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01.06.07

La leggenda dei Velvet Underground

[Quarant'anni fa veniva pubblicato "The Velvet Underground & Nico", l'album d'esordio della band di Lou Reed. "Vanity Fair" mi ha chiesto di scriverne. L'articolo è stato pubblicato il 17 maggio 2007. lc]

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Fiori nei cannoni e frustini negli stivali
Giugno 1967. Inizia a San Francisco quella che passerà alla storia come l’Estate dell’Amore, mesi caldissimi e felici di Controcultura e Living Theater, mandala e acidi lisergici, trascorsi a mandar giù a memoria il Libro Tibetano dei Morti e a sognare su un tappeto di note lente e scivolose, di suoni modali e di melodie rallentate. I fricchettoni della baia si radunano in massa ai concerti dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane; poi tornano a casa e lasciano sfrigolare sotto la puntina dei loro giradischi un album in cui il più famoso gruppo musicale di sempre è riuscito a rinchiudere tutti i profumi di quella stagione mitizzata: vaudeville e sitar indiani, Alice nel Paese delle Meraviglie e l’Esercito della Salvezza, cornflakes della Kellogg’s e spettacoli circensi, e poi cieli di marmellata, ragazze con occhi caleidoscopici, fiori di cellofan, taxi di giornale e facchini di plastilina con cravatte di specchio…

Sono trascorsi quarant’anni, e ancora celebriamo SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND dei Beatles come l’opera rock definitiva, dimenticandoci che mentre ad Haight Ashbury e a Carnaby Street la Gioventù Bellissima ascoltava Dark star e A day in the life avvolta in screziati courdoroys, sulla costa orientale degli Stati Uniti, più precisamente a New York, stava già circolando da qualche tempo una nuova idea: fare musica che non fosse più intrattenimento ma arte pura. Un’idea che s’incarnò in un 33 giri con la copertina bianca su cui spiccava una banana gialla e una firma, quella di Andy Warhol. Stiamo parlando di THE VELVET UNDERGOUND & NICO, la vera Shangri-La per una nutrita schiera di coloro che credono che Ray Charles sia degno di Sibelius e che Johnny B. Goode valga tutto Il flauto magico.

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I sotterranei di New York
L’humus di questa rivoluzione sotterranea era l’anarchia che dilagava nel mondo intellettuale della Grande Mela: si reagiva alla società tecnologica con l’irrazionalismo, alla dogmatica american way of life con il sarcasmo, alle accademie con l’aggressione verbale. Una razza bohemien allo sbaraglio aveva già eletto i suoi guru: c’era la frangia militante del movimento, rappresentata dai due mestatori pubblici Jerry Rubin e Abbie Hoffmann; ma si dava credito anche ad alcuni “grandi vecchi”, come Allen Ginsberg e Andy Warhol. Quest’ultimo – grande intercettatore di tendenze – capisce che quel crogiuolo indistinto di donne e uomini post-beat ha bisogno di una musica che riesca nello stesso tempo a rappresentare e a stimolare l’umore alienato del sottosuolo newyorkese; un fenomeno che non deve essere né discografico né giovanile, ma frutto della cultura alternativa, e come tale fuori dal business, dal costume e dall’estetica imperante. Al Café Wha?, nel cuore del Village, Warhol trova quello che sta cercando: sul palco quattro ragazzi magri e perversi, rivestiti di cuoio nero, stanno per essere cacciati dal proprietario del locale. Hanno appena iniziato a suonare una canzone intitolata Heroin. Uno spilungone coi capelli a paggetto inizia a far vibrare una viola elettrica, mentre una ragazza-moscerino percuote due tamburi a mani nude e il cantante s’avvicina al microfono:

Non so nemmeno dove sto andando,
ma proverò a raggiungere il Cielo, se ci riesco,
perché mi fa sentire come un uomo
quando mi metto una ago nella vena.

Al proprietario del locale quei quattro iniziano ad andare di traverso. C’è un parlottare sotto il palco, volano minacce: “Un’altra così e avete chiuso”. Il cantante sorride angelico. La viola elettrica riprende il suo lamento. Ecco un’altra strana canzoncina, Venus in furs: questa volta si parla di fruste e di stivali di cuoio. Il gruppo viene cacciato a pedate. Ma Warhol è estasiato e invita i quattro nella sua Factory. È l’inizio della storia unica dei Velvet Underground: Lou Reed, il cantante, chitarra solista e leader; John Cale, l’intellettuale gallese, il bassista che suona la viola elettrica; Sterling Morrison, alla chitarra ritmica; e Maureen Tucker, la minuta percussionista.

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Exploding Plastic Inevitabile
Su uno schermo enorme una signora, che alla fine risulta essere un uomo, sta mangiando una banana matura. Ha una cuffia bianca in testa. Su un secondo schermo un uomo sorridente sta sgranocchiando delle noccioline e sputa i gusci. Su un altro schermo ancora, posto in mezzo agli altri due, qualcuno è stato legato a una sedia e gli stanno infilando sigarette nel naso, gli avvolgono cinture intorno al collo e gli premono una maschera di cuoio sulla faccia. I tre film si chiamano Harlot, Eat e Vynil e il loro artefice è Andy Warhol, che siede quieto in balconata e muove un proiettore ad illuminare il poeta Gerard Malanga che sta danzando con una ragazza: ora impugna una frusta e percuote le assi del palcoscenico, poi si ricopre di vernice gialla, afferra due faretti e tenendoseli sui fianchi affonda sciabolate di luce nella platea. Sul soffitto e i muri di specchio del Balloon Farm lampeggiano miriadi di lampadine; cascate di scintille multicolori si riversano sulla platea e le luci stroboscopiche rallentano sinistramente i movimenti degli spettatori, mentre le sagome dei Velvet Underground, nere contro lo schermo, violentano gli strumenti producendo un unico brano di un’ora. Andy osserva tutto dall’alto e dichiara ai giornalisti accorsi per l’evento che è finito il periodo dei fiori fosforescenti e delle confezioni di minestra criptiche. Ora è tutto rock ‘n’ roll. “È sgradevole”, dice. “Molto sgradevole questo complesso di cose. Ma è stupendo. Guardalo nel suo insieme – i Velvet che suonano e Gerard che balla e i film, e la luce, ed è magnifico. Molto plastico. Molto bello”.
Lo spettacolo si chiama Exploding Plastic Inevitabile e una delle star è una chanteuse di nome Nico: fisico asciutto da valchiria, capelli biondissimi, viso dai lineamenti perfetti, e una voce cavernosa che tradisce l’accento teutonico. Canta un brano che Lou Reed ha scritto appositamente per lei:

Io sarò il tuo specchio,
rifletterò quel che sei
nel caso tu non lo sappia.

Il suo vero nome è Christa Paffgen e nessuno sa precisamente da dove venga (Colonia o Budapest?) né quando sia nata. Dicono che il padre sia morto in un campo di concentramento e che lei sia cresciuta nella zona americana della Berlino post-bellica. Alcuni se la ricordano per una particina nella Dolce vita di Fellini. Di sicuro ha avuto un figlio da Alain Delon e ha già fatto girare la testa a diverse leggende, tra cui Jim Morrison, Bob Dylan (che le dedica – pare – la sua Visions of Johanna) e un giovanissimo Jackson Browne. I due leader dei Velvet, Lou Reed e John Cale, litigheranno per lei e il gruppo si sfalderà come neve al sole forse proprio in virtù della sua accecante bellezza. Per adesso, comunque, Nico è l’elemento scenico che mancava ai quattro ragazzacci che si sono messi in testa di fare gli “artisti” e non semplicemente i rockers. Già per merito di Bob Dylan, dieci anni dopo gli ancheggiamenti di Elvis all’Ed Sullivan Show, il rock riesce a smuovere le menti oltre ai fianchi. I Velvet si spingono oltre: il risultato è una miscela irripetibile in cui si coniugano testi raffinati e argomenti truci, musica colta e quel sound rozzo che influenzerà il punk dopo un decennio e il grunge negli anni Novanta. Quando ascoltiamo i versi sado-maso di Venus in furs, la musica è sado-maso. La cronaca di un “viaggio” disperato in Heroin ha nella schizofrenica viola elettrica di sottofondo e nel battito convulso dei tamburi un riverbero perfetto. La musica dice esattamente quello che spiegano le parole:

Ho preso la grande decisione:
cercherò di annullare la mia vita,
perché quando il sangue comincia a scorrere,
quando schizza su per la siringa,
quando sono a un battito di ciglia dalla morte,
non ci si può fare proprio niente, ragazzi…

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New York Stories
THE VELVET UNDERGROUND & NICO viene registrato nel 1966, ma esce un anno dopo. È una coincidenza, ma è anche un segno del destino: al fantastico mondo colorato di SGT. PEPPER fa da contraltare la cruda New York in bianco e nero dove Lou Reed aspetta il suo spacciatore con “26 dollari in mano, / al 125 di Lexington”, “sporco e malato, / più morto che vivo” (I’m Waitin’ For The Man), mentre in All Tomorrow’s Parties Nico canta:

Quale vestito indosserà la povera ragazza in tutte le feste di domani?
Perché la Figlia del Giovedì è la Buffona della Domenica,
per cui nessuno si metterà in lutto. Un sudario annerito,
una gonna di seconda mano di stracci e sete, un costume adatto
a chi si siede e piange per tutte le feste di domani.

Il fallimento commerciale è completo. Nel 1970 i Velvet si sciolgono, dopo avere inciso quattro album, nessuno dei quali è riuscito a raggiungere la Top 100. L’insuccesso dell’epoca e l’incredibile influenza che il gruppo avrà su tutta la musica dei successivi quarant’anni sono entrambi giustificabili: troppo avanti rispetto ai loro tempi per poter sfondare, oggetto di culto per pochi adepti, i Velvet hanno fatto crescere il rock a livello qualitativo come nessuno mai prima o dopo. Secondo Brian Eno, “difficilmente qualcuno comprava i dischi dei Velvet quando uscivano, ma quei pochi che l’hanno fatto hanno tutti cercato di formare una band per suonare qualcosa di simile”. Tra quei pochi ci sono stati David Bowie, Patti Smith, gli Stooges, i Roxy Music, le New York Dolls, i Ramones, i Television, i Talking Heads, i Joy Division, i R.E.M., i Dream Syndicate, i Pretenders, i Waterboys, Henry Rollins, i Pixies, i Sonic Youth, i Nirvana e gli Strokes, in una catena ininterrotta che arriva fino ai giorni nostri.
I Velvet Underground sono stati il primo gruppo rock d’avanguardia, e il più grande di sempre. Erano all’avanguardia nel senso letterale del termine: si addentravano in lande fino ad allora inesplorate. Le loro canzoni non soltanto suonavano diverse da qualsiasi cosa si fosse sentita in precedenza, ma esprimevano anche sentimenti e atteggiamenti, narravano esperienze inedite nella musica rock. Portarono la loro sperimentazione fino al limite estremo oltre il quale si perdono coscienza e controllo, combinando poesia e cattivo gusto, primitivismo e raffinatezza, delicatezza e violenza – e così facendo gettarono di fatto le fondamenta di una nuova età del rock. Avrebbero influenzato come nessuno le generazioni seguenti, ma non la propria: non era certo quello il periodo in cui poteva essere ascoltato un gruppo che cantava di eroina, di travestiti, di omosessuali e di sadomasochismo. Erano cinici in un’epoca in cui l’ingenuità e l’innocenza erano ritenute virtù, individualisti quando l’ideale supremo era la comunità, realisti quando gli hippies pensavano che la realtà fosse un sipario e che se ci si fosse seduti tutti quanti per terra tenendosi per mano si sarebbe potuto spostare il pianeta.
Mentre i Beatles intonavano in mondovisione All You Need Is Love, i Velvet ammonivano sinistramente: “Attento, il mondo è alle tue spalle”.

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Posted by Leonardo Colombati at 01.06.07 09:58

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