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26.06.07
Giancarlo Liviano, "Andai, dentro la notte illuminata"
[Questo mio articolo sul romanzo di Giancarlo Liviano, "Andai, dentro la notte illuminata", viene pubblicato oggi su Il Giornale]
Senza troppo entusiasmo, ricevo e inizio a leggere il romanzo di Giancarlo Liviano, Andai, dentro la notte illuminata. Il mio scetticismo deriva dalla statistica. Dei tanti romanzi di scrittori italiani under 30 che negli ultimi anni m’è toccato sciropparmi, solo il 10 percento ha superato la soglia della leggibilità. E per sperare in qualcosa di più della sufficienza, più che la statistica bisogna invocare la fortuna.
Leggo le prime tre pagine, vengo sommerso da un diluvio di aggettivi e mi prende una strana allegria. Ecco uno che finalmente rende giustizia a questa categoria così bistrattata, la categoria degli aggettivi, e li usa molto, e molto bene. Prima ancora di rendermi conto di quale storia Liviano mi voglia raccontare, ciò che mi colpisce è il tono della sua voce: una prosa sovreccitata, come un assolo di Charlie Parker. La sovreccitazione è una forma di epica.
Appena riesco a sistemarmi comodamente dentro il libro per godermi lo spettacolo, mi accorgo di trovarmi in un luogo inaudito. Abituato ai soliti clichè della narrativa italiana, mi aspettavo la borgata di una nostra metropoli o uno di quei tinelli in cui due delle centomila varianti letterarie di Kim Rossi Stuart e Giovanna Mezzogiorno vedono sgretolarsi il loro rapporto a colpi di incomunicabilità post-antonioniana. E invece eccomi qui, a San Francisco, mentre mi sporgo nel vuoto dal Golden Gate. La trama è piuttosto semplice e sommamente improbabile: sei persone hanno firmato un contratto con un network televisivo americano per un reality show durante il quale il pubblico voterà chi salvare e chi condannare alla più definitiva delle eliminazioni; gli sconfitti, infatti, dovranno buttarsi in mare dal ponte e in mondovisione si potrà assistere alla loro morte.
I concorrenti sono un condannato a morte, un porno-attore, una coppia di idioti in cerca di celebrità, un malato terminale di Aids e un ragazzo pugliese, Alex, le cui motivazioni suicide sono incomprensibili. È lui a raccontarci tutta la storia. Una storia che ha trascinato la mia curiosità dall’inizio alla fine, solo per sapere chi dei concorrenti si sarebbe salvato e chi invece avrebbe dovuto spiccare il salto. Ma il plot è l’ultimo dei godimenti di questo libro. Il vero godimento è l’arsenale di fuochi d’artificio che Liviano fa esplodere letteralmente ad ogni pagina.
Una delle protagoniste del romanzo è Paris Hilton. Nessuna donna, nei secoli dei secoli, ha incarnato meglio di Paris “lo spirito dei suoi tempi”. La sua icona – che poggia su basi fragilissime – è più potente di quella di Mata Hari, della Garbo, di Marylin e di Brigitte Bardot. Tutti i maschi del pianeta sbavano per lei più o meno segretamente e più o meno pubblicamente fingono di detestarla. Il motivo è che Paris Hilton fa paura. Fa paura la sua bellezza in bilico tra una bruttezza ripugnante e uno sconvolgente erotismo. E fa paura soprattutto il sospetto che Paris abbia ragione. Il moralismo stomachevole di certi articolisti di fronte allo spettacolo di Paris che entra in galera, nasconde il terrore di ammettere a se stessi che Paris stia vivendo al meglio la propria vita. Mi domando e vi domando: cosa dovrebbe fare la fighissima rampolla ventenne di una delle famiglie più ricche del pianeta, se non divertirsi sfrenatamente accettando con filosofia la propria sfolgorante inutilità? Paris non va in Darfur a farsi fotografare con un bimbo denutrito; non gira un film indipendente in cui si fa imbruttire da tre ore di trucco per farsi dare una pacca sulle spalle dai radicals dell’Academy; non scrive canzoni sulla condizione della donna nel XXI secolo; non fa nessuna di tutte quelle cose che potrebbero farcela amare con più tranquillità, con la coscienza a posto. Esce dai taxi senza mutandine, si dilunga in effusioni finto lesbiche con Britney Spears in favore di telecamera, gira clip musicali addirittura più volgari dell’immortale video amatoriale di una sua notte di sesso.
Liviano, tutto questo lo sa, e ci regala un ritratto indimenticabile di Paris, direi il suo ritratto definitivo. “E’ così magra e lunga”, scrive, “che sembra un chiodo da bara, e la sua silhouette è un parossismo d’armonia. Nel tempo libero corre in veloci auto sportive. Ha causato incidenti in stato di ubriachezza e se l’è cavata dispensando bacini volatili ai poliziotti”.
Nonostante i pubblici atti di modestia e le pretese di normalità, lo scrittore – se è tale – la normalità la odia e pecca costantemente di superbia. Il suo compito è di provare ad essere eccezionale. Ionesco osservava che la caratteristica della biografia degli uomini famosi è che hanno voluto essere famosi. Per gli scrittori c’è un surplus di ambizione: non cercano la fama ma la gloria. Ogni romanzo creato con vera passione aspira in maniera del tutto naturale al valore estetico duraturo. Scrivere senza tale ambizione è puro cinismo. È questa la maledizione del romanziere: la sua onestà è legata al palo infame della sua megalomania.
Ora, uno scrittore che fa ballare in suo libro Celine Dion – e cioè la più melensa cantante dai tempi di Judy Garland – con Saddam Hussein – e cioè il più peloso dittatore sanguinario dai tempi di Castro quando aveva ancora folta la barba – e tutto questo in diretta televisiva durante un reality show, è sicuramente un pazzo e basta se non è un bravo scrittore; ma se invece è bravo, denota soltanto la sua megalomania che, come ho appena detto, è una forma di onestà intellettuale per ogni artista che si rispetti.
Liviano è megalomane e perciò è onesto. Con questo suo Andai dentro la notte illuminata ha preteso di contravvenire ad una delle regole imposte dall’editoria e dalla critica più ammuffite, e cioè che non bisogna mai ambientare una storia in un paese straniero, e men che mai in America, perché all’America ci pensano – e bene – già gli americani. Se posso fare un complimento a Liviano, è questo: il suo libro sull’America sembra scritto da un americano. Il compito è riuscito.
Liviano scriverà altri libri, e alcuni saranno più belli di questo; se la contingenza e la sorte lo aiuteranno, forse sarà in grado di scrivere un capolavoro. Perciò leggetevi questo suo esordio, segnatevi il suo nome e aspettatelo al varco. Ne varrà la pena.
Posted by Leonardo Colombati at 10:21 | Comments (1)
21.06.07
Alessandro Zaccuri, Il signor figlio
[Questo è il testo del mio intervento durante la presentazione del romanzo di Alessandro Zaccuri, "Il signor figlio", svoltasi ieri al Mel Bookstore di Roma.]
Non ho ancora accettato del tutto l’idea che Elvis sia morto e tendo a dar credito alle notizie che lo vogliono rapito dai marziani o finalmente felice del proprio anonimato a svolgere il lavoro di parcheggiatore in uno scalo merci di Sacramento.
Uno dei libri di Philip Roth che più amo è Lo scrittore fantasma, dove il giovane romanziere Nathan Zuckerman fa visita al suo maestro Lonoff e scopre che la misteriosa ragazza con cui abita e che dice di chiamarsi Amy Bellette altri non è che Anna Frank, sopravvissuta all’Olocausto e rifugiatasi in America.
Quanto a Giacomo Leopardi, sappiamo che nel 1837 era a Napoli, assieme al suo amico Antonio Ranieri, e che forse dettò gli ultimi versi de Il tramonto della luna poco prima che il 14 giugno lo cogliesse un attacco d’asma fatale:
Ma la vita mortal, poi che la bella
giovinezza sparì, non si colora
d’altra luce giammai, né d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ad alla notte
che l’altre etadi oscura,
segno poser gli Dei la sepoltura.
A Napoli imperversava il colera. Pare che il Ranieri, per impedire che il corpo del poeta fosse sepolto nella fossa comune – così come dettava la norma igienica – sottrasse il cadavere e lo fece seppellire nella chiesa di S. Vitale, presso Fuorigrotta. Oggi i suoi resti riposano in un’urna accanto a quelli di Virgilio.
Alessandro Zaccuri, nel suo Il signor figlio (Mondadori 2007, p. 335, Euro 17), racconta un epilogo diverso, e per mia somma gioia, perché oggi posso includere il nome di Leopardi nell’elenco in cui sono iscritti quelli di Ettore Majorana e Federico Caffè, che se fossero vivi, avrebbero rispettivamente 101 e 93 anni. Continuo a sperare che ciò sia possibile.
Secondo Zaccuri, Leopardi, con l’aiuto del Ranieri, si rifà una vita, come si suol dire. Tutti lo credono cadavere e invece lui s’imbarca per Marsiglia e da lì arriva a Londra, dove prende alloggio in una lurida soffitta e inizia ad escogitare la sua vendetta nei confronti del padre.
Il conte Monaldo Leopardi era un letterato dilettante e un pessimo amministratore dei beni di famiglia. A Recanati i pantaloni li portava la moglie Adelaide. I due avevano comunque in comune l’assoluta fedeltà al regime papale e un’incrollabile fede che sconfinava nel bigottismo. Giacomo, adolescente, era invece ateo e il suo sistema di idee nettamente meccanicistico: all’uomo è impossibile conoscere la verità e la realtà è pura natura, senza luce di idealità o di provvidenzialità, in eterno e meccanico moto. Del Papa, poi, era meglio non parlargli.
Quelli di Monaldo e Giacomo, ben presto, diventarono due mondi a parte. Nel vero senso della parola. Leopardi padre, infatti, era un accanito avversario del sistema copernicano, allora ancora condannato dalla Chiesa, anche se liberamente insegnato nelle scuole del Regno d’Italia, dove Napoleone aveva eliminato l’Inquisizione. È anche per questa follia geocentrica che Monaldo non iscrisse i figli alla scuola pubblica. Ma Giacomo, come sappiamo, era uno che compiva studi "matti e disperatissimi" e già a 14 anni, nel suo Dialogo filosofico, scriveva che
l’immortale Nicola Copernico dopo mille osservazioni e ricerche dà finalmente alla luce un sistema astronomico il quale può dirsi l’unico che atto sia a spiegare adeguatamente i fenomeni celesti.
Per tutte queste ragioni – tra mille altre – s’imponeva dunque per Giacomo Leopardi la fuga dall’orrida solitudine di Recanati e da un padre che non lo capiva. Quando nel 1832 Monaldo pubblicò un libello reazionario, Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831, non senza malignità lo scritto venne attribuito al figlio, che pubblicò un’energica e sprezzante smentita.
Secondo la vera biografia, Giacomo tenta di scappare già a 21 anni; due anni dopo va a Roma, ma ritorna a casa presto. Riparte per Milano, poi va a Bologna, a Firenze, a Pisa. Nel 1828, senza un soldo, è di nuovo a Recanati. Nel 1833 si trasferisce definitivamente a Napoli, dove muore a 39 anni.
Aveva scritto che "la morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali… Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza". Nel romanzo di Zaccuri, Leopardi ha ciò che vuole: segnatamente 67 anni, nel momento in cui leggiamo l’ultima pagina. Ne ha 4 di meno del padre quando morì nel 1847. Non sappiamo se Giacomo muore, in quell’ultima pagina. Forse sì. Forse continuerà ad invecchiare, cambierà di nuovo nome (a Londra si fa chiamare Conte Rossi), e sperimenterà la strana sensazione di un figlio-per-sempre che diventa più vecchio del proprio padre, anche se è condannato a rimanere per sempre "il signor figlio".
In questo libro, tra Monaldo e Giacomo non c’è partita: vince Monaldo dieci a zero. In realtà, Giacomo finge di morire, scappa e se ne rimane rintanato per 30 anni in una soffitta londinese solo per far dispetto al padre. Per farlo soffrire ancora di più, gli gioca un tiro dei suoi: inizia a scrivergli delle sconclusionate lettere in un finto italiano stiracchiato firmandole William Bishop, giovane irlandese che attende alla stesura di un librone intitolato The New Plutarchus, Being a comparizon between the Ancient Empire of Pharaos and the Modern Dominion of her Majesty the Queen of England.
Vale ricordare che a quattordici anni, Leopardi aveva scritto una tragedia chiamata Pompeo in Egitto e che nel 1822 s’era fatto beffe di critici e lettori espertissimi traducendo il Martirio de’ Santi Padri e facendolo passare per un volgarizzamento trecentesco. Il vero signor figlio, insomma, era sempre stato attratto dalla terra dei faraoni e dal falso letterario.
E dunque il sedicente William Bishop sa che il gioco che instaura con Monaldo è rischioso, perché l’ottuso genitore conosce le inclinazioni del figlio e non ha l’anello al naso. Eppure è tale l’odio per il padre, che Giacomo Leopardi, uno dei più grandi ingegni del suo tempo, passa sette anni a "rifinire scempiaggini su geroglifici e piramidi, per paragonare il faro d’Alessandria alla Torre di Londra, per tracciare analogie tra la mirra e le birra". "Dovevo ingannarlo", dice a un certo punto. E noi lettori ci chiediamo perché.
La soluzione dell’enigma, Zaccuri la nasconde in una vicenda parallela e speculare a quella di Giacomo e Monaldo. Per sbarcare il lunario, infatti, a Londra il conte Rossi impartisce lezioni di italiano a John Lockwood Kipling, il padre di Rudyard Kipling.
Rudyard Kipling nacque nel 1865 a Bombay, dove il padre si era appena trasferito con la moglie Alice. Poi, a sei anni, viene mandato a studiare in Inghilterra. A un certo punto del libro di Zaccuri, l’autore di Kim e del Libro della giungla ragiona così:
Mio padre ha creduto di salvarmi condannandomi all’esilio, a diventare uomo da solo, senza pensare che avrei potuto rimanere bambino ancora un po’. Undici anni lontano da casa, tra le nebbie della nostra bella Inghilterra. E in undici anni, l’ho visto una sola volta il Pater beneamato. Ma anch’io, in definitiva, ho obbligato il mio John ad andarsene, a vestire la divisa, a servire l’Impero. Ah, i racconti che gli scrivevo quand’era bambino. Tutti dedizione, dignità e coraggio.
È questa la tragedia di Kipling. L’uomo che scrisse If, una vera e propria camicia di forza per il povero suo figlio John:
Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: "Tieni duro!";
se riuscirai a riempire l'attimo inesorabile
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,
e - quel che è più - tu sarai un Uomo, ragazzo mio!
Quanto devono essere costati questi versi a Kipling – al conservatore e guerrafondaio Kipling, che allo scoppio della prima guerra mondiale svolge con un entusiasmo quasi fanatico i suoi compiti di corrispondente dal fronte – quanto deve averli maledetti quando il 2 ottobre del 1915 lo raggiungerà la notizia che suo figlio è morto combattendo in Francia!
Ecco, è qui il fulcro del romanzo di Zaccuri. Giacomo Leopardi va incontro a un destino tragico (o perlomeno patetico) per aver tentato di contrastare la soffocante ombra paterna. John Kipling muore per aver riposto cieca fiducia negli insegnamenti di papà Rudyard.
Entrambi i figli, giunto il momento fatale, sui due crinali opposti del Golgota, quelli del conflitto e della sottomissione, gridano come il Figlio sulla croce: "Padre, perché mi hai abbandonato?".
Il motivo dell’imprecazione è chiaro nel caso di John. Più oscuro in quello di Giacomo. È lui, dopotutto, ad essere fuggito lontano da suo padre. Ma quando questo muore, la sorella di Giacomo spedisce una lettera che Monaldo Leopardi ha scritto al sedicente John Bishop: Il contenuto di quell’ultimo messaggio è: "Farewell, my son. God bless you". Addio, figlio mio, Dio ti benedica.
Giacomo scopre così che suo padre aveva capito tutto; sapeva che era vivo, in Inghilterra, aveva subito smascherato le lettere di quel giovane irlandese.
Perché, dunque, glielo diceva solo adesso che era morto?
Nel grido disperato di Giacomo - Padre, perché mi hai abbandonato? – intravediamo il vero disegno di Giacomo: ha voluto fuggire, prendersi gioco del padre, nell’intima speranza che questi tornasse a riprenderselo, magari dicendo: TI HO CAPITO, HAI RAGIONE TU.
Al di là delle contingenze storiche, il romanzo di Zaccuri è un libro sul disperato bisogno dei figli di sentirsi dire queste semplici, complicatissime, parole: TI HO CAPITO, HAI RAGIONE TU.
Posted by Leonardo Colombati at 10:19 | Comments (0)
20.06.07
Rio - Roma 11.06.2007
Si è svolta a Roma, l'11 giugno scorso, la presentazione di Rio, sulla terrazza della Fondazione Olivetti. A presentare la serata, Carlo Carabba, Raffaele La Capria ed Emanuele Trevi.

(Con mia moglie Gaia e Raffaele La Capria prima d'iniziare)
Qui di seguito riporto il testo del mio discorso alla presentazione.
Perché leggiamo? Credo che lo facciamo non tanto per istruirci o per essere migliori, ma per "potenziarci". Non possiamo conoscere che un numero insufficiente di persone, un numero limitato di città e di nazioni. La letteratura ci dà la possibilità di riempire le H, J e le K della nostra rubrica telefonica e di piantare nuove bandierine sul mappamondo.
La lettura, insomma, rafforza il nostro io. E questo vale ancor di più quando invece di leggere, scriviamo.
Ai più grandi tra gli scrittori l’io si gonfia così tanto da produrre miracoli. Tolstoj, ad esempio, in un momento di esaltazione mise in dubbio la propria stessa morte. Perché avrebbe dovuto morire l’autore di Anna Karenina e di Guerra e pace? Si sentiva talmente necessario da considerarsi probabilmente eterno.
Agli scrittori mediocri come me certi dubbi ovviamente non vengono. Eppure anche noi nani, così come i giganti, ci sentiamo "espandere" quando scriviamo, e cioè quando creiamo dei mondi. Perché è questo che facciamo: creiamo mondi.
Per farlo, vampirizziamo i nostri ricordi personali e pure l’esperienza dei nostri amici, parenti e conoscenti.
Alle volte, così come nel mio caso in occasione di questo libro, il mondo che creiamo è piuttosto simile a quello vero; il dato autobiografico è abbastanza presente, anche se i due mondi, anche quando uno si sforzasse allo spasimo, non coincideranno mai.
Io, scrivendo questo romanzo, non volevo che coincidessero. Ho voluto divertirmi immaginando un ragazzo che avrei potuto essere io ma un po' diverso. Mi entusiasmava l’idea di immaginare per me stesso un destino differente da quello che mi è toccato nella vita vera. Un destino peggiore.
Anche perché, toccando ferro, finora il mio destino è stato felice: sono cresciuto circondato dall’amore dei miei genitori, ho una moglie meravigliosa e due splendidi figli.
Piuttosto noiosa come trama per un libro.
Così mi sono inventato un me stesso un poco più stronzo di quel che in realtà sono scalandoil mondo di un paio di marce in termini di cinismo e di malvagità. Volevo che il mio protagonista andasse incontro a un destino tragico. Ma per raccontare questo fallimento volevo utilizzare un registro quasi comico, da commedia, seguendo l’esempio di uno dei miei scrittori preferiti, Saul Bellow.
Sapevo che facendo così avrei corso dei rischi. Il primo, e il più ovvio, è quello di non far ridere. Tutti noi abbiamo provato come ci si sente quando si racconta una barzelletta e nessuno ride. È l’incubo peggiore per un comico. Ma anche se fossi riuscito a essere comicamente credibile, sapevo come in Italia tutti i libri che puzzano di commedia e che fanno ridere siano guardati con sospetto. Molti dei nostri critici letterari assomigliano a quel monaco bibliotecario de Il nome della rosa che avvelena le pagine del secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e al riso, perché potrebbe insegnare che “liberarsi della paura del diavolo è sapienza”.
Un altro rischio era quello di inserire nel libro dei personaggi ricchi, perché esiste un pregiudizio critico nei confronti dei soldi, che, come si sa, puzzano ed è volgare parlarne. Eppure, di solito, sono il movente principale dell’amore e dell’odio, della felicità e del delitto; insomma della commedia e della tragedia. Sottraete 3000 rubli da I Fratelli Karamazov e vi ritroverete senza il più grande romanzo che sia mai stato scritto.
La verità è che il romanzo è l’arte della prosa, nel senso di "prosaico". Lo scrittore di romanzi deve continuamente sporcarsi le mani. A Omero non viene in mente di chiedersi se, ad esempio, dopo uno dei loro numerosi scontri, Aiace e Achille abbiano ancora tutti i denti. Per Don Chisciotte e Sancho, invece, i denti sono un assillo costante, i denti che fanno male, i denti che mancano. A un certo punto Don Chisciotte dice: “Sappi, Sancho, che un diamante non è prezioso quanto un dente”.
Potrebbe essere la regola aurea per gli scrittori di romanzi.
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19.06.07
Come un killer sotto il sole - 1

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Saul Bellow e il romanzo delle idee
[Questo mio articolo, scritto in occasione dell'uscita del primo Meridiano dedicato a Saul Bellow, è stato pubblicato su Il Giornale il 9 giugno 2007.]
Abraham Belo abitava a San Pietroburgo, dove si guadagnava da vivere importando fichi dalla Turchia e cipolle dall’Egitto. Nel 1913 sbarcò in Canada assieme alla moglie e si stabilì a Lachine. Due anni dopo nacqe Solomon, Solomon Belo: l’uomo che si cambierà il nome in Saul Bellow, l’uomo che vorrà scrivere in inglese e che va ad insegnare a Princeton, dove le mogli dei professori fanno la spesa in tenuta da tennis o da equitazione – il regno del conformismo WASP, pieno di umanisti dalle scarpe di camoscio che si divertono a fare battute antisemite. Nei dipartimenti di anglistica, il giovane Saul viene guardato dall’alto in basso in virtù di una consolidata pratica discriminatoria che alligna anche tra gli scrittori modernisti: T.S. Eliot erige un monumento di ostilità nei confronti degli ebrei nel suo After strange Gods; Henry James disprezza pubblicamente gli immigrati del Lower East Side e Ezra Pound, nei Cantos, fa lunghe tirate contro gli ebrei usurai. Ma la tenacia, l’ambizione e il talento di Saul Bellow sono indistruttibili e nel 1953 l’incipit del suo romanzo Le avventure di Augie March chiude per sempre in un sarcofago il libro dell’Esodo a stelle e strisce. Augie March, infatti, esordisce così: “Sono americano, nato a Chicago”, rivendicando l’emancipazione dalla propria matrice ebraica. È inaudito che un ebreo accantoni l’yiddish e si permetta di scrivere in inglese; ed è un inglese che farà mangiare il cappello ai tanti Rockerduk di Princeton e della Northwestern, zeppo com’è di allusioni a Omero e a Shakespeare, di echi di Dickens, Balzac, Tolstoj e soprattutto di Joyce.
È proprio alla Dublino di quest’ultimo che Bellow tenta di rifarsi quando vuole far rivivere sulla pagina la sua Chicago: “Applicava al rognone di maiale, alle latrine e ai funerali di Dublino una lingua della potenza miltoniana che mescola eleganza e voci della strada, canzonette popolari, oscenità, slogan pubblicitari e risonanze omeriche, poesia e stupidaggini, alto e basso”, dice Bellow dell’irlandese. Ma è come se stesse parlando di se stesso.
Con Le avventure di Augie March, Bellow dà corpo all’idea che la narrativa sia una forma più elevata di autobiografia. E lo fa dicendo due bugie nello spazio di cinque parole. Avrebbe dovuto scrivere, infatti: “Sono canadese, nato a Montreal”. Però non sarebbe stato “vero”: il fatto è che Bellow non scrive di sé ma delle sue versioni idealizzate. Basti un dato: Bellow era basso di statura – poco più di un metro e sessanta –, eppure non è difficile rintracciarlo sotto le maschere di alcuni suoi personaggi giganteschi (nel senso longitudinale del termine), quali Artur Sammler, Eugene Henderson e il professor Corde. Il piccolo ebreo che vuole scappare dal ghetto diventa alto e americano. Ma il Paradiso è perduto. In tutti i romanzi di Bellow, solo i padri e le madri lasciati alle spalle hanno un cuore: i figli devono farsi largo in un mondo che non è il loro. La città (Chicago o New York) è descritta con tratti iperrealistici: vertiginosa, magnetica, affascinante ma irrimediabilmente fredda, come se si trattasse di un altro pianeta. L’intero opus bellowiano è dedicato alla lotta titanica dell’ebreo che cerca di assimilarsi a un universo misterioso e ostile, governato da regole oscure.
In Bellow non c’è mai azione drammatica: tutti i suoi libri sono (ri)costruzioni dei processi mentali dei loro protagonisti. Non è questione di stream of consciousness joyciano. L’ebreo che va pellegrino nel mondo crede – così come da tradizione ebraica – che la salvezza può arrivare soltanto dal “pensare bene”, ovvero dall’arrivare alla radice delle cose. Il pensiero è l’unica forma di virtù. I romanzi maggiori di Bellow – Herzog, Il dono di Humboldt, Il pianeta di Artur Sammler, Ravelstein – sono cunicoli costruiti per accedere nel luogo dove si formano le idee di Moses Herzog, di Charlie Citrine, di Artur Sammler, di Abe Ravelstein, tutta gente il cui unico scopo è quello di evolversi intellettualmente per raggiungere la capacità di esprimere le “giuste opinioni” sulle cose del mondo. Il resto è contorno. Gli intellettuali, nei libri di Bellow, sono quelli che hanno sempre idee sbagliate; mentre le donne e i personaggi della strada (come il gangster Cantabile ne Il dono di Humboldt) sono degli inconsapevoli “maestri di realtà” da cui prendere spunto: cavie da studiare, di cui servirsi. L’amore, però, è un’altra cosa… La trama di Herzog, ad esempio, può essere riassunta così: è la storia di una cornificazione. Ma non è che un pretesto: ciò che conta è Moses Herzog, sull’orlo di un esaurimento nervoso, che sopraffatto dal bisogno di sfogarsi, di giustificare, di sistemare in prospettiva, di fare ammenda, decide di scrivere lettere polemiche “a chiunque sotto il sole”: giornali, politici, amici, parenti, e alla fine pure ai morti.
Bellow è il campione della digressione. I suoi romanzi sono slabbrati, fanno acqua da tutte le parti, sembra sempre che non stiano su insieme. Il suo ultimo grande libro, Ravelstein, inizia addirittura con una specie di lunga nota a piè di pagina. L’autobiografismo è nelle idee. Per questo Bellow – l’effervescente Bellow, il comico e leggero Bellow – è il più politico degli scrittori americani. Dapprima è stato un radicale di sinistra che frequentava la “Partisan Review”; poi un reazionario che nel ’68 a San Francisco, durante un dibattito, venne così apostrofato da uno studente: “Sei un conformista del cazzo. Uno stronzo. Sei vecchio, Bellow. Non hai le palle”. Si stava discutendo sulla distinzione operata dal drammaturgo afroamericano LeRoi James tra arte dei neri e arte dei bianchi. Una cosa che mandò Bellow fuori di testa. La risposta fu: “Va bene, scegliamo una signorina tra il pubblico per una seduta di prova e poi ne riparliamo”. Non proprio adatta in tempi di femminismo. E poi: “Non si fondano le università per distruggere la cultura. Per quello si chiamano i nazisti”. In quegli anni, Bellow divenne un facile bersaglio per quella che definì una “generazione narcotizzata e infiorata”. E lui non faceva niente per schivare le pallottole: “Il fior fiore del mondo artistico si liscia le penne”, scriveva, “perfino i malati e i prossimi a morire bevono gin al sole e chiacchierano di riformismo o rivoluzione, di anarchia, di guerriglia urbana, di attivismo… innalzando palazzi imponenti su fondamenti di infelicità personale”. Una volta esplose con una sua studente femminista: “Macchè liberazione delle donne! Voglio vedervi da qui a dieci anni: l’unica conquista del vostro movimento saranno i seni cascanti!”. L’ebreo che un tempo partì “come Colombo alla scoperta dell’America” ne stava diventando il suo polemico censore, così come apparve chiaro quando uscì Il pianeta di Artur Sammler, un libro volto deliberatamente, come osservò il critico Joseph Epstein, “a offendere intere categorie del pubblico dei lettori oltre che la maggior parte di coloro che scrivono di libri”.
Incredibilmente – vista l’ottusità che regna a Stoccolma – nel 1976 a Bellow diedero il Nobel. Nel suo discorso di ringraziamento, polemizzò con Robe-Grillet secondo il quale nelle grandi opere contemporanee non ci sono più personaggi, perché non è più importante avere un nome e un carattere così come lo era ai tempi della borghesia di Balzac. “Eppure”, disse Bellow, “io non mi stanco mai di leggere i grandi romanzieri. È possibile che i personaggi tanto vividi dei loro libri siano morti? È possibile che gli esseri umani siano finiti? L’individualità dipende veramente così tanto dalle condizioni storiche e culturali? Dobbiamo proprio accettare la spiegazione che di quelle condizioni danno tanto autorevolmente scrittori e psicologi?”. La risposta è no: “Non dobbiamo permettere che gli intellettuali diventino i nostri boss!... Un romanzo ci promette un significato, l’armonia, persino la giustizia. Quanto diceva Conrad era vero: l’arte cerca di trovare l’universo, nella materia nonché nei fatti della vita; ciò che vi è di fondamentale, durevole ed essenziale”.
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01.06.07
La leggenda dei Velvet Underground
[Quarant'anni fa veniva pubblicato "The Velvet Underground & Nico", l'album d'esordio della band di Lou Reed. "Vanity Fair" mi ha chiesto di scriverne. L'articolo è stato pubblicato il 17 maggio 2007. lc]

Fiori nei cannoni e frustini negli stivali
Giugno 1967. Inizia a San Francisco quella che passerà alla storia come l’Estate dell’Amore, mesi caldissimi e felici di Controcultura e Living Theater, mandala e acidi lisergici, trascorsi a mandar giù a memoria il Libro Tibetano dei Morti e a sognare su un tappeto di note lente e scivolose, di suoni modali e di melodie rallentate. I fricchettoni della baia si radunano in massa ai concerti dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane; poi tornano a casa e lasciano sfrigolare sotto la puntina dei loro giradischi un album in cui il più famoso gruppo musicale di sempre è riuscito a rinchiudere tutti i profumi di quella stagione mitizzata: vaudeville e sitar indiani, Alice nel Paese delle Meraviglie e l’Esercito della Salvezza, cornflakes della Kellogg’s e spettacoli circensi, e poi cieli di marmellata, ragazze con occhi caleidoscopici, fiori di cellofan, taxi di giornale e facchini di plastilina con cravatte di specchio…
Sono trascorsi quarant’anni, e ancora celebriamo SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND dei Beatles come l’opera rock definitiva, dimenticandoci che mentre ad Haight Ashbury e a Carnaby Street la Gioventù Bellissima ascoltava Dark star e A day in the life avvolta in screziati courdoroys, sulla costa orientale degli Stati Uniti, più precisamente a New York, stava già circolando da qualche tempo una nuova idea: fare musica che non fosse più intrattenimento ma arte pura. Un’idea che s’incarnò in un 33 giri con la copertina bianca su cui spiccava una banana gialla e una firma, quella di Andy Warhol. Stiamo parlando di THE VELVET UNDERGOUND & NICO, la vera Shangri-La per una nutrita schiera di coloro che credono che Ray Charles sia degno di Sibelius e che Johnny B. Goode valga tutto Il flauto magico.

I sotterranei di New York
L’humus di questa rivoluzione sotterranea era l’anarchia che dilagava nel mondo intellettuale della Grande Mela: si reagiva alla società tecnologica con l’irrazionalismo, alla dogmatica american way of life con il sarcasmo, alle accademie con l’aggressione verbale. Una razza bohemien allo sbaraglio aveva già eletto i suoi guru: c’era la frangia militante del movimento, rappresentata dai due mestatori pubblici Jerry Rubin e Abbie Hoffmann; ma si dava credito anche ad alcuni “grandi vecchi”, come Allen Ginsberg e Andy Warhol. Quest’ultimo – grande intercettatore di tendenze – capisce che quel crogiuolo indistinto di donne e uomini post-beat ha bisogno di una musica che riesca nello stesso tempo a rappresentare e a stimolare l’umore alienato del sottosuolo newyorkese; un fenomeno che non deve essere né discografico né giovanile, ma frutto della cultura alternativa, e come tale fuori dal business, dal costume e dall’estetica imperante. Al Café Wha?, nel cuore del Village, Warhol trova quello che sta cercando: sul palco quattro ragazzi magri e perversi, rivestiti di cuoio nero, stanno per essere cacciati dal proprietario del locale. Hanno appena iniziato a suonare una canzone intitolata Heroin. Uno spilungone coi capelli a paggetto inizia a far vibrare una viola elettrica, mentre una ragazza-moscerino percuote due tamburi a mani nude e il cantante s’avvicina al microfono:
Non so nemmeno dove sto andando,
ma proverò a raggiungere il Cielo, se ci riesco,
perché mi fa sentire come un uomo
quando mi metto una ago nella vena.
Al proprietario del locale quei quattro iniziano ad andare di traverso. C’è un parlottare sotto il palco, volano minacce: “Un’altra così e avete chiuso”. Il cantante sorride angelico. La viola elettrica riprende il suo lamento. Ecco un’altra strana canzoncina, Venus in furs: questa volta si parla di fruste e di stivali di cuoio. Il gruppo viene cacciato a pedate. Ma Warhol è estasiato e invita i quattro nella sua Factory. È l’inizio della storia unica dei Velvet Underground: Lou Reed, il cantante, chitarra solista e leader; John Cale, l’intellettuale gallese, il bassista che suona la viola elettrica; Sterling Morrison, alla chitarra ritmica; e Maureen Tucker, la minuta percussionista.

Exploding Plastic Inevitabile
Su uno schermo enorme una signora, che alla fine risulta essere un uomo, sta mangiando una banana matura. Ha una cuffia bianca in testa. Su un secondo schermo un uomo sorridente sta sgranocchiando delle noccioline e sputa i gusci. Su un altro schermo ancora, posto in mezzo agli altri due, qualcuno è stato legato a una sedia e gli stanno infilando sigarette nel naso, gli avvolgono cinture intorno al collo e gli premono una maschera di cuoio sulla faccia. I tre film si chiamano Harlot, Eat e Vynil e il loro artefice è Andy Warhol, che siede quieto in balconata e muove un proiettore ad illuminare il poeta Gerard Malanga che sta danzando con una ragazza: ora impugna una frusta e percuote le assi del palcoscenico, poi si ricopre di vernice gialla, afferra due faretti e tenendoseli sui fianchi affonda sciabolate di luce nella platea. Sul soffitto e i muri di specchio del Balloon Farm lampeggiano miriadi di lampadine; cascate di scintille multicolori si riversano sulla platea e le luci stroboscopiche rallentano sinistramente i movimenti degli spettatori, mentre le sagome dei Velvet Underground, nere contro lo schermo, violentano gli strumenti producendo un unico brano di un’ora. Andy osserva tutto dall’alto e dichiara ai giornalisti accorsi per l’evento che è finito il periodo dei fiori fosforescenti e delle confezioni di minestra criptiche. Ora è tutto rock ‘n’ roll. “È sgradevole”, dice. “Molto sgradevole questo complesso di cose. Ma è stupendo. Guardalo nel suo insieme – i Velvet che suonano e Gerard che balla e i film, e la luce, ed è magnifico. Molto plastico. Molto bello”.
Lo spettacolo si chiama Exploding Plastic Inevitabile e una delle star è una chanteuse di nome Nico: fisico asciutto da valchiria, capelli biondissimi, viso dai lineamenti perfetti, e una voce cavernosa che tradisce l’accento teutonico. Canta un brano che Lou Reed ha scritto appositamente per lei:
Io sarò il tuo specchio,
rifletterò quel che sei
nel caso tu non lo sappia.
Il suo vero nome è Christa Paffgen e nessuno sa precisamente da dove venga (Colonia o Budapest?) né quando sia nata. Dicono che il padre sia morto in un campo di concentramento e che lei sia cresciuta nella zona americana della Berlino post-bellica. Alcuni se la ricordano per una particina nella Dolce vita di Fellini. Di sicuro ha avuto un figlio da Alain Delon e ha già fatto girare la testa a diverse leggende, tra cui Jim Morrison, Bob Dylan (che le dedica – pare – la sua Visions of Johanna) e un giovanissimo Jackson Browne. I due leader dei Velvet, Lou Reed e John Cale, litigheranno per lei e il gruppo si sfalderà come neve al sole forse proprio in virtù della sua accecante bellezza. Per adesso, comunque, Nico è l’elemento scenico che mancava ai quattro ragazzacci che si sono messi in testa di fare gli “artisti” e non semplicemente i rockers. Già per merito di Bob Dylan, dieci anni dopo gli ancheggiamenti di Elvis all’Ed Sullivan Show, il rock riesce a smuovere le menti oltre ai fianchi. I Velvet si spingono oltre: il risultato è una miscela irripetibile in cui si coniugano testi raffinati e argomenti truci, musica colta e quel sound rozzo che influenzerà il punk dopo un decennio e il grunge negli anni Novanta. Quando ascoltiamo i versi sado-maso di Venus in furs, la musica è sado-maso. La cronaca di un “viaggio” disperato in Heroin ha nella schizofrenica viola elettrica di sottofondo e nel battito convulso dei tamburi un riverbero perfetto. La musica dice esattamente quello che spiegano le parole:
Ho preso la grande decisione:
cercherò di annullare la mia vita,
perché quando il sangue comincia a scorrere,
quando schizza su per la siringa,
quando sono a un battito di ciglia dalla morte,
non ci si può fare proprio niente, ragazzi…

New York Stories
THE VELVET UNDERGROUND & NICO viene registrato nel 1966, ma esce un anno dopo. È una coincidenza, ma è anche un segno del destino: al fantastico mondo colorato di SGT. PEPPER fa da contraltare la cruda New York in bianco e nero dove Lou Reed aspetta il suo spacciatore con “26 dollari in mano, / al 125 di Lexington”, “sporco e malato, / più morto che vivo” (I’m Waitin’ For The Man), mentre in All Tomorrow’s Parties Nico canta:
Quale vestito indosserà la povera ragazza in tutte le feste di domani?
Perché la Figlia del Giovedì è la Buffona della Domenica,
per cui nessuno si metterà in lutto. Un sudario annerito,
una gonna di seconda mano di stracci e sete, un costume adatto
a chi si siede e piange per tutte le feste di domani.
Il fallimento commerciale è completo. Nel 1970 i Velvet si sciolgono, dopo avere inciso quattro album, nessuno dei quali è riuscito a raggiungere la Top 100. L’insuccesso dell’epoca e l’incredibile influenza che il gruppo avrà su tutta la musica dei successivi quarant’anni sono entrambi giustificabili: troppo avanti rispetto ai loro tempi per poter sfondare, oggetto di culto per pochi adepti, i Velvet hanno fatto crescere il rock a livello qualitativo come nessuno mai prima o dopo. Secondo Brian Eno, “difficilmente qualcuno comprava i dischi dei Velvet quando uscivano, ma quei pochi che l’hanno fatto hanno tutti cercato di formare una band per suonare qualcosa di simile”. Tra quei pochi ci sono stati David Bowie, Patti Smith, gli Stooges, i Roxy Music, le New York Dolls, i Ramones, i Television, i Talking Heads, i Joy Division, i R.E.M., i Dream Syndicate, i Pretenders, i Waterboys, Henry Rollins, i Pixies, i Sonic Youth, i Nirvana e gli Strokes, in una catena ininterrotta che arriva fino ai giorni nostri.
I Velvet Underground sono stati il primo gruppo rock d’avanguardia, e il più grande di sempre. Erano all’avanguardia nel senso letterale del termine: si addentravano in lande fino ad allora inesplorate. Le loro canzoni non soltanto suonavano diverse da qualsiasi cosa si fosse sentita in precedenza, ma esprimevano anche sentimenti e atteggiamenti, narravano esperienze inedite nella musica rock. Portarono la loro sperimentazione fino al limite estremo oltre il quale si perdono coscienza e controllo, combinando poesia e cattivo gusto, primitivismo e raffinatezza, delicatezza e violenza – e così facendo gettarono di fatto le fondamenta di una nuova età del rock. Avrebbero influenzato come nessuno le generazioni seguenti, ma non la propria: non era certo quello il periodo in cui poteva essere ascoltato un gruppo che cantava di eroina, di travestiti, di omosessuali e di sadomasochismo. Erano cinici in un’epoca in cui l’ingenuità e l’innocenza erano ritenute virtù, individualisti quando l’ideale supremo era la comunità, realisti quando gli hippies pensavano che la realtà fosse un sipario e che se ci si fosse seduti tutti quanti per terra tenendosi per mano si sarebbe potuto spostare il pianeta.
Mentre i Beatles intonavano in mondovisione All You Need Is Love, i Velvet ammonivano sinistramente: “Attento, il mondo è alle tue spalle”.

Posted by Leonardo Colombati at 09:58 | Comments (0)