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26.04.07

Happy Birthday Cinecittà

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[Questo mio articolo è stato pubblicato ieri su "Vanity Fair". lc]

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1.

Teatro 5 di Cinecittà. Davanti a un immenso frontale che riproduce un cielo, sospesi a diversa altezza su due piccoli ponti attaccati con le funi ai tralicci del soffitto, due pittori in canottiera e coi cappellini ricavati da un foglio di giornale muovono i lunghi pennelli con lentezza da acquario, i secchi della vernice accanto. Tutto intorno è silenzio. Si sente solo il fruscio delle spatole sul fondale già quasi interamente dipinto.
― Oh, a Ce’…
― Che voi?
― Vattela a pijà ‘nder culo.

Il 28 aprile di settant’anni fa venivano inaugurati a Roma, sulla via Tuscolana, i sedici teatri di posa, la piscina per le scene acquatiche, i ristoranti e gli uffici di quella che sarebbe diventata la “Hollywood sul Tevere” in spregio ai diktat autarchici del suo fondatore.

In una foto scattata quel giorno si vede un gruppo di gerarchi in orbace assiepato intorno al comico siciliano Angelo Musco che si esibisce in una scenetta estemporanea. L’immagine riesce a cogliere pure il sorriso compiaciuto di Mussolini, per il quale il cinema doveva rappresentare “l’arma più forte”.
Secondo alcuni, il primo film girato a Cinecittà fu proprio Il feroce Saladino di Mario Bonnard, con Musco come protagonista. Ma i due re incontrastati di quei primi anni furono senza dubbio Mario Camerini – il regista dei film coi telefoni bianchi – ed Alessandro Blasetti, che così viene descritto all’opera da Federico Fellini: “Il braccio lunghissimo di una gru cominciò a sollevarsi nell’aria e a salire in alto, sempre più in alto, al di sopra delle costruzioni, al di sopra dei teatri di posa, oltre gli alberi, oltre le torri, su, ancora più su, verso le nubi, fino a fermarsi sospeso nel riverbero incandescente di un tramonto con milioni di raggi. Qualcuno mi prestò un cannocchiale e lassù, a più di mille metri, su una poltrona Frau saldamente avvitata alla piattaforma della gru, con i gambali di cuoio, scintillanti, un foulard al collo di seta indiana, un elmo in testa e tre megafoni, quattro microfoni e una ventina di fischietti appesi al collo c’era un uomo: era lui, era il regista, era Blasetti”. Nel film Intervista, Fellini lo ritrae sudato sotto il casco coloniale mentre sta scendendo faticosamente la scaletta laterale di un’alta torre di legno. Un gruppo di operai accorrono ad aiutarlo, spronandolo, consigliandolo, adulandolo:
“Fate attenzione, dottore!”
“Aiutate il dottore, su!”
“Ma non c’ha bisogno d’aiuto ‘sto dottore, è un grillo ‘sto dottore!”
È una scena che riesce a ridare interamente il senso di questo microcosmo di quattrocentomila metri quadrati incastonato nella periferia a est di Roma: una città dentro la città che con un assurdo logico è più grande del suo contenitore e riesce ad allargare i suoi confini fino ad abbracciare il mondo intero; un laboratorio di sogni affidato sì al genio registico e al fascino dei suoi divi, ma anche e soprattutto al lavoro oscuro di una moltitudine di operai e di artigiani, gli uomini a cui è affidato il compito di riempire il vuoto cosmico di un teatro di posa prima del Big Bang.

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2.

Il primo pittore sta fischiettando “Sirena del mare”. Di colpo s’interrompe, e nel silenzio riverberato del grande teatro vuoto si rivolge di nuovo al secondo pittore:
― A Ce’… No, stavo a pensà ‘na cosa…
― Cosa?
― Perché non te la vai a pijà ‘nder culo? ― e scoppia a ridere, felice come un bambino.

Per arrivare fino al Quadraro, il quartiere dov’è Cinecittà, i ragazzi e le ragazze che sognavano una comparsata prendevano il tramvetto azzurro che imboccava Porta San Giovanni verso la via Appia e poi si lanciava attraverso la campagna disseminata di ruderi antichi fino ad arrivare all’enorme ingresso. A pochi fortunati veniva consegnato il cestino col pranzo, segno tangibile dell’ingaggio in un cast. La maggior parte si accontentava di vagabondare tra circhi, fori, templi, mura di città assediate, e di sbirciare da lontano l’uscita delle dive dalle roulottes. Erano i tempi di Assia Noris, di Clara Calamai e di quella Doris Duranti che secondo la vox populi se la faceva con Alessandro Pavolini, il Ministro della Cultura Popolare, tanto che in un’operetta goliardica di quegli anni si cantava: Scarpia, la storia è ben che si conosca, / defunse pel pugnale della Tosca! / E Pavolin, lo sanno tutti quanti, / perse la testa per Doris Duranti!”.
Nell’immediato dopoguerra, in molti pronosticarono il rapido tramonto di Cinecittà a favore di un sano decentramento produttivo. Ma i tycoons nazionali – i Lombardo, i Rizzoli, i Ponti, i De Laurentiis – non poterono fare a meno di avvalersi degli attori, dei tecnici e delle maestranze cresciuti tra quelle mura color giallo di Marte.
A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, poi, Cinecittà viene invasa dalla grandi produzioni americane: registi come William Wyler, King Vidor e Joseph Mankiewicz e attori del calibro di Charlton Heaston, Elisabeth Taylor, Tyrone Power, Audrey Hepburn, Gregory Peck, Ava Gardner, Humphrey Bogart ed Henry Fonda fabbricano lì dentro visioni intitolate Quo Vadis?, Ben Hur, Vacanze romane, La contessa scalza, Il principe delle volpi, Cleopatra. È iniziata l’era dei Tre soldi nella fontana, dei peplum (chiamati anche “sandaloni”, ovvero i film sull’antica Roma) e dei “paparazzi” appostati davanti ai grandi alberghi che s’affacciano su via Veneto.
Ma quella stagione di Cinecittà resterà nella memoria soprattutto per i registi e gli attori nostrani: nei teatri di posa, all’ombra dei pini, o sul bordo della piscina di settemila metri quadri (dove recentemente Martin Scorsese ha ricreato il vecchio porto di New York), Visconti litiga con Anna Magnani durante le riprese di Bellissima, Pasolini chiacchiera con Orson Welles tra un ciak e l’altro de La ricotta, Mastroianni con gli occhi bistrati e un cappellaccio nero divide il cestino con gli operatori di ripresa e Totò viene riconosciuto da uno dei guardiani e si sente salutare così: “Buongiorno, Totò!”, al che, risentito, replica: “Mi chiami Principe. Lo fanno tutti…”. Ma il guardiano ribatte: “Altezza, vi chiamo Totò perché di principi ce ne stanno tanti, ma di Totò ce n’è uno solo!”.
È una galassia di stelle la cui luce ancora ci acceca e al cui centro brilla un Sole di nome Fellini.

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3.

Il 1° novembre 1993 una processione folta e silenziosa (si calcolano più di 50mila persone) si dirige al Teatro 5, completamente vuoto, ad eccezione di una grande pedana con moquette azzurra su cui è stata sistemata una bara monumentale dalle borchie dorate. Due carabinieri in grande uniforme, ai lati del feretro, sembrano due enormi fiori dal pennacchio rosso. “Federico sarebbe stato contento di essere tra due carabinieri come Pinocchio”, sospira Mastroianni. Dietro la cassa, un grande cielo limpido, con le nuvole bianche: è il fondale utilizzato per Intervista, il film di Fellini che originariamente doveva chiamarsi Cinecittà. Sergio Rubini è il giovane Federico che nel 1939 entra per la prima volta in quella che sarebbe diventata casa sua e rimane a guardare a bocca aperta le torri, gli spalti, i cavalli, le torve palandrane, i cavalieri imbottiti di ferro e le eliche di aeroplani in funzione che sollevano ovunque nuvoloni di polvere. “Al di sopra di tutta quella confusione una voce potente, metallica, tuonava ordini che parevano verdetti: ‘Luce rossa gruppo A attacchi sulla sinistra! Luce bianca gruppo barbari retroceda in fuga! Luce verde cavalieri ed elefanti impennarsi e caricare!’…”.
Lo spettacolo più misterioso e vero, però, l’attore che deve impersonare il giovane Fellini lo trova affacciandosi alla soglia dell’immenso Teatro 5, dove continua il dialogo tra i due pittori.

― A Ce’ ―, fa il primo.
E l’altro, sbuffando: ― Uuhhhh!
― Sai chi t’ho incontrato ieri? Moccoletto. Sai che m’ha detto?
― No.
― M’ha detto che te la devi annà a pijà…

Titoli di coda.

Posted by Leonardo Colombati at 26.04.07 18:57

Comments

Simpatica, nostalgica, rievocazione.

Posted by: Bartolomeo Di Monaco at 28.04.07 14:38