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07.07.07
I Rolling Stones a Roma

[Questo mio articolo è uscito oggi su Il Giornale]
L’ultima volta dei Rolling Stones a Roma era stata il 6 aprile 1967. A quei tempi Ron Wood neanche c’era, e Brian Jones sfidava il pubblico coi suoi atteggiamenti da mod senza sapere che di lì a poco sarebbe finito in fondo a una piscina. I cronisti dell’epoca notarono Ursula Andress e Jane Fonda confusi tra gli spettatori. Ieri sera, tra i trentacinquemila dello Stadio Olimpico, qualche politico, un paio di stilisti e un buon numero di attricette lontane mille miglia dal fascino di Barbarella e della statuaria bellezza svizzera. Mentre esco dalla sala stampa e mi dirigo verso la tribuna vengo sfiorato dalla giacca di panno nero di Martin Scorsese; l'istinto del fan è quello di tirare fuori il telefonino e implorare una foto. Ma mi trattengo; e lo faccio anche quando vedo un omino grigio, secco secco, che più che camminare scivola sulla moquette della saletta retrostante alla tribuna. Lo accompagna una signora elegante e nessuno sembra riconoscerlo: eppure è lui, Charlie Watts, il batterista degli Stones. Mancano solo venti minuti all'inzio del concerto: Watts imbocca le scale che lo portano in strada, davanti ai cancelli dello stadio. Dal vetro della sala stampa lo seguo con lo sguardo; senza guardie del corpo, procede incontro al pubblico che sta ancora entrando. Nessuno lo riconosce.
Sono bolliti, gli Stones? D’altronde Mick Jagger e Keith Richards hanno sessantaquattro anni e Charlie Watts sessantasei. Dal punto di vista compositivo è una band che vive un declino che dura da tre decenni. Però dal vivo tengono ancora alto il buon nome della ditta. Certo non si può dire che si risparmino. Questo “A Bigger Bang Tour” va avanti da tre anni e rischia di diventare il più lungo della storia del rock.
Ma non c’è più tempo per i dubbi e le considerazioni di ordine anagrafico. I fuochi d’artificio esplodono, gli schermi rimandano immagini computerizzate del Big-Bang e i quattro entrano in scena, accompagnati dall’ormai fido bassista Darryl Jones, dal sassofonista Bobby Keys e dal tastierista Chuck Leavell. L’inizio, di prammatica, è affidato a Start Me Up e a You Got Me Rocking e l’Olimpico esplode al primo riff di Keith, il cui look ingigantito dal maxi-schermo a dimensioni gulliveresche che sovrasta la band è sempre più da Pirata dei Caraibi. Ora che è acceso come un flipper, il palco fa mostra di sé in tutta la sua impressionante mole: se ci piazzaste dietro un palazzo di otto piani, scomparirebbe. È largo sessanta metri e ai suoi lati si ergono due enormi strutture in vetro e acciaio che sembrano le ali di un mostro meccanico. E' uno spettacolo che spazza via ogni ironia a proposito dei “nonni del rock”: quello che combinerà sul palco il diabolico Mick nelle successive due ore è roba che un suo coetaneo allenato da un costante jogging mattutino non riuscirebbe a fare in tre mesi. La grandeur scenografica, le luci, i fumi, i fuochi d’artificio, non riescono a schiacciare, ma anzi esaltano la presenza scenica di uno dei più grandi performer della storia.
La prima parte del concerto scivola via tra brani tratti dall’ultimo album (Rough justice), improvvisi tuffi negli anni Sessanta (Ruby Tuesday), cover di James Brown (I'll Go Crazy), rispescaggi dal repertorio minore (She's So Cold, da Tattoo You del 1978), e ben quattro canzoni tratte dall'indimenticabile Exile On Main Street, il doppio album del 1972: Rocks Off, Can't You Hear Me Knocking, Tumbling Dice e Happy. Su You Got The Silver (tratta da Let It Bleed del 1969) possiamo ascoltare ancora una volta la voce sghemba ma irresistibile di un Keith in grande forma, quando non è intento ad arrampicarsi su per gli alberi di cocco – ed eventualmente precipitare rischiando di spezzarsi l’osso del collo.
Mentre controllo sullo schermo se davvero il beat impeccabile provenga da quel vecchietto che ho inontrato pochi minuti prima, una parte del palco si stacca e inizia a scivolare lentamente lungo la passerella che taglia perpendicolarmente in due il prato, creando una sorta di “isola” in mezzo alla folla: lì sopra la band snocciola Miss You, It's Only Rock 'n' Roll, Satisfaction (con lo stadio in coro) e Honky Tonk Women. Ed è proprio su It’s only rock ‘n’ roll che mi torna in mente un’intervista rilasciata da Jagger: “La parola nostalgia, che deriva dal greco, ha come significato implicito uno sguardo malinconico verso il passato. Il passato è un gran bel posto e non voglio certo buttarlo via, ma non ne voglio essere prigioniero”. Ecco, a guardarlo adesso, in mezzo a decine di migliaia di fan adoranti, mentre canta “è solo rock ‘n’ roll e mi piace”, mi convinco che quel verso (che forse è il suo segreto) è maledettamente vero. Qui non si tratta di soldi o di rinverdire un mito, ma di continuare a divertirsi; e ho il sospetto che questi quattro vecchietti lo faranno ancora a lungo.
È giunto il momento dell’apoteosi finale, affidata a canzoni-simbolo come Symphaty For The Devil (con Mick che sale in cima al palco), Paint It Black e Jumpin' Jack Flash. Il bis è Brown Sugar. Gli Stones salutano e se ne vanno. Li attendono il Montenegro, la Serbia, la Romania, l’Ungheria, San Pietroburgo… È solo rock ‘n’ roll ma continua a piacerci.
Posted by Leonardo Colombati at 07.07.07 20:22