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27.04.06
Il nuovo numero del Medicine Show
E' on-line il nuovo numero di Medicine Show, la ciarlatanesca rivista musicale fondata da Leonardo Colombati e Giulio Mozzi.
Nel numero di marzo-aprile: un'intervista esclusiva di Niccolò Borella a Jim Kerr, leader dei Simple Minds; uno speciale sui re del soul (Charles, Cooke, Redding, Gaye, Brown); Mario Desiati ricorda Edoardo De Candia, il "pittore matto di Lecce"; Lapo Boschi va sui tetti di Zurigo e ascolta un concerto dei Plaid; continuano le lezioni di canto di Giorgia Meschini; la redazione recensisce gli ultimi album di Prince, Vinicio Capossela e Petra Magoni; Seia Montanelli ci parla di "Cardiff Dead", il nuovo romanzo di John Williams; e tanto altro ancora, con notizie su Springsteen, Gang, Fortis, Radiohead, Replacements, Eno, Who, U2, Korn, Pixies, Depeche Mode, Weller...
Il Supplemento di questo numero - riservato agli iscritti alla Newsletter - è "KATE BUSH: Mangia la musica". Per iscriverti alla Newsletter, vai qui.
Per visualizzare il numero in uscita nella sua versione integrale (con immagini) in pdf vai al sito di Medicine Show. Se vuoi scaricarlo nella versione "leggera" (senza immagini) in Word, clicca qui:MEDICINE SHOW marzo-prile 2006
Posted by Leonardo Colombati at 13:07 | Comments (7)
23.04.06
Nuovi Argomenti ad Assalti al Cuore
Rimini - Venerdì 28 aprile, h 16
Cinema Teatro Tiberio (via San Giuliano 16)
Apre il Festival di musica e letteratura ASSALTI AL CUORE con:
Leonardo Colombati, Mario Desiati, Alessandro Piperno, Marco Missiroli
"NOTE DI CARTA - LA CANZONE POPOLARE NEL CANONE LETTERARIO"
Un incontro con letture inedite curato dagli esponenti della rivista letteraria "Nuovi Argomenti" e dallo scrittore riminese Missiroli
Sono trascorsi cinquant’anni da quando il 16 aprile 1956 Chuck Berry cantò per la prima volta davanti al microfono "roll over, Beethoven, tell Tchaikovski the news" ma la distinzione tra musica colta e leggera è ancora di moda. C’è una certa riluttanza a parlare di rock ‘n’ roll come si fa invece con l’opera; di Ray Charles come si fa con Sibelius; di "Abbey Road" come si fa con "Il flauto magico". Eppure qualcuno di noi, figli del pop, si ostina a credere che nel secolo scorso i Velvet Undergound siano stati più decisivi di Alban Berg e che i testi di alcune “canzonette” debbano entrare di diritto negli scaffali della letteratura.
Questo il tema dell'incontro con cui Piperno, Missiroli, Desiati e il sottoscritto (con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz come guest star) inaugueranno la seconda edizione di ASSALTI AL CUORE, il festival di musica e letteratura organizzato a Rimini da Mauro Ermanno Giovanrdi dei La Crus.
Scarica in pdf il programma completo del Festival
Posted by Leonardo Colombati at 14:13 | Comments (1)
21.04.06
Mi sono fatto il mio regalo di compleanno
Posted by Leonardo Colombati at 12:10 | Comments (13)
20.04.06
L'albero della conoscenza e l'albero della vita di Raffaele La Capria

di Leonardo Colombati
[Questa recensione de "L'amorosa inchiesta" di Raffaele La Capria è apparsa oggi su Il Giornale]
Ho appena chiuso L’amorosa inchiesta – l’ennesimo capitolo di quell’unico grande libro che La Capria va scrivendo da quasi cinquant’anni – e come con Ferito a morte, provo nostalgia per un tempo e un mondo che non ho mai vissuto. Il prestigiatore ha eseguito ancora una volta il suo numero, ed io provo a sbirciare nelle pieghe del suo mantello, ma continuo a non capire come fa.
Ma come fa a far cosa? mi domanderete. Be’, La Capria fa questo: dalla sua memoria trae una scheggia, un atomo di spaziotempo, e lo conficca nella testa del lettore come un punteruolo nel ghiaccio: inesorabilmente, questo si spacca, e la scheggia si scioglie, occupando tutto il tempo e tutto lo spazio. La visione di quel particolare momento in quel particolare luogo, diventano semplicemente rappresentativi. In alcuni casi, a questo mago è sufficiente uno slogan: ci sono stati la Bella Giornata, l’Occasione Mancata, l’Armonia Perduta. Oggi, basta l’accenno alla categoria vagamente nabokoviana della “ragazza-mito”. Sentite qua: “A Napoli, tra i ragazzi della mia età, dai 14 ai 16 anni si pronunciavano con un tono particolare i nomi di certe ragazze la cui fama di belle arrivava appunto col nome, e il nome rifulgeva, aveva una suo alone e un suo campo magnetico. Bastava pronunciarlo ed era come una formula magica che apriva ai sogni e ai desideri nascosti, agli impulsi repressi, agli irresistibili richiami. (…) C’era tra me e loro una linea che non sapevo oltrepassare, ed ero condannato a restare al di qua di questa linea, perché ero io stesso che la facevo diventare insuperabile. Qual era questa linea? Una specie di inadeguatezza, che mi rendeva timido e impacciato e addirittura muto e annientato se per caso incrociavo una ragazza-mito”.
Una delle “inarrivabili” era Elène, che il quindicenne Raffaele incpontrò in una libreria in piazza dei Martiri. A lei, La Capria scrive la prima delle tre lettere che compongono il libro (le altre due sono alla figlia e al padre).
Una lettera al primo amore: c’è qualcosa di più anacronistico? Eppure, nelle mani del più grande scrittore italiano vivente (perché questo è La Capria) anche il genere più abusato rinasce a nuova vita. E per chi ha amato Ferito a morte, le parole rivolte a questa ragazzina bionda chiariscono una volta per tutte la vicenda amorosa di Massimo De Luca e di Carla Boursier. Basta mettere a confronto la scena del litigio tra Raffaele e Elène alla Buca di Bacco di Positano con quella, quasi identica, del primo capitolo di Ferito a morte: il luogo è lo stesso, e forse anche l’anno (il 1949). Oggi sappiamo, finalmente, che Carla è il calco di Elène; oggi La Capria ci dice: “Massimo De Luca c’est moi”.
Nella lettera a Elène c’è un passo che serve a illuminare l’intera poetica lacapriana: “Io ero diventato, per spirito di rivalsa o per vocazione, un intellettuale, (…) uno che avrebbe potuto vantare una certa superiorità su quegli altri ragazzi da me considerati i ‘principi delle apparenze’, gli aitanti e rampanti che ‘si presentavano bene’. Ma se uno mi avesse chiesto: ‘Cosa preferiresti essere, un principe delle apparenze o un grande intellettuale che come te non raggiunge il metro e settanta di altezza?’. Io, con la mentalità che avevo allora, avrei preferito essere un principe delle apparenze”.
Tra i poli opposti di questa ambiguità – tra l’apparire e l’essere; o meglio, tra l’esteriorità e l’interiorità – si gioca per La Capria tutta la partita. Nel quarto Quaderno in ottavo, uno degli scrittori-faro di La Capria, Kafka, portava l’esempio dell’albero della conoscenza e dell’albero della vita. La verità di quest’ultimo è quella di chi accetta la vita nella contraddittorietà dei suoi aspetti senza conoscere il senso ultimo dell’esistenza: quella dell’albero della conoscenza, invece, è la via di chi va incontro alla vita cercando di rintracciarne la morale, a costo di rinunciare all’immediata comunione con essa.
Negli anni della sua formazione, La Capria era l’intellettuale che si cibava cogliendo i frutti dall’albero della conoscenza; era il censore di quella Napoli in pugno ai “principi delle apparenze” così vividamente descritta in Ferito a morte: quella in cui gli uomini con le giacche cogli spacchetti, i golf di cachemire e le scarpe inglesi si lanciavano dietro le “irraggiungibili” e sperperavano fortune ai tavoli di poker del Circolo Nautico. Ma l’adesione a quel mondo era al tempo stesso lo specchio della propria inadeguatezza e la disperata voglia di appartenervi. Perché quello era il mondo di suo fratello, era il mondo di suo padre, “l’esempio vivente di tutte le perfezioni”. Nella terza lettera che compone L’amorosa inchiesta, La Capria scrive a quest’ultimo: “La leggerezza anche morale che rende la vita facile sfarfalleggiava nella nostra famiglia”. E più in là, riferendosi alla Lettera al padre di Kafka: “Nella sua lettera Kafka rimprovera il padre per ragioni opposte a quelle per cui ti sto scrivendo la mia lettera. (…) Lui vedeva il padre come un omaccione pieno di salute corporea che, con la sua esuberanza e i suoi modi brutali, lo aveva oppresso e schiacciato come un verme, anzi come uno scarafaggio. Io al contrario ti ho sempre visto come un uomo dal fisico gentile, un signore che faceva a meno degli atteggiamenti signorili, un vero signore, perciò, molto alla mano e garbato con tutti, che non mi ha mai rimproverato nulla e non si è mai interposto tra me e le mie decisioni”.
Quali erano queste “decisioni”? Alla luce de L’amorosa inchiesta, si capisce come La Capria sia sempre stato vittima della fascinazione paterna (della sua classe, della sua bellezza, della sua irresponsabilità) e al tempo stesso deciso a combatterla; sia attraverso un personale “viaggio intellettuale”, che con la decisione di abbandonare Napoli e farsi una famiglia a Roma: “la mia massima aspirazione”, scrive alla figlia nella seconda lettera, “era quella di sentirmi un uomo come gli altri e di confondermi in mezzo agli altri”. Ma l’illusione della normalità, voluta a tutti i costi, ha vita breve: “La verità è che sono nato figlio e non padre, come padre sono difettoso”.
Paradossalmente, oggi, il figlio-per-sempre, che è “tra il fin d’ottobre e il capo di novembre” confessa al padre: “Ti vedo sempre, mentre ti scrivo, di qualche anno più giovane di me. Così con i miei 83 anni mi sento un po’ paterno nei tuoi confronti, e severo come dev’essere un buon padre. Ho superato di qualche anno l’età che tu avevi quando sei morto, ci pensi? E anche questo ti può far capire da dove ti scrivo, e qual è il mio punto di vista”.
Secondo Martin Amis, “nella letteratura occidentale si registra attualmente una copiosa produzione di Alta Autobiografia, intensamente introspettiva”. Allo stesso modo, La Capria osserva che “è autobiografico e familista tutto il Novecento, dalla nonna di Proust alla madre di Gadda. (…) Si usa l’espressione ‘autobiografia alta’ per dire che chi scrive non si occupa solo di sé e dei suoi cari ma sposta più in alto la vista. (…) Anche io modestamente ci sto provando, e così autografando, analizzo e indago, e uso l’autobiografia come una forma di conoscenza”.
In un suo saggio di qualche anno fa, La Capria paragonava il romanzo perfetto ad un tuffo ben riuscito, nel quale il coefficiente di difficoltà e la grazia del movimento si equilibrano. L’Ulisse di Joyce, ad esempio, equivarrebbe ad un tuffo così complicato che lo sforzo per eseguirlo ne comprometterebbe l’armonia; laddove, invece, i romanzi di Faulkner riescono nel miracolo di tenere insieme una forma complessa e una naturale eleganza.
Faulkner ha innalzato la propria autobiografia fino alle vette della letteratura, donandole il luogo mitico chiamato Yoknapatawpha; La Capria ha fatto lo stesso reinventando Napoli, il topos della sua lotta tra l’esterno e l’interno, tra la forma e il contenuto, tra la propria impazienza e la propria inadeguatezza. L’equilibrio sta tutto nel suo iniziale abbandono all’amore per Elène e nel rifiuto finale di quello stesso sentimento: “Proprio il fatto che tu mi amassi, ti sminuiva ai miei occhi e ti rendeva insignificante. (…) A vederti accanto a me non mi sembravi più la stessa persona, e un’ombra ti calava sul viso, la mia ombra, che ne offuscava la radiante bellezza”.
Posted by Leonardo Colombati at 12:01 | Comments (8)
12.04.06
Il Dies Irae a Milano
Giovedì 13 aprile, h 18.30
FNAC - Milano, Via Torino
Giuseppe Genna e Igino Domanin presenteranno il DIES IRAE, l’ultimo librone del Genna, edito da 24/7 Rizzoli.
Posted by Leonardo Colombati at 20:03 | Comments (9)
10.04.06
Tortona, 7 aprile 2006

Colombati e Piperno, venerdì pomeriggio a Tortona, "moderati" da Giovanni Choukadarian

Piperno e Colombati con uno spettatore d'eccezione (Gianni Biondillo) e un perfetto organizzatore (Marco Candida)
Come è andata? Leggete qui e qui.
Posted by Leonardo Colombati at 14:06 | Comments (4)
07.04.06
I migliori romanzi americani di tutti i tempi - Situazione
Continua il Concorso I MIGLIORI ROMANZI AMERICANI DI TUTTI I TEMPI. Ecco la classifica provvisoria:
01. Hermann Melville, Moby Dick (330 voti)
02. Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby (263)
03. Vladimir Nabokov, Lolita (257)
04. Jerome David Salinger, Il giovane Holden (256)
05. Saul Bellow, Herzog (244)
06. Don DeLillo, Underworld (237)
07. Thomas Pynchon, L'arcobaleno della gravità (232)
08. William Faulkner, L'urlo e il furore (213)
09. Philip Roth, Il lamento di Portnoy (185)
10. Philip Roth, Il teatro di Sabbath (163)
11. Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte (159)
12. Henry James, Giro di vite (151)
12. Kurt Vonnegut, Mattatoio 5 (151)
14. Henry Roth, Chiamalo sonno (147)
15. John Fante, Chiedi alla polvere (144)
16. Bret Easton Ellis, American psycho (141)
17. Ernest Hemingway, Fiesta (140)
18. Ray Bradbury, Fahrenheit 451 (139)
19. Jack Keruac, Sulla strada (126)
20. James Ellroy, American tabloid (117)
Potete votare scegliendo nella lista tra i 175 titoli selezionati.
Posted by Leonardo Colombati at 09:31 | Comments (3)
06.04.06
Il song-log di Alex Cremonesi
E' attivo da qualche giorno il song-log di Alex Cremonesi: "MP3 di piccole canzoni o brani strumentali inediti, postati a scadenze il più possibile regolari da ascoltare, cantare, apprezzare o disprezzare, riprodurre, distribuire, utilizzare a piacimento".
La prima canzone scaricabile s'intitola L'omino di panpepato dalla sua mensa.
Alex è l'eminenza grigia (e l'autore dei testi) dei La Crus, storica band milanese per il cui ultimo album il sottoscritto ha compilato una prolissa nota di copertina.
Posted by Leonardo Colombati at 10:20 | Comments (0)
04.04.06
Piperno e Colombati a Tortona
Tortona - Venerdì 7 aprile 2006, h 18:00
Per il ciclo di incontri "Il mistero del romanzo"
ALESSANDRO PIPERNO e LEONARDO COLOMBATI
"L'IDEA DI ROMANZO E LA SUA EVOLUZIONE"
Sala Consiliare dell'ex Palazzo Municipale
Via Ammiraglio Mirabello 1
Serata organizzata dal Circolo Culturale Il Leone e la Rosa, sponsorizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona, con il patrocinio della casa editrice Sironi.
Per saperne di più, leggete qui.
Posted by Leonardo Colombati at 16:44 | Comments (2)
03.04.06
Perceber / Florilegio critico
[Ecco qui una serie di giudizi - positivi e negativi - su Perceber, raccolti in questi ultimi mesi.]
Perceber è un opus magnum che, al momento, mi pare inarrivabile da parte di quasi tutti. Per i fascisti del nostalgismo romanzesco: sorridete, è arrivato l'Uomo della Provvidenza. Per le persone sane di mente, in-vece: preparatevi a un'apparizione letteraria sconvol-gente. (Giuseppe Genna, «I Miserabili», 16 gennaio 2004)
La differenza tra i 1200-1500 romanzi che ogni anno calano sulla scrivania di un giornalista culturale e il ro-manzo che vale la fatica di leggere, si chiama Perceber. (Luigi Mascheroni, «Il Giornale», 21 aprile 2005)
Un’opera-catalogo non polifonica, come sarebbe piaciuto a Bachtin, ma più propriamente atonale, se non addirittura dodecafonica. Un libro soprendente, un debutto fra i più affascinanti delle ultime stagioni let-terarie.(Giovanni Choukhadarian, «Stilos», 3 maggio 2005)
L’impressione è quella di discendere una scala che non si sa dove porti, ma non è detto che non sia un’esperienza da fare. (Ferruccio Parazzoli, «Famiglia Cristiana», 11 maggio 2005)
Una scrittura immaginifica, lussureggiante, dove i quadri si susseguono vorticosamente, ci avvolge nel suo turbinio. È questa la prima sensazione che si prova nell’immergerci in Perceber. Ci sembra di avere a che fare con personaggi fatti d’aria, che di volta in volta si colorano del nero della Yourcenar de L’opera in nero, o dello scintillio dei dipinti di Toulouse-Lautrec. Si intuisce da subito che non sarà facile per chi legge seguire la rotta di questa nave in balia della tempesta. Una nave grande quanto un galeone spa-gnolo. Una nave che non ha ammainato le vele per godersi tutto intero il vento della fantasia. (Bartolomeo Di Monaco, «xoomer», 13 maggio 2005
Perceber è un Capolavoro pienamente originale, che dà alla letteratura italiana un nuovo energico soffio di vita come non accadeva da quindici anni a questa parte. (…) C’è il serio rischio che Leonardo Colombati sia presto eletto da critica e pubblico il più originale e geniale romanziere d’un’intera generazione di scrittori. (Giuseppe Iannozzi, «Bio Iannozzi», 14 maggio 2005)
Chissà se davvero, come ha scritto il Giornale, Perceber è il libro del decennio. Quel che certo, è che non è un libro rinunciatario. Forse, anche se non hanno più il Piano, o proprio per questo, i narratori italiani hanno smesso di lamentarsi, e si son messi a scrivere di nuovo. (Massimo Adinolfi, «Il Riformista», 19 maggio 2005)
È sorprendente la passione per la letteratura che un libro di straordinaria complessità linguistica e strutturale come Perceber rivela. Se è vero che siamo abituati ai diligenti compitini di cento pagine o alle compilazioni prevalentemente di genere noir che gli editori riversano senza soste e senza criterio sui banchi delle librerie, qui, invece, ci troviamo di fronte a un libro densissimo, frutto di sette anni di fatica, e caratterizzato (vivaddio) da una smisurata ambizione e dalla stupefacente padronanza di registri diversissimi tra loro. (Felice Piemontese, «Il Mattino», 19 maggio 2005)
Colombati è un tipo di narratore che finora ha avuto scarso diritto di cittadinanza in Italia. E' onnivoro come Thomas Pynchon, e come lui tormentato da un demone classificatorio che lo spinge a trasformare la narrazione in un disorientato regesto enciclopedico. Ma è anche immaginifico e generoso come Gabriel Garcìa Màrquez, tanto da imperniare il suo racconto su una città non meno fittizia della proverbiale Macondo. (Alessandro Zaccuri, «Avvenire», 21 maggio 2005)
Perceber mi sta facendo pensare, prima che a ciò che dice, a ciò che significa il fatto stesso di scrivere un Perceber. Al modo in cui opere come questa ci induco-no a riallineare lo scrivere del nostro tempo rispetto a un certo tipo di progetti letterari. Anche solo per respingerli, qui progetti. Potremmo chiamarli (e anche questo, se non sbaglio, è già stato detto proprio ri-guardo a Perceber) opere-mondo. (Tommaso Giartosio, «Fenomeni e Fonemi», 25 maggio 2005
Perceber di forza si candida a diventare l’opera guida per un intero, nuovo gruppo di scrittori italiani. (Jacopo Guerriero, «Letture», giugno 2005)
Perceber è opera che, come dovrebbe essere per il romanzo contemporaneo, dà modo di conoscere l'autore; di svelare, cioè, il suo pensiero, di scoprire le influenze e il percorso che l'ha condotto a confrontarsi con chi avrà il coraggio di immergersi in un immenso caleidoscopio: fatto di luoghi reali ed immaginari, ci-tazioni erudite e da vernacolo, cura esasperata per il più insignificante dei particolari, riff di chitarra, corrispondenze cabalistiche e umorismo amaro: luoghi comuni, quelli proprio no, sono banditi. (Gabriele Pescatore, «Il Mucchio Selvaggio», giugno 2005)
Ho la sensazione di ritrovarmi davanti a un distillato, a un accurato distillato. Un paio di enciclopedie, sei vocabolari, un dizionario dei sinonimi, qualche trattato storico, tre o quattro compendi di filosofia, delle dispense assortite di matematica, un’intera libreria domestica di buoni libri, qualche brutto libro (che capita a chiunque di ritrovarsi a leggere), una dozzina di vaste antologie di racconti vari, alcune discografie, libercoli di barzellette e innumerevoli letture sparse per la vita dell’autore il tutto frullato assieme a una buona dose di volontà umana. Fatto poco a poco, nel corso del tempo, aggiungendo e sottraendo ingredienti. (Gattostanco, «Gattostanco», 6 giugno 1995)
E’ un’opera borgesiana. Non per lo stile (Borges sapeva proiettarci negli universi con una fionda di quattro pagine) ma perché è una di quelle opere escheriane che Borges amava immaginare. (Elio Paoloni
«Conquiste del Lavoro», 9 giugno 2005)
Perceber è una storia di cui non ricordo l'eguale in lingua italiana per ardimento combinatorio e fervore inventivo. (…) Non provo nemmeno a dare un riassunto dell'intreccio perché mi perderei facendo un torto all'autore. Ciò che conta del resto, al di là degli avvenimenti, è il modo in cui Colombati li rende con una serie scintillante di associazioni linguistiche e mnemoniche quali solo un grande talento poteva escogitare. (Corrado Augias, «Il Venerdì di Repubblica», 10 giugno 2005)
Potrei sbagliare, ma credo onesto avvertire il lettore che questo non è un romanzo: è soltanto un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudo culturali. (Giorgio De Rienzo, «Il Corriere della Sera», 17 giugno 2005)
Di Perceber, sono convinto, se ne parlerà per i decenni a venire. Questo libro è un “monumento letterario” per il quale ogni iperbolismo o definizione trionfale è del tutto giustificata. (Angelo Petrelli, «angelopetrelli», 18 giugno 2005)
Perceber mi ha reso amimico. Le guance, la bocca hanno perso elasticità. La lingua si è attorcigliata su se stessa, si è annodata ; ed è per questo che quando qualcuno – ed è già successo – mi chiede “com’è?”, io rispondo “da leggere”. E se mi chiedono di argomentare, io resto inebetito, assumo un habitus paralitico, e aggiungo “è impossibile da spiegare”. Federico, «voloindeltaplano», 21 giugno 2005)
Complessità, narrazione prolungabile all’infinito, enciclopedismo, digressioni che sgretolano la centralità dell’intreccio, allegoria aperta a innumerevoli interpretazioni, stream of consciousness in abbondanza. Insomma Faust, Moby Dick, Ulisse, Bouvard e Pécuchet, Cent’anni di solitudine e via andare. (…) L’opera mondo è Perce-ber, è anche l’opera prima di Leonardo Colombati (Roma, 1970) e, al di là di ogni ragionevole dubbio, è un capolavoro assoluto. Uno di quei libri che ti fanno venir voglia di telefonare agli amici: “Dammi retta, molla quello che stai leggendo e comincia Perceber, vedrai che poi mi ringrazi”. (Stefano Tettamanti, «La Repubblica», 27 giu-gno 2005
Scrivere il tomo è stato indubbiamente uno sforzo (durato, ci dicono, sette anni), però illuminato dalla passione dell'autore per la propria cultura talvolta insolita. Se il lettore non la condivide, peggio per lui. Colombati fa poco per venirgli incontro. Lo farò dunque io, consigliandogli di non leggere, ma di sfogliare. Sepolte nell'autocompiacimento ci sono pagine, e per la verità non poche, piene di felicità anche descrittive; una certa stralunata Roma di oggi ogni tanto viene pur fuori. Prenderei a campione proprio quelle della zona intorno a piazza Vittorio. Qui l'evocazione di degrado urbano è vivida, l'elenco dei rifiuti dell'ex mercato diventato strano miscuglio di etnie è da antologia. (Masolino D’Amico, «Giudizio Universale», luglio-agosto 2005)
Se vi piacciono i libri aggrovigliati, con tentacoli che escono dalle pagine e vi fanno girare incuriositi per vedere dove vanno a parare, avete trovato quello che fa per voi. (Giuseppe Ierolli, «I libri in testa», 4 luglio 2005)
La luciferina volontà di riempire tutte le caselle del suo metafisico Gioco dell'Oca fa sì che l'autore, più volte, imbastisca episodi che si rivelano al di là delle sue forze, o che poco s'ingranano nell'economia complessiva del testo; ben altra penna richiederebbe, poi, l'emulazione del pluristilismo joyciano. Tuttavia l'ardimento di un simile esordio va indubbiamente incoraggiato. (Andrea Cortellessa, «Tuttolibri», 9 luglio 2005)
Il romanzo non è male, ma sinceramente tutta la caciara fatta sul web per lanciarlo mi lascia perplesso, la parola capolavoro mi sembra un’esagerazione. (Subliminalpop, «subliminalpop», 5 settembre 2005)
Nella straripante narrazione si mescolano tempi e paesi diversi, luoghi reali e immaginati, cosmologie cabalistiche e deliri sessuali, citazioni erudite e canzonette, figure inventate e personaggi storici. A volte si è presi dal dubbio che questa fantasmagorica follia, che non si sa dove inizia nè dove voglia andare a finire, rischi di diventare uno straordinario gioco linguistico fine a se stesso. E forse infatti questo romanzo-non romanzo denso e ambizioso, frutto di oltre dieci anni di lavoro e di quaranta riscritture, è riuscito solo a metà. Ma certo non fa rimpingiare tante operine modeste e minimaliste di cui la letteratura italiana degli utlimi anni è stata fin troppo prodiga. («Il Foglio», 28 settembre 2005)
Ulisse joiciano all’amatriciana scritto da un adulto-bambino troppo serio per non essere uno scrittore che apre a…né destra né sinistra ma solo un geome-tra catastale dell’erudizione molto intellettuale. Qui non c’è ironia né sarcasmo. Solo masturbazione cerebrale per paura di consumare una sessualità già inesistente. Con alcuni momenti di talento, se fosse stato un racconto di trenta pagine sarebbe stato un capola-voro osceno. (Davide Bregola, «davidebregola», 9 novembre 2005)
Colombati ha composto il suo corposo volume "per accumulazione", quasi scomparendo come artefice dell'opera, e usando i materiali più diversi e inseriti con straordinaria pazienza, e diligenza da archivista, nel contesto di una narrazione a frammenti e comparti-menti stagni, che rivelano forse una vocazione di novellatore più che di romanziere; lo stile è corretto, e di rado estroso, ma forse volutamente impersonale - a parte il non gradevole abuso di iniziali maiuscole probabilmente in omaggio ad Apollinaire -, che dà risalto anche maggiore alla eterogeneità e stranezza degli inserti: articoli di vecchi giornali, un elenco di canzoni e cantanti d'epoca, incredibili vicende di una gamba amputata, imitazioni e quasi citazioni d'un Sade estremizzato nella sua nota coprofilia; tutto ciò finisce per provocare nel lettore una certa sazietà e, a volte, ripugnanza: ma se questo accadeva fra i latini persino al grande biografo Svetonio, da tutti stimato, perché non perdonarlo anche a Colombati? (Luca Canali, «l’Unità», 24 dicembre 2005)
Lode a Colombati per questa opera così complessa e ambiziosa, che blandisce il lettore avveduto con un ardito e sincretismo di tutto (o quasi) lo scibile umano e al tempo stesso lo mortifica con l’ostinata ritrosia di uno stile arduo, magmatico, inesorabilmente ‘difficile’. (…) Non sarà forse il Libro Perfetto del quale parlavano le antiche profezie, ma caspiterina se è un Libro. Di quelli veri, da serie A, roba fina. Ce ne fos-sero, di libri così. (David Frati, «lettera.com», 3 marzo 2006)
Posted by Leonardo Colombati at 13:49 | Comments (2)
Io sono qui (pare)
Ho provato a fare questo gioco. E adesso sono più confuso di prima.
Posted by Leonardo Colombati at 09:31 | Comments (10)




