« Rio 21.02.07 | Main | Rio »

05.02.07

Cuba: Colombati vs Red Ronnie

Cuba

[Il 18 gennaio il quotidiano Il Giornale pubblicava in prima pagina un mio articolo dal titolo "Cuba senza libre", in cui, tra le altre cose, ricordavo come nell'isola caraibica la musica dei Beatles fosse proibita fino al 1978. Cinque giorni dopo, Red Ronnie ha replicato dalle colonne di quello stesso giornale, confutando alcune mie asserzioni. Io ho a mia volta controreplicato e poi la discussione si prolungata sul sito di Red Ronnie. Riporto qui tutti gli articoli - miei e di Red Ronnie - più una conclusione (mia) inedita. lc]


CUBA SENZA LIBRE
di Leonardo Colombati
(Il Giornale, 18 gennaio 2007)

Ogni volta che ascolto una canzone dei Beatles penso a Cuba da quando vidi un documentario in cui un esule raccontava che fino al 1978 i loro dischi non potevano arrivare sull’isola e alla radio era proibito passarli. Tra le tante limitazioni della libertà personale, la più assurda e persino la più odiosa mi sembrava il fatto che, ad esempio, nel 1968, a un ragazzo di Cienfuegos fosse impedito di toccare il cielo con un dito sulle note di Hey Jude. Ecco perché quando un anno fa lessi che duecento “intellettuali” avevano firmato una lettera-petizione a favore di Castro, il nome che mi fece più impressione fu quello di Claudio Abbado. Com’è possibile – pensai – che un musicista mostri di apprezzare una dittatura in cui la musica è proibita?

In quel documento del marzo 2005, Abbado e gli altri centonovantanove firmatari (tra cui José Saramago e Nadine Gordimer, ma anche Gianni Minà e Red Ronnie), affermavano che a Cuba «non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria» e che la rivoluzione ha consentito il «raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente». Era probabilmente sfuggito a lorsignori che soltanto due anni prima, l’11 aprile del 2003, Castro aveva fatto fucilare Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac, tre uomini rei di essersi impadroniti di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida; o che, quello stesso anno, Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino, era stato condannato a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo paese e per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’ONU di Ginevra.
Ai molti cuori in cui Castro, ormai morente, continua a far breccia, si dovrebbe forse offrire la suggestione della voce del comandante che dalla Fortalea de la Cabana ordina al plotone d’esecuzione: «Preparen armas! Apunten. Fuego!», mentre il dissidente di turno grida: «Cuba libre!» o «Viva Cristo Rey!». Ma non sarebbe inutile ricordare a Saramago il fatto che a Cuba sono banditi i libri, tra gli altri, di Guillermo Cabrera Infante, Reinaldo Arenas, Raúl Rivero, Albert Camus, Octavio Paz e perfino di John Milton; o al maestro Abbado – e magari anche a Red Ronnie e a Manu Chao – l’ostracismo nei confronti dei Beatles e dei Rolling Stones negli anni Sessanta, secondo l’assunto che canticchiare I can’t get no satisfaction poteva tradire qualcosa di diverso dalla semplice frustrazione sessuale.

Se con un cannocchiale riuscissimo a scorgere gli effetti del vento che erode il Tempo cristallizzato delle ere geologiche e potessimo sincronizzare il moto delle lancette dei nostri cronometri con quell’infinita lentezza, l’isola di Cuba ci apparirebbe come una scimitarra di smeraldo gettata in mare dal Gigante della Storia: impercettibilmente affonda nelle acque smaltate dei Carabi, mentre una voce racconta di quando il 24 ottobre 1492 Colombo avvistò l’isola durante il suo primo viaggio d’esplorazione e ne rivendicò subito il dominio a nome della Spagna, dando l’inizio alla schiavizzazione di centomila indigeni. È il primo canto di un epos tragico che si snoda fino a quando Fulgencio Batista svendette tutte le miniere di nichel, l’80% dei servizi pubblici e il 50% delle ferrovie agli americani, trasformando Cuba nel paradiso del gioco d’azzardo e della prostituzione; e poi ancora oltre, almeno fino al 1° gennaio del 1959, quando Fidel Castro e i suoi barbudos entrarono trionfalmente a l’Avana e poi chiusero per sempre la bocca all’improvvido aedo proclamando: «All’interno della Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione niente». Tutt’al più, se aprissimo bene le orecchie, riusciremmo ad ascoltare una voce flebile che scandisce i versi di Guantanamera: «Il canto sarà la mia morte, forse la felicità, ed io con rassegnazione aspetto qualsiasi destino».
Guantanamera, la più famosa canzone cubana ha una storia complessa. È ad esempio incerta la sua paternità. La melodia sarebbe già esistita nel XIX secolo. José Pardo Llada, nel suo Diccionario de Nostalgias Cubanas afferma che «nacque dall’ispirazione di qualche trovatore popolare, probabilmente della provincia orientale, che cantò in onore di una guajira di Guantanamo». Nel 1932 Joseìto Fernàndez la riprese per il suo notiziario cantato. Scrive Helio Orovio nel suo Dizionario della Musica cubana: «A Joseìto venne in mente di chiudere i programmi della sua orchestra con una melodia di questo tipo invece della tradizionale rumba». Nel 1958, Juliàn Orbòn l’adattò ai Versos sencillos di José Martì (pubblicati nel 1895) e se la vide rubare dal suo alunno Héctor Angulo, che la registrò negli Stati Uniti alla Editorial Fall River Music. Nel 1963 se ne appropriò l’americano Peter Seegers, che la incise portandola al successo internazionale. Sul 45 giri c’era scritto: «Composta da Seegers-Angulo»; Orbòn inoltrò una causa per il furto della proprietà intellettuale e vinse a metà. La verità era che il primo a registrare il titolo Guatanamera fu Joseìto, davanti alla Sociedad General de Autores de España. Negli anni Ottanta, le figlie di Fernàndez reclamarono i diritti d’autore che il governo di Fidel non pagò mai al padre: «Nel 1978 papà ricevette un solo pagamento di quindicimila pesos cubani, ma il governo totalitario, siccome è abituato ad appropriarsi di ciò che non è suo, ha guadagnato milioni di dollari vendendo i diritti della canzone».
Finita qui? Neanche per sogno. Spunta un altro autore, Ramòn Espìgul. Secondo Rosendo Rosell (Vida y milagros de la Faràndula de Cuba) Espìgul scrisse Guantanamera molto prima che la rendesse popolare il suo amico Fernàndez; era, la sua, una versione non glossata dai versi di Martì né dalle decime di Josèito. Fu lui a scrivere: «Il canto sarà la mia morte, forse la felicità, ed io con rassegnazione aspetto qualsiasi destino». Il suo destino fu l’oblio, mentre Guantanamo, dove prima si mostrava la guajira per l’incanto del poeta, ora è un lager – microcosmo infernale del più vasto inferno di Cuba, il cui destino è quello di venire seppellita sotto gli appelli di gente che non può certo cantare «yo soy un ombre sincero» ma certamente quest’altra strofa: «Mi verso es de un verde claro / y de un carmin encendido» (“I miei versi sono di un verde chiaro / ma anche di un rosso ardente”). Ah… Guantanamera, guajira guantanamera…

P.S.: I Beatles, alla fine, sono arrivati a Cuba. Addirittura, nel 2000, il líder máximo ha inaugurato all’Avana il Parque John Lennon. C’è pure una statua in bronzo del leader del gruppo, e un suo verso inciso sulla spianata di cemento: “Dirás que soy un soñador, pero no soy el único” (“Dirai che sono un sognatore, però non sono l’unico”). Tutto molto bello. Però dubito che il sogno di John Lennon avesse qualcosa a che fare con quello di Castro.
________________________________________

BOTTA E RISPOSTA / 1
RED RONNIE: "A CUBA I BEATLES SUONAVANO"

di Red Ronnie
(Il Giornale, 23 gennaio 2007)

Ho letto il lungo articolo Cuba senza libre del 18 gennaio. Leonardo Colombati ha scritto che ogni volta che ascolta una canzone dei Beatles pensa a Cuba dove, fino al 1978, i loro dischi non potevano arrivare. Cito: «Tra le tante limitazione della libertà personale, la più assurda e persino la più odiosa mi sembrava il fatto che, ad esempio, nel 1968, a un ragazzo di Cienfuegos fosse impedito di toccare il cielo con un dito con le note di Hey Jude».Quindi criticava gli “intellettuali”, tra cui Abbado e me, che avevano firmato petizioni a favore di Castro (in realtà era Cuba), scrivendo: «Ma non sarebbe inutile raccontare… al maestro Abbado – e magari anche a Red Ronnie e a Manu Chao – l’ostracismo nei confronti dei Beatles e dei Rolling Stones».
Abel Prieto, ministro della cultura a Cuba, ha scritto Il volo del gatto, un libro autobiografico, pubblicato nel 2001 anche in Italia da Marco Tropea. La copertina spiega: «Tutti i colori di Cuba, la storia di un’amicizia e, sullo sfondo, la musica dei Beatles». Abel, nato nel 1950, racconta la sua adolescenza, dove la musica regnava sovrana. Riporto alcuni parti: «La musica continuava ad essere la grande forza agglutinante che ci manteneva uniti, e ci faceva ascoltare la sua antologia personale dei Beatles e di Bon Dylan, di Janis Joplin e dei Rolling Stones».
Quindi, alla fine degli anni ’60 a Cuba si ascoltavano i dischi dei Beatles. Ma era un fatto di elite o di una sorta di carboneria clandestina? Sembra rispondere ancora Abel Prieto. scrivendo: «Dovevamo accontentarci della “massa”, che discuteva della rottura dei Beatles e si divideva tra la fazione di Lennon e quella di McCartney. Un hippie negro e alto, con i capelli alla Jimi Hendrix, ogni giorno analizzava una delle canzoni apparse sotto la doppia firma Lennon-McCartney e spiegava dove aveva predominato il genere o il temperamento (così lo definiva) di Paul, i suoi lampi di luce, il suo ottimismo a prova di bomba, e dove il dubbio e il chiaroscuro di John».
Evito di riportare altre pagine del libro dove si parla di musica anglosassone. Ricordo che rimasi colpito da come l’adolescenza di Abel Prieto fosse stata simile alla mia, nel percorso musicale. Quando venne nel mio programma Help gli feci notare proprio questi percorsi paralleli e lui mi raccontò come si discutesse di musica, si analizzassero dischi e ci fosse contrapposizione tra fans dei Beatles e dei Rolling Stones. Non è un caso che i vertici della nuova politica a Cuba, come Abel Prieto o Ricardo Alarcon, fossero tutti fans dei Beatles. Che succede, allora, a Cuba oggi: hanno potere dissidenti degli anni ’60? Non credo. Più semplicemente Colombati prende per oro colato dichiarazioni di persone che, per vari motivi, non sono d’accordo con il governo cubano.
Rimangono i fatti, che vedono al potere a Cuba fans dei Beatles, ragazzi che nel 1968 toccavano il cielo con un dito ascoltando Hey Jude e che hanno voluto un Parque Lennon, con una statua di John seduto su una panchina, inaugurata il 2 dicembre 1980 personalmente da Fidel Castro.
Sempre nell’articolo Cuba senza libre, Colombati racconta la storia della canzone Guantanamera e conclude con una vera perla di giornalismo: «Guantanamo, dove prima si mostrava la guajira per l’incanto del poeta, ora è un lager - microcosmo infernale del più vasto inferno di Cuba». Colombati “omette” di ricordare che Guantanamo è una base lager degli Stati Uniti, non cubana, e che, proprio in questi giorni, Amnesty International ha lanciato una campagna per far chiudere Guantanamo. Questa è l’unica precisazione extra musicale che mi permetto di fare e non entro nelle solite polemiche sulla pena di morte a cui io, vegetariano che non uccido neppure gli animali per mangiarli, sono totalmente contrario. Mi chiedo però come mai tre giustiziati a Cuba nel 2003 (in un periodo in cui si trovava in guerra con persone pagate per mettere bombe, fare dirottamenti e destabilizzare il governo) valgano più delle migliaia di persone giustiziate ogni anno nel mondo, quelle ufficiali negli Stati Uniti e quelle che non sappiamo in Cina (Ah, già, ma con la Cina ci facciamo affari…) o alle recenti impiccagioni, con tanto di teste staccate.
Per concludere, informo Colombati che il Maestro Claudio Abbado sarà a metà febbraio a Cuba per un grande concerto, con anche i musicisti dell’Orchestra giovanile Simon Bolìvar del Venezuela, per continuare a fare cultura con la musica in un paese dove questo è permesso.
________________________________________

BOTTA E RISPOSTA / 2
COLOMBATI: "MA ERANO DISCHI CLANDESTINI"

di Leonardo Colombati
(Il Giornale, 23 gennaio 2007)

Red Ronnie ha replicato a un mio articolo su Cuba dove, tra l’altro, raccontavo come la musica dei Beatles fosse proibita dalla dittatura castrista fino al 1978. Secondo Red Ronnie, non è vero. E come testimonianza riporta un brano di un libro del ministro della cultura cubana Abel Pietro. Una testimonianza – come dire – un po’ di parte.
Il fatto che i Beatles furono banditi da Cuba è di dominio pubblico ed un esperto di rock come Red Ronnie non può non saperlo. Scrive, in proposito, Claudia Lightfoot a pagina 210 del suo libro Habana (tradotto da Bruno Mondadori, Milano 2004): « I ventenni all’Avana conoscono tutte le canzoni dei Beatles a memoria, tuttavia per quelli che erano giovani negli anni Sessanta questa musica ha un significato particolare perché rappresentava allora un intero universo della cultura giovanile al quale i cubani non potevano accedere. (…) I primi programmi radiofonici dedicati a loro furono trasmessi solo dopo lo scioglimento della band. Circolano inoltre testimonianze e aneddoti su registrazioni pirata fatte con metodi casalinghi e dischi confiscati e distrutti dalle autorità».
Ma la migliore risposta a Red Ronnie potrebbe essere un articolo apparso su «la Repubblica» il 18 agosto 2005, firmato da John Lee Anderson che andò a Cuba ad intervistare proprio il ministro Abel Prieto: «Uno dei successi di cui Prieto va maggiormente fiero», si legge, «è quello di aver dato a una delle piazze della Vecchia Avana il nome di Parco Lennon, con tanto di statua in bronzo di John Lennon. Negli anni Sessanta la “decadente” musica dei Beatles era proibita a Cuba».
Questo per quanto riguarda la musica. Sui libri censurati da Castro (tra cui John Milton!) Red Ronnie non si pronuncia. Si chiede, invece, «come mai tre giustiziati a Cuba nel 2003 valgano più delle migliaia di persone giustiziate ogni anno nel mondo», omettendo di precisare che nel mio articolo non ho mai scritto che un morto a Cuba vale più di un altro. Ho solo denunciato il mio disgusto per una dittatura che – per fortuna – conta ormai solo sull’appoggio di uno sparuto manipolo di ciechi.
________________________________________

CUBA: SVILUPPI SUL BOTTA E RISPOSTA
TRA IL GIORNALE E RED RONNIE

di Red Ronnie
(Roxy Bar, 31 gennaio 2007)

Il 18 gennaio ho letto un lunghissimo articolo sul «Giornale» che mi ha deluso. Attaccava Cuba, dicendo anche che i Beatles erano proibiti fino al 1978 e nessun ragazzo cubano poteva godere della loro musica. Ma la “perla” vera di giornalismo era quando parlava del lager di Guantanamo associandolo a Cuba, mentre invece è una base degli Stati Uniti. Ritengo questa vera malafede, visto anche che Amnesty International ha appena lanciato una campagna per far chiudere Guantanamo. Il giornalista, evidentemente, ha giocato sul fatto che il nome è cubano, che la base è a Cuba, per mettere tutto nello stesso calderone: Cuba, Castro, Guantanamo, prigioni, proibizionismo, etc. etc.
Ho quindi scritto una risposta a questo articolo, travagliata perché l’hanno ritenuta troppo lunga e quindi l’ho dovuta dimezzare.
Naturalmente, sul «Giornale», hanno dato l’opportunità al loro giornalista di dire l’ultima. Nella sua replica, che riporto qui sotto, addirittura mette in dubbio che Abel Prieto abbia scritto una sua autobiografia (che gira tutta attorno alla musica di Beatles, Rolling Stones, Doors, Hendrix, etc) falsando storicamente per nascondere il fatto che questa musica fosse fuorilegge a Cuba. Comunque. lui non risponde minimamente alla cosa più grave che gli contesto: la malafede su Guantanamo.
Quando Leonardo Colombati ha visto che avevo pubblicatato tutto sul sito www.roxybar.it, mi ha inviato questa mail, che pubblico volentieri, alla quale rispondo alla fine:

Gentile Red Ronnie,
a proposito della nostra discussione su Cuba (il mio articolo pubblicato su «Il Giornale» il 18 gennaio, la sua replica e la mia controreplica pubblicate cinque giorni dopo), nel suo articolo lei scriveva che «Colombati omette di ricordare che Guantanamo è una base lager degli Stati Uniti, non cubana, e che, proprio in questi giorni, Amnesty International ha lanciato una campagna per farla chiudere».
Sul suo sito andava oltre, dichiarando che «(Colombati) non affronta la cosa più grave che ha scritto, quando ha lasciato intendere che i crimini nella base di Guantanamo siano da addebitare a Cuba e non agli Stati Uniti, che la gestiscono».
La mia frase incriminata era questa: «Guantanamo, dove prima si mostrava la guajira per l'incanto del poeta, ora è un lager - microcosmo infernale del più vasto inferno di Cuba».
Lei, questa frase, l'ha proprio equivocata. Non mi sognavo nemmeno di addebitare a Cuba la base di Guantanamo e in tutta onestà credevo - e credo - che chiunque abbia più di dieci anni sappia benissimo che Guantanamo è un vero e proprio lager allestito dagli Stati Uniti. D'altronde, se avessi scritto «Auschwitz, luogo infernale in terra polacca», lei avrebbe da ciò desunto che mia intenzione era quella di addebitare il campo di concentramento nazista al governo di Varsavia? Non credo.
Tra l'altro, a proposito degli Stati Uniti a Cuba, nel mio articolo ricordavo come «Fulgencio Batista svendette tutte le miniere di nichel, l’80% dei servizi pubblici e il 50% delle ferrovie agli americani, trasformando Cuba nel paradiso del gioco d’azzardo e della prostituzione, fino al 1° gennaio del 1959, quando Fidel Castro e i suoi barbudos entrarono trionfalmente a l'Avana».
Resta la nostra disputa sulla censura (dischi e libri proibiti) e più in generale una diversa visione di ciò che è il regime castrista (per lei, il paradiso; per me, uno dei molti inferni di questo mondo). Ma, la prego, non cada nella tentazione di voler demonizzare a tutti i costi chi la pensa diversamente da lei, suggerendo l'ipotesi che io sia un disinformatore professionista. Il bello della democrazia, qui da noi in Italia, è che si può dibattere su qualsiasi argomento esponendo le tesi più varie. Ricorda la celebre frase? «Non sono d'accordo con te ma darei la vita perchè tu possa esprimere le tue opinioni». Beh, proprio la vita, non so. Ma l'idea è quella.
Cordialmente
Leonardo Colombati
P.S.: Se vorrà pubblicare questa mia lettera sul suo sito, ne sarò ben lieto.

Leonardo, se andiamo tra la gente, non tra giornalisti o addetti ai lavori, ma la gente, sono pronto a scommettere che le certezze che lei ha sul fatto che sappiano che Guantanamo è una base degli Stati Uniti a Cuba si frantumerebbero. Lei cita Auschwitz, ma dimentica la bocca di fuoco informatica che questo infame ricordo ha sui media, al punto che pare che l’unica memoria storica che dobbiamo avere sia quella dell’olocausto degli ebrei. come se non ne esistessero altri e che dal 1945 non ci siano stati altri massacri di popolazioni o etnie… ah già, ma i curdi, gli armeni o i Tootsie del Rwanda (per citarne alcuni) non hanno un peso economico….
In passato, con un medico, feci una scommessa. Lui, quando veniva da me in TV, usava sempre il termine “patologia”. Io gli consigliavo di dire “malattia”. Lui replicò che tutti sapevano cosa significasse patologia. Io dissi che non era vero e lo misi alla prova: «Lo chiediamo a tutte le persone che passano e sono certo che è tanto se nel troviamo una su dieci che lo sa». Eravamo al bar di un villaggio in Sardegna, quindi a contatto con persone che stavano bene finanziariamente e, quindi, si presuppone, di buona cultura. Bene, solamente la tredicesima persona a cui lo chiedevamo sapeva il significato della parola “patologia”, e solo perché aveva studiato greco e scorporò la parola usando reminiscenze scolastiche.
Non sarei quindi certo della sua affermazione di fiducia, anzi. La gente non addetta ai lavori sa che c’è una guerra in atto tra Stati Uniti e Cuba, quindi non è normale capire come mai a Cuba ci sia una base militare-lager degli USA. Peraltro trovo GRAVISSIMO, in un articolo in cui si attacca Cuba, associare Guantanamo a questa isola. Trovo peraltro GRAVISSIMO paragonare il lager di Guantanamo a Cuba. Cuba non è un inferno, anzi, per gente come me, come Claudio Abbado, Jovanotti, Andrea Griminelli, Edoardo Bennato, Daniele Silvestri, Articolo 31, Nomadi (cito nomi famosi per comodità e facilità di identificazione da parte di tutti) è un luogo magico, tant’è vero che ci tornano appena possono. Stranamente, anche in TV l’ho riscontrato, chi attacca Cuba non c’è mai andato.
Lei si appunta una medaglia citando il suo articolo, quella di aver scritto come il dittatore Batista svendette Cuba ai mafiosi americani e rese l’isola paradiso del gioco d’azzardo. Perché non scrive anche delle torture e dei massacri che Batista fece? Perché non scrive di come Fidel Castro, appena vinse la rivoluzione e spazzò via il dittatore, si preoccupò subito di cancellare l’analfabetizzazione, mandando ragazzi in tutte le case, anche quelle più sperdute nelle montagne, ad insegnare a leggere e scrivere? Di solito un regime dittatoriale tiene il popolo nell’ignoranza, perché così è meglio governabile. Perché non scrive degli attentati di Posada Carriles, che ha fatto anche esplodere un aereo cubano finanziato dalla CIA, e che faceva tranquillamente conferenze stampa a Miami dove lo dichiarava? Perché non scrive degli attentati negli alberghi cubani, per distruggere il turismo, maggior fonte di introito per le povere casse cubane? Perché queste cose non le ha citate nel suo lunghissimo articolo? Se le avesse scritte, l’avrebbero pubblicato l’articolo?
La invito a vedersi il prossimo DVD Roxy Bar, in edicola fra una settimana, con una lunga intervista al Maestro Claudio Abbado, dove lui parla di queste cose e ci sono anche immagini del film che Angelo Rizzo ha fatto sugli attentati, finanziati dalla CIA, per destabilizzare Cuba.
Per quanto riguarda i Beatles, stia tranquillo che a Cuba li conoscevano molto bene anche negli anni ’60 e non penso proprio che Abel Prieto abbia scritto un libro autobiografico pensando già in passato di dover confutare un futuro articolo in Italia di Colombati. Ha semplicemente raccontato la sua adolescenza.
Lei termina scrivendo che darebbe la vita per permettere che qualcuno di esprimere idee diverse dalle sue. Poi si corregge e scrive: «Beh, proprio la vita non so».
Sappia che c’è chi ha dato davvero la vita perché tutti potessero esprimere liberamente le proprie opinioni, chi ha dato la vita per la libertà e la dignità della propria gente. E molti erano cubani. E non parlo solo di Che Guevara.
Ritengo i nostri scambi via Giornale, epistolari e sito internet del Roxy Bar conclusi qui. Mi sembrano esaustivi.
________________________________________

RED RONNIE, FIDEL, PACO PENA E SOTOMAYOR
di Leonardo Colombati

Quando Red Ronnie scrive: «Cuba non è un inferno, anzi per gente come me, come Claudio Abbado, Jovanotti, Andrea Griminelli, Edorardo Bennato, Daniele Silvestri, Articolo 31, Nomadi (…) è un luogo magico», non posso fare a meno di pensare a Gianni Minà nell’esilarante imitazione radiofonica di Fiorello, mentre rievoca i suoi giorni spensierati all’Avana attaccando con l’ormai proverbiale: «Eravamo io, Fidel, Paco Peña, Sotomayor, Teofilo Stevenson, Compay Segundo, Gianni Ocleppo, Stella Carnacina, Luigino Pasciullo, Novello Novelli, i Santo California, Tito Stagno, l’Eintracht di Francoforte senza massaggiatori, Paoletta Magoni, Paola e Chiara, gli Alunni del Sole, Karl Hainz Schnellinger, Giuliano Terraneo, gli Abba, Valeri Borzov, Ezio Zermiani, il principe DadoRuspoli e Ettore Piro, il pediatra dei nipoti di Mario e Pippo Santonastaso».
Mi ricompongo subito, però, e vado al succo. Si è chiesto mai, Red Ronnie, perché a lui e ai suoi amici è consentito l’accesso a un simile paradiso, mentre a un cubano è praticamente vietato di visitare il nostro inferno?
Lo scorso 12 dicembre, su «Il Corriere della Sera», mi è capitato di leggere un articolo in cui Luigi Berlinguer (laico di area ds al CSM ed ex Ministro) dichiarava: «A Cuba ci sono state importanti aperture, ma quando si tratta di garantire il diritto all’informazione che mette in discussione il suo potere, Castro attua una repressione di stampo stalinista». Era successo che, qualche mese prima, il medico cubano Garardo Garcia e sua moglie Dora avevano richiesto asilo politico vedendoselo rigettato dal tribunale civile di Milano con la sorprendente motivazione secondo cui «il divieto di espatrio per i medici cubani non può ritenersi privo di giustificazioni e, probabilmente, risponde a esigenze di tutela della collettività». È un po’ come se ad un medico di Potenza venisse proibito di trasferirsi in Francia perché in Basilicata ci sono strutture sanitarie insufficienti.
Ricordo a chi non lo sapesse che è proibito ai cubani uscire da Cuba con il solo passaporto. Si deve essere invitati da uno straniero (150 dollari per invito fatto a Cuba, 175 dollari fatto in Italia) e si deve richiedere il permesso di uscita (altri 150 dollari) che può essere negato a discrezione del regime. Per il passaporto bisogna invece pagare 55 dollari. Chi vuole uscire, se ottiene il permesso (di solito dopo dieci mesi), deve sborsare dunque 355 dollari e questo quando la maggior parte dei cubani riceve dallo Stato uno stipendio di 10 dollari al mese. È poi proibito ai cubani rimanere all'estero per più di 11 mesi. Perfino se un cubano si sposa uno straniero deve richiedere il PRE (Permesso di Residenza all'Estero), il cui rilascio è sempre a discrezione del regime (375 dollari per registrare il matrimonio a Cuba, più 80 dollari per la richiesta del PRE).

Per chiudere la querelle con Red Ronnie, vorrei dar conto di una manciata di fatti.

1. Repressione del dissenso e carceri
Ovviamente a Cuba è proibito fondare partiti politici e non esistono sindacati dei lavoratori. Quanto al dissenso, secondo un articolo del quotidiano spagnolo Diario 16, a Cuba sono stati fucilati più di 48mila cubani, mentre nelle prigioni sono passati più di 400mila prigionieri politici.
Secondo Reporters Sans Frontières, «Cuba è il principale carcere per giornalisti del pianeta» e che il rapporto tra il numero delle persone in carcere e la popolazione globale è il più alto al mondo. A quanto riporta Human Rights Watch, «la popolazione dei detenuti politici manifesta frequentemente una drammatica perdita di peso dovuta a limitate razioni di cibo, a seri problemi di sanitari che in varie occasioni minacciano la loro salute, dovuti a mancanza di attenzione medica e ad abusi da parte dei secondini e di altri detenuti. Prima del giudizio è consuetudine che i detenuti politici passino mesi e perfino più di un anno di detenzione, in isolamento. Dopo il giudizio devono sottostare ad un altro periodo addizionale, sempre in isolamento. La polizia o le guardie della prigione frequentemente aumentano le punizioni di porre in isolamento i detenuti con misure di privazione sensoriale, come togliere ogni fonte luminosa che può entrare nella cella, togliere il letto e il materasso, togliere i vestiti e gli effetti personali al prigioniero, proibire comunicazioni tra detenuti, o limitare acqua e cibo ben più delle restrizioni già esistenti. La polizia e gli ufficiali della prigione disorientano i detenuti, lasciando la luce accesa ininterrottamente per 24 ore, cambiando l'orario degli orologi, o ponendo musica a livelli estremamente alti. Molti prigionieri affermano che altri aggravanti, sono un calore intenso ed enormi quantità di zanzare che li pungevano nelle celle di isolamento chiuse. Gli esperti dell'area di sopravvivenza alla tortura riconoscono queste situazioni come metodi di tortura fisica e psicologica».

2. Censura
Nel mio articolo citavo – oltre ai dischi censurati – tutta una serie di libri che a Cuba sono proibiti (sono sicuro che nell’elenco non è compresa l’autobiografia del Ministro Abel Prieto). Per molti scrittori, a Cuba, peraltro, non essere letti è il male minore. Maria Elena Cruz Varela, una delle più grandi poetesse contemporanee in lingua castigliana (già candidata al Nobel), ostile al regime di Castro, nel 1991 fu pubblicamente aggredita e bastonata da un gruppo paramilitare e poco dopo fu arrestata e condannata a due anni di carcere, durante i quali subì ogni tipo di violenza. Herberto Padilla fu torturato nelle galere di Cuba e morì esule negli Stati Uniti. Reynaldo Arenas, omosessuale, fu torturato in carcere e morì a 37 anni negli Stati Uniti. Mentre Guillermo Cabrera Infante, anche lui torturato in carcere, finì i suoi giorni esule a Londra).
A proposito della censura, ricordo che l’informazione a Cuba non può essere privata, ma è di esclusiva proprietà dello Stato o dell’unico partito politico autorizzato, il PCC (Partito Comunista Cubano). Tutti coloro che scrivono e/o diffondono scritti e notizie ancorché veritiere ma non autorizzate dalle autorità della dittatura, o in contrasto o opposizione al regime, vengono accusati, arrestati, e giudicati per direttissima ai sensi della nuova legge 88 – detta “legge museruola” (Ley mordaza) – con pene previste da 10 a 30 anni di carcere.
A Cuba si possono vedere solo 3 canali televisivi, ovviamente di Stato. Non sono ricevuti legalmente nè diffusi canali stranieri, proibite le parabole satellitari e le relative apparecchiature elettroniche di ricezione (tranne che negli alberghi per turisti stranieri). Da qualche anno è proibito introdurre a Cuba videoregistratori.
Tutte le radio FM sono sotto la direzione dello Stato e del partito.
Il 3 febbraio 2006, il sito de la Repubblica pubblicava questa notizia: «L’AVANA - Guillermo Farinas, direttore dell'agenzia di stampa indipendente Cubanacan press, si sta lasciando morire di fame per protesta contro il divieto, in vigore per lui ed i suoi giornalisti, di usare Internet, strumento indispensabile per l’esercizio del proprio lavoro. Lo dice Reporter Sans Frontieres, che riporta anche sul sito una dichiarazione di Farinas: “Se devo essere un martire dell'accesso all'informazione, lo sarò”. Il giornalista osserva inoltre che le autorità cubane usano l’embargo americano come pretesto per giustificare “una politica liberticida”. L’agenzia Cubanan press è impegnata soprattutto nella denuncia della violazione dei diritti dell'uomo a Cuba e nella diffusione delle opinioni che non trovano spazio sulla stampa ufficiale. Farinas, 43 anni, ha iniziato la sua protesta il 31 gennaio e ha scritto in una lettera a Fidel Castro che andrà avanti fino a quando non sarà possibile ai giornalisti accedere a Internet. “Voglio che tutti i cittadini di Cuba”, ha detto Farinas, “abbiano il diritto a una connessione Internet, ma anche per la stampa indipendente che deve poter fornire le informazioni sulle attività del governo”. Fino allo scorso 23 gennaio i giornalisti della Cubanacan Press potevano inviare le notizie da un Internet point pubblico nella città di Santa Clara, poi è stato loro impedito».
Secondo Reporter Sans Frontieres, Cuba è uno dei 15 paesi ostili a Internet e uno dei più repressivi al mondo riguardo la libertà di espressione on-line. È proibito ai cubani avere un proprio sito web personale. Anche il semplice accesso privato a Internet è proibito. Si può farlo solo nei cyber-café cittadini (tutti controllati), comprando una tessera e consegnando un documento d’identità.

3. Repressione dell’omosessualità
Secondo l’ancora vigente – e applicato – articolo 303 del codice penale cubano, è reato la «pubblica manifestazione dell’omosessualità».
La persecuzione dei gay nella Cuba comunista inizia negli anni Sessanta, dopo il consolidamento del regime castrista instaurato nell’isola caraibica. Lo stesso dittatore andava affermando che «una deviazione di questa natura si scontra con il concetto che noi abbiamo di come deve essere un militante comunista. Nessuno ci convincerà mai che un omosessuale possa avere in sé le condizioni e le esigenze di condotta che ne potrebbero fare un vero Rivoluzionario, un vero Comunista militante».
In occasione del primo Congresso di Educazione e Cultura del Partito comunista cubano (PCC), tenutosi nell’aprile del 1971, venne addirittura stabilito, come riportava Granma, (l’organo ufficiale del Comitato Centrale del PCC), che «il carattere socialmente patologico delle deviazioni omosessuali va decisamente respinto e prevenuto fin dall’inizio... È stata condotta un’analisi profonda delle misure di prevenzione ed educazione da mettersi in effetto contro i focolai esistenti, inclusi il controllo e la scoperta di casi isolati e i vari gradi di infiltrazione... Non si deve più tollerare che omosessuali notori abbiano influenza nella formazione della nostra gioventù... Severe sanzioni siano applicate coloro che corrompono la moralità dei minori, depravati recidivi e irrimediabili elementi antisociali, ecc.».
Il procuratore militare generale Ernesto “Che” Guevara fu incaricato di allestire campi di detenzione e di lavoro forzato per gli oppositori politici e fra essi migliaia di omosessuali. Negli UMAP (Unidades Militares de Ayuda a la Producción) finirono artisti e scrittori, e per gli omosessuali in particolare era riservato un trattamento disumano. Solo nel 1965 i campi ospitavano una popolazione di 45.000 internati.
Per prevenire la diffusione dell’omosessualità nelle scuole venne addirittura allestito un campo d’internamento per giovani omosessuali di età compresa fra i 12 ed i 15 anni.

4. Restrizioni delle libertà individuali
È proibito ai cubani aprire una attività commerciale, una impresa, un negozio. La prerogativa di produrre e vendere è monopolio dello Stato. È illegale una qualsivoglia attività privata a carattere imprenditoriale, anche sia un piccolo laboratorio di produzione o un negozio. Chi contravviene è soggetto a multe salatissime e al rischio di essere giudicati e condannati per "pericolosità sociale" fino a 4 anni di reclusione.
È proibito ai cubani vendere o acquistare una casa (vale solo la permuta).
È proibito ai cubani entrare in un hotel o in un ristorante per turisti stranieri. Ci sono spiagge proibite ai cubani, la più famosa è anche la più bella dell'isola: Varadero.
È proibito ai cubani ospitare liberamente uno straniero, occorre una autorizzazione dell'immigrazione per essere ospitati come amici o parenti, e naturalmente si paga. Chi contravviene deve pagare una sanzione di circa 1000 dollari.

5. Rapporto Annuale 2004 di Amnesty International
L’anno ha visto un grave deterioramento nella situazione dei diritti umani a Cuba. A metà marzo le autorità hanno lanciato una repressione senza precedenti nei confronti del movimento dissidente. Settantacinque attivisti di lunga data sono stati arrestati, sottoposti a processi iniqui e condannati a pene fino a 28 anni di reclusione; si tratta di prigionieri di coscienza. Ad aprile tre uomini coinvolti in un dirottamento sono stati fucilati, fatto che ha posto fine a una moratoria de facto di tre anni sulla pena di morte. Le critiche della comunità internazionale si sono intensificate, includendo anche le voci di persone e nazioni che in precedenza avevano espresso il loro sostegno al governo cubano. Le autorità cubane hanno cercato di giustificare queste misure come una risposta necessaria alla minaccia alla sicurezza nazionale posta dagli Stati Uniti. L’embargo statunitense e le misure ad esso correlate hanno continuato ad avere effetti negativi sulla piena realizzazione dei diritti umani a Cuba.
A fine anno rimanevano in carcere 84 prigionieri di coscienza, di cui sette ancora in attesa di processo.
A marzo, un giro di vite ha portato all’imprigionamento della maggior parte della direzione del movimento dissidente, compresi giornalisti, personale medico-sanitario, insegnanti, bibliotecari, attivisti politici e difensori dei diritti umani. Solo pochissime figure molto note tra i critici del regime non sono state colpite dal provvedimento.
I detenuti sono stati processati immediatamente in modo molto rapido e con procedure non eque. La maggior parte di loro è stata accusata ai sensi dell’art.91 del codice penale per "atti contro l’indipendenza o l’integrità territoriale dello Stato" o della Legge per la protezione dell’indipendenza nazionale e l’economia di Cuba, che non era mai stata applicata in precedenza, e che prevede pesanti pene carcerarie per chiunque sia riconosciuto colpevole di appoggiare la politica statunitense contro Cuba. I dissidenti sono stati condannati sulla base di attività quali concedere interviste a Radio Martí, stazione radio che gode di finanziamenti del governo statunitense, ricevere materiale o fondi la cui origine era ascrivibile al governo degli Stati Uniti, o avere contatti con funzionari della Sezione per gli interessi statunitensi all’Avana, che le autorità cubane hanno accusato di atteggiamento provocatorio volto a fomentare la sovversione. A fine anno tutte le condanne erano state ratificate dalla Corte Suprema del popolo, precludendo le possibilità di appello secondo la legge cubana. Dopo un accurato esame delle prove presentate contro gli imputati, AI ha deciso di considerarli tutti e 75 quali prigionieri di coscienza.
Marcelo López Bañobre, membro della Comisión cubana de derechos humanos y Reconciliación Nacional (Commissione cubana per i diritti umani e la riconciliazione nazionale, è stato condannato a 15 anni di carcere per aver, fra le altre cose, "inviato informazioni a organismi internazionali come Amnesty International".
Le attività del movimento dissidente si sono bloccate in seguito all’arresto di molti attivisti di medio rango. I processi di aprile hanno rivelato l’esistenza di 12 agenti della sicurezza di Stato che si erano infiltrati da parecchi anni nel movimento dissidente. Questo fatto, unitamente alla pubblicazione di due libri sulle presunte attività della sicurezza di Stato all’interno del movimento dissidente, è stato visto come un tentativo di diffondere il sospetto e la sfiducia fra i dissidenti ancora in libertà. A ottobre, come primo grande passo effettuato dall’opposizione dopo la repressione di marzo, Oswaldo Payá Sardiñas, leader del gruppo politico non ufficiale Movimiento Cristiano Liberación (Movimento cristiano di liberazione) ha presentato all’Assemblea Generale di Cuba più di 14.000 nuove firme per il Progetto Varela, una petizione per un referendum sulle riforme politiche ed economiche. A gennaio la Commissione per le questioni giuridiche costituzionali del parlamento cubano aveva dichiarato l’iniziativa incostituzionale. A dicembre, Oswaldo Payá ha presentato perché fosse pubblicamente dibattuto un programma nazionale per la transizione verso la democrazia.
Il governo ha continuato ad applicare restrizioni per i viaggi al di fuori dell’isola ai dissidenti più conosciuti. A giugno, Elizardo Sánchez Santacruz, Vladimiro Roca Antúnez, Manuel Cuesta Morúa e Oswaldo Payá Sardiñas non hanno avuto il permesso di recarsi in Italia per assistere a un seminario sul movimento democratico di opposizione a Cuba organizzato da un partito politico italiano; nel mese di luglio a Vladimiro Roca è stato negato il permesso di recarsi in Messico in qualità di osservatore alle elezioni federali messicane; inoltre, a Oswaldo Payá è stato impedito di assistere a una sessione del parlamento europeo a cui era stato invitato.

Posted by Leonardo Colombati at 05.02.07 16:56

Comments