e la notte tremando nel letto nella stanza dove solo la sera prima c’erano mia madre e mia sorella e non ci saranno mai più, attendere nel letto sveglio tremante il colpo di pistola di mio padre, e abbandonare tutto e traslocare dentro i sacchetti del Pam da solo gli abiti e i libri senza che nessuno mi aiuti verso l’alloggio popolare abbandonato temporaneamente dai nonni a rischio di intrusione da parte della mafia degli abusivi, l’immagine dell’occhio di vetro nel cassetto del comò di mio nonno accanto a un pettine giallo tra i cui denti ancora sono alcuni capelli bianchi di lui che sta morendo, e l’altarino in fiori finti di tela impolverati e il lumino cimiteriale davanti alla fotografia di Gino cadavere indecomposto nella stanza gelida sulla sinistra, e il test a Baggio dei tre giorni militari dove mi dicono che sono pazzo e lo psichiatra mi dice che a me salva la cultura di cui dispongo e mi obbligano a pisciare davanti a tutti e non riesco, e il test psicologico MMPI effettuatomi dall’amante di mia madre che decreta che sono pazzo, e l’immagine del dottore-mummia che è lo psichiatra che mi passa le tavole del test Rorschach e dice che sono pazzo, istogrammi che mi salgono autonomi nel cervello indicando graficamente che gli indici di normalità sono saltati, e le ragazze guardate con enorme disdegno di me stesso e il vomito che mi assedia ogni mattino dal primo anno di università non è altro che il rigurgito delle larve neroviola andate a morire stampigliandosi nel mio cervello, subito sostituite da larve gemelle.
E la frustrazione.
E l’inadeguatezza.
E la povertà.
E l’impotenza emotiva ed erotica.
E la precarietà.
E la magrezza anoressica.
E il freddo interiore.
E le tempeste psicosomatiche, l’infarto a diciassette anni, e il vomito ogni mattino da un anno, i rovesci di bile che ustionano l’esofago scrutando disanimato la ceramica crepata della tazza del water alle sette del mattino.
E gli arredi tarmati e le lane tarlate dell’abitazione popolare abusiva in cui mi difendo scrivendo per ore le parole fantasma del Dies Irae che mai vedranno la luce, il modo con cui io scarico le larve staccandomele con le mani dal cervello e stampigliandole sulla carta per mezzo della macchina elettronica da scrivere, la salvezza transitoria fornita dalle metafore e dalle allegorie, l’inutilità della letteratura che non consola, non sprona, non è midollare.
E questo è l’inizio. Questa è la premessa. Io parto da qui. Io devo staccarmi di dosso, una per una, le uova larvali neroviola che mi si sono attaccate addosso e innervate nella pelle che non sento. Questo è l’incipit, l’esordio, la prima riga del testo, la prima staminale, l’embrione prima di ogni impossibile luce, nel pozzo artesiano dell’utero freddo e io nasco e cresco così. Il corpo è fatto di cibo, che si accumula fino a disgregarsi.
Queste sono le parole invendibili ma mie. Queste sono le parole che vengono rifiutate. Queste sono le sillabe di una sofferenza non commercializzabile. Questi sono i ritmi dei miei singulti di cui a nessuno frega, non un centesimo per caricarsi addosso questo flusso. Nessuno compra, seppure compresse in centinaia di pagine, le uova larvali neroviola di un altro. Queste parole che ho arrestato con un atto di automatica volontà, ma che potevano proseguire all’indefinito, la potenza devastante del mio crisma mentale, questo ricordo nitido di ogni minuto che ho vissuto, sarei capace di enunciare ogni ora che ho vissuto lì e che ha originato un uovo larvale neroviola.
Io, percependo, ho innervato uova larvali neroviola.
Io, lo stolido, l’incapace, l’intelligentissimo. Io, il Mente, la mente che mente, e si difende mentre le larve risalgono e risalgono il mio corpo ora scheletrico e che poi esploderà tra qualche anno, il mio corpo candidato alla psicofarmacologia e alla distruzione anticipata di ogni possibile carezza, di ogni possibile abbraccio, le larve immaginali frenano ogni possibile lacrima dall’interno della rétina e nessuno mi permetterà mai di vendere queste larve, queste lacrime, questi blister svuotati di ogni capsula. Nessuno li comprerà mai e questa è l’unica merce che ho da vendere.
Io non sono e sento che non sarò.
Niente sarà e i quattro sulla Renault Clio ridono e uno ulula fuori del finestrino che “Il mondo è mio!” ad altezza Porta Nuova.
Ecco cosa sono io, con il bacino irrigidito, il membro retratto e insensibile, il respiro da dispnoico, la testa irrigidita nella Renault Clio fiammante, grammi di bamba nella tasca del mio montgomery dai bottoni saltati e dalle asole sfatte, accanto a quattro pubblicitari che meditano sulla possibile crisi di crescita, “il 1987 è stato un passaggio doloroso ma necessario, Wall Street ha espulso la bolla giapponese e alla fine era una crisi di crescita, strutturale” e inneggiano a un Marx capovolto, che aveva previsto l’avvento della dittatura finale del pubblicitariato.
Stiamo andando all’Hollywood e significa che varchiamo le soglie del reale, siamo ai confini della realtà.
Questi quattro pubblicitari che vendono le loro parole, marchiano il mondo con immagini e parole che le persone desiderano comprare.
Chi comprerà queste parole?
Posted by Leonardo Colombati at 21.03.06 17:12
Comments
Troppi aggettivi.
Posted by: Filter at 22.03.06 13:24
E' una scrittura artificiale che mi fa venire in mente l'aggettivo "inaudito" e chi lo usa (la percepisco come una precisa categoria di persone). E' folle - no? - cercare una vita inaudita, un mondo inaudito. Mi sembra che Genna racconti con la sua scrittura artificiale quella follia lì.
Posted by: andrea barbieri at 22.03.06 14:14
No, dopo i due pacchi "L'impero di Costantino" e "L'anno luce", non ci penso nemmeno a "Dies Irae". Forse in edizione ultra economica, ma fra qualche anno.
Però grazie dell'assaggio: m'è bastato e avanzato per avermi definitivamente convinto che non è proprio il caso di farmi del male con 700 e passa pagine di Genna. L'impressione - e non è un giudizio - leggendo queste righe qui è che la scrittura di Genna sia diventata più che altro un esercizio di scrittura nulla affatto partecipato, senza un filo di pathos né di sentimento o anche solo di sano cinismo. Un esercizio di scrittura: questa la mia impressione.
Caro Leonardo, fuma di meno: o smetti del tutto. Ce la puoi fare. :-)
saludos
g.
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 22.03.06 14:25
Io non ti voglio più vedere
mi fai tanto male con quel sorriso professionale
sopra a un cartellone di sei metri
od attaccata sopra a tutti i vetri.
Non ti voglio più vedere cara
mentre sorseggi un'aranciata amara
con l'espressione estasiata
di chi ha raggiunto finalmente un traguardo nella vita
Io non ti voglio più vedere sul muro davanti ad un bucato
dove qualcuno c'ha disegnato pornografia a buon mercato
Oh no non ti voglio vedere intanto che cucini gli spaghetti
con pomodoro "peso verità tre etti"
mentre un imbecille entrando dalla porta
grida un evviva con la bocca aperta
Col dentifricio "pure trasparente"
dove ti fanno dire che illumina la mente
e mentre indossi un "super super super reggiseno
per casalinga tutta-veleno".
E mentre parli insieme a una semplice comparsa
vestito da dottore, che brutta farsa!
Ti fanno alimentare l'ignoranza
fingendo di servirsi della scienza! Oh no!
Ah ma è un canto brasileiro Ah ma è un canto brasileiro
Ah ma è un canto brasileiro Ah ma è un canto brasileiro
Posted by: fm at 22.03.06 14:28
Fantastico! Mi ha ricordato alcune delle pagine più sentite di "Assalto a un tempo devastato e vile".
Saluti
Posted by: emma locatelli at 22.03.06 16:47
Filter, io questa cosa degli aggettivi non l'ho mai sopportata. E' ormai diventato un totem della critica letteraria e delle scuole di scrittura. Sembra quasi che per saper scrivere basti buttar giù tre pagine e poi lavorare con la penna rossa alla ricerca della spazzatura della prosa: "bianco", "caldo", "timido", "prudente"... Via!
La bravura non sta nell'eliminare gli aggettivi, ma nel trovarne di validi. Abbondare nell'aggettivazione è diventato ormai un gesto rivoluzionario.
Posted by: Leonardo Colombati at 22.03.06 16:49
Emma,
hai proprio ragione.
Posted by: Leonardo Colombati at 22.03.06 16:55
Io ci ho ritrovato, in quel che ho letto qui, un concentrato di aggettivi: ma così vuoti! Cioè, sparati, iniettati nella scrittura: poi, basta.
Torno a Rushdie, un vero moderno sapiente misurato Shakespeare che prima di scrivere una parola ci impiega anni e anni. Il risultato poi è quel che è: a dir poco ottimo.
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 22.03.06 17:12
Giuseppe,
concordo su Rushdie.
Quanto al "Dies Irae", per me - a parte lo stile (che mi pare ottimo) - rimarrà come un evento significativo.
P.S.:
Fm, perchè la citazione mogoliana?
Posted by: Leonardo Colombati at 22.03.06 17:16
Il cincischiante I. ce l'ha con l'ultrapsichico Genna personalmente e in modo totalizzante, perciò pre-stronca i suoi libri quando sono ancora in invedute bozze, in modo parossistico e prevedibile, senza degnarli della minima, ancorché frettolosa, lettura. Lo fa di default: un muriatico, cloridrico, cacofemistico e gonorroico default. Il suo roditorio e maloccluso non-parere conta assai poco. Un nuovo libro di Genna non fa in tempo a raggiungere le attonite librerie che il trasandoso I. ha già riempito gli incolpevoli blog (e il querulo IBS) di biliose, apoftegmatiche, fotofagiche sentenze di condanna preventiva, condite di scipiti sorrisetti verticali e chiusure lapidarie che in realtà non chiudono: dispeptici "saludos", infecondissimi "adios" e impersuasi "poi, basta" fanno strame di ogni già precario senso. E' il finto, lunghissimo, involontariamente ottativo (volesse il cielo ch'ei non tornasse) addio del solingo, disperato, appiccichevole, teterrimo, silenziofobico I. Anche questa è letteratura. Prescindenda, gastrospasmica, cronoconsumante, ma letteratura. Grazie, I.
Posted by: onde medie at 22.03.06 17:39
Caro Leonardo,
ieri mi son divorate le prime cento pagine di "Shalimar il clown", appena arrivatomi. Oggi altre cento, ma conto di leggerne ancora: quando entri dentro la scrittura di Rushdie, perlomeno io non riesco ad evadere altrove. Geniale.
Come ti ho detto, io ho letto solo lo stralcio che hai qui postato: non mi pare granché. Ma potrei sbagliarmi. Sono però memore de "L'impero di Costantino" e de "L'anno luce": Genna lo trovo magistrale quando fa thriller, ma quando si prova in altro... Concordo invece nel dire che "Assalto a un tempo devastato e vile" è una gran scrittura: scrittura che non ho mai più ritrovato in Genna.
Abbracci
g.
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 22.03.06 17:45
@ ONDE MEDIE
Chi è I.? Se lo conosci così tanto bene, e ritieni d'esser nel vero, anzi nella Verità, palesati con Nome e Cognome veri. Altrimenti taci, nonostante debba ammettere che sei così... divertente! Mah, non so se sia giusto definirti divertente, ma son tempi di magra. ^____^
Ah, ti avverto: io ho letto solo questo stralcio qui di "Dies Irae", quello che Leonardo ha gentilmente postato. E ho letto quanto sul sito dedicato a "Dies Irae". Per il momento non lo prendo "Dies Irae". Lo rimando a una edizione molto economica. In fondo, ho investiti sin troppi din-din nei libri di Genna. Me lo potrebbe pure regalare uno: ma ciò non l'assolverebbe da una mia critica feroce nel caso dovessi ravvisare un lavoro scadente.
Allora, quanto tirato fuori dal mio cilindro magico è puramente frutto d'un'impressione "a pelle". Punto. Una impressione. E non un "giudizio". Speriamo che tu ti sia sturato gli orecchi, e il cervello. ^____^
Ciao ciao
g.
P.S.: Ma perché non ci sono i tag! Leonardo Caro, almeno tu facceli usare due tag due: grassetto e corsivo. Dài!
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 22.03.06 17:54
Incrocio le dita per il Giu. E gli auguro ogni bene.
Posted by: gianni biondillo at 22.03.06 18:13
Nella mia erudita e sensitometrica disamina, mi sono reso colpevole di una grave dimenticanza. Ho citato solo i sorrisi verticali di I., ottenuti con due laconici puntini, un volitivo trattino e un'affilata, semilunare parentesi chiusa. Non ho tenuto conto dei sorrisi orizzontali, ottenuti con un'aerea coppia di accenti circonflessi privi di sicura lettera su cui appollaiarsi e un paludoso, indecollante underscore, così simile a un'incerta bocca priva di carnose labbra, in mezzo al terrifico guado tra due approdi-umori. Sono sorrisi cefalalgici, tipici di un'immaterica Bisanzio. Sorrisi manudotti, artificiati, incollati sull'esile coda di frasi rodenti (prodotto di un ego ipertrofico, diluviale, eppure stangheggiato, frustro, egrotante) al fine di simulare una facondia di cui non vi è traccia. E' una prosa ercogamica, perciò - come dicevo dianzi - infeconda.
Posted by: onde medie at 22.03.06 18:15
@ ONDE MEDIE
Prima ti chiedevo, cortesemente di palesarti con Nome e Cognome "rigorosamente veri". Non ne sei capace.
Sic transit gloria Onde Medie
g.
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 22.03.06 18:32
"ondarum mediarum", casomai, altrimenti la frase, da estumescente che già era, si fa addirittura glossoplegica.
Posted by: onde medie at 22.03.06 18:45
Io c'ho la lingua glossoplegica per rispettare il nickname che ti sei scelto. Mica potevo tradurti in una "cosa" latina. Suvvia!
Se ti chiamassi "ondarum mediarum" non saresti più onde medie. Insomma, sarebbe ridicolo: come se volessi tradurre il mio nome e cognome in latino. O peggio ancora in lingua inglese.
C'ho un'estumescenza scema che mi sgorga dalla fontanella che c'ho in capa - mai sanata del tutto a dire il vero -, nonché un certo languorino che mi pervade e che mi fa sbottare per dei borborigmi da terzine infernali dantesche. E dopo questa pleonastica spiegazione quivi portata, m'allontano a piè pari per ritrovarmi intorno al mio desco a manducare e, tra un cratere di vino e uno di cristallina acqua, dire pure un paio di parole che abbiano il sapore strano di lingua antica messa sotto il torchio dell'axiologia.
Emilio, Emilio, hai apparecchiato? coltelli e forchette, tovaglioli, posate... In posa! Emilio, Emilio, il fumo: non mi vorrai mica far bruciare l'arrosto. Io col fumo mica mi ci riempio la panza. :-) Quanta "gadda" pazienza ci vuole coi domestici. :-)
Posted by: Giuseppe Iannozzi at 22.03.06 19:17
Dimentico
o da sempre ignaro
dei genitivi
ei va
ma il problema
è che poi torna.
Posted by: onde medie at 22.03.06 19:23
Caro Leonardo,
le parole non le compra piu' nessuno.
Vogliono tutti la bamba,
o la Clio.
Posted by: Frederic Beigbeder at 23.03.06 08:56
Io compro Genna a scatola chiusa, ormai. Lo apro e trovo sempre che valga la pena. Vero Emma?
saluti
andrea
Posted by: andrea at 23.03.06 09:33
quest'idea che bisogna parlare del dolore, del lato oscuro, del male (questa idea così splendidamente cattolica), del "Vero", questo voler mettere rendere "dura" la pagina attaccandola alla flebo della "Realtà" e assieme farlo con parole così fighette e lustre e con questa pletora semantico-narrativa di luoghi comuni da giovin borghese di sinistra-dipietrista, da inchiesta alla santoro, da tv-realtà, da come è cattivo il capitalismo signora mia, è l'ossimoro vivente che ben descrive lo stato comatoso di questa scrittura, la falsa coscienza di questa ideologia cripto buonista, il falso che non si conosce come tale, debord rovesciato che si inabissa in un mare di sghignazzi.
Posted by: Augusto Manzi at 23.03.06 09:38
"[...]questo voler mettere rendere "dura" la pagina attaccandola alla flebo della "Realtà" [...]"
Ma non è che la flebo viene attaccata alla follia più che alla realtà? i suoi personaggi non si muovono in un sogno sfasato, idiota, dove pezzi di realtà vengono gonfiati, fesserie diventano simboli inauditi?
Insomma non voglio dire che Genna è Artaud, mantengo il senso della misura, però mi sembra uno un po' così. E mi pare interessante quello che fa, mi sembra che tenti qualcosa, non trovo che si possa liquidarlo.
Posted by: andrea barbieri at 23.03.06 10:00
Quella di "Manzi" è la nuova declinazione (integrata anziché apocalittica) dell'attacco ai mulini a vento del "realismo thrillerista", etichetta di solito appiccicata a romanzi che 1) non sono realisti 2) non sono thriller.
Qui al posto del thriller si cita la "inchiesta alla Santoro" (noto role model di Genna!), poi si unge l'arrosto con qualche arbasinata, si dà una spolverata di situ-francofortismo omeopatico (cioè usato per debellare il presunto morbo del situ-francofortismo), più due spezie che oggi vanno tanto di moda e fanno tanto fico: l'accusa di "buonismo" (in nome degli attributi) e la caccia al "comunista" (perfetta per la campagna elettorale) travestita da "pulizie di primavera" contro il moralismo.
E' la decrepita nuova conformità, fogliesca e domenicaliana. Purtroppo, il 9 aprile possiamo (forse) sbarazzarci del caudillo, ma questi falangisti saranno ancora in giro. Necessiterebbe un'epurazione, le vere "pulizie di primavera". Temo che nessuno le farà, si trova sempre qualcuno disposto a "dialogare".
Posted by: Piero Angela at 23.03.06 11:43
Se "realismo thrillerista" è un'espressione coniata da Benedetti, il contenuto è stato messo a punto su Lipperatura, da Lipperini e soci. Con loro pigliatela se applicavano questo contenuto a romanzi che 1) non sono realisti 2) non sono thriller, spacciandoceli per thriller realisti.
Posted by: andrea barbieri at 23.03.06 12:00
Interessante questa difesa di Carla Benedetti anche quando non è lei al centro del dibattito. Sembra uno stizzito tentativo di riportarcela. Chissà come si vive sempre sul chi vive, si sa mai che qualcuno non la nomini, chissà come si vive sempre pronti a ringhiare contro gli avversari con uno scatto da mastino di Pavlov.
Certo Benedetti coniò l'espressione precisa (sul ricalco del "realismo socialista", cioè una poetica prescrittiva imposta in modo autoritario), ma non è l'iniziatrice né la principale responsabile dell'andazzo. Castronerie sulla "dittatura del thriller" (e sul "realismo") sono state scritte da tanti altri, più letti e più influenti (da Cucchi a Scalfari, per dire).
Anche per te, defensor fidei, Manzi parlerà di "cattiva coscienza"? Non credo. Forse, tutt'al più, chissà, si potrà parlare di "falso che non si conosce come tale", dal momento che nessuno dei suddetti autori (né Genna né altri) ha mai fatto sfoggio di "realismo", né nelle opere né nelle dichiarazioni, e nessuno ha mai parlato di realismo in un'accezione positiva a proposito della loro poetica. Men che meno la loro poetica è prescritta autoritariamente. O si crede che esista un Min.Cul.Pop. che obbliga a scrivere come questo o come quello?
(Non affannarti a rispondere, era una domanda retorica.)
Posted by: Piero Angela at 23.03.06 12:26
Fogliesco? Augusto Manzi è amico di Toni Negri. E con questo ho detto tutto.
;-)
Posted by: Augusto Manzi at 23.03.06 12:28
Sì, hai detto tutto. "Fogliesco", ripeto.
Posted by: Piero Angela at 23.03.06 12:29
Pierino, "realtà" era tra virgolette e di dittatura Manzi mai parlò. E qui si ferma per amor dei blogghi. E tu posa la lancia e scendi dal ciuco, caudillo.
;)
Posted by: amanzi at 23.03.06 12:31
La parola "dittatura" non te l'ha attribuita nessuno, anche "realismo" era tra virgolette, e anche tu sei tra virgolette.
Posted by: Piero Angela at 23.03.06 12:33
Sì, tra virgolette, ma... "amanzo" :)
(come se l'è presa... Qualcuno deve aver dubitato del santino, per quanto di così frettolosa penna)
"E le tempeste psicosomatiche, l’infarto a diciassette anni, e il vomito ogni mattino da un anno, i rovesci di bile che ustionano l’esofago scrutando disanimato la ceramica crepata della tazza del water alle sette del mattino."
apperò
:))
Posted by: amanzi at 23.03.06 12:40
Vorrei chiarire, se ce ne fosse bisogno, che io ritengo l'approccio alla "Manzi" l'esatto inverso di quello di Benedetti, e l'ho scritto nella prima riga del mio primo commento. E' l'esatto inverso, ma paradossalmente parte dallo stesso assioma: c'è una tendenza egemone "realitaria" (va bene così?) da combattere. L'obiezione di Barbieri a Manzi era corretta: non c'è preoccupazione per la "realtà", non c'è il tentativo di rappresentarla così com'è in nome del "Vero". C'è la follia. L'obiezione di Barbieri al mio commento era invece fuori luogo, fuori fuoco e fuori e basta.
Posted by: Piero Angela at 23.03.06 12:45
Il libro è appena uscito, nessuno l'ha ancora letto, ma c'è già il tiro al piccione. Come col libro prima, con quello prima ancora, e con tutti gli altri. Con Genna va così: va attaccato a prescindere. Yawn.
Posted by: sbadiglio at 23.03.06 12:47
Caro Piero Angela, secondo te mi interessa parlare di realismo con Piero Angela? Ti sbagli.
Le tue domande per me sono rumore di fondo, se sono retoriche sono rumore retorico di fondo. Per me tu appartieni (per le idee che esprimi qui), insieme al tuo doppelganger Augusto Manzi (per le idee che esprime qui), all'ordine della quantità. Tu hai il segno meno e lui più, o viceversa, e vi annullate nella somma (delle rispettive idee che esprimete qui). Quindi complicate il calcolo senza influire sul risultato. Un saluto.
Posted by: andrea barbieri at 23.03.06 12:48
Ah, Barbieri. Quanto ci sarebbe mancato, se ci fosse mancato! Con tanto di tono da "ultimo-commento-e-poi-basta", tipo... tipo Iannozzi. Questa è la parola definitiva, sbam! Anonrivederci mai più (segue colpo di gong)! E' ben nota la tendenza di Barbieri al "lunghissimo addio": li abbiamo visti tante volte gli annunci "Qui-non-scrivero-più" o "Non-ti-risponderò-più-vai-per-la-tua-strada".Poi continua a scrivere compulsivamente, poi risponde sempre, la frase lapidaria non è mai lapidaria, l'addio è sempre un rieccomi. Ah, Barbieri. Quanto ti mancherebbe, se ci mancasse! :-)
Posted by: Semi Ologo at 23.03.06 12:53
"c'è una tendenza egemone "realitaria" (va bene così?) da combattere"
Manzi me pare dicesse che di realtà in quella scrittura manco l'ombra (figuriamoci di follia e dei guattari de noantri)
E l'egemonia o la necessità di combattere alcunché l'hai inventate, ammettilo. Manzi ha espresso un'opinione, porello.
Comunque, senti, "annulliamoci nella somma" come dice andrea. Io mi sento così solo, oggi
;)
Posted by: amanzi at 23.03.06 13:05
Caro Semi Ologo, ho salutato il ronzio retorico, se vuoi il dibattito sono qui per strangolare anche te.
A questo punto occorre spiegare al passante ignaro, che "Piero Angela", "Semi Ologo", e prossimamente "Fiume Oi" sono particelle del romanzo genniano, qui offerto in chiave di "esploso dialogico". La tensione ingegneristica, immaginativa della forma "esploso", attraverso l'intervento prossimo venturo di Fiume Oi, troverà la conclusione, la lasca tensionale del tracciato (ductus). L'allestimento di questi tre nick da parte del sottoregista suggerisce al lettore la forma di lettura, appunto quell'esploso progettuale o "lettura esplosiva" già teorizzata a Edo nel nono mese del decimo anno del periodo Horeki (corrispondente a ottobre-novembre 1760). Per ora posso annunciare soltanto che la lettura esplosiva procede per dan di lettura, e che l'esploso finale è.
Posted by: andrea barbieri at 23.03.06 13:13
Non va bene neanche "realitaria", mannaggia. Proviamo con "realitoide"? Guarda che nemmeno "realismo thrilleristico" esprime un attacco al realismo ma a quello che si crede essere uno pseudo-realismo. C'è sempre una critica a quella che si crede essere falsa coscienza, e perciò rappresentazione falsa o riduttiva della realtà.
Ok, reload.
Manzi: "Quest'idea che bisogna parlare del dolore, del lato oscuro, del male (questa idea così splendidamente cattolica), del 'Vero', questo voler mettere rendere 'dura' la pagina attaccandola alla flebo della 'Realtà'..."
(poi Manzi ci aggiungeva considerazioni ideologiche, un po' di falso anticonformismo, un po' di maccartismo, un po' di arbasinismo snob, tutto l'armamentario che va di moda oggi tra destrorsi-terzisti, che si sia più o meno amici di Toni Negri).
Ecco, chiamiamo quest'idea di cui sopra, che Manzi imputa a Genna, "idea realitoide". Ma questa idea realitoide... non c'è. Perlomeno non in Genna, che scrive romanzi visionari, di letteratura fantastica, persino con elementi di fantascienza (con l'accento su "fanta", non su "scienza"). E questa è su per giù la direzione di molti altri scrittori italiani. Prima di giudicare il libro, trarre conclusioni e scagliare invettive bisognerebbe leggerlo, vedere cosa c'è intorno a questo passaggio tanto contestato. Visti i precedenti, mi aspetto che ci siano cose molto diverse e per niente "realitoidi".
Accolgo con entusiasmo l'invito ad annullarci nella somma!
Posted by: Piero Angela at 23.03.06 13:17
Allelujah, Barbieri! E' il romanzo oltre il romanzo. Non necessariamente "Dies irae", va bene qualunque altro romanzo. Occhio agli aggettivi! ;-)
Posted by: Semi Ologo at 23.03.06 13:19
"scrive romanzi visionari, di letteratura fantastica, persino con elementi di fantascienza"
ah ecco, Genna è come Rodari. Anzi come Tolkien :)
(fermati Pavlov! Dick non si nomina).
Con questo acume critico potremmo definire i cannibali come romanzieri anatomici
"vedere cosa c'è intorno a questo passaggio tanto contestato"
Oh, Manzi è uno, di tanti non sa.
E Manzi è un pezzo di pane, una macchietta, magari è l'ufficio stampa creapolemiche del Nostro.
E comunque dopo l'ironia, che è morta, viene il mito, già lo sa chi ha studiato. In quello prima non c'ha infilato le Tragedie e il gesto fiero? Che ci può fare Manzi se miti e tragedie lo sganasciano?
e maccartista destrorso terzista la tu' sorella.
Manzi è un sincero democratico
:)
Posted by: amanzi at 23.03.06 14:09
Ma se non hai letto gli autori che (meta-)commenti, che colpa ne hanno gli altri, poffarre? E i sinceri democratici, buoni quelli...
Posted by: Piero Angela at 23.03.06 14:49
Non capisco perché ancora non si manifesti il nick "Fiume Oi" come concordato col Sottoregista. Sarà Fiume Oi a rivelare il nesso tra accelerazione post detonativa di grumi materici contemporanei e metamorfosi alchemica dei grumi in mitologemi. La chiave di tutto è nella Sposa messa a nudo da Duchamp.
Fiume Oi, dove sei?
Posted by: andrea barbieri at 23.03.06 15:04
La celebre aggressione a Panseca del 12 giugno
Esperimenti di lettura esplosa di Dies Irae
Posted by: andrea barbieri at 23.03.06 15:15
http://www.panseca.com/index1.html
Guardate "Friends and collectors"!
Posted by: Fiume Kwai at 23.03.06 17:31
Pensa un po', in "Friends and collectors" oltre a Berlusconi & friends c'è una foto di Panseca con Hans Richter, proprio l'artista che insieme a Tzara e Ball creò il movimento Dada a Zurigo. Panseca come ponte tra Berlusconi e il Dada, chi lo avrebbe mai detto?
Posted by: andrea barbieri at 23.03.06 21:44
Dopo "Lenin Dadà"
di Dominique Noguez,
"Berlusconi Dadà"
chi lo scriverà?
Buttare tutto in vacca è Dadà!
Tanto peggio tanto meglio è Dadà!
Vuoi vedere che a Palazzo Chigi
c'è Tzarà?
Chissà se quel ch'è iniziato in Isvizzera
in Isvizzera finirà
noi possiamo solo dire che da esule
non ci mancherà.
Posted by: onde medie at 23.03.06 23:05
Posted by: 24/7 at 24.03.06 12:13
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Posted by: CAIMANO at 24.03.06 15:07
Wow! Quanti commenti in OT. Be', ci posso metter pure io il mio!
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Posted by: SHALIMAR at 24.03.06 16:54
Quello sopra è ovviamente il troll che va in cucco delle sfinziette che aprono blog: Giuseppe Jannozzi.
Posted by: onda cortissima at 24.03.06 17:43
Davvero! Davvero! Davvero!
Hai guardato al link?
Mica son scemo!
Io le mie azioni le firmo con il link anche.
Anche perché, da troll qual sono un link è sempre un link, è sempre pubblicità.
Tu sai chi io sono. Io so chi tu sei? No.
Tu ti celi, non hai coraggio, te la fai sotto: chi è più troll a questo punto?
E' evidente: il troll vigliacco per giunta sei tu.
PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR
^_______________________________________________^
Shalimar il clown
g.
Posted by: SHALIMAR IL CLOWN at 24.03.06 18:17
forse la scrittura di Giuseppe Genna - mi sono chiesto spesso se dietro il nome lancinante si annidi un contro-evangelio o qualche sottile seme di gnosi-luce - tenta di richiamarci bruscamente, con le sue ridondanze e le sue luci di altezza deietta, a un passaggio che è però anche scientifico, osservativo, cioe' la crisi di simboli in cui tutta la ziqqurat dell'occidente potrebbe di qui a poco...
Non è il solo ad essere nutrito da questo istinto. Se ci si rifiuta ad ogni solidarietà con esso, ho come il sospetto che si chiudano le orecchie al motivo ultimo, ed a suo modo terribilmente umano, che muove le crociate della penna genniana. Non è il solo, dicevo. Se leggete - è un filosofo, ma scorrevole - qualche pagina di Eric Voegelin, oppure di jacob Taubes o Walter Benjamin, autori che forse Genna frequenta, ci trovate tensioni consimili, nutritive. Come se già negli anni Venti, > prima della fruizione di massa della cultura, lo stesso paesaggio che ora devasta le vene ed il corpo di un ragazzo già piuttosto maturo fosse stato perfettamente visibile. Già allora certi pubblicitari sarebbero potuti insorgere solo come spettri.
Ci sono misteri per cui le scansioni formali in cui il tempo ci appare come tale, ossia le 'epoche', dissolvono la loro cogenza, e non appaiono più come una sequenza. L'erudizione genniana la spiegherei così, piuttosto che come un caratteriale e involontario 'eccesso'.
Scusate la prolissità e l'involuzione
Posted by: Paolo Cevasco at 25.03.06 09:12
Be', diciamo - da quello che Genna ha messo in rete su più siti promozionali - che in "Dies Irae" ci potrebbe esser proprio di tutto, ma di tutto, con forza ragione disperazione e ipertese dinonisiache ampollose impossibili lisergiche self-made and self-mad aggettivazioni. A questo punto, non mi sorprenderei se tirasse in ballo pure l'aviaria. :-)
Una domanda in OT: come mai "Free Karma Food" di Wu Ming 5 non è (ancora) tra i libri copyleft?
Ci sarà? non ci sarà?
Rizzoli non vuole, o che altro?
E perché Genna non lo mette in download come copyleft il "Dies Irae"? Ah, già, lui non ha mai messo niente in download.
Ma allora il copyleft che cosa sarebbe?
Boh, un interrogativo che mi trascino come palla al piede. Qualcuno ha una spada ben affilata, così trancio di netto la catena della domanda? :-)
Posted by: SHALIMAR IL CLOWN at 25.03.06 13:01
Per Paolo Cevasco:
tutti e tre i teoreti sono non solo padri putativi, ma fratelli di strada, per quanto mi riguarda. Soprattutto il Taubes del San Paolo. Anche se non esiste messianesimo che mi attragga, secondo le linee neognostiche che potrei legittimamente trarre da Taubes. Sul messianesimo à la Benjamin, è tutta da discutere, soprattutto in relazione al rapporto tra allegoria e autoseppellimento (il riferimento è a un passo del "Dramma barocco"). Comunque concordo con quanto dici, almeno l'intenzione iniziale fa perno su quanto dici. Sui risultati, beh, non sta a me dire alcunché.
Grazie del contributo, Paolo!
giu
Posted by: giuseppe genna at 25.03.06 23:08
Caro Paolo Cevasco e caro Genna, che cacchio significa la frase: "Ci sono misteri per cui le scansioni formali in cui il tempo ci appare come tale, ossia le 'epoche', dissolvono la loro cogenza, e non appaiono più come una sequenza."
Dato che il prima la scrive e il secondo risponde avrete condiviso il codice segreto per afferrare il senso.
Oppure non c'è nessun codice e siete soltanto indulgenti: uno scrive una frase incomprensibile e l'altro indulgentemente gli risponde allo stesso modo.
Certo dopo avervi letto, se si passa a libri come Grammatica della fantasia, in cui si dicono in modo chiarissimo cose cruciali, ecco di colpo viene voglia di lasciarvi lì, a parlare tra di voi.
E gli addetti ai lavori su queste cose non avanzano mai critiche, a loro è sempre chiari tutto?
Posted by: andrea barbieri at 27.03.06 10:29
Shalimar Il Clown E' Iannozzi. E come troll è un disastro, perché è fesso. Sul blog di Angelini ha lasciato lo stesso commento sul copyleft che c'è qui sopra, però... là lo ha firmato :-P
ROB DE MATT!!!!
Posted by: onde medio-lunga at 27.03.06 15:55
@ ONDE MEDIO LUNGA
Ma quanto sei bravo e... furbo. :-)
Non si sarebbe mai detto che Shalimar il clown sono io, Iannozzi.
Sturati orecchie e cervello: "Mi firmo, con il link, lascio Shalimar il clown". Così il link qualche fesso lo clicca ^_____^, e la mia vera identità è a tutt* trasparente.
Lucio è un bravo ragazzo. Gli voglio bene.
Però, dai, ditemelo perché non c'è 'sto Free Karma Food in copyleft: è solo che voglio farmene un'idea più precisa. Ho visto e letto sul sito, ma non m'è bastato: sarà che son cannibale di brutto. :-)
Giuseppe Iannozzi
[ il troll che però si firma Shalimar il clown secondo il capriccio che gli gira per la testa :-) ]
Posted by: SHALIMAR IL CLOWN at 27.03.06 16:03
Polemica stupida e senza basi. Se, come scritto, è sempre andata così per tutti i libri, perché montare un caso su quest'ultimo? O non è vero che è sempre andata così, o chi fa la polemica è un poveraccio.
Posted by: JANNOZZIMAR EL PAJASS at 27.03.06 16:27
@ JANNOZZIMAR EL PAJASS
Mica sto a fare polemica.
Calmati! :-)
Domandare è lecito, rispondere non è d'obbligo. :-)
ALT! Se c'è una cosa che non voglio è far della polemica. Solo domandare.
Lo dicevo da Lucio, l'ho in più occasioni, su più blog, ML, ecc. ecc.: a me il copyleft non ha mai convinto pienamente... (leggi da Angelini, se ci tieni, non ho voglia di rompermi le dita sulla tastiera ^____^)
I Wu Ming sono liberissimi di calendizzare come vogliono e quando vogliono: diritto loro inalienabile, neanche da un trollaccio come me. ^___^' Ci mancherebbe altro che vado a dire, a ordinare a qualcuno qualcosa. Spero sia chiaro.
Chiedevo, una risposta m'è stata data, per vie un po' così così, e mi ritengo PIENAMENTE SODDISFATTO.
Poi, se ti fa piacere, tirami pure insulti quanto vuoi se ti fa sentire più forte o bello o che altro. Insomma, accomodati pure. :-)
Ritenendomi soddisfatto delle risposte e degli insulti ricevuti, io direi che si potrebbe finirla qui, o no? Speriamo di sì.
Ciao Ciao
Giuseppe Iannozzi
[ il trollaccio poveraccio che però si firma Shalimar il clown secondo il capriccio che gli gira per la testa :-) ]
Posted by: SHALIMAR IL CLOWN at 27.03.06 16:37
Ma è "Iannozzi" o "Jannozzi"?
Posted by: dubbio at 27.03.06 17:26
Jannozzi, credo.
Posted by: azzardo at 28.03.06 01:08
Caro Andrea Barbieri,
il mio era un commento al volo, forse poco ponderato nella scrittura. Recepisco la critica circa l'involuzione del dettato e, se interessa a qualcuno, sono felice di tentare di riformularlo. La serie continua del tempo è un problema affrontabile in più modi non solo nella fisica post-newtoniana, ma in una tradizione di pensiero che comincia probabilmente molto prima della scrittura e tocca, nel Novecento, i tre filosofi che ho citato, due dei quali sono ebrei e molto noti (Taubes e Benjamin); il primo è Eric Voegelin, che s'abbevera a fonti diverse, Agostino, la metafisica antica e il romanticismo "organicista". Ne l'Anno Luce gli elementi lacaniani (Io linguistico, Beanza, ad es.) sembravano confezionare come l'apparato per una messa in questione radicale dell'autoconsistenza del tempo, e quindi del diritto di giudicare i fenomeni come se il tempo ne sancisse l'irreparabile perdita. Anno Luce mi faceva pensare anche al serpente gnostico, al tempo, appunto, che è una forma, non una condizione perchè i fenomeni appaiano. Vista come forma - questo è il punto su cui i due grandi nemici, Agostino e Gnosi, stipulerebbero forse una tregua - risulta in qualche modo dominabile, trascendibile, con uno strano atto in cui l'umano aspira al metaumano. Ciò che Genna dice dei Nostoi a proposito della struttura dell'anno luce mi sembra, ma è un'impressione soggettiva, fornire una sorta di suggerimento in direzione analoga. In sintesi, penso che quello di Genna sia un vero romanzo, nel senso di Apuleio, innanzitutto; una forma corrispondente alla ricurvazione obbligata in sé medesima di un'epoca costitutivamente senza futuro, benché il futuro apparente della sua autoriproduzione possa perfino avere "successo".
Se ancora non mi sono spiegato, mi consegno volentieri ai recapitatori di camicia di forza che vorrete avere la compiacenza di inviare al mio domicilio
Posted by: Paolo Cevasco at 28.03.06 01:12
Ora è tutto pefettamente chiaro, e mi sorprende non averlo capito prima. Mi scusi mi è appena arrivato un sms da Heidegger, la saluto, alla prossima.
Posted by: andrea barbieri at 29.03.06 11:57
Sopra ho fatto l'esempio di Rodari: per te Rodari era un populista?
Posted by: andrea barbieri at 31.03.06 14:03
Quoto Giuseppe Genna...non capisco 2/3 delle cose che scrivete, ragazzi, sembra davvero un messaggio criptato :-( Giu, contro il cervello ingarbugliato (e non solo) non c'è nulla di meglio di un'oretta di Pascal...
Un mio collega "abbracciacarne" mi ha passato Free Karma Food. Io purtroppo sono un (bel) po' allergica al post-moderno, tossisco mi ricopro di pustole e sto malissimo, quindi se M. Cevasco vuole favorire sono disposta a barattarlo con il cell. di Heidegger.
Qualcuno offre di più?...Anyone?
Z
Posted by: Zétesis at 21.05.06 00:58
humm....errata corrige: non era Giuseppe Genna, ma Andrea Barbieri, pare. Silly me, scusate.
Z
Posted by: Zétesis at 21.05.06 01:11
