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20.06.07
Rio - Roma 11.06.2007
Si è svolta a Roma, l'11 giugno scorso, la presentazione di Rio, sulla terrazza della Fondazione Olivetti. A presentare la serata, Carlo Carabba, Raffaele La Capria ed Emanuele Trevi.

(Con mia moglie Gaia e Raffaele La Capria prima d'iniziare)
Qui di seguito riporto il testo del mio discorso alla presentazione.
Perché leggiamo? Credo che lo facciamo non tanto per istruirci o per essere migliori, ma per "potenziarci". Non possiamo conoscere che un numero insufficiente di persone, un numero limitato di città e di nazioni. La letteratura ci dà la possibilità di riempire le H, J e le K della nostra rubrica telefonica e di piantare nuove bandierine sul mappamondo.
La lettura, insomma, rafforza il nostro io. E questo vale ancor di più quando invece di leggere, scriviamo.
Ai più grandi tra gli scrittori l’io si gonfia così tanto da produrre miracoli. Tolstoj, ad esempio, in un momento di esaltazione mise in dubbio la propria stessa morte. Perché avrebbe dovuto morire l’autore di Anna Karenina e di Guerra e pace? Si sentiva talmente necessario da considerarsi probabilmente eterno.
Agli scrittori mediocri come me certi dubbi ovviamente non vengono. Eppure anche noi nani, così come i giganti, ci sentiamo "espandere" quando scriviamo, e cioè quando creiamo dei mondi. Perché è questo che facciamo: creiamo mondi.
Per farlo, vampirizziamo i nostri ricordi personali e pure l’esperienza dei nostri amici, parenti e conoscenti.
Alle volte, così come nel mio caso in occasione di questo libro, il mondo che creiamo è piuttosto simile a quello vero; il dato autobiografico è abbastanza presente, anche se i due mondi, anche quando uno si sforzasse allo spasimo, non coincideranno mai.
Io, scrivendo questo romanzo, non volevo che coincidessero. Ho voluto divertirmi immaginando un ragazzo che avrei potuto essere io ma un po' diverso. Mi entusiasmava l’idea di immaginare per me stesso un destino differente da quello che mi è toccato nella vita vera. Un destino peggiore.
Anche perché, toccando ferro, finora il mio destino è stato felice: sono cresciuto circondato dall’amore dei miei genitori, ho una moglie meravigliosa e due splendidi figli.
Piuttosto noiosa come trama per un libro.
Così mi sono inventato un me stesso un poco più stronzo di quel che in realtà sono scalandoil mondo di un paio di marce in termini di cinismo e di malvagità. Volevo che il mio protagonista andasse incontro a un destino tragico. Ma per raccontare questo fallimento volevo utilizzare un registro quasi comico, da commedia, seguendo l’esempio di uno dei miei scrittori preferiti, Saul Bellow.
Sapevo che facendo così avrei corso dei rischi. Il primo, e il più ovvio, è quello di non far ridere. Tutti noi abbiamo provato come ci si sente quando si racconta una barzelletta e nessuno ride. È l’incubo peggiore per un comico. Ma anche se fossi riuscito a essere comicamente credibile, sapevo come in Italia tutti i libri che puzzano di commedia e che fanno ridere siano guardati con sospetto. Molti dei nostri critici letterari assomigliano a quel monaco bibliotecario de Il nome della rosa che avvelena le pagine del secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato alla commedia e al riso, perché potrebbe insegnare che “liberarsi della paura del diavolo è sapienza”.
Un altro rischio era quello di inserire nel libro dei personaggi ricchi, perché esiste un pregiudizio critico nei confronti dei soldi, che, come si sa, puzzano ed è volgare parlarne. Eppure, di solito, sono il movente principale dell’amore e dell’odio, della felicità e del delitto; insomma della commedia e della tragedia. Sottraete 3000 rubli da I Fratelli Karamazov e vi ritroverete senza il più grande romanzo che sia mai stato scritto.
La verità è che il romanzo è l’arte della prosa, nel senso di "prosaico". Lo scrittore di romanzi deve continuamente sporcarsi le mani. A Omero non viene in mente di chiedersi se, ad esempio, dopo uno dei loro numerosi scontri, Aiace e Achille abbiano ancora tutti i denti. Per Don Chisciotte e Sancho, invece, i denti sono un assillo costante, i denti che fanno male, i denti che mancano. A un certo punto Don Chisciotte dice: “Sappi, Sancho, che un diamante non è prezioso quanto un dente”.
Potrebbe essere la regola aurea per gli scrittori di romanzi.
Posted by Leonardo Colombati at 20.06.07 12:06