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31.03.06

Lettrici di Perceber [28]

pamelaanderson_perceber.jpg

"Leggo Perceber perchè mi ricorda Joyce!"

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Posted by Leonardo Colombati at 19:14 | Comments (2)

Kate Bush sul prossimo Medicine Show

bush 01.jpg

Kate Bush
π

È un uomo dolce, gentile e sensibile
con una natura ossessiva
e una intensa fascinazione per i numeri,
una completa infatuazione per il calcolo del π.

Oh, lui ama davvero i suoi numeri,
e quelli corrono, corrono,
gli corrono intorno in un grande cerchio,
un cerchio infinito.

3,14159 26535897932
3846 264 338 3279

Oh, lui ama davvero i suoi numeri,
e quelli corrono, corrono,
gli corrono intorno in un grande cerchio,
un cerchio infinito.
Ma lui deve aggiungerne un altro.

50288419 716939937510
582319749 44 59230781
6406286208 8214 80865132…

[E' il testo di una delle canzoni contenute nel nuovo album dell'immensa Kate Bush, Aerial. Il Supplemento del prossimo numero di MEDICINE SHOW (in uscita a metà aprile) sarà dedicato a lei. Se volete averlo, assieme agli arretrati, iscrivetevi alla Newsletter lasciando un messaggio qui.]

Posted by Leonardo Colombati at 17:35 | Comments (1)

I migliori romanzi americani di tutti i tempi - Continua

Il concorso I MIGLIORI ROMANZI AMERICANI DI TUTTI I TEMPI continua a tempo - per ora - indeterminato. Continuate a votare!

Qui potete trovare la lista dei 175 romanzi tra cui scegliere i vostri 10 preferiti.
E qui trovate la classifica provvisoria.

Posted by Leonardo Colombati at 17:19 | Comments (1)

29.03.06

Lettori di Perceber [27]

fam_lurko.jpg

"Leggo Perceber perchè è bestiale!"

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Posted by Leonardo Colombati at 14:57 | Comments (4)

28.03.06

La vita e le opinioni di Martin Bux

desiati.jpg di Leonardo Colombati

[Esce oggi in tutte le librerie il nuovo romanzo di Mario Desiati, Vita precaria e amore eterno, di cui questa che segue è una mia recensione in anteprima, pubblicata oggi su Il Giornale. L'articolo è stato ripreso dalla Lipperini sul suo blog, dove numerosi sono i commenti, favorevoli e contrari (alla recensione, non al libro). E, se volete, ecco l'incipit del romanzo.]

“Cadevano le bombe come neve, il diciannove luglio a San Lorenzo” cantava De Gregori più di vent’anni fa. A quei tempi, in quel quartiere di Roma “ci andavano ad abitare studenti e gente con pochi quattrini”, scrive Mario Desiati nel suo nuovo romanzo, Vita precaria e amore eterno (Strade Blu, Mondadori 2006, pag. 217, Euro 15). “Adesso è il regno dei cazzoni. Un sacco di cazzoni. San Lorenzo (…) portava addosso l’orgoglio e l’onore che poteva avere una Marzabotto dell’eccidio nazista, o una Milazzo del riscatto dei Mille. Invece ha iniziato a diventare il cacatoio di una serie di arricchiti, attori, registi, intellettuali dal portafoglio gonfio e la penna vuota”.


Parlare del libro di Desiati rappresenta per me una doppia sfida. C’è innanzi tutto il fatto che Desiati è mio amico e recensire un amico – dicono – non è di buon gusto. Se si citano a propria difesa alcuni precedenti illustri (Moravia su Pasolini, ad esempio) si fa la figura dei tromboni. Però… il fatto è che la mia amicizia con Desiati nasce dal reciproco apprezzamento dei nostri libri. Un anno fa, tre persone che non si conoscevano – Mario Desiati, Alessandro Piperno e il sottoscritto – lessero ognuno l’opera prima degli altri. Erano, quei romanzi, tre ricognizioni di Roma tra loro diversissime, ma che muovevano tutte da un intento per così dire polemico: rifuggire il ritratto della Roma fighetta e radical-chic che ammorbava – e ancora ammorba – molta narrativa e (soprattutto) molto cinema italiano; quello, tanto per fare dei nomi, dei film di Muccino. Io provavo – indegnamente – a restituire Roma al suo mito, raccontandone le sue bellezze più note, perché non sopportavo più di leggere e vedere storie ambientate solo davanti al Gazometro, con un pasolinismo laccato di progressismo. Piperno, con il suo Con le peggiori intenzioni, raccontava l’alta borghesia romana con un fare che poteva apparire iconoclasta solo a chi si compiace dei tinelli che puzzano di sugo, dei vellutini a coste e della Due Cavalli. Desiati, invece, con il suo romanzo d’esordio, Neppure quando è notte, aggrediva la città “da sinistra”, e continua a farlo con questo suo Vita precaria e amore eterno. Ma non c’è traccia, in lui, di conformismo o, peggio, di moralismo. È uno scrittore “amorale”.
Qualche giorno fa, leggevo su “Il Corriere della Sera” una battuta fulminante di Fausto Bertinotti sul nuovo film di Nanni Moretti: “Mi sento più attratto da una cinematografia alla Clint Eastwood, per esempio Million dollar baby, o alla Ken Loach”. È di una stupenda perfidia, questo giudizio di Bertinotti, che al “morettismo” (ormai una sottocategoria nostrana del radical-chicchismo messo alla berlina da quel geniaccio di Tom Wolfe), preferisce gli sguardi asettici che Loach getta sul proletariato inglese e, addirittura, un film di un regista notoriamente di destra come l’ex ispettore Callaghan su un mito classico del sottoproletariato: quello dell’ascesa e del declino di un campione (in questo caso campionessa) di boxe.
Ecco, la Roma di Desiati, allo stesso modo è antimorettiana: non ci sono Vespe, tanto per intenderci. Il protagonista del libro, Martin Bux, arriva a Roma con la famiglia da un paesino siciliano vicino alla base NATO di Sigonella; fa i conti con le proprie ristrettezze economiche, con il disagio sociale, con un lavoro precario e disumanizzante, con la brutalità della città ai suoi margini. Adesso, provate a mettere questi elementi in mano a un qualunque scrittore italiano di trent’anni e avrete la solita pappa; di sicuro, a pagina 50, troverete Martin Bux intento a leggere le poesie di Neruda o ad assistere una vecchietta mentre attraversa la strada. Il Martin Bux di Desiati, invece, è spiazzante: è impegnato? no, è un qualunquista. Va al cinema a vedere Il caimano? no, preferisce i film porno. Vota Bertinotti? no, senza sapere perché, va in strada a urlare slogan neofascisti. “Coi radical”, dice Bux, “ho avuto a che fare un sacco di volte. Per colpa loro ho un sacco di problemi, fanno casino la notte. Sono autentici padroni della via sotto la mia finestra. Hanno così tanti quattrini, altrimenti non starebbero tutte le sere a lisciarsi canne e ubriacarsi sotto la mia stanza da letto”. Odia tutti: i ricchi come i poveri. Con gli immigrati si comporta da vero razzista: li chiama “merdaglia pakistana”, “negri”, “ghanaboys”. Vive vagando tra un’agenzia interinale all’altra; viene assunto in un call-center a sei euro l’ora: “Nessuno sciopererà per te, nessuno andrà a trattare o a ululare la sua indignazione su un palco davanti a centinaia di migliaia di bandiere sventolanti”.
Ecco, l’altra sfida che mi aspettava nel parlare di questo romanzo è che io Martin Bux e la Roma in cui si dibatte non la conosco. Sono un pariolino cresciuto tra avvocati, chirurghi e palazzinari che da quando ha pubblicato un libro si trova a flirtare con un esercito di radical più o meno chic: due categorie antropologiche spesso accomunate dallo stesso estratto conto e dalla frequentazione degli stessi ristoranti, gli stessi cinema, gli stessi luoghi di villeggiatura.
In qualche squarcio, la Roma di Desiati si ricongiunge idealmente a quella che quarant’anni fa registrava Pier Paolo Pasolini in Una vita violenta e in Ragazzi di vita; in effetti, Martin Bux starebbe bene in compagnia del Riccetto, del Ciriola e del Bassotto. Secondo Pasolini, l’uinca rivalsa per costoro “è stata sempre il considerarsi depositaria di un concezione di vita… più virile: in quanto spregiudicata, volgare, furba e magari oscena e priva di noie morali”. E per dimostrarsi all’altezza di questa irresponsabilità, s’utilizzava il gergo romanesco come un linguaggio cifrato che rivendiccase la propria adesione a una vita intesa come malavita.. La Roma descritta da Desiati, invece, è un melting pot che nessuna lingua può tenere insieme. È una babele formata da singoli reietti, che girano in tondo e non s’incontrano mai: ogni tanto si scontrano, per mancanza di spazio.
Il fatto che da un quadro simile, un personaggio non solo antieroico ma addirittura meschino e a tratti volutamente ripugnante ci faccia palpitare per i suoi sogni d’amore e di fuga (o di ritorno), può spiegarsi solo con quel miracolo – sempre sull’orlo dell’abisso – che è l’esplosione del talento narrativo, quando la nostra adesione a ciò che stiamo leggendo annulla ogni categorizzazione morale (e moralistica) e ci confonde perché ciò che leggiamo è semplicemente vero.

Posted by Leonardo Colombati at 09:45 | Comments (17)

27.03.06

Come leggere l'Artusi e decidere di mettersi a dieta

artusi b.jpg


di Leonardo Colombati


[Questo mio saggio sull'Artusi è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista Nuovi Argomenti.]


Sto ingrassando troppo, porca puttana. Sono alto un metro e ottanta, e se continuo così entro un paio d’anni peserò un quintale; una misura che s’addice meglio ad un capo di bestiame che a un uomo di trentacinque anni. Se aggiungete il fatto che fumo due pacchetti di sigarette al giorno, capirete perché ogni tanto, la notte, mi viene paura.
Ci sono persone che sono grasse per una qualche disfunzione o perché abbuffandosi leniscono più o meno latenti stati depressivi. Io peso (quasi) un quintale semplicemente per carattere e per via del modo che ho scelto per stare al mondo. Nulla mi piace di più della conversazione a tavola, condita da risate falstaffiane e pantagrueliche magnate: è tutto un “trionfo di fritti”, tutta una doppia porzione.
Conosco i proprietari e i camerieri di quasi tutti i ristoranti di Roma; quando arrivo, vengo gratificato dalla loro confidenza, che davanti ai commensali mi dà potere: il potere di sentirmi come a casa mia e di condurre le danze. Generalmente, ordino io per tutti, il vino, gli antipasti, i primi, tutto in dosi che basterebbero per due tavoli. Pago conti salatissimi, e ormai la voce “cibo” ha superato in classifica le voci “libri” e “dischi”.
Nella cerchia delle mie conoscenze, girano ormai alcune leggende: secondo una di queste, una sera, non sapendo scegliere tra due inviti a cena, avrei presenziato ad entrambe, uscendone in tutti e due i casi vincitore.

* * *

Una volta, un mio amico mi ha chiesto: “Che hai fatto di bello ieri sera?”.
“Sono stato da Pippo lo Sgobbone”.
“E che, te lo sei magnato?”


* * *

La situazione è peggiorata negli ultimi due anni, da quando ho iniziato a collaborare a “Nuovi Argomenti”. Almeno un paio di volte alla settimana, all’una, mi do appuntamento in redazione con Mario Desiati e Alessandro Piperno, con la scusa di correggere bozze, discutere del nuovo numero, proporre giovani promesse delle patrie lettere. Si finisce sempre al ristorante, magari alla Cantina Cantarini, in piazza Sallustio, oppure fino alla Bocciofila, al Borghetto Flaminio.
(Nota incidentale: la mia scoperta del ristorante della Bocciofila, avvenne per via di una mia passione letteraria. Avevo sentito dire che Valentino Zeichen – uno dei miei poeti preferiti – viveva in una casina che s’era costruito da sé al Borghetto Flaminio, davanti a piazza della Marina: un posto che le signore chic conoscono per via del mercatino vintage che vi s’allestisce ogni domenica da luglio a settembre e in cui gli espositori sono altre signore chic. Un bel giorno, presi la Vespa e il manoscritto del mio primo romanzo, deciso a trovare l’indirizzo giusto, suonare il campanello, e lasciare i miei fogli davanti all’uscio così come si faceva un tempo coi bambini indesiderati. Avevo appena individuato la casa di Zeichen, quando le mie sensibilissime narici captarono un delizioso odore di arrosto, proveniente da un cortile lì dietro. Sedermi ad un tavolo, papparmi l’arrosto e imbrattare di sugo la mia fatica letteraria fu un tutt’uno, seguito dall’apparizione del poeta, fugace, circonfusa da un alone di mistero che sei dita d’un Fiano d’Avellino avevano contribuito a creare per la buona riuscita della scena. Non osai dirgli niente; salvo raccontargli l’episodio un anno più tardi, quando insieme sbranammo due pizze lamentandoci del fatto che non si fanno più le pizze d’una volta).
Il più delle volte, comunque, Mario, Alessandro ed io andiamo all’Hard Rock Café, per una misteriosa forma di snobismo sociogastronomico. Il nostro tavolo è addossato a una parete su cui fa bella mostra una tuta appartenuta ad Elvis Presley, bianca, taglia XXL. Alessandro ordina delle piccantissime chicken wings, che divora a mani nude. Mario, incomprensibilmente, pretende di mangiare spaghetti al pomodoro – una cosa che non verrebbe in mente neppure ad un turista di Osaka – anche se spesso ripiega sulla cesar salad. Quanto a me, opto sempre per il bacon-cheeseburger, accompagnato da patate fritte. E al momento del conto – che, come da tradizione, offre la possibilità a Desiati di esibirsi nella famosa scena del “dove ho messo il portafoglio?” – giungono immancabili le mie lamentazioni: “Ho mangiato troppo”, sussurro, e mentre risaliamo via Veneto con passo incerto, giuro che non lo farò più. Ma chi ci crede?

* * *

Non so come mi è venuto in mente. Ma ormai è fatta. Durante l’ultima riunione di redazione di “Nuovi Argomenti”, si stava discutendo di una nuova sezione da dedicarsi ai libri che hanno fatto l’unità d’Italia. Tra le varie proposte, gli Inni sacri del Manzoni, Pinocchio, il Pellico, De Amicis, I viceré e Dei delitti e delle pene. “Perché non l’Artusi?”, ho detto io (il solito vizio di non riuscire a tenere la bocca chiusa). Il giorno dopo, Enzo Siciliano mi ha chiamato: “Dunque, tu fai l’Artusi”. Ero spacciato.
Per settimane, prendevo tra le mani il volume dell’Einaudi e lo sfogliavo solo per cogliere con lo sguardo frattaglie di parole misteriose come il Tetragrammaton: visioni di animelle, pelli di salamandre, busti di polli giovani, rigaglie, piccioni pillottati, zuppe di ranocchi servite con un battuto d’aglio, sedano e prezzemolo, lombate di castrato, brodini di muggine, lingue di vitella, palombi al pangrattato, sgonfiotti di farina gialla, capponi in galantina… E richiudevo appena iniziava a girarmi la testa.
Quando sono stanco e ho paura (paura di cosa? paura – senza alcuna ragione – di morire), e nell’istante in cui mi arrendo a questo piccolo assaggio di un orrore più vasto i miei occhi sono casualmente su qualcosa da leggere (un libro, un giornale, un opuscolo pubblicitario), avverto un senso di fastidio verso le lettere dell’alfabeto, quasi che queste abbiano il potere di comporsi in una figura che al solo sguardo provochi nausea, così come una linea a spirale è capace di ipnotizzarci. Ricomponendo quelle confuse stringhe di parole, ad esempio, s’imponeva alla mia suggestione l’immagine terrificante di un tacchino alto tre metri, inculato da prugne e castagne grandi come meloni. Così non mi decidevo ad addentrarmi nel librone e indugiavo sul materiale epitestuale. Come ad esempio quel La cucina di Bengodi in cui Manganelli fa notare il fatto che “di rado accade che un autore così totalmente si sciolga nella sua massima opera da fare del proprio nome un sinonimo di quella; si disse ‘Il Tasso’ per la Gerusalemme, come ‘l’Artusi’ per il suo ricettario. Pellegrino si disfece, si sciolse, si stemperò in quel suo manuale; per un uomo di lettere, destino invidiabile, che mima quei suoi sughi in cui verdure e carni si coniugano e consumano in omogenei impasti di commestibili anima e corpo”[1].
Nella prefazione all’edizione dell’Einaudi, Piero Camporesi parla della bibbia domestica dell’Italia umbertina come del libro che “svolse il civilissimo compito di unire e amalgamare, in cucina e poi a livello di inconscio collettivo, nelle pieghe insondate della coscienza popolare, l’eterogenea accozzaglia delle genti che solo formalmente si chiamavano italiane. (…) Mai occulta persuasione fu più semplice e umana, mai il prodotto in vendita conobbe un livello tanto elevato di buon gusto, cultura, civile divulgazione. (…) E così un numero considerevole di italiani si trovarono uniti a tavola, mangiando gli stessi piatti e gustando le stesse vivande”[2].
Era il 1891 quando il signor Pellegrino Artusi da Forlimpopoli pubblicò il suo libro, per la gioia di tutte le mamme e le mogli del Regno. “Era l’anno di Myricae e dell’enciclica Rerum Novarum, l’anno che vide la nascita del partito socialista italiano e di ‘Critica Sociale’, quando per la prima volta il proletariato celebrò la festa del lavoro”[3]. E non è forse solo un caso che il padre di Pellegrino, droghiere, aveva firmato in data 6 marzo 1831 un proclama inneggiante alla “libertà, all’Unione e alla Patria”, distinguendosi peraltro nei moti insurrezionali.
Pellegrino non era certo animato dagli stessi demoni rivoluzionari. Le biografie ce ne ridanno l’immagine di un moderato, sostanzialmente impolitico, avverso sia ai guidaleschi reazionari che all’internazionalismo proletario, di cui scriveva – in una lettera del 1873 – che era “un tal mostro che desta sicuro ribrezzo all’universale e il suo turbine devastatore lascia sgomente le genti in mezzo alle quali scoppia, ma breve è il suo cammino per andarsi a nascondere, all’obbrobrio di tutti. I cani idrofobi durano poco perché ognuno li teme”.
Così lo descrive, ancora, Manganelli: “Pellegrino si trasferì in Toscana: e tra Firenze e Livorno visse il resto della sua vita. (…) Certo non fu anima passionale, parve rinnegare la sua rissosa origine romagnola. Mise su una banca che gli diede benessere e apprensioni; e apprensivo fu sempre, moderato in politica, insidiato da una blanda sfiducia nelle cose pubbliche, trincerato in una vita domestica solitaria e sedentaria; come un alchimista rinascimentale, aveva aiutanti e gatti. (…) La sua cucina non sa di magia: i suoi fuochi sono braci e fornelli; non ha storte ma fiaschi, e spiedi e griglie. (…) Il suo genio fu tutto nella esattezza un po’ molle del discorso, e nel modo innocente, casuale con cui svolse quello che potremmo considerare un ‘compito storico’”[4].
Certo è che la sua prosa non di rado fa scintille. Come quando detta le istruzioni per preparare i filetti di sogliole: “Prendete un paio di sogliole mezzane oppure una sola, staccatene i filetti dopo averle spellate, che saranno quattro, e tagliateli per traverso a listarelle fini come fiammiferi. Se li tagliate in isbieco li otterrete alquanto più lunghi e sarà meglio”.

* * *

Solo oggi, a dodici ore dalla scadenza impostami per consegnare il pezzo, vinco la nausea e apro a caso La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Sentite come l’Artusi presenta il pasticcio di maccheroni: "I cuochi di Romagna sono generalmente molto abili per questo piatto complicatissimo e costoso, ma eccellente se viene fatto a dovere, il che non è tanto facile. In quei paesi questo è il piatto che s’imbandisce nel carnevale, durante il quale si può dire non siavi pranzo o cena che non cominci con esso, facendolo servire, il più delle volte, per minestra".
L’esotismo di “in quei paesi” (il corsivo è mio) balza agli occhi: mi figuro una brava donnina lucana di fine Ottocento mentre s’appresta a copiare la ricetta, immaginando il carnevale romagnolo come noi, oggi, sogniamo il sambodromo di Rio. Ma continuiamo a leggere: "Ho conosciuto un famoso mangiatore romagnolo che, giunto una sera non aspettato fra una brigata di amici, mentre essa stava con bramosia per dar sotto a un pasticcio per dodici persone che faceva bella mostra di sé sulla tavola, esclamò: 'Come! per tante persone un pasticcio che appena basterebbe per me?'. 'Ebbene', gli fu risposto, 'se voi ve lo mangiate tutto, noi ve lo pagheremo'. Il brav’uomo non intese a sordo e messosi subito all’opra lo finì per intero. Allora tutti quelli della brigata a tale spettacolo strabiliando, dissero: 'Costui per certo stanotte schianta!'. Fortunatamente non fu nulla di serio; però il corpo gli si era gonfiato in modo che la pelle tirava come quella di un tamburo, smaniava, si contorceva, nicchiava, nicchiava forte come se avesse da partorire; ma accorse un uomo armato di un matterello, e manovrando sul paziente a guisa di chi lavora la cioccolata, gli sgonfiò il ventre, nel quale chi sa poi quanti altri pasticci saranno entrati".
Recentemente, sono stato in Puglia col Desiati. Un suo amico di Massafra che gestisce l’enoteca Falsopepe, mi ha raccontato di quando il nostro valente redattore, allora diciottenne, si fermò coi suoi compagni in un ristorante dalle parti di Martina Franca dopo una partita di calcio; furono loro serviti degli spaghetti così piccanti che nessuno andò oltre la seconda forchettata. “Me li mangio tutti io”, avrebbe detto il nostro. Partì dunque una scommessa non dissimile da quella raccontata dall’Artusi. Desiati rovesciò due chili di spaghetti in una bacinella, li sciacquò con l’acqua e li divorò in dieci minuti, prima di stramazzare semisvenuto, le gambe scosse dagli spasmi che ripulivano la segatura sul pavimento come due tergicristalli.
Desiati è magro come un’acciuga e ha uno stomaco che se vi gettaste dentro uno spillo potreste sentire dei tic tic metallici – questo per farvi capire che il suo stomaco è di ferro e la sua pancia, generalmente vuota e rimbombante. Mai ho visto essere umano sopportare con la medesima serenità giorni interi di digiuno e al tempo stesso prodursi in esercizi che farebbero sfigurare pure la celebre performance di Gassman coi montblanc. È un fenomeno che avrebbe impressionato pure l’Artusi, secondo il quale “questi grandi mangiatori e parassiti non sono a’ tempi nostri così comuni come nell’antichità, a mio credere, per due ragioni: l’una, che la costituzione dei corpi umani si è affievolita; l’altra, che certi piaceri morali, i quali sono un portato della civiltà, subentrano al piacere dei sensi”. Dal che, evinco che sarei dovuto vivere nel protozoico.
L’Artusi, comunque, ispira la mia simpatia perché è un bugiardo: il suo moralismo, con un po’ d’agio interpretativo, è bello e smascherato. Nella prefazione scritta di suo pugno, egli si lamenta che “il mondo corre assetato, anche più che non dovrebbe, alle vive fonti del piacere, e però chi potesse e sapesse temperare queste pericolose tendenze con una sana morale avrebbe vinto la palma”. Belle parole. Ma il romagnolo non me la conta giusta. Basterebbe citare quel passo in cui parla del fritto alla garisenda, introducendolo così: “Signore che vi dilettate alla cucina non mettete questo fritto nel dimenticatoio, perché piacerà ai vostri sposi e, per gl’ingredienti che contiene, forse sarete da essi rimeritate”, dove appare chiarissima l’allusione alle virtù afrodisiache dei tartufi, con cui si cucina il piatto. Ma ad esempio potrebbe prendersi pure il racconto che l’Artusi fa delle vicende editoriali del suo capolavoro: “Mi pungeva il desiderio di appellarmi al giudizio del pubblico”, scrive; “quindi pensai di rivolgermi per la stampa a una ben nota casa editrice di Firenze. (…) Per dar loro coraggio, proposi a questi Signori (…) che avessero un saggio pratico della mia cucina invitandoli un giorno a pranzo, il quale parve soddisfacente tanto ad essi quanto agli altri commensali invitati a tener loro buona compagnia”. Ed io mi figuro dove fossero andati a cacciarsi, in quell’occasione, i suoi moniti alla morigeratezza…

* * *

Sono le due di un mattino di gennaio. Ho appena chiuso l’Artusi dopo aver passato in rassegna non meno di cento ricette. L’ultima, che mi ha provocato un senso di vertigine, è stata quella per il pasticcio di lepre: "Chi non ha buone braccia non si provi intorno a questo pasticcio. La natura arida delle carni della bestia di cui si tratta e il molto ossame, richiedono una fatica improba per estrarne tutta la sostanza possibile, senza di che non fareste nulla di veramente buono".
La geografia del ricettario va da Torino – in cui si mangia il cacimperio preparato con la fontina – alla Romagna che, “avendo in tasca la crusca, chiama il sugo di carne brodo scuro, forse dal colore, che tira al marrone”. In quel di Roma, il nostro genio mangiò gli gnocchi al parmigiano: “Spero che vi piaceranno”, scrive, “come sono piaciuti a quelli cui li ho imbanditi. Se ciò avviene fate un brindisi alla mia salute se sarò vivo, o mandatemi un requiescat se sarò andato a rincalzare i cavoli”. È un pellegrinare al passo di Pantagruele tra i piatti tipici d’ogni luogo, dal budino alla genovese all’arnione alla fiorentina; dal dolce di mandorle che si prepara a Napoli alle anguille del valligiano di Comacchio. Dell’ossobuco l’Artusi rende la ricetta con timidezza, poiché “questo è un piatto che bisogna lasciarlo fare ai Milanesi”; mentre con altre pietanze la confidenza è tale che essi finiscono antropomorfizzati: “Signor polpettone, venite avanti, non vi peritate; voglio presentare anche voi ai miei lettori. Lo so che siete modesto ed umile perché, veduta la vostra origine, vi sapete da meno di molti altri; ma fatevi coraggio e non dubitate che con qualche parola detta in vostro favore troverete qualcuno che vorrà assaggiarvi e che vi farà anche buon viso”.
Finirà che il signor polpettone – un uomo più grasso di me, col limone in bocca, due uova che gli escono dalle orecchie e sul capo tre cucchiaiate di pappa – me lo sognerò stanotte.
Ma prima di andare a dormire, debbo farvi una confessione.
In realtà, io sono un discepolo di Ada Boni e del suo Talismano della felicità che iniziava così: "Di Voi, Signore e Signorine, molte sanno suonare bene il pianoforte o cantare con grazia squisita, molte altre hanno ambitissimi titoli di studi superiori, conoscono le lingue moderne, sono piacevoli letterate o fini pittrici, ed altre ancora sono esperte nel tennis o nel golf, o guidano con salda mano il volante di una lussuosa automobile. Ma, ahimè, non certo tutte, facendo un piccolo esame di coscienza, potreste affermare di saper cuocere alla perfezione due uova al guscio"[5].
Posteriore all’Artusi di una quarantina d’anni, il Talismano contiene rispetto a quello meno fumo e più arrosto (per restare in argomento); e m’è servito per redigere le pagine più allucinanti che io abbia mai scritto:

__________________

Leonardo Colombati
da Perceber, cap. III, ep. XVII, pagg. 189-191

In un tardo pomeriggio di settembre del 1950, Baldini s’adoperava a sterminare un coscetto di castrato in casseruola in compagnia di tre amici, i gomiti sul tavolo d’angolo di un dolce pergolato, il mocassino di Rino Salviati posato sulla stecca di una ciscranna di paglia mentre schitarrava Le strofette di Bombacè. Non aveva ancora fatto a tempo a chiedersi se gli avrebbe nuociuto quel gran Rutto che era riuscito a trattenere, quando la vide: in groppa a una bella pollastrina che sgocciolava crema di latte,

due occhi ai quali Allàh disse «siate» e furono
e che esercitano sui cuori l’azione inebriante del vino

– non che il ghiottone ne avesse tracannato poco, fino a quel momento… – la meravigliosa Shams an-Nahàr (Sha-Sha per gli habituée) era fasciata nella sua esuberante capigliatura simile alla Trippa ricciolotta, indossava un abito azzurro e un manto di seta ricamato in Oro e Verzette ed aveva alla vita una cintura tempestata di Fegatini, Foglie di Menta e Frittelle di Sambuco.
Così, mentre i commensali provavano a scuoterlo da un fulminante coma etil-gastronomico, i suoi sensi alloppiati fremevano per quella Bellezza di Luna. Arrancando dietro il succulento destriero, Baldini la seguì fino ad un Palazzo. (…) Lei lo condusse in una grande sala: era una cupola sostenuta da cento colonne di Budino di Tacchino tempestate da Cetriolini, Funghi secchi, Cipolle, Olive, Capperi e Barbabietole, le basi e i capitelli ornati da Anitre in salmì e Fagiani tartufati. Il tappeto era composto di un sol pezzo a fondo bruno – Cotognata, come gli fu spiegato in seguito – ricamato con mazzetti di Finocchio, Indivia e Broccoletti. L’orlo era fatto di minuscole Bouchées agli Scampi, Cestini con Crema di Prosciutto, Tartine di Magro e Rissoles. Tra una colonna e l’altra v’era un piccolo sofà con cuscini di Ricotta e Gorgonzola e grandi vasi di porcellana, cristallo, porfido e agata, in cui le ancelle continuavano a rovesciare Purè di Carote, Stracciatella e Minestra di Arrow-root. Le finestre s’aprivano su un Giardino i cui viali erano coperti da uno strato di ciottoli di Galantina di Pollo e Savarin alla frutta di diversi colori, in modo da riprodurre il disegno del tappeto della sala. All’estremità del Giardino erano due canali di Salsa bruna al Madera, che avevano la stessa figura circolare della cupola. Nelle aiuole, delimitate da cordoncini di Strudel e Torte Bilbolbul, proliferavano l’Asparago e la Bietola, il Cavolfiore e il Carciofo. Bei vasi di bronzo dorato guariniti d’arboscelli e fiori poggiavano lungo i viali, i quali separavano grandi spazi piantati d’alberi dalle fronde di Bavetta, Lasagna e Cannolicchio.
Compiendo una ruota col suo scialle di Vol-au-vent, Shams coprì gli occhi del ragazzo e lo attirò a se, cercando di distogliere la sua attenzione dal bel panorama. Si accomodarono su un soffice cuscino di Brioche, posto nel centro della sala; vennero dieci schiave e poi altre dieci, che si schierarono come Uri paradisiache, e una iniziò a pizzicare le corde di un liuto, cantando:

L’ora dell’amore non comporta
questo civettare ritroso.
Cogliete il momento propizio,
per godere le ore dell’amore!

Baldini notò che dietro ogni colonna un servo era intento nella preparazione di un piatto per il pranzo. Ce n’era uno che, presa un’Anguilla dalla cesta, faceva un taglio circolare intorno alla testa, incidendo solo la pelle, e l’infilava su un gancio, lasciando l’animale penzoloni. Poi, pulitasi la lama sulle brache, staccava la pelle fino a che riusciva a prenderla con le mani e tirarla verso il basso, scuoiando per bene. Dopo averla anche sbudellata, infieriva parecchi tagli nella colonna vertebrale, così da poter arrotolare l’Anguilla su se stessa come una ciambella, e la metteva sul fuoco. Ripetè l’operazione altre sedici volte, prima che Baldini venisse distratto da un piacevole massaggio ai piedi da parte di un ancella albina, mentre Shams gli spruzzava il viso con Acqua di Rose.
Finalmente, tre damigelle deposero davanti ai due un desco pieno di Anguille in carpione, guarnito da Cipolline e Foglie di Salvia, mezze Uova sode tonné sormontate da spirali di Maionese, una gran messe di Gobbi fritti e Arborelle, Polpette di Tonno, Aguglie fritte, Alici in tortiera, Cefaletti in gratella e Salami di Pesce di lago, Aringhe salate, Filettini d’Orata Bercy, Tinche marinate, Baccalà con Visciole, e Polpi affogati nel Pomodoro, mentre un cuoco ermafrodito, seminascosto da una colonna, infarinava Cosce di Rana.
Nettata la boccuccia e il mento, unti del ripieno delle Seppie, Shams ordinò ad una schiava di allietarli con un’altra canzone:

O padron mio, o cuore mio caro e vita preziosa!
Concedimi un bacio, in dono oppure in prestito
e te lo restituirò, possa tu sempre vivere, tal quale me l’hai dato.

Baldini, al quale lo spettacolo delle venti negre danzanti aveva già fatto salire la pressione, incurante dell’opprimente fardello della sua vescica pregna di Vino al Rabarbaro, Sciroppo di Ribes, Tè, Sours, Acqua frizzante e Sangarees, non si tenne, lanciandosi:

Vorrei donarti un bene più prezioso
se saprò trarmi in salvo da questo zabaione.
Non star lì a calcolare gl’interessi:
ti do quel che ho di mio più caro
e tu ridammiti tutta, senza badare all’inflazione.

Ormai ritto sulle gambe tremolanti come Crema Malakoff, il “Dono” anch’esso piuttosto fondant, Baldini cercò di spalmarsi sulla bella Sha-Sha, mancando piuttosto disonorevolmente il bersaglio. Vennero portati gli incensieri e le anfore d’Acqua di Rose e scodelle d’oro sbalzato contenenti bevande, frutta e seccumi d’ogni sorta, molte candele furono spente e in breve i due rimasero soli.

__________________

Ricordo che dopo aver scritto questo brano, mangiai pollo lesso e semolino per tre giorni.
Stanotte, stremato e nauseato da queste ricognizioni culinarie, faccio solenne promessa ai preclari direttori di questa rivista, ai suoi redattori, alla mia famiglia e a voi, gentili lettori, che da lunedì inizierò una dieta come dio comanda.
Quanto all’Unità d’Italia, s’è fatta, no? Artusi o non Artusi.

Note:

[1] Giorgio Manganelli, La cucina di Bengodi, “Libri Nuovi”, dicembre 1970
[2] Piero Camporesi, Introduzione, in Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, Einaudi, Torino 1970
[3] Ibidem
[4] Giorgio Manganelli, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, “l’Espresso”, dicembre 1970
[5] Ada Boni, Il talismano della felicità, Carlo Colombo Editore, Roma 1970

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21.03.06

Genna: Dies Irae

dies irae.jpg

[Il 28 dicembre 2005 è una data che dimenticherò difficilmente.
Ero a Milano. Chiamai Giuseppe Genna e ci accordammo per una pizza in un ristorante sotto casa sua. Finita la cena, ci rifugiammo nell'appartamento di Giuseppe per fare quattro chiacchiere.
Nelle tre ore che seguirono, fumai un pacchetto di sigarette, mi scolai 5 o 6 bicchieri di Amaro Averna e cambiò per sempre - per ora! - la mia percezione su cosa vuol dire fare letteratura, oggi, in Italia.
Lessi a Giuseppe i primi due capitoli del mio nuovo romanzo. Ne seguì una conversazione che fu per me illuminante. Il risultato di ciò che mi disse Giuseppe fu, nelle settimane successive, un lungo saggio su Ovidio che uscirà sul prossimo numero di "Nuovi Argomenti"; e soprattutto, un ripensamento radicale del romanzo che sto scrivendo in questi mesi.
Quando, quella sera, finimmo di girare attorno al mio manoscritto, Giuseppe accese il suo computer e mi lesse alcune pagine del libro che di lì a pochi mesi sarebbe diventato Dies Irae.
Vado a memoria, perchè la mia copia del romanzo è in questo momento sul tavolo del salotto di casa mia, a qualche chilometro da dove sto scrivendo. Ma mi sembra di ricordare che il brano che Giuseppe mi lesse comincia a pagina 220 o giù di lì.
Quelle pagine ebbero su di me due effetti contrastanti: mentre Giuseppe me le leggeva provavo simultaneamente un'indicibile godimento (plaisir e juissance - tutto in una botta sola) e una profonda vergogna per ciò che precedentemente gli avevo letto io - roba che mi pareva non essergli nemmeno lontanamente degna.
Ora Giuseppe ha pubblicato proprio alcune di quelle pagine sul suo sito. Ed io qui le ripropongo.]

Da Dies Irae
di Giuseppe Genna

E’ notte, stiamo correndo veloci per la città gelata, questa Belfast nonlatina senza rigurgiti popolari né storia né fede, questo opificio in dismissione che spacciano per fabbrica della cultura industriale e per avanguardia del Paese. La punta di zircone venduta per punta di diamante.

Siamo lanciati a bordo di una nuovissima e adamantina e rosso fiammante Renault Clio e uno degli amici pubblicitari (siamo in cinque, io l’unico non pubblicitario) brucia i semafori, ci lancia verso l’Hollywood, che è l’ombelico dell’occidente italiano, lo snodo dell’età dell’oro finto, tutto è iridescente nella velocità in una notte come questa sulla circonvallazione di viale Umbria a pochi mesi dall’ascesa sul palco congressuale stratosferico dell’Ansaldo di Bettino Craxi, che sventolerà sudato in camicia bianca il mazzo di garofani a vantaggio della platea entusiasta e supplice, tutti i protagonisti di questa finzione di caccia al vello d’oro, i moltissimi sorrisi che esplodono a intervalli bianchi fosforescenti tra i palmi delle mani che applaudono..
Il tempo sta mutando.
Non per me.
Io sono sempre nel mio tempo globulare, nella mia bolla, vivo nel fortilizio di autismo che mi separa dalle cose, dai visi, dalla pelle.
I quattro con me lavorano in pubblicità, io sono l’unico a mantenersi con le ricerche telefoniche e a preconizzare i cingoli impietosi del Sistema Politico Sergio Baracco nel decennio che si sta per aprire, la telesvendita politica, l’acme del niente, la paralisi beota, proprio ora che il tempo si sente che sta cambiando, che si apre un’era nuova, un nuovo ordine, e il pianeta ruota intorno all’asse della sua stessa rigenerazione, auspicata e preannunciata - ordita.
Quello alla guida della Clio lavora da Pirella Göttsche Lowe, e ci lavora fino a mezzanotte o l’una, perché è l’agenzia più prestigiosa, “Emanuele è mitologia pura” dice e intende Pirella, i copy e gli art dei concorrenti la sera fanno le carovane per andare sotto le finestre della Pirella a pigliare per il culo gli adepti di “Emanuele”, gente che guadagna (finora ha guadagnato) palate di soldi muovendosi ai ritmi di una catena di montaggio cerebrale, senza prendersi libertà pura nemmeno per un’ora, un falansterio, essere creativi, comunicare, raggiungere il cliente, è un sistema in bolla. Guida, lo pigliano per il culo sotto l’agenzia di sera, vorrebbe fare il poeta, scrive brutti versi, prende psicofarmaci e ci lancia a 140 km/h sulla circonvallazione e galleggia nella bolla di questo sistema di immagini e parole del decennio che sta per esplodere in un nuovo decennio rinnovato, riformato. Il sistema che è una bolla.
Io so: s’incrina, si sgonfia.
Anche gli altri tre sono pubblicitari, ostentano il sorriso dei forti e degli speranzosi, ogni mese è una scaglia che si aggiunge alla massa totale di un nuovo prezioso strato geologico, in dinamica trasformazione, un geomorfismo mobile, un’epoca aurea e irresistibile, il migliore dei tempi possibili vissuto nel migliore dei mondi possibili, questi quattro sorrisi che lasciano la scia bianca fosforescente nella notte, a una velocità sorprendente sulla circonvallazione, le teste tese verso l’Hollywood, il locale dei prodighi e degli antichi romani reincarnati con le Churchill ai piedi e il Rolex che sfavilla del medesimo lucore dei canini nel semibuio dei privé, sistemati secondo la graduatoria delle élite che li occupano, e l’amico accanto al guidatore abbassa il finestrino e ulula, ulula al popolo del Plastic che superiamo come un fotogramma.
Io no, sono indietro.
Io fatico ad aggrapparmi a questo veicolo del nuovo tempo e non esisto.
Sono quello che mezz’ora fa ha procurato per loro grammate di bamba non chimica, di qualità superiore, sono aggrappato con le unghie a questo veicolo nuovo che fiamma la sua vernice rossa saccente a 140 km/h in centro a Milano, le mie unghie ròse, spezzate, il mio volto magro, ossuto, dolicocefalico nel riflesso scuro del finestrino e non parlo.
Io ho una storia e la mia storia non è la loro e la mia storia è il pozzo artesiano in cui sono precipitato, incastrato in un budello spaziotemporale, buio, coperto di fanghiglia e sterco di piccione, io delle dimensioni di un coniglio e tremo nel gelo, io che mi inabisso nel pozzo artesiano che si spalanca nell’anfiteatro naturale del mio sterno.
Io, fuori da tutto e da tutti, mentre quello davanti continua a ululare dal finestrino e urla “In culo agli operai!” e lo fa perché ripetono tutti che si stanno estinguendo, gli operai, e questi quattro parlano soltanto della gloria aurea del terziario avanzato, della società dei servizi, dell’era dell’informazione che stanno cavalcando. Galoppano su stalloni di acciaio e finiture plumbee, sono i cavalieri dell’Apocalisse dell’Era Terziaria Avanzata.
Vivo in un appartamento in stato abusivo, suonano alla porta e sono i carabinieri o l’addetto dello IACP. O il pusher di Calvairate che mi procura la bamba per narici terziarie e avanzate.
Pippano sul ventre bianco e pulsante di una ragazza diversa ogni sera e io sono solo. Immaginano la forma che il mondo deve di necessità assumere e io non esisto in quella forma. Sloganizzano il presente riunificandolo al passato che immaginano essere parificato a oggi, anticipano il futuro con una programmazione verbale e strategica.
Io sono un bambino ricoperto da uove di larva, neroviola, traumi e ricordi che non sciolgo, mi applico e non riesco a sciogliere, scavo nel profondo ed estraggo melma né morta né vivente, che scivola nuovamente nel pozzo di scavo. Scavo ed estraggo ciò che ho già estratto, penitenziale, inibito, sisifeo. Scrivo per difendermi e fare esplodere ciò che immagino e restare inebetito nello stato autistico che realizzo davanti alla sfera con lettere in rilievo della macchina elettronica per scrivere, scrivo il manoscritto incomprensibile del Dies Irae, accumulo investigazioni per una controinformazione da spacciare in forma di letteratura indecifrabile, isolato in queste pareti cartacee che ho eretto a difesa del mio corpo nudo e tremante, ricoperto di uova di larve che contengono le tremende immagini né morte né vive, esse fuoriescono e mi serrano l’esofago e mi spaccano con spasmi gli arti e la mente.
I quattro ululano che la Uno è comodosa e ridono.
Tutto ciò che loro hanno, io non ho. Quello che mi sono caricato addosso, libera le loro schiene.
Le uova di larva neroviola innervate nel mio corpo si aprono e si richiudono, partoriscono senza requie sempre lo stesso organismo larvale né morto né vivente ma attivo, che mi penetra in bocca, risale l’istmo delle fosse nasali, punta al cervello e lì si stampa sulle pareti cervicali e vive attendendo l’organismo gemello che lo raggiungerà, a fasi cicliche continue. Io respiro male, dispnoico per queste interferenze e risalite di larve traumatiche. Esse sono immagini.
Esse sono le immagini del padre che dondola etilista digrignando i denti, della madre che lo tradisce uscendo bianca nella notte andando dagli amanti e lasciando me e mia sorella con il padre etilista, le immagini di Alfredino e del cadavere indecomposto di Gino e del racconto che ne fece mio padre alterato, sono il racconto che vibra sempiternamente nella scena in cui mia nonna Gisella è schiantata e disarticolata sull’asfalto dopo un lancio dall’ottavo piano e le immagini viventi degli elettrochoc, e di mia madre che rientra dagli amanti tardi e la porta di casa ha il chiavistello bloccato così mio padre va ad aprirle per picchiarla, e tutte le notti sveglio ad attendere quel momento, e la pistola da partigiano di mio zio Gino carica nel comodino di mio padre che dorme nella misteriosa stanza da letto dei miei genitori nel buio da solo mentre mia madre ha attrezzato un letto in camera mia e di mia sorella, e l’immagine della sagoma di mio padre che forse ci uccide e che traballa pericolosamente tra la porta del bagno e la nostra porta a vetri smerigliata e forse entra e spara, e l’immagine di mio padre incurvato da proteggere che si sente sconfitto e ha bevuto a cento metri mentre sono sull’albero dei giardini della piazza Martini, e la fotografia in bianco e nero di mio padre scattata nell’ufficio Personale del Comune di Milano firmata dalle BR durante un assedio dei lavoratori precari, e le strane mute telefonate che giungono a mio padre da un giovane calabrese che immagino essere l’omosessuale amante di mio padre, e la sera che mio padre ubriaco percepisco desidera uccidere mia madre in assenza di mia sorella e mi ordina di andare a prendere mia sorella per essere solo con mia madre e ucciderla con l’enorme coltello che c’è nel primo cassetto della cucina bianca e io trascino via mia madre perché so che sta per ucciderla, e l’immagine del ritorno di me e mia sorella e mia madre che troviamo la porta chiusa con il chiavistello incastrato e non possiamo aprire e suoniamo e suoniamo e suoniamo e nessuno risponde e allora sfondo la porta io il tredicenne e corro nella misteriosa buia stanza da letto in fondo all’anticamera dove mi segue il cadavere indecomposto di Gino quando sono da solo e mio padre con la luce accesa e il golfino color crema è disteso sopra il letto e dalla bocca gli fuoriesce una schiuma color crema e chiamo l’ambulanza per il suicidio e si salva, e l’immagine sbagliata di mia madre quella notte mentre piango e urlo e i nervi si scuotono e gli arti subiscono spasmi nel letto dove mio padre ha appena tentato il suicidio e con me e mia madre c’è mia sorella, e l’immagine dei blister svuotati con le compresse schiacciate fuori dai blister e ingurgitate per uccidersi, e la telefonata fievole dall’ospedale giorni dopo la lavanda gastrica che lo ha salvato, e il giorno quando ritorna nella casa con la consapevolezza di tutti del tentato suicidio, e l’assedio di Chernobyl di mia madre priva di controllo mentale che stipa decine di scatole di latte in polvere nella madia e parla soltanto del cesio e vede i suoi amanti segreti di cui ci parla, e la gamba immobilizzata e lo sguardo svuotato e gelido e assente di mia sorella nell’attesa notturna del rientro di mia madre dai suoi amanti a casa, e ancora a lampi le immagini immaginate del corpo bianco di Alfredino portato in processione e lindato dal fango e non vivo e non morto, e le immagini immaginarie erotiche omosessuali e bisessuali ed eterosessuali che mi tempestano la testa risalendo come larve senzienti che portano a termine il loro compito stampandosi sui lobi cerebrali, e i soldi mancanti nella penuria di chi mi sfotte a scuola irridendo mio padre e le cene silenziose per mezz’ora ogni sera senza una parola, e il terrore di rispondere al trillo del telefono nella casa buia per la reazione etilica di mio padre serrato nella salotto davanti alla televisione, e la popolazione dei morti indecomposti che mi pressa e le blatte vive dentro gli scarichi del lavello e le blatte immaginate nel settore basso dell’armadio dove ho nascosto il giornalino porno che mi hanno regalato a scuola, e il giorno della separazione coniugale nel volto di mia sorella che abbandona mio padre etilista sconfitto per sempre di una sconfitta immedicabile mentre io rimango con lui nell’anticamera buia pressato dai cadaveri indecomposti nell’esaurimento di una vicenda nera e senza provare alcun senso di liberazione o sollievo, e la notte tremando nel letto nella stanza dove solo la sera prima c’erano mia madre e mia sorella e non ci saranno mai più, attendere nel letto sveglio tremante il colpo di pistola di mio padre, e abbandonare tutto e traslocare dentro i sacchetti del Pam da solo gli abiti e i libri senza che nessuno mi aiuti verso l’alloggio popolare abbandonato temporaneamente dai nonni a rischio di intrusione da parte della mafia degli abusivi, l’immagine dell’occhio di vetro nel cassetto del comò di mio nonno accanto a un pettine giallo tra i cui denti ancora sono alcuni capelli bianchi di lui che sta morendo, e l’altarino in fiori finti di tela impolverati e il lumino cimiteriale davanti alla fotografia di Gino cadavere indecomposto nella stanza gelida sulla sinistra, e il test a Baggio dei tre giorni militari dove mi dicono che sono pazzo e lo psichiatra mi dice che a me salva la cultura di cui dispongo e mi obbligano a pisciare davanti a tutti e non riesco, e il test psicologico MMPI effettuatomi dall’amante di mia madre che decreta che sono pazzo, e l’immagine del dottore-mummia che è lo psichiatra che mi passa le tavole del test Rorschach e dice che sono pazzo, istogrammi che mi salgono autonomi nel cervello indicando graficamente che gli indici di normalità sono saltati, e le ragazze guardate con enorme disdegno di me stesso e il vomito che mi assedia ogni mattino dal primo anno di università non è altro che il rigurgito delle larve neroviola andate a morire stampigliandosi nel mio cervello, subito sostituite da larve gemelle.
E la frustrazione.
E l’inadeguatezza.
E la povertà.
E l’impotenza emotiva ed erotica.
E la precarietà.
E la magrezza anoressica.
E il freddo interiore.
E le tempeste psicosomatiche, l’infarto a diciassette anni, e il vomito ogni mattino da un anno, i rovesci di bile che ustionano l’esofago scrutando disanimato la ceramica crepata della tazza del water alle sette del mattino.
E gli arredi tarmati e le lane tarlate dell’abitazione popolare abusiva in cui mi difendo scrivendo per ore le parole fantasma del Dies Irae che mai vedranno la luce, il modo con cui io scarico le larve staccandomele con le mani dal cervello e stampigliandole sulla carta per mezzo della macchina elettronica da scrivere, la salvezza transitoria fornita dalle metafore e dalle allegorie, l’inutilità della letteratura che non consola, non sprona, non è midollare.
E questo è l’inizio. Questa è la premessa. Io parto da qui. Io devo staccarmi di dosso, una per una, le uova larvali neroviola che mi si sono attaccate addosso e innervate nella pelle che non sento. Questo è l’incipit, l’esordio, la prima riga del testo, la prima staminale, l’embrione prima di ogni impossibile luce, nel pozzo artesiano dell’utero freddo e io nasco e cresco così. Il corpo è fatto di cibo, che si accumula fino a disgregarsi.
Queste sono le parole invendibili ma mie. Queste sono le parole che vengono rifiutate. Queste sono le sillabe di una sofferenza non commercializzabile. Questi sono i ritmi dei miei singulti di cui a nessuno frega, non un centesimo per caricarsi addosso questo flusso. Nessuno compra, seppure compresse in centinaia di pagine, le uova larvali neroviola di un altro. Queste parole che ho arrestato con un atto di automatica volontà, ma che potevano proseguire all’indefinito, la potenza devastante del mio crisma mentale, questo ricordo nitido di ogni minuto che ho vissuto, sarei capace di enunciare ogni ora che ho vissuto lì e che ha originato un uovo larvale neroviola.
Io, percependo, ho innervato uova larvali neroviola.
Io, lo stolido, l’incapace, l’intelligentissimo. Io, il Mente, la mente che mente, e si difende mentre le larve risalgono e risalgono il mio corpo ora scheletrico e che poi esploderà tra qualche anno, il mio corpo candidato alla psicofarmacologia e alla distruzione anticipata di ogni possibile carezza, di ogni possibile abbraccio, le larve immaginali frenano ogni possibile lacrima dall’interno della rétina e nessuno mi permetterà mai di vendere queste larve, queste lacrime, questi blister svuotati di ogni capsula. Nessuno li comprerà mai e questa è l’unica merce che ho da vendere.
Io non sono e sento che non sarò.
Niente sarà e i quattro sulla Renault Clio ridono e uno ulula fuori del finestrino che “Il mondo è mio!” ad altezza Porta Nuova.
Ecco cosa sono io, con il bacino irrigidito, il membro retratto e insensibile, il respiro da dispnoico, la testa irrigidita nella Renault Clio fiammante, grammi di bamba nella tasca del mio montgomery dai bottoni saltati e dalle asole sfatte, accanto a quattro pubblicitari che meditano sulla possibile crisi di crescita, “il 1987 è stato un passaggio doloroso ma necessario, Wall Street ha espulso la bolla giapponese e alla fine era una crisi di crescita, strutturale” e inneggiano a un Marx capovolto, che aveva previsto l’avvento della dittatura finale del pubblicitariato.
Stiamo andando all’Hollywood e significa che varchiamo le soglie del reale, siamo ai confini della realtà.
Questi quattro pubblicitari che vendono le loro parole, marchiano il mondo con immagini e parole che le persone desiderano comprare.
Chi comprerà queste parole?

Posted by Leonardo Colombati at 17:12 | Comments (65)

20.03.06

Nuovi Argomenti n. 33 è in edicola

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Il numero 33 di Nuovi Argomenti (gennaio-marzo 2006) è in edicola, con due Esquisses non inserite da Proust nel finale de Il tempo ritrovato, una sezione in cui Van Straten, Sanvitale, Moresco, Colombati, Mantello, Janeczek, Santi e Manica fanno i conti con 8 libri che hanno fatto l'Italia (parlando di Pisacane, Abba, Artusi, Croce, De Sanctis, Gramsci, Nievo), e altri pezzi di Pardini, Pincio, Trevi, Canali, ecc.

SOMMARIO

DIARIO di Enzo Siciliano

INEDITO di Marcel Proust, Due Esquisses, con una nota di Assia Thermes

8 LIBRI CHE HANNO FATTO L'ITALIA
Giorgio Van Straten, Il combinato disposto, Giuseppe Cesare Abba
Francesca Sanvitale, Francesco De Sanctis, "Un viaggio elettorale" (1875)
Antonio Moresco, L'insurrezione
Leonardo Colombati, Come leggere l'Artusi e decidere di mettersi a dieta
Marco Mantello, La poesia che prese il posto di Antonio Gramsci
Helena Janeczek, Caccia di guardie e ladri in terra padana
Flavio Santi, Ippolito Nievo, l'annegato d'Italia
Raffaele Manica, L'ultima sconfitta di Croce

CANTIERE
Stefano Simoncelli, Verso la terra di nessuno
Vincenzo Pardini, Un puma
Piero Sorrentino, Rassegna dell'ultima narrativa italiana
Marco Giovenale, Le fortune
Tommaso Pincio, Io ma non proprio
Sebastiano Leotta, Dopo il dialetto. La poesia di Silvio Basso
Nicola Vitale, Intende l'ascoltatore
Raffaella D'Elia, "Il velo nero" di Rick Moody
Emanuele Trevi, Tre poesie buone
Manuela Marchesini, Finding the cure: Dante in Gadda e Shaub
Ruggero Savinio, Via Statilia
José Emilio Pacheco, Un disegno di ottobre
Brendan Kennelly, "Chi compra una poesia"
Francesca Serra, Potenzialmente Calvino
Andrea Gibellini, Il caso Pascoli
Luca Canali, Amarezze biformi
Alessandro Baldacci, Nelle fauci della specie
Sebastiano Mondadori, Il caos ossessivo di Veronesi
Elisabetta Liguori, Per fortuna

GIORNALE DI BORDO
George R. Gissing, Giornate romane
Nadia Anjuman, Il canto più triste

Posted by Leonardo Colombati at 11:08 | Comments (0)

Joyce Carol Oates: la controstoria femminile dell'American Dream

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di Leonardo Colombati


[Questa mia recensione del nuovo romanzo di Joyce Carol Oates, "Le Cascate", è apparsa su Il Giornale, mercoledì 15 marzo 2006]


Secondo Martin Amis, l’Alta Autobiografia è il genere letterario che attraversa e informa il ventesimo secolo in contrapposizione al romanzo postmoderno. «In un mondo che diventa sempre più inafferrabile, ma soprattutto sempre più mediato», scriveva, «il rapporto diretto con la propria esperienza è l’unica cosa di cui ci si possa fidare».
Joyce Carol Oates, americana, classe 1938, fa Alta Autobiografia da quarant’anni, sfornando una lunga serie di romanzi per i quali, prima o poi – se c’è giustizia a questo mondo – a Stoccolma si ricorderanno di assegnarle un meritatissimo Nobel. Eppure il suo approccio al “genere” non è di tipo classico: la Oates non è mai la protagonista dei suoi libri, ma si cela dietro le multiformi maschere dei suoi personaggi femminili. «L’America era atomi nel vuoto; atomi in continuo movimento che si toccano, rimbalzano e di rimbalzo saltano nello spazio» scriveva in Un giorno ti porterò laggiù. Quegli atomi sono le donne; anzi la Donna. La Oates si è data un compito: scrivere una controstoria femminile dell’America, per fare i conti con quella grande illusione chiamata American Dream. Contro le diverse incarnazioni di questo sogno combattono le eroine dei suoi romanzi. In Un giorno ti porterò laggiù, la giovane studentessa universitaria Anellia sperimenta drammaticamente tutta l’ipocrisia dell’ambiente universitario, quel mondo che Hollywood ci ha dipinto con indulgenza propinandoci dosi massicce di professori in tweed e confraternite studentesche con le iniziali in greco. E proprio Hollywood è la Terra Promessa in cui approda Marylin Monroe, la protagonista di Blonde: un Eden che in breve si trasforma in un Inferno; mentre ne L’età di mezzo il dramma si svolge a Salthill-on-Hudson, una ridente cittadina alle porte di New York dove tutti gli abitanti sono ricchi e dall’aspetto più giovane della loro età.


Nel romanzo che esce ora in Italia per Mondadori, Le cascate, il luogo che simboleggia l’American Dream è forse il più evocativo e potente di tutti: le cascate del Niagara. Nel giugno del 1950 il giovane pastore presbiteriano Gilbert Erskine vi porta in luna di miele la moglie Ariah, secondo il più trito cliché dei fiori d’arancio a stelle e strisce. La prima notte di nozze è un disastro annunciato: la sposa, «vergine a ventinove anni», ha bevuto fino a trovare il coraggio di farsi toccare da un uomo che non può amarla. Gilbert è il campo di battaglia su cui combattono le istituzioni che mantengono l’ordine sociale (la Chiesa, il matrimonio) e le forze naturali. Tra l’impegno a rispettare le prime e l’impulso insopprimibile ad assecondare le seconde – che in lui si traducono nella perdita della fede e in un impossibile amore omosessuale per il suo migliore amico – il neosposo è stretto in una morsa dalla quale decide di liberarsi per sempre all’alba di quel suo primo giorno da marito: senza che Ariah se ne accorga, esce dalla suite del Rainbow Grand Hotel e corre a gettarsi nelle Horseshoe Falls, le cascate a ferro di cavallo che ogni anno attraggono gli sposi e i suicidi.
Per sette giorni, Ariah attende che il cadavere venga ripescato. Nell’albergo, dove si aggira come in trance, iniziano a chiamarla la Sposa Vedova delle Cascate: «indossava uno chemisier di organza a fiori stretto in vita e poi svasato, del genere che indossano i liceali alla festa del dipoloma. Aveva un nastro rosso in vita, allacciato con un morbido fiocco. I bottoni di madreperla erano chiusi fino al collo, come se avesse freddo. Aveva un guanto bianco infilato e l’altro in mano. I capelli, color ruggine sbiadita, erano raccolti sulla nuca in un’accocniatura non molto accurata, da cui cominciava a sfuggire qualche ciocca; allo chignon era appuntato un bocciolo di rosa, lievemente pendulo. Le gambe magrissime erano fasciate in calze troppo larghe, che facevano le grinze sulle caviglie, e indossava scarpe bianche, di pelle, con tacco medio: scarpe della domenica, per andare in chiesa. Aveva la pelle giallastra e punteggiata di lentiggini, come gocce di pioggia sporca; a tratti sembrava chiazzata, un disegno cancellato qua e là con la gomma».
L’orrore che Ariah prova di fronte alla tragedia non ha nulla a che fare con l’amore: è ricompreso, invece, in qualcosa di più vasto e sfuggente, che Ariah associa subito all’ineluttabilità del proprio destino. Un destino che, proprio nel momento più buio, le riserva un imprevisto raggio di luce: di lei, infatti, s’innamora Dirk Burnaby, un avvocato del posto che partecipa alle indagini; scapolo inveterato, affascinante, sempre circondato da belle donne, a volte splendide ballerine dell’Elmwood Casino, oppure modelle, che porta spesso a fare un giro sulla sua barca, la Valkyrie – «un dodici metri di un bianco scintillante» – la sua attrazione nei confronti di quella vedova bruttina va contro ogni pronostico. Ma, contro ogni pronostico, i due si sposano, fanno tre figli, creano per loro stessi un perfetto stile di vita domestico anni Cinquanta.
Non più vedova, ma sposa – e madre – Ariah non riesce a godere di quest’inaspettata felicità. L’orrore che le si è spalancato davanti agli occhi, consustanziatosi nel rumore assordante delle cascate, continua a perseguitarla come se il suo destino non possa essere altro che quello di diventare la Cassandra di se stessa. Tenta di adattarsi alla famiglia e all’ambiente del marito, ma rapidamente la sua passione si trasforma nella paura di essere nuovamente abbandonata. Come Cassandra, Ariah ha ragione. Dirk incontra infatti Nina Olshaker, una donna che le si è rivolta dopo che una figlia le è morta ed altri due sono gravamente ammalati per aver respirato i gas tossici che emanano dal terreno su cui è stata costruita la loro casa, in una località ad est delle Cascate del Niagara chiamata Love Canal. La battaglia civile che Dirk intraprende, lo allontana sempre più dalla famiglia, lo emargina dal suo ambiente e lo conduce ad una morte misteriosa, lasciando Ariah e i tre figli a tormentarsi per tutta la vita con lo stesso interrogativo: può la Natura – intesa come volontà individuale – vincere contro i contratti sociali? In tutti i romanzi di Joce Carol Oates la risposta sembra essere «no». Ed anche in Le cascate la famiglia è solo un accidentale concorso di atomi, sempre pronto ad esplodere.
Il teorema della Oates, in questa nuova prova, sembra comunque essere troppo schematico. Le cascate può essere facilmente definito come la summa del canone oatesiano, zeppo com’è di personaggi tormentati, oscuri segreti, derive filoambientaliste, freudismi a go-go, destini ineluttabili: una sorta di mix tra Shakespeare e Hawthorne in salsa hollywoodiana – quella di certi stilizzatissimi film anni Cinquanta – che se da un lato riconferma la potenza enunciativa della Oates, dall’altro finisce per atrofizzare le sue capacità espressive. Ed ecco che alcuni lunghi brani di questo romanzo, nei quali la Oates indugia troppo nello scandaglio psicanalitico della protagonista femminile, descrivendoci minuziosamente tutti i suoi tic e le sue angosce, risultano a volte piuttosto faticosi. Dove invece la trama accelera, ritroviamo intatto il talento di una delle più grandi voci del nostro tempo.

(Joyce Carol Oates, Le cascate, trad. it. A. Biavasco e V. Guani, SIS Mondadori 2006, p. 512, Euro 19,00)

Posted by Leonardo Colombati at 10:43 | Comments (4)

08.03.06

Al Top Libri

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Sabato 11 marzo, ore 22:00.
Leonardo Colombati sarà ospite della trasmissione televisiva Al Top Libri in onda su Sat 2000 (Canale 818 si Sky). Si parlerà di critica letteraria.

Posted by Leonardo Colombati at 15:51 | Comments (0)

03.03.06

I migliori romanzi americani di tutti i tempi - Situazione

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Continua il concorso I MIGLIORI ROMANZI AMERICANI DI TUTTI I TEMPI.
Ecco la classifica provvisoria:

01. Herman Melville, Moby Dick (313)
02. J.D. Salinger, Il giovane Holden (247)
03. Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby (211)
04. Don DeLillo, Underworld (209)
05. Vladimir Nabokov, Lolita (207)
06. Saul Bellow, Herzog (204)
07. Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravità (186)
08. William Faulkner, L'urlo e il furore (182)
09. Philip Roth, Il lamento di Portnoy (178)
10. Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte (149)

11. Henry Roth, Chiamalo sonno (147)
12. Philip Roth, Il teatro di Sabbath (140)
13. Ray Bradbury, Fahrenheit 451 (132)
14. Kurt Vonnegut, Mattatoio 5 (130)
15. John Fante, Chiedi alla polvere (126)
16. Bret Easton Ellis, American Psycho (121)
17. Jack Keruac, Sulla strada (119)
18. Henry James, Giro di vite (118)
19. Ernest Hemingway, Fiesta (115)
20. David Foster Wallace, Infinite jest (108)

Continuate a votare!

Posted by Leonardo Colombati at 17:39 | Comments (13)

Perceber: l'Avvento del Libro Perfetto

di David Frati

[Questa recensione è apparsa su Lettera.com]

Se tempo fa qualcuno mi fosse venuto a raccontare che un bel giorno avrei avuto tra le mani un ponderoso romanzo capace di mettere in un unico calderone bollente la cabala, le Triadi, Sade, Fregoli, le Brigate Rosse e Mozart, il Gay Pride, gli Smashing Pumpkins, la pedofilia, il bondage e molto altro ancora, shakerando il tutto con una prosa scintillante, zeppa di rimandi e citazioni, irta di note a margine, e che per soprannumero quell’ipotetico romanzo sarebbe stato scritto da un acceso tifoso romanista come me, e sarebbe stato ambientato nella mia Roma, un capitolo per ogni rione o quartiere (e un capitolo per ogni luogo della cosmologia cabalistica, e un capitolo per ogni parte del corpo, ma questo è un altro discorso), partendo addirittura da un fatto di cronaca avvenuto a poche centinaia di metri da casa mia, se insomma qualcuno mi avesse profetizzato l’avvento di questo Libro Perfetto io avrei sorriso, fatto un sospiro da scolaretta, scosso il capoccione e proseguito la mia strada. Ironia della sorte, come spesso accade nella vita, ora che quel libro ce l’ho sotto mano le mie reazioni non sono quelle che avevo previsto. Almeno non del tutto. Intendiamoci, lode a Colombati per questa opera così complessa e ambiziosa (so che alcuni non considerano la complessità un valore in sé se riferita ad un romanzo, ma io sì, che ci posso fare, sono fatto così), che blandisce il lettore avveduto con un ardito e sincretismo di tutto (o quasi) lo scibile umano e al tempo stesso lo mortifica con l’ostinata ritrosia di uno stile arduo, magmatico, inesorabilmente ‘difficile’. Salutato da eminenti critici letterari e scrittori come un capolavoro immortale ancor prima della sua pubblicazione, e giù paragoni con James Joyce e Thomas Pynchon, Perceber è meno fruibile a diverse profondità di quanto non creda il suo autore, è ipertrofico come spesso accade ai romanzi scritti in periodi di tempo lunghi (un decennio, a quanto ha avuto modo di raccontare lo stesso Colombati), e incappa in qualche evitabile caduta di stile (quasi tutti i dialoghi in chiave comico-grottesca, per fare un esempio). Ma è anche fascinoso, potente, emozionante, intrigante, sorprendente. Non sarà forse il Libro Perfetto del quale parlavano le antiche profezie, ma caspiterina se è un Libro. Di quelli veri, da serie A, roba fina. Ce ne fossero, di libri così.

Posted by Leonardo Colombati at 15:25 | Comments (0)