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05.03.07

Wallant: quando il ricordo è uno strozzino

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[Questo mio articolo è stato pubblicato sul Giornale sabato 3 marzo 2007. Su Wallant avevo già scritto qui. lc]

Secondo la tradizione giudaico-cristiana, Adamo ed Eva mangiarono il frutto proibito e furono cacciati dall’Eden. Da sessant’anni a questa parte, per gli ebrei, il peccato originale è stato per così dire sostituito da un delitto meno simbolico; anzi, così reale nella sua burocratica contabilità (sei milioni di morti) da imporsi definitivamente come la prova che esiste – tra noi, in noi – il male assoluto. Per i cattolici, duemila anni fa, Gesù morì sulla Croce per redimerci dall’atto di superbia commesso dai nostri lontani progenitori. Nessun Dio, per contro, ci ha redento dal nuovo peccato, quello commesso nei campi di concentramento: la Shoah è ancora impunita (nessuna pena può essere proporzionata a quel delitto); ma soprattutto è ancora inspiegabile e per molte persone addirittura non è mai avvenuta. Le generazioni che si succedono si allontanano dal momento dell’Olocausto e i negazionisti crescono nei vuoti di memoria e nell’indifferenza.

Per gli ebrei, ricordare la Shoah è questione di sopravvivenza. Per tutti gli scrittori ebrei arriva il momento in cui farci i conti; anche per coloro che attraverso la letteratura hanno cercato – hanno voluto – l’assimilazione. Prendiamo ad esempio i due più grandi scrittori ebrei d’America, Saul Bellow e Philip Roth. Quest’ultimo raccontò una volta di quando Bellow gli disse che da qualche parte nel suo “sangue di immigrato ebreo c’erano tracce cospicue di dubbio sul fatto che io avessi il diritto di praticare il mestiere di scrittore”. In effetti, ancora alla fine degli anni Quaranta, un ebreo che sognava di diventare un romanziere americano veniva scambiato per pazzo. Ma nel 1987, Roth potrà affermare di essere uno scrittore “ben più di quanto sia ebreo”. Era successo che nel 1953 Bellow aveva pubblicato Le avventure di Augie March, in cui il protagonista rivendicava l’emancipazione dalla propria matrice ebraica esordendo così: “Io sono americano, nato a Chicago”. E sedici anni più tardi, l’Alex Portnoy di Roth confessava al suo psicanalista: “Scopando, scoprirò l’America. Conquisterò l’America”.
Chiarito il punto riguardo alla propria assimilazione, a un certo punto della loro carriera sia Bellow che Roth hanno sentito la necessità di guardare indietro, da una prospettiva di americani che rivendicano la propria ebraicità. Nel 1969 Bellow pubblica Il pianeta di Mr. Sammler, in cui il protagonista è un vecchio intellettuale che durante la seconda guerra mondiale – molto tempo prima di prendersela con i neri, gli hippies e una nipote ninfomane – s’era scavato la fossa assieme a decine di altri internati. Sotto la minaccia delle armi aveva fatto il salto, atterrando sui corpi nudi, ancora vivi, e sporchi di terra. Subito, nuove ginocchia e gomiti e piedi l’avevano colpito dall’alto, schiacciandolo. Così, sepolto, aveva udito il rumore dei mitra, i gemiti dei compagni, sopra e accanto a lui, colpiti, e il suono delle pale che ricoprivano la buca. Poi… “s’era scavato, a forza di unghie, la strada per uscirne” scrive Bellow. “Non c’era alcun merito speciale, non c’era alcuna magia”. Scampato così ai nazisti, Sammler, avrebbe avuto di lì a poco la straordinaria opportunità di uccidere a pistolettate un militare tedesco. Opportunità che sfrutta; decisione che per tutta la vita non riuscirà mai a pentirsi di aver preso. Ne Lo scrittore fantasma di Roth, invece, il giovane romanziere Nathan Zuckerman fa visita al suo maestro E.I. Lonoff e scopre che la misteriosa ragazza con cui abita e che dice di chiamarsi Amy Bellette altri non è che Anna Frank, sopravvissuta all’Olocausto e rifugiatasi in America.

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Il tema del sopravvissuto - al centro de Il pianeta di Mr. Sammler e de Lo Scrittore fantasma – sembra il più adatto a raccontare il “nuovo peccato originale”. Scrive Primo Levi in una prefazione a La tregua: “Il Lager si dilata ad un significato universale, è divenuto il simbolo della condizione umana stessa e si identifica con la morte, a cui nessuno si sottrae. Esistono remissioni, ‘tregue’, come nella vita del campo l’inquieto riposo notturno; e la stessa vita umana è una tregua, una proroga; ma sono intervalli brevi, e presto interrotti dal ‘comando dell’alba’, temuto ma non inatteso”.
C’è un romanzo, tra tutti gli altri, che forse ha saputo tradurre perfettamente la terribile allegoria di Levi. Si tratta de L’uomo del banco dei pegni di Edward Lewis Wallant (finalmente ora riedito in Italia). Sol Nazerman, così come Arthur Sammler, è un reduce dei campi di sterminio che fa di tutto per starci antipatico. Il personaggio di Bellow è razzista, misogino e non sa perdonare il mondo per ciò che il mondo gli ha inflitto. Similmente, Sol Nazerman, vive alla lettera il significato letterale della parola Shoah, che significa “distruzione” ma anche “desolazione”. L’orrore che ha provato lo ha del tutto inaridito: rifiuta ogni contatto umano, vive chiuso in se stesso e pratica con cinismo il suo mestiere; ha un banco di pegni ad Harlem che gestisce come un vero e proprio usuraio e avverte “un perverso piacere al sentirsi affine a tutti i secoli di Shylock untuosi e deferenti. Sì, lui, Sol Nazerman esercitava l’antica professione tanto disprezzata; e sopravviveva!”.
Quando è dietro il banco dei pegni e “prova un pallido conforto al solo toccare e spostare un poco i vari oggetti”, Sol Nazerman riesce quasi ad essere vivo. Ma è solo una tregua: i fantasmi del ricordo tornano a perseguitarlo; di notte sogna reticolati contorti e rugginosi, una torretta di legno, il pesante scalpiccio degli stivali, l’odore di carne bruciata, il fumo dei corpi, “fuggevole, untuoso”. Quando giunge il mattino, il vecchio usuraio capisce di aver sentito il “comando dell’alba”: quel Wstawac che in polacco significa “alzarsi”. È una voce, dirà Primo Levi, “che invita alla morte, ed è sommessa perché la morte è iscritta nella vita, è implicita nel destino umano, inevitabile, irresistibile; allo stesso modo nessuno avrebbe potuto pensare di opporsi al comando del risveglio, nelle gelide albe di Auschwiz”.

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Quando uscì, L'uomo del banco dei pegni ebbe un grosso successo di pubblico e di critica. Nel 1964 diventò un film con Rod Steiger, per la regia di Sidney Lumet. Wallant era già morto. Lavorava come art director in una agenzia di pubblicità newyorkese e a trentaquattro anni aveva debuttato con il romanzo The human season. L’anno successivo, nel 1961, era stata la volta del suo best-seller. Sette mesi dopo un aneurisma lo stroncava. Avrebbe potuto dare filo da torcere a Saul Bellow e a Philip Roth. E invece, dopo che negli anni Sessanta furono pubblicati due suoi romanzi postumi (The tenants of Moonbloom e The childern at the gate), tutti lo dimenticarono, fino a quando nel 2003 The Tenants of Moonbloom riemerse dall’oblio con un’entusiastica prefazione di Dave Eggers (nel 2005 uscì in Italia con il titolo Gli inquilini di Moonbloom). Ora tocca a L’uomo del banco dei pegni. Chissà… Sarebbe bello che i lettori concedessero almeno una tregua postuma a questo grandissimo, sfortunatissimo scrittore.

Posted by Leonardo Colombati at 05.03.07 09:52

Comments

Ce l'ho nella pigna delle cose da leggere. Lo farò di certo.

Abbracci, G.

Posted by: gianni biondillo at 05.03.07 12:03

Grazie per la segnalazione, Leonardo. Lo leggo eccome, le tregue mi piacciono moltissimo. Quando sono postume, poi, mi paiono ancora più doverose. Un abbraccio.

Posted by: Gaja at 06.03.07 20:20

E ne approfitto, caro springsteeniano (non ho potuto scriverti in privato non avendo un tuo indirizzo e-mail) per ribadirti che ho sentito le parole che hai scritto su vibrisse bollettino molto umane, molto vere. In qualche modo anche molto "mie". In bocca al lupo per tutto! baci.

Posted by: Gaja at 06.03.07 20:25