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20.04.06
L'albero della conoscenza e l'albero della vita di Raffaele La Capria

di Leonardo Colombati
[Questa recensione de "L'amorosa inchiesta" di Raffaele La Capria è apparsa oggi su Il Giornale]
Ho appena chiuso L’amorosa inchiesta – l’ennesimo capitolo di quell’unico grande libro che La Capria va scrivendo da quasi cinquant’anni – e come con Ferito a morte, provo nostalgia per un tempo e un mondo che non ho mai vissuto. Il prestigiatore ha eseguito ancora una volta il suo numero, ed io provo a sbirciare nelle pieghe del suo mantello, ma continuo a non capire come fa.
Ma come fa a far cosa? mi domanderete. Be’, La Capria fa questo: dalla sua memoria trae una scheggia, un atomo di spaziotempo, e lo conficca nella testa del lettore come un punteruolo nel ghiaccio: inesorabilmente, questo si spacca, e la scheggia si scioglie, occupando tutto il tempo e tutto lo spazio. La visione di quel particolare momento in quel particolare luogo, diventano semplicemente rappresentativi. In alcuni casi, a questo mago è sufficiente uno slogan: ci sono stati la Bella Giornata, l’Occasione Mancata, l’Armonia Perduta. Oggi, basta l’accenno alla categoria vagamente nabokoviana della “ragazza-mito”. Sentite qua: “A Napoli, tra i ragazzi della mia età, dai 14 ai 16 anni si pronunciavano con un tono particolare i nomi di certe ragazze la cui fama di belle arrivava appunto col nome, e il nome rifulgeva, aveva una suo alone e un suo campo magnetico. Bastava pronunciarlo ed era come una formula magica che apriva ai sogni e ai desideri nascosti, agli impulsi repressi, agli irresistibili richiami. (…) C’era tra me e loro una linea che non sapevo oltrepassare, ed ero condannato a restare al di qua di questa linea, perché ero io stesso che la facevo diventare insuperabile. Qual era questa linea? Una specie di inadeguatezza, che mi rendeva timido e impacciato e addirittura muto e annientato se per caso incrociavo una ragazza-mito”.
Una delle “inarrivabili” era Elène, che il quindicenne Raffaele incpontrò in una libreria in piazza dei Martiri. A lei, La Capria scrive la prima delle tre lettere che compongono il libro (le altre due sono alla figlia e al padre).
Una lettera al primo amore: c’è qualcosa di più anacronistico? Eppure, nelle mani del più grande scrittore italiano vivente (perché questo è La Capria) anche il genere più abusato rinasce a nuova vita. E per chi ha amato Ferito a morte, le parole rivolte a questa ragazzina bionda chiariscono una volta per tutte la vicenda amorosa di Massimo De Luca e di Carla Boursier. Basta mettere a confronto la scena del litigio tra Raffaele e Elène alla Buca di Bacco di Positano con quella, quasi identica, del primo capitolo di Ferito a morte: il luogo è lo stesso, e forse anche l’anno (il 1949). Oggi sappiamo, finalmente, che Carla è il calco di Elène; oggi La Capria ci dice: “Massimo De Luca c’est moi”.
Nella lettera a Elène c’è un passo che serve a illuminare l’intera poetica lacapriana: “Io ero diventato, per spirito di rivalsa o per vocazione, un intellettuale, (…) uno che avrebbe potuto vantare una certa superiorità su quegli altri ragazzi da me considerati i ‘principi delle apparenze’, gli aitanti e rampanti che ‘si presentavano bene’. Ma se uno mi avesse chiesto: ‘Cosa preferiresti essere, un principe delle apparenze o un grande intellettuale che come te non raggiunge il metro e settanta di altezza?’. Io, con la mentalità che avevo allora, avrei preferito essere un principe delle apparenze”.
Tra i poli opposti di questa ambiguità – tra l’apparire e l’essere; o meglio, tra l’esteriorità e l’interiorità – si gioca per La Capria tutta la partita. Nel quarto Quaderno in ottavo, uno degli scrittori-faro di La Capria, Kafka, portava l’esempio dell’albero della conoscenza e dell’albero della vita. La verità di quest’ultimo è quella di chi accetta la vita nella contraddittorietà dei suoi aspetti senza conoscere il senso ultimo dell’esistenza: quella dell’albero della conoscenza, invece, è la via di chi va incontro alla vita cercando di rintracciarne la morale, a costo di rinunciare all’immediata comunione con essa.
Negli anni della sua formazione, La Capria era l’intellettuale che si cibava cogliendo i frutti dall’albero della conoscenza; era il censore di quella Napoli in pugno ai “principi delle apparenze” così vividamente descritta in Ferito a morte: quella in cui gli uomini con le giacche cogli spacchetti, i golf di cachemire e le scarpe inglesi si lanciavano dietro le “irraggiungibili” e sperperavano fortune ai tavoli di poker del Circolo Nautico. Ma l’adesione a quel mondo era al tempo stesso lo specchio della propria inadeguatezza e la disperata voglia di appartenervi. Perché quello era il mondo di suo fratello, era il mondo di suo padre, “l’esempio vivente di tutte le perfezioni”. Nella terza lettera che compone L’amorosa inchiesta, La Capria scrive a quest’ultimo: “La leggerezza anche morale che rende la vita facile sfarfalleggiava nella nostra famiglia”. E più in là, riferendosi alla Lettera al padre di Kafka: “Nella sua lettera Kafka rimprovera il padre per ragioni opposte a quelle per cui ti sto scrivendo la mia lettera. (…) Lui vedeva il padre come un omaccione pieno di salute corporea che, con la sua esuberanza e i suoi modi brutali, lo aveva oppresso e schiacciato come un verme, anzi come uno scarafaggio. Io al contrario ti ho sempre visto come un uomo dal fisico gentile, un signore che faceva a meno degli atteggiamenti signorili, un vero signore, perciò, molto alla mano e garbato con tutti, che non mi ha mai rimproverato nulla e non si è mai interposto tra me e le mie decisioni”.
Quali erano queste “decisioni”? Alla luce de L’amorosa inchiesta, si capisce come La Capria sia sempre stato vittima della fascinazione paterna (della sua classe, della sua bellezza, della sua irresponsabilità) e al tempo stesso deciso a combatterla; sia attraverso un personale “viaggio intellettuale”, che con la decisione di abbandonare Napoli e farsi una famiglia a Roma: “la mia massima aspirazione”, scrive alla figlia nella seconda lettera, “era quella di sentirmi un uomo come gli altri e di confondermi in mezzo agli altri”. Ma l’illusione della normalità, voluta a tutti i costi, ha vita breve: “La verità è che sono nato figlio e non padre, come padre sono difettoso”.
Paradossalmente, oggi, il figlio-per-sempre, che è “tra il fin d’ottobre e il capo di novembre” confessa al padre: “Ti vedo sempre, mentre ti scrivo, di qualche anno più giovane di me. Così con i miei 83 anni mi sento un po’ paterno nei tuoi confronti, e severo come dev’essere un buon padre. Ho superato di qualche anno l’età che tu avevi quando sei morto, ci pensi? E anche questo ti può far capire da dove ti scrivo, e qual è il mio punto di vista”.
Secondo Martin Amis, “nella letteratura occidentale si registra attualmente una copiosa produzione di Alta Autobiografia, intensamente introspettiva”. Allo stesso modo, La Capria osserva che “è autobiografico e familista tutto il Novecento, dalla nonna di Proust alla madre di Gadda. (…) Si usa l’espressione ‘autobiografia alta’ per dire che chi scrive non si occupa solo di sé e dei suoi cari ma sposta più in alto la vista. (…) Anche io modestamente ci sto provando, e così autografando, analizzo e indago, e uso l’autobiografia come una forma di conoscenza”.
In un suo saggio di qualche anno fa, La Capria paragonava il romanzo perfetto ad un tuffo ben riuscito, nel quale il coefficiente di difficoltà e la grazia del movimento si equilibrano. L’Ulisse di Joyce, ad esempio, equivarrebbe ad un tuffo così complicato che lo sforzo per eseguirlo ne comprometterebbe l’armonia; laddove, invece, i romanzi di Faulkner riescono nel miracolo di tenere insieme una forma complessa e una naturale eleganza.
Faulkner ha innalzato la propria autobiografia fino alle vette della letteratura, donandole il luogo mitico chiamato Yoknapatawpha; La Capria ha fatto lo stesso reinventando Napoli, il topos della sua lotta tra l’esterno e l’interno, tra la forma e il contenuto, tra la propria impazienza e la propria inadeguatezza. L’equilibrio sta tutto nel suo iniziale abbandono all’amore per Elène e nel rifiuto finale di quello stesso sentimento: “Proprio il fatto che tu mi amassi, ti sminuiva ai miei occhi e ti rendeva insignificante. (…) A vederti accanto a me non mi sembravi più la stessa persona, e un’ombra ti calava sul viso, la mia ombra, che ne offuscava la radiante bellezza”.
Posted by Leonardo Colombati at 20.04.06 12:01
Comments
Che è tutta una vita che passo da qua,
e ancora rischio di perdermi,
magari è questione di troppa sensibilità,
o sono soltanto motivi tecnici...
E tu dici una bussola, dovevi almeno portarla con te,
una bussola potevi almeno spiegarmelo come si usa
una bussola, scusa....
Ci sono amori che non si ricordano
e baci che non si dimenticano,
persone che passano e non si salutano e sputano,
e cani bianchi che a volte ritornano.
E tu dici la vita dovevi almeno capire perché,
la vita, il tempo che cambia col vento che arriva
quest'anima stanca che pure respira
quest'angolo piatto che gira, quest'anima
dolce e cattiva, che dice "guardami..."
dice "perché non parli...?" dice "sbrigati
prima che sia troppo tardi... guardami...
perché non parli? Fermati prima che
sia troppo tardi...."
Saranno trent'anni che passo da qua,
e adesso fai finta di non riconoscermi.
Ma guarda la gente che salti mortali che fa
E quanti nani sui trampoli, e tu dici:
"Perdonami... ma non credevo che fossi tu, perdonami..."
Va bene perdonami, però perdonami cosa?
E tu dici "La vita", la vita.... Questa scatola vuota
quest'anima nuda, questa retta finita,
quest'acqua che corre veloce in salita,
quest'anima forte e ferita, che dice:
"guardami..." dice "perché non parli...?"
dice "fermati prima che sia troppo tardi... guardami...
perché non parli? E sbrigati prima che
sia troppo tardi, perché non parli...?"
dice "fermati prima che sia troppo tardi... guardami...
perché non parli? Sbrigati prima che
sia troppo tardi...guardami...perché non parli...?
Guardami...perché non parli?
Fermati prima che sia troppo tardi...."
Posted by: fm at 20.04.06 13:36
Caro Leonardo, perché non lanci una classifica dei migliori narratori italiani del Novecento?
Al primo posto, lo sai, io metto Carlo Sgorlon. Difficile scrivere un libro come "Il trono di legno". Il suo incipit: "Da ragazzo vissi sempre con la testa piena di vento." Più bello dell'incipit di Moby Dick.
Quando passi dalle mie parti non mancare di venirmi a trovare. Hai visto la mia lettura di "Neppure quando è notte di Desiati"?
Bart
Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 20.04.06 14:22
Ho seguito il consiglio che tu e Piperno avete dato durante la conferenza sul romanzo di Tortona e ho letto "Ferito a morte", che avevo comprato giusto un paio di settimane prima. Avevate ragione, è proprio un gran libro!
Posted by: Maura at 20.04.06 14:50
Caro Bart, della classifica dei migliori romanzi italiani parlavo proprio ieri con Giulio Mozzi. Il compito è arduo, m l'idea è affascinante; a patto che tu dia il tuo contributo (ne sai molto più di me, sul tema).
Cara Maura, sono molto contento che Piperno ed io si sia riusciti a spingerti alla lettura di quello che considero uno dei 2-3 migliori romanzi italiani del Novecento (ecco che inizia la classifica...).
Posted by: Leonardo Colombati at 20.04.06 16:30
grande duddù, "ferito a morte" sul podio anche per me.
Posted by: diderot at 20.04.06 16:58
Una ampia rosa di quelli che mi porterei nella tomba (una tomba faraonica, s'intende), te la invierò in privato, appena avrò un po di tempo. Io non andrei tanto indietro, però, e partirei da I Promessi sposi, ossia dal romanzo moderno. I viventi si includono?
Ciao.
Bart
Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 21.04.06 00:13
Esatto: Faunkler:mito=La Capria:topos.
Posted by: Paolo S at 21.04.06 11:24
Ancora una volta Raffaele La Capria dimostra la sua grande sensibilità e delicatezza che riassume in sé tutto il meglio della cultura e della squisitezza partenopea,evidenziando una capacità di analisi dei sentimenti umani che giustamente lo inseriscono nella migliore letteratura italiana contemporanea
Posted by: Guglielmo Albarella at 13.05.06 18:27