18.05.06

Leonardo Colombati coinvolto in Moggiopoli

[L'articolo di Luigi Garlando intitolato "Luciano, uomo in linea. Ogni due minuti squillava un telefonino", da quale estrapoliamo alcuni passaggi, è apparso nella Gazzetta dello Sport di oggi 18 maggio, a pagina 11. gm]

Ricercatori sostengono da anni che l'uso prolungato del telefonino faccia male al cervello e agli spermatozioi. Forse per questo Luciano Moggi affidava una manciata di suoi cellulari al collaboratore che gli sedeva accanto allo stadio. Si può cogliere il passaggio di consegne, per esempio, tra le immagini del recente Juve-Palermo, nel momento in cui Bettega cede alle lacrime come un bimbo. Ma nonostante le precauzioni, l'ex d.g. della Juve restava un utente gravemente a rischio, se è vero quel che emerge dai verbali dell'inchiesta: Moggi gestiva una media di 416 telefonate al giorno. Attribuendogli una media di otto umanissime ore di sonno, si arriva a calcolare una telefonata ogni due minuti. [...] Non può essere felice un uomo costretto a gestire 416 telefonate al giorno. Uno squillo ogni due minuti. L'orecchio sempre caldo, il gomito sempre piegato, più infiammato di quello di un tennista. Moggi come i romanzeschi personaggi di Perceber condannati a parlare senza sosta. [...] Luciano Moggi continuerà a parlare. Abita ancora a Perceber, gli inquirenti hanno molte cose da chiedergli. [...]

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03.04.06

Perceber / Florilegio critico

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[Ecco qui una serie di giudizi - positivi e negativi - su Perceber, raccolti in questi ultimi mesi.]

Perceber è un opus magnum che, al momento, mi pare inarrivabile da parte di quasi tutti. Per i fascisti del nostalgismo romanzesco: sorridete, è arrivato l'Uomo della Provvidenza. Per le persone sane di mente, in-vece: preparatevi a un'apparizione letteraria sconvol-gente. (Giuseppe Genna, «I Miserabili», 16 gennaio 2004)

La differenza tra i 1200-1500 romanzi che ogni anno calano sulla scrivania di un giornalista culturale e il ro-manzo che vale la fatica di leggere, si chiama Perceber. (Luigi Mascheroni, «Il Giornale», 21 aprile 2005)


Un’opera-catalogo non polifonica, come sarebbe piaciuto a Bachtin, ma più propriamente atonale, se non addirittura dodecafonica. Un libro soprendente, un debutto fra i più affascinanti delle ultime stagioni let-terarie.(Giovanni Choukhadarian, «Stilos», 3 maggio 2005)

L’impressione è quella di discendere una scala che non si sa dove porti, ma non è detto che non sia un’esperienza da fare. (Ferruccio Parazzoli, «Famiglia Cristiana», 11 maggio 2005)

Una scrittura immaginifica, lussureggiante, dove i quadri si susseguono vorticosamente, ci avvolge nel suo turbinio. È questa la prima sensazione che si prova nell’immergerci in Perceber. Ci sembra di avere a che fare con personaggi fatti d’aria, che di volta in volta si colorano del nero della Yourcenar de L’opera in nero, o dello scintillio dei dipinti di Toulouse-Lautrec. Si intuisce da subito che non sarà facile per chi legge seguire la rotta di questa nave in balia della tempesta. Una nave grande quanto un galeone spa-gnolo. Una nave che non ha ammainato le vele per godersi tutto intero il vento della fantasia. (Bartolomeo Di Monaco, «xoomer», 13 maggio 2005

Perceber è un Capolavoro pienamente originale, che dà alla letteratura italiana un nuovo energico soffio di vita come non accadeva da quindici anni a questa parte. (…) C’è il serio rischio che Leonardo Colombati sia presto eletto da critica e pubblico il più originale e geniale romanziere d’un’intera generazione di scrittori. (Giuseppe Iannozzi, «Bio Iannozzi», 14 maggio 2005)

Chissà se davvero, come ha scritto il Giornale, Perceber è il libro del decennio. Quel che certo, è che non è un libro rinunciatario. Forse, anche se non hanno più il Piano, o proprio per questo, i narratori italiani hanno smesso di lamentarsi, e si son messi a scrivere di nuovo. (Massimo Adinolfi, «Il Riformista», 19 maggio 2005)

È sorprendente la passione per la letteratura che un libro di straordinaria complessità linguistica e strutturale come Perceber rivela. Se è vero che siamo abituati ai diligenti compitini di cento pagine o alle compilazioni prevalentemente di genere noir che gli editori riversano senza soste e senza criterio sui banchi delle librerie, qui, invece, ci troviamo di fronte a un libro densissimo, frutto di sette anni di fatica, e caratterizzato (vivaddio) da una smisurata ambizione e dalla stupefacente padronanza di registri diversissimi tra loro. (Felice Piemontese, «Il Mattino», 19 maggio 2005)

Colombati è un tipo di narratore che finora ha avuto scarso diritto di cittadinanza in Italia. E' onnivoro come Thomas Pynchon, e come lui tormentato da un demone classificatorio che lo spinge a trasformare la narrazione in un disorientato regesto enciclopedico. Ma è anche immaginifico e generoso come Gabriel Garcìa Màrquez, tanto da imperniare il suo racconto su una città non meno fittizia della proverbiale Macondo. (Alessandro Zaccuri, «Avvenire», 21 maggio 2005)

Perceber mi sta facendo pensare, prima che a ciò che dice, a ciò che significa il fatto stesso di scrivere un Perceber. Al modo in cui opere come questa ci induco-no a riallineare lo scrivere del nostro tempo rispetto a un certo tipo di progetti letterari. Anche solo per respingerli, qui progetti. Potremmo chiamarli (e anche questo, se non sbaglio, è già stato detto proprio ri-guardo a Perceber) opere-mondo. (Tommaso Giartosio, «Fenomeni e Fonemi», 25 maggio 2005

Perceber di forza si candida a diventare l’opera guida per un intero, nuovo gruppo di scrittori italiani. (Jacopo Guerriero, «Letture», giugno 2005)

Perceber è opera che, come dovrebbe essere per il romanzo contemporaneo, dà modo di conoscere l'autore; di svelare, cioè, il suo pensiero, di scoprire le influenze e il percorso che l'ha condotto a confrontarsi con chi avrà il coraggio di immergersi in un immenso caleidoscopio: fatto di luoghi reali ed immaginari, ci-tazioni erudite e da vernacolo, cura esasperata per il più insignificante dei particolari, riff di chitarra, corrispondenze cabalistiche e umorismo amaro: luoghi comuni, quelli proprio no, sono banditi. (Gabriele Pescatore, «Il Mucchio Selvaggio», giugno 2005)

Ho la sensazione di ritrovarmi davanti a un distillato, a un accurato distillato. Un paio di enciclopedie, sei vocabolari, un dizionario dei sinonimi, qualche trattato storico, tre o quattro compendi di filosofia, delle dispense assortite di matematica, un’intera libreria domestica di buoni libri, qualche brutto libro (che capita a chiunque di ritrovarsi a leggere), una dozzina di vaste antologie di racconti vari, alcune discografie, libercoli di barzellette e innumerevoli letture sparse per la vita dell’autore il tutto frullato assieme a una buona dose di volontà umana. Fatto poco a poco, nel corso del tempo, aggiungendo e sottraendo ingredienti. (Gattostanco, «Gattostanco», 6 giugno 1995)

E’ un’opera borgesiana. Non per lo stile (Borges sapeva proiettarci negli universi con una fionda di quattro pagine) ma perché è una di quelle opere escheriane che Borges amava immaginare. (Elio Paoloni
«Conquiste del Lavoro», 9 giugno 2005)

Perceber è una storia di cui non ricordo l'eguale in lingua italiana per ardimento combinatorio e fervore inventivo. (…) Non provo nemmeno a dare un riassunto dell'intreccio perché mi perderei facendo un torto all'autore. Ciò che conta del resto, al di là degli avvenimenti, è il modo in cui Colombati li rende con una serie scintillante di associazioni linguistiche e mnemoniche quali solo un grande talento poteva escogitare. (Corrado Augias, «Il Venerdì di Repubblica», 10 giugno 2005)

Potrei sbagliare, ma credo onesto avvertire il lettore che questo non è un romanzo: è soltanto un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudo culturali. (Giorgio De Rienzo, «Il Corriere della Sera», 17 giugno 2005)

Di Perceber, sono convinto, se ne parlerà per i decenni a venire. Questo libro è un “monumento letterario” per il quale ogni iperbolismo o definizione trionfale è del tutto giustificata. (Angelo Petrelli, «angelopetrelli», 18 giugno 2005)

Perceber mi ha reso amimico. Le guance, la bocca hanno perso elasticità. La lingua si è attorcigliata su se stessa, si è annodata ; ed è per questo che quando qualcuno – ed è già successo – mi chiede “com’è?”, io rispondo “da leggere”. E se mi chiedono di argomentare, io resto inebetito, assumo un habitus paralitico, e aggiungo “è impossibile da spiegare”. Federico, «voloindeltaplano», 21 giugno 2005)

Complessità, narrazione prolungabile all’infinito, enciclopedismo, digressioni che sgretolano la centralità dell’intreccio, allegoria aperta a innumerevoli interpretazioni, stream of consciousness in abbondanza. Insomma Faust, Moby Dick, Ulisse, Bouvard e Pécuchet, Cent’anni di solitudine e via andare. (…) L’opera mondo è Perce-ber, è anche l’opera prima di Leonardo Colombati (Roma, 1970) e, al di là di ogni ragionevole dubbio, è un capolavoro assoluto. Uno di quei libri che ti fanno venir voglia di telefonare agli amici: “Dammi retta, molla quello che stai leggendo e comincia Perceber, vedrai che poi mi ringrazi”. (Stefano Tettamanti, «La Repubblica», 27 giu-gno 2005

Scrivere il tomo è stato indubbiamente uno sforzo (durato, ci dicono, sette anni), però illuminato dalla passione dell'autore per la propria cultura talvolta insolita. Se il lettore non la condivide, peggio per lui. Colombati fa poco per venirgli incontro. Lo farò dunque io, consigliandogli di non leggere, ma di sfogliare. Sepolte nell'autocompiacimento ci sono pagine, e per la verità non poche, piene di felicità anche descrittive; una certa stralunata Roma di oggi ogni tanto viene pur fuori. Prenderei a campione proprio quelle della zona intorno a piazza Vittorio. Qui l'evocazione di degrado urbano è vivida, l'elenco dei rifiuti dell'ex mercato diventato strano miscuglio di etnie è da antologia. (Masolino D’Amico, «Giudizio Universale», luglio-agosto 2005)

Se vi piacciono i libri aggrovigliati, con tentacoli che escono dalle pagine e vi fanno girare incuriositi per vedere dove vanno a parare, avete trovato quello che fa per voi. (Giuseppe Ierolli, «I libri in testa», 4 luglio 2005)

La luciferina volontà di riempire tutte le caselle del suo metafisico Gioco dell'Oca fa sì che l'autore, più volte, imbastisca episodi che si rivelano al di là delle sue forze, o che poco s'ingranano nell'economia complessiva del testo; ben altra penna richiederebbe, poi, l'emulazione del pluristilismo joyciano. Tuttavia l'ardimento di un simile esordio va indubbiamente incoraggiato. (Andrea Cortellessa, «Tuttolibri», 9 luglio 2005)

Il romanzo non è male, ma sinceramente tutta la caciara fatta sul web per lanciarlo mi lascia perplesso, la parola capolavoro mi sembra un’esagerazione. (Subliminalpop, «subliminalpop», 5 settembre 2005)

Nella straripante narrazione si mescolano tempi e paesi diversi, luoghi reali e immaginati, cosmologie cabalistiche e deliri sessuali, citazioni erudite e canzonette, figure inventate e personaggi storici. A volte si è presi dal dubbio che questa fantasmagorica follia, che non si sa dove inizia nè dove voglia andare a finire, rischi di diventare uno straordinario gioco linguistico fine a se stesso. E forse infatti questo romanzo-non romanzo denso e ambizioso, frutto di oltre dieci anni di lavoro e di quaranta riscritture, è riuscito solo a metà. Ma certo non fa rimpingiare tante operine modeste e minimaliste di cui la letteratura italiana degli utlimi anni è stata fin troppo prodiga. («Il Foglio», 28 settembre 2005)

Ulisse joiciano all’amatriciana scritto da un adulto-bambino troppo serio per non essere uno scrittore che apre a…né destra né sinistra ma solo un geome-tra catastale dell’erudizione molto intellettuale. Qui non c’è ironia né sarcasmo. Solo masturbazione cerebrale per paura di consumare una sessualità già inesistente. Con alcuni momenti di talento, se fosse stato un racconto di trenta pagine sarebbe stato un capola-voro osceno. (Davide Bregola, «davidebregola», 9 novembre 2005)

Colombati ha composto il suo corposo volume "per accumulazione", quasi scomparendo come artefice dell'opera, e usando i materiali più diversi e inseriti con straordinaria pazienza, e diligenza da archivista, nel contesto di una narrazione a frammenti e comparti-menti stagni, che rivelano forse una vocazione di novellatore più che di romanziere; lo stile è corretto, e di rado estroso, ma forse volutamente impersonale - a parte il non gradevole abuso di iniziali maiuscole probabilmente in omaggio ad Apollinaire -, che dà risalto anche maggiore alla eterogeneità e stranezza degli inserti: articoli di vecchi giornali, un elenco di canzoni e cantanti d'epoca, incredibili vicende di una gamba amputata, imitazioni e quasi citazioni d'un Sade estremizzato nella sua nota coprofilia; tutto ciò finisce per provocare nel lettore una certa sazietà e, a volte, ripugnanza: ma se questo accadeva fra i latini persino al grande biografo Svetonio, da tutti stimato, perché non perdonarlo anche a Colombati? (Luca Canali, «l’Unità», 24 dicembre 2005)

Lode a Colombati per questa opera così complessa e ambiziosa, che blandisce il lettore avveduto con un ardito e sincretismo di tutto (o quasi) lo scibile umano e al tempo stesso lo mortifica con l’ostinata ritrosia di uno stile arduo, magmatico, inesorabilmente ‘difficile’. (…) Non sarà forse il Libro Perfetto del quale parlavano le antiche profezie, ma caspiterina se è un Libro. Di quelli veri, da serie A, roba fina. Ce ne fos-sero, di libri così. (David Frati, «lettera.com», 3 marzo 2006)

Posted by Leonardo Colombati at 13:49 | Comments (2)

03.03.06

Perceber: l'Avvento del Libro Perfetto

di David Frati

[Questa recensione è apparsa su Lettera.com]

Se tempo fa qualcuno mi fosse venuto a raccontare che un bel giorno avrei avuto tra le mani un ponderoso romanzo capace di mettere in un unico calderone bollente la cabala, le Triadi, Sade, Fregoli, le Brigate Rosse e Mozart, il Gay Pride, gli Smashing Pumpkins, la pedofilia, il bondage e molto altro ancora, shakerando il tutto con una prosa scintillante, zeppa di rimandi e citazioni, irta di note a margine, e che per soprannumero quell’ipotetico romanzo sarebbe stato scritto da un acceso tifoso romanista come me, e sarebbe stato ambientato nella mia Roma, un capitolo per ogni rione o quartiere (e un capitolo per ogni luogo della cosmologia cabalistica, e un capitolo per ogni parte del corpo, ma questo è un altro discorso), partendo addirittura da un fatto di cronaca avvenuto a poche centinaia di metri da casa mia, se insomma qualcuno mi avesse profetizzato l’avvento di questo Libro Perfetto io avrei sorriso, fatto un sospiro da scolaretta, scosso il capoccione e proseguito la mia strada. Ironia della sorte, come spesso accade nella vita, ora che quel libro ce l’ho sotto mano le mie reazioni non sono quelle che avevo previsto. Almeno non del tutto. Intendiamoci, lode a Colombati per questa opera così complessa e ambiziosa (so che alcuni non considerano la complessità un valore in sé se riferita ad un romanzo, ma io sì, che ci posso fare, sono fatto così), che blandisce il lettore avveduto con un ardito e sincretismo di tutto (o quasi) lo scibile umano e al tempo stesso lo mortifica con l’ostinata ritrosia di uno stile arduo, magmatico, inesorabilmente ‘difficile’. Salutato da eminenti critici letterari e scrittori come un capolavoro immortale ancor prima della sua pubblicazione, e giù paragoni con James Joyce e Thomas Pynchon, Perceber è meno fruibile a diverse profondità di quanto non creda il suo autore, è ipertrofico come spesso accade ai romanzi scritti in periodi di tempo lunghi (un decennio, a quanto ha avuto modo di raccontare lo stesso Colombati), e incappa in qualche evitabile caduta di stile (quasi tutti i dialoghi in chiave comico-grottesca, per fare un esempio). Ma è anche fascinoso, potente, emozionante, intrigante, sorprendente. Non sarà forse il Libro Perfetto del quale parlavano le antiche profezie, ma caspiterina se è un Libro. Di quelli veri, da serie A, roba fina. Ce ne fossero, di libri così.

Posted by Leonardo Colombati at 15:25 | Comments (0)

03.01.06

Sindrome del capolavoro: vedi Leo Colombati

di Massimiliano Parente

[Questa non-recensione di Perceber è uscita sull'ultimo numero de Il Domenicale (sabato 31 dicembre 2005), all'interno di uno "Scaffale dei libri persi" in cui il settimanale di Marcello Dell'Utri ha sistemato 100 volumi che non sono stati giudicati meritevoli di una recensione durante l'anno appena trascorso. Con questo numero speciale hanno voluto ovviare, stroncandoli tutti e 100.]

Non ho recensito Perceber, il romanzo fluviale, barocco, monumentale di Leonardo Colombati nè per colpa del mio amico Colombati nè per colpa del mio amico Giulio Mozzi ma a cusa degli altri. A cominciare dalla presentazione del libro a Roma, alla quale volenterosamente mi sono recato confondendomi tra le signore impellicciate, dove Alessandro Piperno presentava Colombati come Colombati aveva presentato Piperno e, a sovraintendere i lavori, Enzo Siciliano.
Inoltre non ne capisco granché di cabala né di cosmogonia ebraica. In compenso, poiché, mentre finivo di leggere lo sconfinato volume, ne avevano parlato pressoché tutti, ho ritenuto non ci fosse bisogno di me, anche se ero l'unico a poterlo recensire, ma il mio amico Giulio Mozzi e il mio amico Colombati avrebbero dovuto capirlo allineandosi alla mia battaglia contro la sciatteria del giornalismo culturale e non muovendosi allegramente sul terreno del nemico, che ti assimila solo per neutralizzarti. Pertanto se Cortellessa l'ha recensito bene per sbaglio io non potevo fare altrettando a ragione, meglio tacere a torto.

[Insomma, per essere una stroncatura, me la sono cavata con poco; e meno male. Però, muovo un appunto a Parente: quando parla del "nemico" sul cui terreno Mozzi ed io ci saremmo allegramente mossi, bé, posso solo ricordare a Massimiliano che Perceber è stato inviato, come di prammatica, a diversi critici letterari e giornalisti - lui incluso - e niente più.]

[Sulla furia iconoclasta de Il Domenicale si è soffermato pure Il Corriere della Sera del 2 gennaio, con un articolo il cui testo integrale può leggersi qui. Eccone la parte in cui si parla di Perceber:

A volte la stroncatura nasconde un giudizio positivo e il nome dell’autore serve per stigmatizzare qualcun altro (...), come nel caso di Leonardo Colombati, uno dei casi letterari del 2005. L’obiettivo qui non è il fluviale Perceber ma «la sciatteria del giornalismo culturale» e la perfidia di certa critica che «ti assimila solo per neutralizzarti». Il Domenicale per definizione è fuori dal coro e quindi non recensisce il recensitissimo Colombati, anche se gli è piaciuto.]

Posted by Leonardo Colombati at 14:03 | Comments (3)

Un torneo letterario

wimbledon-thumb.jpg di Luca Canali


[Questo articolo di Luca Canali è stato pubblicato su l'Unità del 24 dicembre 2005]


OPPOSTI AUTORI
Quattro scrittori e quattro libri per un piccolo torneo letterario: Giuseppe Genna e Alessandro Piperno, Leonardo Colombati e Massimiliano Governi

Forse non dispiacerà a chi si interessi un poco di libri, leggere qualche ipotesi critica sulla cosiddetta "letteratura giovane", cioè sulla narrativa dei trenta-trentacinquenni, magari, con uno scarto cronologico, anche dell'opera di un quarantenne. Stabiliamo dunque, per comodità di esame, alcune "teste di serie" - come in un torneo sportivo - del limitato schieramento di cui trattano queste righe.

Genna vs Piperno

E cominciamo con Giuseppe Genna e Alessandro Piperno: molto prolifico il primo (sei libri in sei anni); al suo esordio nella narrativa, ma con un precedente robusto saggio su Proust, il secondo. I loro due romanzi, L'anno luce (Tropea, 2005) e Con le peggiori intenzioni (Mondadori, 2005) sono opere opposte. La prima sottesa da una religiosità che dichiara la propria "confessione" nelle ultime pagine del libro con il racconto, affanosamente parafrastico e rischiosamente vicino alla prosa ritmica e liricheggiante, della elezione di "Papa Benedetto", intesa come trionfo della certezza sulla speranza, terribile presagio, secondo me, di una storia "necessitata", cioè anancastica, o , detto con parole più chiare, della necessità storica della fede indipendente dalle "buone opere"; ma dov'è allora la pietà? E si può dire "Vi amo" senza pensare "Ho pietà di voi", quella pietà che Genna invece, in contraddizione con se stesso, dimostra nella raccapricciante descrizione della strage di foche perpetrata dai sicari al servizio del mercato delle pellicce sulle nevi del Canada?
Assolutamente laica, invece, ma senza superflue dichiarazioni d'intenti laicisti, l'"ideologia" in cui è immersa l'intera opera di Piperno, ove tutto è carnale e sensuale, anche se sofferente, ma con l'amaro conforto d'un vitalismo a volte autopunitivo, che spinge l'Autore ad "abbordare senza giudicare" l'ottusa e compiaciuta società del nenessere e del consumo con i suoi personaggi cinici o frustrati, e analizzati con uno scandaglio psicologico così minuzioso da poter apparire eccessivo se non fosse al tempo stesso quasi morbosamente avvicente. I personaggi di Genna, al contrario, sono astrazioni forti, quasi individui simbolici e nominalisti (il Mente - forse suggestione de il Merda pasoliniano -, il Faccendiere, il Profeta, il Giovane Russo, il ragazzino diciassettenne, etc.), agenti categoriali, anche se attivissimi, espressioni manageriali di una società parossisticamente competitiva nell'angoscia di un gigantesco business internazionale. V'è dunque, in Genna, un rifiuto sistematico delle descrizioni, della piscologia e del realismo tout court, compensato da un talento affabulatorio, fertilissimo, a sua volta sollecitato da una forse ossessiva laboriosità. Ma Genna e Piperno hanno almeno un paio di cose in comune: l'esuberanza dell'espressione letteraria e il ritmo quasi sempre veloce della narrazione, eccettuata l'ultima parte del romanzo di Piperno, tutta dedicata alla disperata vicenda sentimentale di Daniel, il protagonista del romanzo. Ma v'è, fra i due scrittori, un ultimo contrasto: mentre Genna è autore fondamentalmente casto - a meno che la sua castità non sia la repressione del sesso ritenuto versione "sporca" del peccato originale, quindi premessa di stupro e di suicidio (sintomatico l'episodio dei due infermieri e di Maura esangue e nuda sulla barella, e quello degli amori di Maura con il ragazzino suo alunno e imminente suicida) - Piperno è invece in continua tensione sessuale anche se parla di sesso con la stessa tormentata lucidità del suo speculare protagonista letterario.

Colombati vs Governi

Altre due "teste di serie" possono essere considerati Leonardo Colombati e Massimiliano Governi. Colombati, anche lui esordiente con il romanzo-zibaldone Perceber (Sironi, 2005), ma anche autore di interessanti saggi critico-biografici, e Governi con il recentissimo, esile, ma eccellente, libro di racconti Parassiti (Einaudi Stile Libero, 2005), sono narratori opposti sia nella scrittura che nell'"ispirazione": il primo, ha infatti composto il suo corposo volume "per accumulazione", quasi scomparendo come artefice dell'opera, e usando i materiali più diversi e inseriti con straordinaria pazienza, e diligenza da archivista, nel contesto di una narrazione a frammenti e compartimenti stagni, che rivelano forse una vocazione di novellatore più che di romanziere; lo stile è corretto, e di rado estroso, ma forse volutamente impersonale - a parte il non gradevole abuso di iniziali maiuscole probabilmente in omaggio ad Apollinaire -, che dà risalto anche maggiore alla eterogeneità e stranezza degli inserti: articoli di vecchi giornali, un elenco di canzoni e cantanti d'epoca, incredibili vicende di una gamba amputata, imitazioni e quasi citazioni d'un Sade estremizzato nella sua nota coprofilia; tutto ciò finisce per provocare nel lettore una certa sazietà e, a volte, ripugnanza: ma se questo accadeva fra i latini persino al grande biografo Svetonio, da tutti stimato, perché non perdonarlo anche a Colombati? (che forse dovrà tuttavia ripensare al severo giudizio di Callimaco, méga biblìon, méga kakòn, "grosso libro, grosso malanno").
Parassiti di Governi è stato giudicato sommariamente una prosecuzione del passato "cannibalico" dell'Autore; al contrario, soprattutto nei primi quattro racconti (1979, Bomber, Fusi, Lo strangolino) si afferma una dolente umanità sostenuta da uno stile asciutto ed energico ma anche fantasioso, che sembra tener conto dell'idea di Pound, il quale ritenne l'arte della scrittura soprattutto capacità "di storrarre anziché di aggiungere", e applicò questa teoria al poemetto The waste land di Eliot, tagliandone via non pochi versi: tanto che Eliot stesso gliene fu grato dedicandogli l'opera come "al miglior fabbro".

Posted by Leonardo Colombati at 10:40 | Comments (1)

19.12.05

Intervista

Qui un'intervista di Rossano Astremo al sottoscritto.

Posted by Leonardo Colombati at 10:39 | Comments (1)

25.11.05

Le mille e una storia di Perceber


di Silvio Bernelli


Rimarrà con ogni probabilità uno degli esordi nella narrativa più originali dell’anno, quello firmato da Leonardo Colombati con Perceber (Sironi Editore). L’autore romano, classe 1970, mette in scena una storia che definire bizzarra è poco. L’epicentro narrativo è un incidente stradale, nel corso del quale un tram trancia una gamba a un pensionato. La successiva scomparsa dell’arto e le peripezie legate alla sua ricerca fanno incrociare i destini dei tre protagonisti del romanzo: un giornalista free-lance alle prese con i dubbi legati a un’omosessualità da sempre repressa, un giovane medico che su questo e altri punti pare avere le idee più chiare, un avvocato in pensione che sta architettando un piano topografico di Roma talmente dettagliato da replicare la città in scala 1:1. Sullo sfondo delle avventure sgangherate di questi tre personaggi, c’è da un lato una Roma infinita e senza tempo, svelata fino al più piccolo anfratto; dall’altro c’è la leggenda di Perceber, l’immaginaria città spagnola del XVI secolo che dà il titolo al romanzo, dove tutti gli abitanti sono condannati alla chiacchiera eterna. Ed è proprio grazie a un ininterrotto diluvio di parole che Perceber travolge il lettore con un’affabulazione famelica, bulimica quasi, che infila sorprese una dietro l’altra. Impressionante anche il numero dei rimandi e delle citazioni, che mischiano tranquillamente la cabala ebraica, i Clash, la storia della filosofia, Casanova, James Joyce, i Beatles, Mao Tse Tung, Sergio Zavoli e mille altri personaggi e fonti. C’è di tutto nel libro di Colombati, e più di tutto il riscatto di uno scrittore costretto a lavorare per anni in silenzio e solo nei ritagli di tempo lasciati da un impiego che niente ha a che fare con il mondo delle lettere. Come diceva il grande Groucho Marx nell’autobiografia “Groucho e io”: “Se volete una morale, ricordatevi che quando siete con le spalle al muro e non sapete che pesci prendere, potete sempre sfoderare qualche oscuro argomento su cui avete segretamente sgobbato per anni e sbatterlo in faccia a tutti.”

Posted by Leonardo Colombati at 16:00 | Comments (1)

09.11.05

Un geometra catastale

Nel suo articolo Il Grande Romanzo Italiano del XXI secolo (parte IV), Davide Bregola parla di un libro, Pastiglioner, che è evidentemente Perceber:

“Ulisse joiciano all’amatriciana scritto da un adulto-bambino troppo serio per non essere uno scrittore che apre a…né destra né sinistra ma solo un geometra catastale dell’erudizione molto intellettuale. Qui non c’è ironia né sarcasmo. Solo masturbazione cerebrale per paura di consumare una sessualità già inesistente. Con alcuni momenti di talento, se fosse stato un racconto di trenta pagine sarebbe stato un capolavoro osceno.”

Quella del geometra catastale, mi piace. Perché no?

Posted by Leonardo Colombati at 16:57 | Comments (1)

28.09.05

Un romanzo riuscito solo a metà

[Questa recensione di Perceber è apparsa oggi su Il Foglio]


Almeno un primato, il romanzo di Leonardo Colombati lo può sicuramente vantare. Mai libro di un esordiente era stato così copiosamente osannato, vilipeso e recensito come questo suo Perceber. Già un anno prima di venire pubblicato, qualcuno aveva previsto una "lotta nell'editoria euopea" per accaparrarsene i diritti. C'era chi lo definiva "la massima scoperta letteraria degli ultimi anni" o addirittura "il romanzo del decennio, il decennio che è trascorso e quello che verrà". Anche se poi, in un soprassalto di realismo, lo stesso critico prevedeva che ben pochi sarebbero riusciti a leggerlo.

E forse il punto sta proprio qui. Nella leggibilità di un romanzo di cinquecento pagine (ma un'ottantina sono dedicate a note, postille e riferimenti bibliografici) per cui sono stati scomodati i nomi di Joyce, di Pynchon e di Borges. Perceber è infatti un'opera di difficile digestione. Questo nonostante il talento e la ricchezza inventiva di Colombati appaiano innegabili. Ma la complessità della sua struttura, che si dirama in mille rivoli secondari, non rende facile nemmeno ricostruirne la trama.
Protagonisti del romanzo-monstre sono un giornalista omosessuale in crisi d'identità, un pediatra con fantasie pedofile e un avvocato in pensione. I tre personaggi incrociano le loro esistenze il 6 luglio del 2000, quando un tram investe un anziano signore trinciandogli la gamba. In una Roma travolta dal Giubileo e da una manifestazione del Gay Pride, le loro vite si intrecciano con quelle degli abitanti di una cittadina medioevale spangola, Perceber appunto, che terrorizzati dalla paura del nulla non possono mai smettere di parlare. Continui sono i rimandi tra le due città, ma è Roma il vero punto nodale del romanzo. Una Roma caotica, accaldata, pigra, malinconica e fascinosa che rispecchia la società italiana.
Nella straripante narrazione si mescolano tempi e paesi diversi, luoghi reali e immaginati, cosmologie cabalistiche e deliri sessuali, citazioni erudite e canzonette, figure inventate e personaggi storici. A volte si è presi dal dubbio che questa fantasmagorica follia, che non si sa dove inizia nè dove voglia andare a finire, rischi di diventare uno straordinario gioco linguistico fine a se stesso. E forse infatti questo romanzo-non romanzo denso e ambizioso, frutto di oltre dieci anni di lavoro e di quaranta riscritture, è riuscito solo a metà. Ma certo non fa rimpingiare tante operine modeste e minimaliste di cui la letteratura italiana degli utlimi anni è stata fin troppo prodiga.

Posted by Leonardo Colombati at 11:30 | Comments (7)

21.09.05

Fallimento

Su Vibrisse una mia risposta a Giovanni Choukadarian.

Posted by Leonardo Colombati at 19:30 | Comments (1)

Una lettura sinottica

Su Vibrisse, una lettura sinottica di Perceber, La macinatrice e Neuropa da parte di Gabriele Dadati.

Posted by Leonardo Colombati at 11:28 | Comments (5)

20.09.05

Non ci trovo l'anima

Qui una recensione di Perceber a cura di Blog senza qualità.

Posted by Leonardo Colombati at 16:25 | Comments (3)

08.09.05

Perceber, triangolazioni, narratologia sessuomane

di Rossano Astremo


Ho completato la lettura di Perceber, romanzo di esordio di Leonardo Colombati, giovedì 2 giugno, festa della repubblica, una giornata piena zeppa di parate istituzionali nelle quali presidenti della repubblica, del consiglio, del senato, della camera, ministri, viceministri e sottosegretari s’incontrano per iconizzare nel formalismo più esasperato le gioie sontuose di un’Italia libera, democratica e repubblicana. Stanco di queste formalità snervanti che la tv ti spara a mitragliatrice nel corso dell’informazione che copre l’intero arco della giornata, il 2 giugno ho tagliato i ponti con il mondo esterno e l’ho dedicato al completamento della lettura del capolavoro oramai mica tanto misterioso.

Iniettatomi nel corso della giornata le restanti centocinquanta pagine giungo, in conclusione, alla lettura delle seguenti parole: “La mano destra che penzola mollemente dalla panchina si contrae come se dovesse impugnare una penna. Sei pronto? Allora, su: comincia a scrivere”. Pagina 428, fine del romanzo, escluso appendice, note e fonti. Il romanzo si conclude con la voce narrante (onnisciente? focalizzata?) che aizza uno dei protagonisti a rimboccarsi le maniche e sprofondarsi nella scrittura. Perché nella parte terza, capitolo settimo, episodio quarantuno, una nota tiene a precisare: “Baldini- il Messia, il Creatore – si ritrova davanti al nulla, come davanti al foglio bianco pronto per essere scritto. Il Piano di Baldini e Perceber sembrerebbero alla fine coincidere: basti vedere l’unico punto del Piano che ci viene messo a disposizione: altro non è che lo Schema del trentesimo episodio del romanzo”. Sì, ma così non vada da nessuna parte, perché voi vi starete chiedendo chi cazzo è sto Baldini, e soprattutto che cos’è questa Perceber? È per questo che ho rispolverato alcune nozioni di teoria della letteratura apprese nel corso dei miei studi universitari, pensate, non so, a Sklovskij, a Tomasevskij, a tutto il formalismo russo in genere, o all’analisi morfologica di Propp, oppure alla logica del racconto di Bremond, o, perché no, all’analisi sintattica e trasformazionale di Todorov, o all’analisi semiotica di Greimas, o, ancora, alla stilistica del racconto di Genette, per concludere con la comunicazione narrativa di Chatman, senza dimenticare la pluralità del testo di Roland Barthes. Necessitavo di griglie, di schemi, di strutture, di quadrati semiotici sui quali inscatolare i contenuti del romanzo di Colombati. Alla fine mi è venuto in soccorso il triangolo equilatero. Non ha nessuna spiegazione teorica. Considerate quello che vi sto per dire una forzatura interpretativa del sottoscritto. Considerate quindi un triangolo equilatero. Considerate i suoi vertici, su ciascuno dei suoi vertici posizionate uno dei protagonisti del romanzo. Sul vertice A Giovanni Migliore, giornalista freelance in crisi d’identità, sul vertice B Luigi Dodo, giovane medico tormentato da certi sogni inquietanti su due bambine gemelle ritratte sulla copertina di Siamese Dream degli Smashing Pumpkins, sul vertice C Antonio Baldini, avvocato in pensione con più di una rotella fuori posto e in mente un grandioso Piano Topografico sulla città di Roma. Il triangolo equilatero determina un’area su cui si estende e si dilata l’elemento di congiunzione dei tre protagonisti, ossia la gamba del signor Carpi, tranciata da un tram in viale Trastevere (Roma) in data 6 luglio 2000. Gli unici testimoni dell’atroce avvenimento sono i nostri tre eroi. I tre vertici se uniti con una matita determinano un perimetro che racchiude i movimenti dei tre eroi nel corso dell’esplosione della trama. È proprio nel corso dei loro movimenti che compare Perceber, città spagnola i cui abitanti fin dal XVI secolo sono soggetti a una Maledizione che li costringe a parlare senza sosta né pausa, nemmeno quella tra due parole. Perceber, una città dove sono banditi il Bianco, il Silenzio e lo Zero. Facciamo un passo in avanti, tenendo sempre presente il nostro triangolo. Da un primo livello di lettura passiamo ad un secondo livello di lettura che tiene conto di un elemento che pervade in maniera totale il testo: IL SESSO. Accostiamo al carattere denotativo di ciascun vertice un surplus connotativo. Al vertice A rappresentato da Giovanni Migliore aggiungiamo la definizione sesso uomo – uomo (rapporto omosessuale): Giovanni Migliore, stanco dei rapporti meccanici con Demetra, scopre la sua indole sessuale nel folle incontro con Giovanni Dodo, sino alla rivelazione toccante descritta nelle ultime pagine; Al vertice B rappresentato da Luigi Dodo aggiungiamo la definizione sesso uomo – bambino (rapporto pedofilo): Luigi Dodo, fulminato dalla copertina di un disco rock, inizia il suo viaggio distruttivo che lo porterà a desiderare i corpi di giovani creature, sino al finale distruttivo, nel quale Dodo ammazzerà la figlia (forse???) di Giovanni Migliore; Al vertice C rappresentato da Antonio Baldini aggiungiamo la definizione sesso uomo donna (rapporto eterosessuale): Baldini ama le donne, ama soprattutto andare a puttane. Non può permettersi di perdere troppo tempo con loro. Il suo Piano Topografico risucchia totalmente le sue energie. Rapporto omosessuale, rapporto pedofilo e rapporto eterosessuale, se proiettate in un terzo livello di lettura del testo, possono rappresentare delle chiavi interpretative possibili. Nella dislocazione dei vertici, Migliore è rappresentato dalla lettera A, poiché, non dislocata lungo la base del triangolo equilatero, è l’eroe per eccellenza del corpus testuale di Colombati. La catarsi di Giovanni Migliore avviene (uno dei momenti più toccanti del romanzo) quando Giovanni dichiara di essere omosessuale a sua padre. È lì che si compie il salto in avanti della struttura dei nuclei tematici, è lì che l’intreccio ha una sua risoluzione testuale. Lungo la base, a riempire i vertici B e C, i due sconfitti. Da una parte Luigi Dodo, la cui presenza nel romanzo coincide con una progressiva crescita della sua perversione sessuale. La sua incarcerazione rappresenta l’antitesi della rinascita, la vittoria del male, l’essere invertiti che va punito con una condanna a tutti visibile. La sconfitta di Luigi Dodo è contestuale, ossia si realizza nel testo per essere da esempio al contesto, a tutti i lettori empirici (io, tu, voi) che prendono tra le mani il romanzo dalla copertina rossa. Dulcis in fundo, Antonio Baldini, rappresentante del vertice C. Leggiamo a pagina 428, ancora: “La Storia ha voluto ripetersi. Ciò che avviene a me, qui, ora, è già accaduto a un altro, in un latro paese, poco meno di settant’anni fa”. A cosa si rifersice Baldini? A pagina 284 Alonso Barrulho conclude il suo testamento: “Nulla mi è parso esserci davvero. Così ho capito che tutto ciò che mi circonda, adesso, non ha un nome: è un nome, solo il sostantivo che gli attribuisce la nostra lingua, la profondità che gli dà il nostro occhio. Mentre non esiste niente, nemmeno noi, neanche le parole”. Perceber, 12 febbraio 1936. Si identifica Baldini con Barrulho, il quale, nella città nella quale sono banditi il Bianco, il Silenzio e lo Zero, si scontra con il nulla, determinando la sua stessa condanna a morte. Baldini, nelle ultime pagine del romanzo, prende atto dell’impossibilità di realizzare il suo progetto topografico immenso, una sorta di rappresentazione tridimensionale di tutta Roma. Ma, come già detto sopra, “il Piano di Baldini e Perceber sembrerebbero alla fine coincidere: basti vedere l’unico punto del Piano che ci viene messo a disposizione: altro non è che lo Schema del trentesimo episodio del romanzo”. La sconfitta di Baldini, quindi, è metatestuale, si realizza nella determinazione sintattica di un testo che discorsivizza lo stesso testo, completandosi poi nell'ammissione della fallibilità dell'operazione.

Posted by Leonardo Colombati at 17:38 | Comments (0)

07.09.05

I rischi del Panoptikon

di Melpunk


Un primo (credo) approssimativo giudizio su Perceber di Leonardo Colombati.

Il labirinto è fatto perché chi vi entra si perda ed erri. Ma il labirinto costituisce pure una sfida al visitatatore perché costruisca il piano e ne dissolva il potere. Se egli ci riesce, avrà distrutto il labirinto; non esiste labirinto per chi lo ha attraversato. (Hans Magnus Enzensberger).


Entrare in Perceber di Leonardo Colombati è come entrare in un labirinto. Sta al lettore trovare la strada, percorrerla, perdersi, ritrovarsi, individuare l’uscita. Da Perceber si esce, comunque. Ma non è tanto l’immagine del labirinto che richiama per me questo libro, quanto il Panoptikon: volgarizzando, un luogo in cui si vede di tutto. Un luogo, quindi, in cui si corre continuamente il rischio di perdere il filo, di distrarsi, presi da rimandi, citazioni, informazioni, digressioni. L’iperstrutturazione di Perceber affascina e incanta. La tecnica narrativa sortisce lo stesso effetto. E’ quella che io chiamo struttura narrativa “a forchetta”: c’e il manico, che si apre e separa nei rebbi, che a loro volta si riuniscono in un nuovo manico, che a sua volta si diparte in altri rebbi, che a loro volta… Il rischio è quello che la scrittura disperda di continuo l’attenzione, faccia perdere il filo (di Arianna), rendendo faticoso il processo della lettura, e non mi riferisco alla necessità del lettore di tornare indietro per verificare, controllare, individuare nel testo e sulle piantine collocazioni spaziali, riferimenti, citazioni ecc. L’opera di memorizzazione del lettore può uscirne provata, soffocata da una struttura ipertrofica. Un’altra immagine che mi viene in mente per rappresentare questo aspetto è quella delle Carceri di Piranesi: strutture architettoniche che fuggono, si intrecciano, creano illusioni ottiche. Mentre si osserva un disegno di Piranesi si può dimenticare che ci si trova in un carcere… è la stessa sensazione che ho provato leggendo L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon (ma non sto dicendo che Colombati sia un pynchoniano!!!). Detto questo, Perceber è, comunque, un gran bel romanzo, e pure una gran bella Invenzione, di quelli che capitano raramente in libreria, e che quasi si è persa l’abitudine di leggere, scritto da qualcuno che (per usare un termine orribile) ha “osato”. La stuttura messa in piedi da Colombati è di quelle che mi costringono a leggere fino a notte fonda, e in particolare la sovrapposizione di Rioni romani con Sefiroth e parti dell’Adamo cosmico (per tacere del resto) hanno su di me un potere psicotropo. Dico ancora che Perceber è un gran libro perché è molte cose insieme, non ultimo un atto d’amore nei confronti della città di Roma: dei suoi luoghi, della memoria che contengono, degli accadimenti micro e macro che l’hanno segnata. E poi, certe pagine avrebbero fatto la felicità di Francesco Orlando se le avesse lette durante la stesura del suo Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura! Infine, precisando che non intendo qui riassumere le vicende del romanzo (che si possono leggere ovunque), voglio spendere altre due righe sugli straordinari personaggi usciti dalla Fucina-Colombati: “Leonardo, ma come hai fatto????”.

Nota per i curatori di Perceber
Ho trovato refusi (minimi), è una deformazione professionale, nelle pagine 25, 28, 39, 44, 118, 140, 155, 161, 163, 228, 230, 250. E’ un augurio che per la seconda edizione scompaiono.

Posted by Leonardo Colombati at 18:25 | Comments (3)

06.09.05

Con le migliori intenzioni

di Soul Kitchen


Se per caso ieri notte passeggiavate per un adorabile campeggio panoramico di Framura e avete sorpreso un thirtysomething con una felpa nera su una sdraio tra il bar e i bagni mentre dormiva pesantemente con in mano una copia di Perceber di Leonardo Colombati, beh, ecco, ero io.

Lo ammetto: il mio primo approccio ad uno dei casi editoriali nostrani dell'anno è stato un fallimento da tutti i punti di vista.
Mi stanno bene i riferimenti cabalistici, mi piace l'idea del gioco sulla mappa della città (che mi ricorda tantissimo uno dei tre episodi della trilogia newyorkese di Paul Auster), mi piace l'idea della sovrapposizione narrativa di piani, visioni e oggetti (ci sono letteralmente morto sopra per raccapezzarmi, ma mi sono sparato almeno 4 volte La gelosia di Alain Robbe-Grillett, che adoro), mi piace l'idea di un caotico epos nostrano che passi anche attraverso la lingua (anche se Horcynus Horca l'ho finito a fatica), ma ho resistito una ventina di pagine.
Poi il sonno su una sdraio vista mare.
Non ho bene idea del perché. A naso direi che il motivo è da ricercarsi nel fastidio che mi danno le prime pagine che descrivono (con dovizia di termini tecnici assolutamente da addetti ai lavori) le azioni del conciatore di pelli, mentre scuoia martore. Un po' mi urta la descrizione, un po' - per la prima volta dopo tanti anni - non capisco i singoli vocaboli che l'autore tira fuori. Anche perché la concia delle pelli non è esattamente un argomento gettonatissimo, da queste parti.
Se leggi un libro e nelle prime pagine non capisci manco una parola, i casi sono due: o sei straniero o hai preso il libro al contrario / hai gli occhiali appannati / hai la congiuntivite acuta, ecc.
Comunque ci riprovo, munito di dizionario della Scienza e della Tecnica e in un contesto meno rilassato (in vacanza dormo, giustamente...). Si sa mai che sul divano e con un taccuino alla mano riesco a raccapezzarmi.
Ho l'impressione - dopo una sfogliata qua e là - di aver capito dove Colombati vuole andare a parare (cioè da tutte le parti, riuscendo ovviamente a non quagliare da nessuna parte: ma l'effetto mi sa che è voluto): fare un romanzo erratico e citazionista, che saltabecca qua e là tra registri, stili, personaggi, universi narrativi, senza in realtà un filo conduttore che non sia la rigida griglia talmudica presentata in apertura.
(Sul fatto che il caos e la griglia cozzino vedo che si è espresso sul Corriere pure De Rienzo senior [quello junior è un amico fraterno, oltre che colui con cui ho condiviso mixer & microfoni per anni, ma si occupa di dischi e giornalismo e non di libri], tirando un paio di schiaffoni non da poco; ma magari lui è più moralista di me.
Tra l'altro l'idea che un libro sia sproporzionato, incasinato e si regga su un ossimoro (cioè far convivere disordine locale e ordine globale o viceversa) non mi sembra affatto male. I libri fighetti e perfettini sono noiosi anche se sono scritti bene.
Boh, le premesse per un romanzo che mi piace ci sono tutte. Ma un elenco di ingredienti giusti non fa automaticamente una ricetta buona.
Dai, gli e mi do una seconda possibilità, martore o non martore. Ma qualcuno di voi è schiattato dopo 20 pagine come il sottoscritto?

Posted by Leonardo Colombati at 09:46 | Comments (2)

05.09.05

Un libro soffocante

di Anodino Tabaqui


L'ho comprato, ho letto le prime 120 pagine, è un libro soffocante. Così stratificato e saturo che respinge il lettore dicendogli: per te non c'è posto (neanche per riprendere fiato e riannodare diversi fili); tutto è citato e dizionarizzato, la storia affoga in una miriade di rimandi continui ad altro (altre epoche, altri luoghi, altre lingue). C'è un'erudizione enciclopedica che vuole essere ironica e leggera, decisamente postmoderna (sì? ma che è? che vuol dire?? boh??) ma che in realtà è vischiosa e si appiccica addosso rendendo sempre più carichi e affaticati. Infatti le note e le citazioni (di cui Benjamin diceva: «nel mio lavoro, sono BRIGANTI ai bordi delle strade, che balzano fuori armati e strappano l'assenso all'ozioso viandante») sono interessanti, ma più si va avanti più l'assenso (a cosa? come? quando?) si concede con fatica.
Insomma è un libro paradossale: ha mille aperture (è infinito, si può cominciare in realtà da qualsiasi punto) e nello stesso tempo è terribilmente angusto e ansiogeno. In futuro se capiterà ci ritornerò armato di machete per farmi spazio.


nota a margine: la citazione di Benjamin è decisamente gratuita...

Posted by Leonardo Colombati at 16:08 | Comments (1)

Tutta la caciara

di Subliminalpop

Il romanzo non è male, ma sinceramente tutta la caciara fatta sul web per lanciarlo mi lascia perplesso, la parola capolavoro mi sembra un’esagerazione. Premetto di aver letto il libro nella modalità rincoglioniti, ovvero senza badare alle cartine iniziali e raramente andando a leggermi le note a fine libro. A tratti è un libro anche piuttosto divertente, sicuramente ben scritto, anche se forse in certi passaggi il ritmo si perde un po’ troppo facilmente. Il lavoro che è stato fatto dietro si sente, sette anni sono tanti, ma cercare di snellire un po’ l’intreccio, avrebbe giovato alla sua godibilità.

Questo è il giudizio che Subliminalpop dà di Perceber, in questo post.

Posted by giuliomozzi at 15:36 | Comments (0)

31.08.05

Una ri-scrittura di infinite altre ri-scritture

di Giovanni Choukhadarian

l_indice.gif“Little is left to tell”, c’è rimasto poco da raccontare. Così, secondo Italo Calvino della quinta lezione americana, dice uno dei due personaggi nel finale di Ohio improptu di Samuel Beckett. Mario Lavagetto ha fatto notare che Calvino commette un errore riportando la battuta. Scrive in realtà Beckett che “Nothing is left to tell”, non c’è più niente da raccontare. Perceber, romanzo d’esordio di Leonardo Colombati, nasce da queste riflessioni e, guardacaso, inizia con una negazione: “non” (allo stesso modo che le poesie di Valéry, ricorda ancora Calvino, iniziano con rien). Fa notare Lavagetto che Calvino, scettico sulle neoavanguardie e lontano da Beckett, può essere incorso in un lapsus perché convinto che il grado zero raggiunto dal grande irlandese decretasse non già la morte, ma la rinascita con altri mezzi della letteratura e della narrazione. Anche Leonardo Colombati ne dev’esser convinto, se ha scritto oltre 500 pagine, sebbene un centinaio di sole note esplicative del testo. Ma già su questa convinzione è lecito esprimere qualche dubbio.

Nelle non rare interviste con l’autore che hanno preceduto, accompagnato e seguito la pubblicazione dell’opera, Colombati non ha esitato a fare nomi tali quelli di Musil, Joyce e Garcìa Marquez – e perciò più di un lettore ha parlato di postmodernità. Stabilito che la qualità di un testo non si stabilisce sulla base di questa o quella etichetta più o meno alla moda, sembra difficile bollare di postmoderni Musil, Joyce e Garcìa Marquez. Se tuttavia è l’autore stesso a dichiarare questi mattatori del secolo scorso fra i suoi punti di riferimento, si potrà indurre che Perceber è intanto un grosso pastiche admiratif, al modo che Marcel Proust cercava di imitare lo stile di Flaubert nell’Affaire Lemoine.
Più volte intervistato a proposito della sua opera d’esordio, l’autore non si è poi peritato di citare fra i suoi maestri anche taluni contemporanei, e fra questi l’inevitabile Thomas Pynchon, la cui appartenenza al postmoderno pare indubbia. Di Pynchon, Colombati ricalca alcuni tic stilistici, e parrebbe allora più onesto parlare di calco, invece che di pastiche. L’autore ha dichiarato di aver letto molto dell’americano e lo vuol far sapere con citazioni invero meno che invisibili. Il gioco a chi indovina più rimandi e a quali autori torna utile in lavori di questa fatta, nei quali sembra invece inutile ricostruire la fabula, tanto è sommersa, anzi fagocitata da un intreccio debordante e alla fine paradossalmente inutile. Esistono bensì 3 personaggi guida, che parlano più o meno la stessa lingua; esiste una città co-protagonista (Roma, non una città qualunque, di per se stessa carica di rimandi e richiami pesantissimi) e un’altra che dà il titolo al libro; esistono infine uno smisurato numero di spunti narrativi, tenuti insieme in una cornice non boccaccesca né omerica (e quindi non derivata in nessun modo da Joyce), che Colombati pubblica subito dopo il frontespizio, come le tavole delle tre cantiche dantesche illustrate da Gustave Doré.
Perceber è in realtà una ri-scrittura di infinite altre ri-scritture e nega perciò al genere cui pure appartiene, cioè il romanzo, qualsivoglia velleità ermeneutica. In questo senso, è un’opera premoderna, al cui centro sta in bella vista il suo compilatore e la sua cultura vasta e sregolata, capace di mescolare Cabbalah e il marchese de Sade, i Beatles, von Kleist e Frank Sinatra. Il risultato è simile all’eruzione di un vulcano, e le conseguenze sono più o meno le stesse: attorno, resta la terra bruciata, cui Ovidio e Lucrezio sognavano di dar voce. Alla fine della lettura di questo libro, restano in mente alcuni notevoli squarci di Roma, diverse pagine di umorismo a tratti volutamente greve e, non per caso, nessun personaggio, nessun dubbio, nessuna critica a niente; salvo, ma fuori dal libro, quelle dell’autore a se stesso.
Nel grosso apparato epitestuale di Perceber figurano molte interviste in cui Colombati dichiara il ‘fallimento programmatico’ del suo romanzo. Come possa un autore, tanto più al suo esordio (e anche se gli è costato dai 7 ai 10 anni di lavoro) programmare il fallimento di un libro è cosa che sfugge ai cervelli e ai cuori meglio intenzionati nei suoi confronti. Se questo romanzo è fallito, e con lui fallisce tutto un filone della narrativa italiana contemporanea, è per l’ignoranza di altre, e più notevoli, dichiarazioni di fallimento.
Bisogna allora tornare a Calvino delle Lezioni americane e, in particolare, a quella in cui si parla di molteplicità e degli iperromanzi che ne derivano, toccando il suo apice con Vita: istruzioni per l’uso di Georges Perec. Secondo Calvino, quello è “l’ultimo vero avvenimento nella storia del romanzo”. Curiosa definizione, per un intellettuale restìo a dogmatismi come lui; ma, vent’anni dopo, definizione ancora condivisibile. Letto Perec, chiunque voglia provarsi in un romanzo del genere sa che la strada è già stata percorsa in maniera definitiva. C’è ancora spazio per raccontare storie, ma è molto probabile che non le si possa più raccontare così.

Altri articoli di Giovanni Choukhadarian su Perceber:
- "Houdinì mi ha sempre affascinato". Stilos intervista Leonardo Colombati.
- Il Capolavoro misterioso ovvero sia del suo gran Contaballe e di gambe.

Posted by giuliomozzi at 14:24 | Comments (0)

08.08.05

Una risposta al problema cosmico del male

di Iperurano

Grazie a Kinglear ho avuto modo di scoprire Perceber, di Leonardo Colombati.
Perceber è un romanzo vasto e difficile, duro e complesso.
Vale la pena di leggere le sue 400 e passa pagine per almeno i seguenti motivi:
1. tenta esperimenti linguistici inusuali nel panorama piuttosto piatto della scrittura contemporanea (salve, per carità, numerose eccezioni);
2. è una vera miniera di informazioni, personaggi e situazioni originali e interessanti; tra l’altro mi ha spinto a ricomprare Siamese Dreams degli Smashing Pumpkins (che avevo delittuosamente prestato a non so più chi) e di questo lo ringrazio, dato che l’album è sempre più fenomenale;
3. è strutturato come un albero cabalistico o come lo scheletro dell’Adamo cosmico e le sue ossa, o meglio i tasselli del suo puzzle, sono le parti di Roma;
4. leggerlo fa male, anche dolore fisico, è come farsi un tatuaggio o mangiare cioccolata fondente e marmellata di more amare.

Ci sono almeno venti motivi per non leggerlo, ma ve li risparmio perché penso che i motivi per leggerlo siano qualitativamente prevalenti.
Al di là della trama, sviante, tanto che preferisco non parlarvene, e dei personaggi, in realtà probabilmente sfaccettature della stessa Entità, è un libro sul male e sull’esistere.
Al problema del Male (ad esempio, perché esiste il Male e noi soffriamo se il mondo è stato creato da Dio e Dio è buono?), problema immenso e diversamente affrontato dalla gnosi a Seneca, da Agostino a Leibniz a Leopardi, viene data qui una risposta originale tratta dalla antica cabala e mistica ebraica: il male origina da quella parte di Dio (Ein Sof) che era contraria alla creazione, e in sostanza si identifica colla decadenza cui tutte le cose dell’universo tendono, a partire dai nostri corpi.
Già i corpi. Perché in Perceber ciò che colpisce e ferisce di più è che la descrizione e la sensazione dei corpi appare sempre grottesca e sgradevole.
L’esperienza mi insegna che le persone percepiscono solitamente con tenerezza le imperfezioni e le debolezze dei corpi delle persone che amiamo.
Quando tale sentimento si affievolisce o muta completamente è segno che l’amore non c’è più.
Così è in Perceber, dove l’amore, condizionato dalla morte della madre o dei genitori del Personaggio/personaggi, è nel migliore dei casi autoerotismo, nel peggiore pedofilia e violenza.

È dunque nell’annullamento, così come suggeriva Leopardi, che il romanzo dà la sua risposta al problema cosmico del male e dell’esistere, per questo fa male e per questo è assolutamente da leggere.

Posted by Leonardo Colombati at 18:07 | Comments (0)

Da Perceber a Springsteen

di Roberto Carnero

[Questa breve intervista è uscita oggi su l'Unità.]

Leonardo Colombati è nato il 21 aprile 1970 a Roma, città dove vive. Collabora alla rivista Nuovi Argomenti diretta da Enzo Siciliano. Perceber (Sironi, pp. 506, euro 17,00) è il suo primo romanzo, cui è anche dedicato un sito internet, www.perceber.com, gestito da Giulio Mozzi. Perceber è un romanzo di 500 pagine che si compone di quarantuno episodi, ognuno ambientato in un diverso Rione e Quartiere di Roma. Il sottotitolo è “Romanzo eroicomico”, con un esplicito riferimento ad Henry Fielding, in particolare al Tom Jones, ma più in generale al romanzo inglese settecentesco, di cui l'autore riprende l’intreccio tra il novel (il romanzo “realistico” che esamina la psicologia dei personaggi) e il romance (la giostra ariostesca).

"Ecco", spiega Colombati, "io volevo costruire una narrazione che sotto i suoi continui fuochi d’artificio, il citazionismo esposto come una ruota di pavone, l’esuberanza verbale, covasse anche – oltre al divertimento e all’ironia – il dramma di tre personaggi (i tre protagonisti) schiacciati dal loro destino. Ci ho messo undici anni a scriverlo; l’ho iniziato quando in Italia sembrava non ci fosse scampo: uscivano solo narrazioni minimaliste o pulp, comunque libri 'magri', quasi scarnificati. Quello di realizzare un malloppo abnorme sia in termini quantitativi che di contenuto, era dunque un intento polemico".

Colombati, dove trascorrerà la prima vacanza da scrittore?

In una bifamiliare a Punta Ala, in Toscana, con mia moglie, i miei due figli, e una coppia di amici anche loro con due bambini. Praticamente, un asilo nido.

Che cosa leggerà quest’estate?

Il padiglione d’oro di Mishima, una biografia di Isadora Duncan e Cibo di Helena Janeczek.

Cosa farà a settembre?

Riprenderò la scaletta e le prime 100 pagine del mio nuovo romanzo e provarò a finirlo entro l’estate del 2006 (ma la vedo dura). E poi ho praticamente terminato un progetto che mi sta molto a cuore: un libro su Bruce Springsteen. Devo dargli qualche ritocco qua e là e poi trovare un editore che sposi la mia folle idea di fare col Boss una specie di Meridiano della Mondadori: trattarlo, cioè, come un importante poeta contemporaneo americano. Il dibattito della poeticità di un canzone, secondo me, è sterile se affrontato rispetto ai cantautori italiani; ha invece ragion d’essere con riferimento alla pop music d’Oltreoceano. Non è una questione di qualità, ma di radici: i blues di Robert Johnson stanno all’America come Il Cantico delle Creature sta all'Italia.

Posted by Leonardo Colombati at 17:44 | Comments (0)

04.08.05

Una lettera aperta a Leonardo Colombati

di Cristina Bottegal

Caro Leonardo,
ho finito ieri di leggere il tuo libro e non so ancora cosa pensarne. Ho l'impressione di essermi persa qualcosa. L'ho cominciato sabato scorso, quindi ci ho messo quattro giorni, forse troppo pochi di fronte ai sette anni che ti ci sono voluti per scriverlo.
Ecco, il punto è proprio questo. Mi sembra che tu ci abbia messo dentro troppa roba. Io me la sono divorata e adesso ho un po' di nausea. Sai, mi è successo come quando vai a farti una settimana in un villaggio vacanze tutto compreso e finisci per abboffarti di ogni bendidio, tanto il prezzo è sempre quello, sia che tu vada avanti a yogurth e insalata, sia che tu ti metta ad assaggiare sette tipi di pasta al forno. Tutto buono, ma il pasto di una sera basterebbe per sfamare un' intera favela. Ti ritrovi con qualche chilo in più e non sai chi ringraziare. Lo stesso mi è successo con Perceber.
Su come scrivi niente da dire. Rimanendo nella metafora culinaria, tutto è cotto a puntino. Ma certe cose, non parliamo delle Sefiroth, le ho mandate giù senza neanche sentirne il gusto. Dovevo andarci piano, lo so. Non dirmi adesso che è tutta colpa mia. Perceber è il contrario di quei libri per ipovedenti scritti con caratteri giganteschi. È un libro per ipervedenti, altrimenti per stamparlo tutto ci sarebbero volute mille pagine e poi chi te lo comprava...

Leggi tutta la "Lettera aperta a Leonardo Colombati" nel blog di Cristina Bottegal.

Posted by giuliomozzi at 09:50 | Comments (0)

09.07.05

L'ardimento di un simile esordio

di Andrea Cortellessa

[Questo articolo di Andrea Cortellessa è apparso in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La Stampa, oggi 9 luglio 2005.]

andrea_cortellessa.JPG«Non v'è nulla che rievochi maggiormente il Nulla come il Tutto». Una frase come questa potrebbe averla detta l'oscuro Alonso Barrulho, che negli Anni Trenta strologa da una certa città spagnola, dal passato favoloso e dalle coordinate imprecisate. Perceber è la città della quale Barrulho dice, infatti (in un cartiglio recuperato, a Roma, quasi settant'anni dopo): «Ho capito che tutto ciò che mi circonda, adesso, non ha un nome: è un nome».
La pillola di gnosi non troppo vagamente borgesiana è una delle chiavi – così numerose da scoraggiarne l'uso – del «romanzo eroicomico» (così il settecentesco sottotitolo) col quale esordisce il trentacinquenne Leonardo Colombati. Il titolo è proprio il nome di quest'Anti-Roma immaginaria; la quale a sua volta si battezza da una storpiatura ispano-germanico-lusitana del latino percipere («assumere i dati della realtà mediante i sensi » – si rinvia il lettore a p. 46 per l'oggetto-sineddoche della realtà). Effettivamente Tutto e Nulla stanno – nel mondo fittizio quanto in quello cartaceo che lo evoca – in un rapporto dialettico: di mutua causalità. Per questo la minuziosa rete di rinvii alla cosmologia cabalistica – sottesa al set dei diversi quartieri romani come all'ordinamento di un simbolico Corpo Astrale –, a dispetto delle mani messe avanti in abbrivo («della struttura del nostro libro potrete agilmente disfarvi. La forma ci è servita per scrivere, non è indispensabile per leggere»), è tutt'altro che accessoria. Di fatto è ossessivamente ribadita, tanto dal doppio apparato di note (in coda al volume e – francamente di troppo – in calce a ciascun episodio) che dalle sterniane didascalie a ogni capitolo.

Nella cosmogonia ebraica, infatti, Dio dà luogo al Creato sottraendo spazio alla Propria Infinita Essenza: dalle sue emanazioni, le Sefiroth, discendono Tutte Le Cose. Possiamo far esperienza, insomma, solo di un Meno, non di un Più. A questa dialettica infinita alludono almeno due dei sotto-intrecci: quello della gamba amputata da un tram a un tipo di passaggio (e che un certo Complotto vorrebbe riappiccicargli, appunto, in parodia del Tikkun cabalistico) e quello dell'onnisciente avvocato in pensione che matura il progetto di cartografare ogni minimo dettaglio di Roma (Piano degno di Musil, impossibile per il noto paradosso di Borges: quella mappa perfetta dovrebbe riprodurre anche se stessa, e se stessa dentro se stessa – all'infinito). Entrambe Metafore del Testo: il quale si conclude, infatti, con l'intenzione di «cominciare a scrivere».
Quanto detto finora non è, non può essere, un riassunto della trama del libro. Il quale di trame ne ha una quantità debordante – finendo, dunque, per non averne alcuna (Tutto e Nulla, ancora). C'è chi ha scritto che così non si fa un romanzo, bensì «un contenitore zeppo di velleità e vanità pseudoculturali». Col che diremmo addio a Ulisse, all'Uomo senza qualità, al Maestro e Margherita e all'Arcobaleno della gravità. Non che il libro di Colombati abbia le doti di controllo – l'insolente virtuosismo – di questi capolavori. La luciferina volontà di riempire tutte le caselle del suo metafisico Gioco dell'Oca fa sì che l'autore, più volte, imbastisca episodi che si rivelano al di là delle sue forze, o che poco s'ingranano nell'economia complessiva del testo; ben altra penna richiederebbe, poi, l'emulazione del pluristilismo joyciano.
Tuttavia l'ardimento di un simile esordio va indubbiamente incoraggiato. Tanto per sottolineare l'ascendenza più discussa, è rimarchevole la fattura del calco da Pynchon. Non solo i temi-tormentone (l'Antimondo o Zona, la Cartografia, l'Entropia) e la struttura a montaggio antilineare, che allude al pluriverso descritto (in un modo che Gabriele Frasca ha definito «tardoariostesco »), ma persino i tic più idiomatici (dalle Maiuscole araldiche alle risibili Canzoncine), sono riprodotti con fanatismo genuino. E, ove appunto non si prescriva un ritorno al novel più tradizionale (come ha detto Colombati in un ragionevole intervento sullo stesso giornale che poi l'ha stroncato), proprio il nuovo romance patafisico e macaronico di Pynchon è conseguimento, fra i tardonovecenteschi, meno prescindibile di altri.
Col ritardo dovuto anche alle more delle traduzioni maggiori, l'enzima Pynchon ha del resto prodotto, da noi, più d'un risultato interessante. Se nessuno ha eguagliato il gradiente stilistico del pastiche di Tommaso Ottonieri in Crema Acida (Lupetti e Manni 1996), quête con protagonista «Nunzia Orfica Di Vaj'n» (omaggio alla Oedipa Maas dell'Incanto del lotto 49), vi ha lasciato tracce in Occidente per principianti di Nicola Lagioia (Einaudi 2004) nonché, prima e a più alta saturazione, nel trascurato quanto notevole La Verità Vadovunque di Roberto Moroni (Baldini Castoldi Dalai 2000); e ora La ragazza che non era lei, l'ultimo romanzo di Tommaso Pincio (un nome che è un omaggio a priori), per molti versi si rivela come un allusivo controcanto a Vineland – il più «politico», ed emotivo, dei libri di Pynchon.
Proprio Vineland (leggo in un suo saggio pubblicato su Nuovi argomenti) non piace a Colombati. Non stupisce scoprire, allora, che il suo fraterno sponsor Alessandro Piperno riscontri in lui la propria medesima «difficoltà a indignarsi» (mentre proprio un'accorata protesta è quella che, di là da tutte le maschere, risuona in ogni libro di Pynchon). Nel risvolto di Perceber, Piperno rassicura il lettore come allo «stile […]sofisticato fino al virtuosismo» faccia da contrappeso «un realismo sconcertante ». Quale esempio di questo «realismo» esorcisticamente evocato addurrei la scena clou del libro: un Volgare Ristoratore che, scoperto in «Orribile Carriola» con certa Steatopigia Dipendente, issofatto vien punito da un granchio balzato fuori dal suo acquario: una Grancevola che, saldamente abbrancata l'Arma dell'Adulterino Delitto, attacca a rimproverarle, cantarellando salaci couplets, tutte le sue Colpe. Realismo, come ognun vede, della più bell'acqua. Ecco: un bel passo avanti sarebbe se gli Scrittori Lodevolmente Ambiziosi si vergognassero meno di quel che fanno. O Provano A Fare.

Posted by giuliomozzi at 17:21 | Comments (6)

08.07.05

Ha già detto tutto lui

di Luca Tassinari

[Lucio Angelini riprende una recensione di Perceber ad opera di Luca Tassinari, originariamente pubblicata su it.cultura.libri col titolo "Leonardo Colombati - Perceber (2)]

[...]
- Il fatto è che non resta niente da dire.
- Scusa?
- Non resta niente da dire. L'ha detto Choukhadarian citando Calvino che citava Beckett. Secondo me ha ragione.
- Chi ha ragione, santiddio, chi?
- Beckett, quindi anche Calvino, quindi anche Choukhadarian. Il fatto è che su Perceber non resta niente da dire.
- Perché?
- Perché ha già detto tutto lui.
- Choukhadarian?
- No.
- E allora chi?
- Colombati. Ha già detto tutto lui. Ha detto come ha scritto il
libro, ha spiegato tutte le citazioni letterarie e non letterarie, ha
scritto un glossario dei termini, ha messo pure la mappa.
- La mappa?
[...]

Leggi tutto il dialogo su Perceber scritto da Luca Tassinari.

Posted by Leonardo Colombati at 15:55 | Comments (5)

07.07.05

Non leggere, ma sfogliare

di Masolino D'Amico

[Questo articolo di Masolino D'Amico è apparso nel numero 4, luglio/agosto 2005, della rivista Giudizio universale. gm].

Perceber è una cittadina spagnola i cui abitanti a quanto pare sin dai tempi dell'Inquisizione parlano ossessivamente, senza riprendere fiato: nel Romanzo eroicomico (alla Henry Fielding, che modellò ironicamente Tom Jones sui poemi antichi) di Leonardo Colombati, questo luogo semileggendario compare ogni tanto, sia attraverso il racconto di qualche personaggio erudito, sia direttamente, còlto in qualche momento della sua storia fantastica. Per esempio, il divino Marchese de Sade vi visita a un certo punto un bordello, compiendovi un'orgia dove le feci, presenza frequente per quanto sommessa in questo libro, scorrono torrenziali celebrando una specie di trionfo.
Perceber non è tuttavia al centro della trama, se di trama si può parlare per un'opera ostentatamente straripante in tutte le direzioni: il tema fondamentale e puntiglioso è un altro luogo, ossia la città di Roma, dove si svolge la stragrande maggioranza dei quarantuno episodi. Con puntiglio joyciano infatti Colombati si prefigge di visitare, nel corso di un unico volume se non di un'unica giornata (le date in cui si svolgono i fatti sono variabili ancorché sempre specificate nelle note), tutta l'Urbe, ovvero ciascuno dei suoi ventidue rioni più quindici quartieri: non per nulla uno dei peripatetici protagonisti è impegnato nell'immane compito di fotografarli sistematicamente, non senza incappare in qualche disavventura durante l'operazione.

Sempre come in Ulysses, il romanzo ha inoltre una struttura profonda e simbolica. Lì ogni momento della narrazione alludeva a un analogo dell'Odissea; qui il filo conduttore occulto è dato dalla cabala ovvero dalle fasi varie della creazione in essa indicate, secondo un progresso di ascesa a ciascun momento del quale corrispondono lettere dell'alfabeto (Alpeh, Mem, Shin, Beth...), elementi e funzioni (Aria, Acqua, Fuoco, Vita, Potenza, Vista, Udito...), organi (Cuore, Ventre, Testa...), pianeti, ecc. ecc.
Joyce tenne inizialmente per sé il suo essersi ispirato al poema omerico, limitandosi a dare qualche dritta ad amici aspiranti commentatori. Colombati invece, fierissimo della propria architettura, la esibisce in continuazione. Al lettore dice nella premessa che può anche fare a meno di tenerla presente, ma poi lo aviluppa di informazioni sulla propria ingegnosità. non solo correda il volume di tavole con gli schemi delle corrispondenze, e poi di molte pagine di note in cui illustra ogni allusione - non solo alla cabala, beninteso, ma a buona parte dello scibile umano, dalla filosofia greca alle canzonette di Fregoli; ma appone anche all'inizio di ciascun episodio un riassunto-spiegazione del medesimo. I riferimenti sono ardui da cogliere, quindi l'autochiosa ha una sua funzione. Ma è una funzione decostruttiva più che costruttiva. Presi in sé, i singoli episodi sono di solito poco rilevanti, a volte i personaggi fanno poco più che camminare raccontandosi qualcosa. Anche quelli di Joyce, si potrebbe dire. Però Joyce, sia pure nella suprema bravura stilistica, è meno preoccupato di fare ammirare continuamente il virtuosismo o la stravaganza dell'espressione.
Joyce, come Gadda, altro modello, non ammicca mai a chi legge, ma lascia che l'oggetto si imponga con la forza della propria esistenza. Colombati non si mette mai da parte. Raccontare, paradossalmente, non lo interessa; nel senso che anche quando imposta una situazione, è poi sempre pronto a accantonarla per lanciarsi in una divagazione eterogenea, e prima che obbiettiamo, a chiuderci la bocca comunicandoci che il capriccio è in realtà giustificato da riferimenti sottilissimi e raffinatissimi. Che fatica seguirlo! Ma ne vale poi la pena? Scrivere il tomo è stato indubbiamente uno sforzo (durato, ci dicono, sette anni), però illuminato dalla passione dell'autore per la propria cultura talvolta insolita. Se il lettore non la condivide, peggio per lui. Colombati fa poco per venirgli incontro. Lo farò dunque io, consigliandogli di non leggere, ma di sfogliare. Sepolte nell'autocompiacimento ci sono pagine, e per la verità non poche, piene di felicità anche descrittive; una certa stralunata Roma di oggi ogni tanto viene pur fuori. Prenderei a campione proprio quelle della zona intorno a piazza Vittorio. Qui l'evocazione di degrado urbano è vivida, l'elenco dei rifiuti dell'ex mercato diventato strano miscuglio di etnie è da antologia.

Posted by giuliomozzi at 10:12 | Comments (6)

05.07.05

Se fosse un panino sarebbe un Gran Misto

di Stefano Tettamanti

[Stefano Tettamanti ha già scritto di Perceber nelle pagine dell'edizione genovese di Repubblica. Ora torna sul luogo del delitto con un articolo apparso nel numero del 5-18 luglio di Stilos.]

stefano_tettamanti.JPGLeonardo Colombati ha scritto un grande romanzo d'esordio e ne è perfettamente consapevole. Lo sforzo sovrumano e un po' paranoico - sette anni di studi, sicuramente matti e disperatissimi - che gli è costato Perceber - deve pur aver prodotto un risultato adeguato e Colombati è troppo colto, troppo intelligente e ha letto troppi libri per non sapere di averne scritto uno eccezionale. Consapevole ma non per questo, o magari proprio per questo, meno preoccupato che l asua opera prenda il largo da sola e riesca a superare la barriera di "noia, disaffezione e indifferenza" che può impedire al lettore di avvicinarsi all'ennesima opera prima dell'ennesimo giovane scrittore. E allora vai con i giubbotti di salvataggio e i razzi segnaletici: dentro il testo, sotto forma di corsivi, puntini di sospensione, esclamativi, iniziali maiuscole; fuori testo, con cartine, schemi, sinopsi, glossari, repertori, riferimenti, fonti. Perché nulla, o il meno possibile, dello sterminato romanzo rischi di restare ignorato, frainteso, inapprezzato. La citazione più marginale, l'ammiccamento più nascosto, tutto merita di essere portato alla superficie e democraticamente condiviso.

La storia in sé è presto detta. In una torrida giornata di luglio dell'anno 2000, a Roma, un pensionato viene investito da un tram e perde (nel senso che gli viene tranciata e non la si trova più) la gamba destra. All'incidente assistono tre testimoni di cui il libro racconta vita e miracoli con la tecnica dell'accumulo in apparenza disordinato e in realtà maniacalmente organizzato: Giovanni Migliore, giornalista free lance, beatlesiano convinto, Luigi Dodo, pediatra sessualmente disturbato, e Antonio Baldini, anziano avvocato arteriosclerotico che sfreccia per le strade di Roma in sella a uno scassato Benelli per compiere il suo delirante Piano Topografico. Musica (tanta musica, da Mozart a Ornella Vanoni, passando per l'intero rock più o meno progressivo degli anni Sessanta/Settanta - ma a Colombati che nel 1970 c'è nato, i dischi di Robert Fripp e dei King Crimson, dei Fugs o dei Beau Brummels, chi glieli ha fatti sentire? - e qualche spruzzata di jazz), cinema, teatro, letteratura, architettura, politica, storia grande e storie piccole, gastronomia, calcio, ciclismo, ippica, barzellette, apologhi, sermoni, discettazioni filosofiche, tutto confluisce in un disegno fantastico e iperrealista (fosse un panino dei fratelli Gallese, nessun dubbio, sarebbe un Gran Misto, miracoloso equilibrio di almeno un milione di gusti) che vien voglia di analizzare, per goderselo meglio, da vicinissimo e da lontano.
E la Cabala? E i mistici ebraici? E la cittadina spagnola di Perceber (l'etimologia del nome rimanda, con qualche capriola, a quella particolare prestazione erotica che nella bocca trova lo strumento d'attuazione più acconcio) dove abitanti e visitatori sono soggetti a una maledizione che li obbliga a non smettere mai di parlare e dove non esistono il Silenzio, né il Bianco, né lo Zero? Naturalmente nel romanzo di Colombati c'è anche questo, ma non è che qui si possa dar conto di tutto. E comunque la Gamba trova riposo, il Piano attuazione, non senza qualche colpo di scena, e tutto il Gran Misto si ordina nella griglia in tre parti, sette capitoli e quarantuno episodi, ciascuno dei quali ambientato in un diverso rione o quartiere di Roma. Colombati saprà scrivere altri libri dello stesso valore o, come si dice, ha dato tutto quello che aveva?

Posted by giuliomozzi at 09:22 | Comments (0)

04.07.05

Ulisse alla matriciana

di Giuseppe Ierolli

[Pubblichiamo una recensione di Perceber apparsa oggi sul blog I libri in testa]

Una premessa per sgombrare il campo da equivoci: io considero l'amatriciana una delle sette meraviglie, altro che colossi o piramidi. Perciò ho messo questo titolo per parlare dell'ultimo libro che ho letto: Perceber di Leonardo Colombati (Sironi, 17 euro). Dimenticavo (visto che a proposito di questo libro si è parlato anche della lunghezza): 511 pagine (in realtà sono 428, poi vedremo perché).

Se vi piacciono i libri aggrovigliati, con tentacoli che escono dalle pagine e vi fanno girare incuriositi per vedere dove vanno a parare, avete trovato quello che fa per voi. Non ci si annoia a girare per Roma insieme ai tre protagonisti e ad altri che non si curano di coccolarvi spiegandovi ogni volta il perché e il percome. Il lettore qui, e non capita spesso, deve entrarci dentro alla vicenda, come se i giri per Roma e le evocazioni del paese spagnolo che dà il titolo al libro lo riguardassero non come estraneo, ma come una sorta di co-protagonista. E deve anche cercare di entrare dentro alle teste di chi ci si aggira, per sbrogliare la matassa. E sì, perché Perceber può anche essere letto come un giallo, dove l'ultima frase, ma proprio l'ultima, senza preparazione, ti sbatte in faccia l'assassino. In realtà non un vero e proprio assassino, ma se leggete il libro e l'ultima frase vi illumina, capirete cosa intendo.
Dicevo prima della lunghezza. Il romanzo vero e proprio finisce a pag. 428, poi ci sono quasi cento pagine di note, glossario e citazione delle fonti. Viene subito in mente la raccomandazione di Joyce per l'Ulisse: pubblicatelo nudo e crudo, senza nemmeno i titoli dei capitoli. Certo, ma vorrei vedere quale lettore italiano è riuscito a digerire l'odissea dublinese senza il bicabornato del commento di De Angelis. Perciò secondo me Colombati ha fatto benissimo a scriverselo da solo quel commento. Senza contare che se avete comprato il libro e proprio non vi è piaciuto, quelle cento pagine vi aiuteranno a consolarvi un po': ci troverete un sacco di cose che potranno interessarvi anche se Perceber vi è sembrato un guazzabuglio senza senso.
In somma, complimenti a chi l'ha scritto (Colombati), e anche a chi lo ha pubblicato e coccolato per tanto tempo (Giulio Mozzi).

Posted by Leonardo Colombati at 12:21 | Comments (4)

02.07.05

Ancora Langone

di Leonardo Colombati

L’ottimo Camillo Langone mi aveva già bacchettato qualche giorno fa, lamentando l’eccessiva lunghezza di certi romanzi italiani, recentemente pubblicati, che sfiorano – o sforano – le cinquecento pagine. Oggi, sul Foglio, Langone stila un compendio della letteratura universale in 117 punti, in forma di domanda e risposta-citazione. Al numero 45 leggiamo: “Come si fa a distinguere la qualità di un libro o di un film?” “Le opere più brevi sono sempre le migliori (Jean de La Fontaine)”. Prosegue il discorso al punto successivo: “"E allora Proust dove lo metti? E Moresco?” “La brevità è la sorella del talento (Anton Checov)”.
Ora, vi prego di considerare due cose: a) sinceramente, non riesco a capire se la questione della brevità/lunghezza di un testo letterario abbia una qualche importanza; b) mi piacciono i pezzi che Langone scrive sul Foglio, li leggo spesso e spesso mi divertono; mi stupisce, comunque, che nel suggerire una dieta letteraria il Maccheronico si sia clamorosamente allineato a certi dictat sirchiani. Già mi figuro la Circolare: del Joyce rimanga solo il primo racconto dublinese, di Tolstoj si bruci tutto tranne lo Chadzi-Murat, e quanto a quel Cervantes, bastino e avanzino i pochi versi iniziali a cabo roto.

Posted by Leonardo Colombati at 16:13 | Comments (4)

01.07.05

Langone contro i romanzi lunghi

di Camillo Langone


[Sul Foglio di martedì 28 giugno, Camillo Langone ha pubblicato un articolo in cui, tra le altre cose, dichiara il suo fastidio per "certi capolavori imprescindibili", rei di essere insopportabilmente troppo lunghi. Riportiamo qui uno stralcio dell'intervento di Langone.]


Che fine ha fatto il cugino potentino, quello che non avendo di meglio da fare leggeva i libri nuovi al posto mio? Era da un po' che non lo sentivo. Lo pensavo nel castello di Migliomico, in una delle poche stanze rimaste agibili, sprofondato nella lettura di uno di quei mattoni cartacei che ultimamente piacciono molto ai critici. L'insensibilità di costoro alla crescente lunghezza dei libri da recensire è sospetta: possibile che petulanti come sono non si lamentino dell'aumentato carico di lavoro? Non sarà che leggono a campione, carotando dieci pagine, non una di più, qualunque sia la foliazione complessiva dell'opera? Il cugino lo immaginavo curvo su un Colombati da 506 pagine o su un Moresco da 544, sul primo Genna (545) o sull'ultimo Parente (462) o su uno qualsiasi dei campioni della sottilmente ricattatoria casa editrice Sironi (il sottile ricatto è il seguente: per essere aggiornato sulla nuova letteratura italiana devi dedicare quattro ore al giorno, minimo, agli autori da noi scoperti, tutti geni assoluti che scrivono solo capolavori imprescindibili e se li trovi troppo lunghi, i capolavori, devi ritornare al Baricco da dove certamente sei venuto, e se pensi che avremmo dovuto tagliarli sei un grossolano, una specie di salumaio leghista che avrebbe tagliato anche Proust, dillo che trovi lunga la Recherche, dai, abbi il coraggio, ecco, allora è vero che sei un salumaio leghista e pure omofobo, e se dici che è statisticamente impossibile che ogni anno vengano pubblicati 12 capolavori imprescindibili di 12 geni assoluti ti rispondiamo che a Giulio Mozzi, il nostro editor, di capolavori imprescindibili ne arrivano sotto forma di manoscritto 52 all'anno e quindi il nostro catalogo è già il frutto di un duro lavoro di distillazione, di una spietata selezione). Soltanto un cugino stipendiato dalla Regione Basilicata per badare alle pietre del castello semidiruto di Miglionico può avere la voglia e il tempo di affrontare un Casadei (purtroppo non Raoul ma Umberto) da 488 pagine, un Garlini da 477, un Avoledo da 530, per non dire del terrore di tutti coloro che vivono in miniappartamenti, il voluminoso Luisitio Bianchi, 860 imprescindibili fogli...

Posted by Leonardo Colombati at 09:07 | Comments (28)

27.06.05

Al di là di ogni ragionevole dubbio

di Stefano Tettamanti

[Questo articolo è apparso venerdì 24 giugno nell'edizione genovese di Repubblica. Stefano Tettamanti è amministratore delegato dell'agenzia letteraria Grandi e Associati, una delle più importanti d'Italia. La sua rubrica nella Repubblica di Genova s'intitola: "Cavoli a merenda". gm]

stefano_tettamanti.JPGÈ un’opera mondo, per dirla con Franco Moretti. Complessità, narrazione prolungabile all’infinito, enciclopedismo, digressioni che sgretolano la centralità dell’intreccio, allegoria aperta a innumerevoli interpretazioni, stream of consciousness in abbondanza. Insomma Faust, Moby Dick, Ulisse, Bouvard e Pécuchet, Cent’anni di solitudine e via andare. Figuriamoci se mancava un pezzo di Genova: parte prima, capitolo primo, episodio secondo, p. 31; una sera del 1943 tre alicette smunte con lo swing nel sangue, Caterinetta, Giuditta e Sandra Leschan, ovvero il Trio Lescano, finiscono di cantare “saran belli gli occhi neri, saran belli gli occhi blu, ma le gambe...” al cinema-teatro Grattacielo e vengono trasferite dalla milizia al carcere di Marassi per via di quei loro nasi inequivocabilmente camusi. L’opera mondo è Perceber (Sironi, pp. 510, euro 17), è anche l’opera prima di Leonardo Colombati (Roma, 1970) e, al di là di ogni ragionevole dubbio, è un capolavoro assoluto.

Uno di quei libri che ti fanno venir voglia di telefonare agli amici: “Dammi retta, molla quello che stai leggendo e comincia Perceber, vedrai che poi mi ringrazi”. Per scriverlo Colombati ha sputato sangue per un decennio e alla fine se ne è uscito (ossa e sistema nervoso a pezzi, immagino) con il più sorprendente marchingegno narrativo scritto nella nostra lingua da un bel po’ di tempo in qua. Una costruzione magnifica che incute rispetto e provoca meraviglia ma soprattutto trasmette un infinito piacere a chi osa affrontarla. Colombati sa di aver scritto un grande romanzo (troppo intelligente, troppo colto, troppi libri letti) e ha voluto essere certo che se ne accorgesse anche il più tonto dei lettori, attrezzando il suo monstrum di un colossale apparato di riferimenti, repertori, griglie, glossari, fonti, affinché non perdesse un granello della montagna di sapienza che vi ha accumulato, ma lasciandogli l’illusione di aver scoperto tutto da solo. Caos maniacalmente organizzato, enorme panino Gran Misto dei fratelli Gallese in equilibrio perfetto fra un milione di gusti, esilarante Processo di Biscardi dove tutti parlano insieme e tu, incredibilmente, riesci a goderti ogni parola. E alla fine, esausto e frastornato, hai voglia di cominciare da capo. La trama? Sorry, ma non c’entra (in) un cavolo.

Posted by giuliomozzi at 16:15 | Comments (2)

Tra le maglie della rete e tra le strade di Roma

di giuliomozzi

rete.JPGTrespolo ci offre la terza puntata della sua recensione di Perceber a puntate. Zia Uvetta (sì, proprio lei) commenta la stroncatura di Perceber fatta da Giorgio De Rienzo, trovando qualcosa (ma non tanto) da ridire, mentre Cielinesodo scrive: "Mi ha convinto". In InternetBookShop il voto dei lettori su Perceber è: 2,79 (su 5: appena sopra la sufficienza). Spuma (alias Redazioneparnaso) recensisce brevemente Perceber in ilibriecheholetto, in Attraverso le onde e nel Parnaso ambulante. Daisy dice semplicemetne che Perceber le è "piaciuto molto". In Patrimonio Sos scopro (arrivo tardi) l'ennesima ripresa dell'articolo di Stefano Bucci su romanzi di destra e romanzi di sinistra. Hanno appena comperato Perceber il Signor Carlo, Almostblue58 e la signora Isabella, mentre Grazia Verasani ha appena cominciato a leggerlo. Quarky l'ha abbandonato a pagina 130. Vocativo, nel linkare un po' qua e un po' là, fa un po' di confusione con il genitivo (poco male). Jotaeprosecco (che si dichiara "blogger inesperto") nel suo Quaderno di caccia si domanda come mai "se un blogger senza pretese particolari recensisce a modo suo un’opera, nel caso un libro, stroncando senza pietà un autore famoso (o famosissimo) non succede nulla", mentre "se lo stesso blogger si mette in testa di recensire benevolmente, o difendere da recensioni negative altrui, un autore ancora non perfettamente del tutto inserito nella società artistica, magari uno di quelli per cui la gran parte dei blogger si identifica e forse, sotto sotto invidia perché, è evidente, tale autore è uno che inizia a uscire dalla massa indistinta e anonima degli frustrati aspiranti scrittori, allora, apriti cielo! Scoppiano accuse di: partigianeria, supposta amicizia non dichiarata con lo stesso o con chi gli fa da editore, faziosità o appartenenza ad una claque o clan acriticamente osannante": e invita, Jotaeprosecco, chi volesse farsi un'idea dei comportamenti che così descrive, a dare un'occhiata proprio a perceber.com. Mettendo in Google le parole chiave "colombati perceber", i risultati sono circa 11.500...

Ma il mistero più misterioso è la citazione di Perceber che si fa nel sito www.stradario.roma.it. Riporto il testo pari pari, e giuro che non c'è nessun pasticcio di Html (l'originale è qui):

PERCEBER: Aprile 2005 Archives
29.04.05. Medicine Show e i cattivoni. di giulio mozzi contemporanea". Già , Roma. Leonardo Colombati è nato qui, il o prendere il libro bello e fatto senza tagli nà muove". Alla Feltrinelli di Largo di Torre Argentina mi presento
Fonte: www.perceber.com/archives/2005/04

Se qualcuno ha spiegazioni...

Posted by giuliomozzi at 15:07 | Comments (2)

Un incipit può valere un patto di nozze

di Giuseppe Genna

giuseppe_genna_travisato.gifLa letteratura vive di ritmi, ma il ritmo è inesistente se non è diseguale: apici e vuoti, o differenze di temperatura. Lo stato adiabatico non si confà alla letteratura ed è tipico invece di ascesi ben riuscite, è cosa da Dalai Lama. Spesso le questioni di ritmo si decidono nel breve periodo, visto che nel lungo saremo tutti morti. Un incipit può valere un patto di nozze...

Così Giuseppe Genna, in un suo "intervento esperienziale" dedicato all'incipit di Perceber.

giuseppe_genna_travisato.gif

Posted by giuliomozzi at 14:37 | Comments (1)

22.06.05

Le sue personalissime impressioni [2]

di Trespolo

...vi avviso: la lettura non è semplicissima, anche se scorre pur se con qualche piccolo eccesso, a mio parere, nella ricerca del termine ad effetto ad ogni costo, che la prima volta che lo trovi va anche bene, ma la seconda te lo ricordi ed inizia a diventare una ripetizione. Niente di grave comunque: non infastidisce e non toglie nulla...

Eroicamente Trespolo continua la sua recensione a puntate di Perceber. Ecco la seconda puntata.

Posted by giuliomozzi at 22:53 | Comments (0)

Le sue personalissime impressioni [1]

di Trespolo

...ho deciso, oggi pomeriggio, di acquistare una copia di Perceber in una delle librerie di Brescia e, per non far torto a nessuno, pubblicare a mò di romanzo d'appendice, le mie personalissime impressioni nell'avanzare lento della lettura di una simile opera...

Così il buon Trespolo inaugura la sua recensione a puntate di Perceber. Ecco la prima puntata.

Posted by giuliomozzi at 02:05 | Comments (5)

21.06.05

Joyce, Beamon, Louganis e Perceber

di Leonardo Colombati

ulysses_1.JPGL'articolo di De Rienzo su Perceber è uscito di venerdì 17; non si sfugge alla cabala – anche quella considerata nella sua accezione più popolare.
È ovvio che la recensione non mi abbia fatto piacere. Solo il samurai che abbia seguito diligentemente Il libro dei cinque anelli potrebbe rimanere insensibile e continuare a prepararsi per il grande vuoto.
Eppure oggi, che sono passati quattro giorni, sto iniziando a chiedermi non tanto se De Rienzo abbia torto o ragione, ma dove risiedano l’uno e l’altra.
Iniziamo dai torti? No, iniziamo – e finiamo – con le possibili ragioni.

Sicuramente egli non ha ragione quando pretende di stilare un decalogo per il “bravo romanziere”. È roba da saltare a pie’ pari con uno sbadiglio.
Mi ha colpito, invece, questo passaggio: la mia sarebbe “una scrittura torrenziale generalmente sciatta che finge di accettare tutti gli stili, per non saperne creare uno originale”. Ovviamente, se le cose stessero davvero così, avrei miseramente fallito.
Qual era la mia intenzione, riguardo allo stile, quando ho scritto Perceber? Quello, appunto, di accettare tutti gli stili, parodiandoli. Se – come con poca originalità ho stabilito in Perceber – “il Mondo è il Libro”, allora ogni evento va registrato utilizzando la tecnica narrativa che nella storia della letteratura è stata maggiormente usata per descrivere quell’evento.
ulysses_2.JPG
Perceber plagia indegnamente l’Ulisse non solo quanto a struttura (di là la mappa di Dublino e l’Odissea, di qua la mappa di Roma e la cosmogonia cabalistica), ma anche in questa precisa scelta stilistica.
A proposito del romanzo di Joyce, in una sua Lezione Nabokov disse: “Ogni capitolo è scritto in uno stile diverso, o più esattamente con un diverso stile predominante. Non c’è nessun motivo particolare perché accada questo – perché un capitolo debba essere raccontato in modo convenzionale, un altro con il gorgoglio del flusso di coscienza, un terzo attraverso il prisma della parodia. Non c’è un motivo particolare, ma si può sostenere che questo spostamento costante del punto di vista trasmette una conoscenza più varia, nuovi squarci vividi da questa o da quella direzione. Se avete mai provato, stando in piedi, a chinare il capo in modo da guardare indietro tra le ginocchia, con il viso capovolto, vedrete il mondo in una luce totalmente diversa. Provate a farlo sulla spiaggia: è molto divertente veder camminare la gente, quando la guardate da sotto in su. Sembra che, a ogni passo, liberino i loro piedi dalla colla della gravitazione, senza rimetterci in dignità. Bene, questo trucco di cambiare prospettiva, di modificare il prisma e il punto di vista, può essere paragonato alla nuova tecnica letteraria di Joyce, a questa nuova contorsione grazie alla quale vedete un’erba più verde, un mondo più fresco” (V. Nabokov, James Joyce: Ulisse, in Lezioni di letteratura).
Joyce è stato il Bob Beamon della letteratura moderna; come Beamon, inaspettatamente spiccò un salto e ne ridiscese anni-luce avanti (mezzo metro più in là del salto fino a quel momento più lungo). Gli 8 metri e 90 dell’atleta americano furono imbattibili per ventitré anni. Il record di Joyce è durato di più; non saprei dire esattamente quando e da chi è stato battuto (o almeno eguagliato). Ma so che Joyce non è più il primatista mondiale della sua specialità perché, rileggendo l’Ulisse dopo una sfilza di altri libri ad esso posteriori, mi sono detto: “Me lo ricordavo meglio”. In effetti, il valore dell’Ulisse stava – quasi – tutto nella sua inconcepibile novità, nell’essere un libro che schizzava come un proiettile fuori dal decennio in cui era stato progettato, verso i decenni a venire.
ulysses_3.JPGVengo al punto: rifare Joyce (nella struttura e nello stile), oggi, è come saltare in lungo 8 metri e 90. Un ottimo risultato, certo; ma non un record. Il primato appartiene a Mike Powell con 8 e 95.
In un suo divertente saggio, Raffaele La Capria paragona la letteratura ai tuffi dal trampolino, sostituendo a Beamon, Lewis e Powell i nostri Cagnotto e Dibiasi ed il campione americano Greg Louganis. “Cosa occorre” scrive, “perché un tuffo sia bello e meriti il punteggio più alto, da uno a dieci? La prima cosa è la perfezione della figura: nella partenza, in aria e nell’entrata in acqua. (…) La perfezione deve essere assoluta, ma per raggiungere il suo massimo deve per forza affrontare il rischio. Un tuffo è tanto più bello quanto più alto si svolge sulla tavola del trampolino. Ma più alto si slancia il tuffatore sulla tavola, più la tavola per una legge fisica lo attira a sé. Lo slancio più alto sarebbe infatti quello perpendicolare alla tavola, e il tuffatore pagherebbe l’altezza raggiunta ricadendo sul trampolino. C’è come si vede, un collegamento molto stretto, immediato, tra la bellezza del tuffo e il pericolo che si corre.”. Dopo aver passato in rassegna diversi stili di tuffi (Giro di vite di James viene paragonato al salto mortale e mezzo in avanti carpiato con avvitamento), La Capria si concentra sul triplo salto mortale e mezzo dal trampolino di tre metri, quello con il quoziente di difficoltà più elevato: “Un tuffo se è troppo difficile (…) diventa anche troppo atletico, diventa o può diventare una faccenda in cui entra troppo la tecnica e il muscolo, ed è difficile allora che incontri la grazia e la bellezza. Così in letteratura, presto m’avvidi, i giochi troppo evidenti di abilità, le complicazioni esibite di struttura e i manierismi del linguaggio, le difficoltà da triplo salto mortale di certi avanguardismi e di certo sperimentalismo, difficilmente raggiungono quel giusto equilibrio tra senso comune e senso estetico (tanto per intendersi) cui dovrebbe attenersi uno scrittore” (R. La Capria, Letteratura e salti mortali, in Opere).
Come esempio di tuffo perfetto, La Capria cita L’urlo e il furore di Faulkner (“un tuffo ad alto coefficiente di difficoltà eseguito con una tecnica tanto raffinata da scomparire nella bellezza del risultato”). Il tuffo troppo “muscoloso”, invece, potrebbe essere benissimo quello di Joyce: uno di quegli slanci nel vuoto che si vedono ad Acapulco, buoni per il Guinness dei Primati; ma le Olimpiadi le vince Faulkner.
Quando scrivevo Perceber, io di queste differenze mi rendevo conto; e capivo che “costruire” un nuovo Ulisse sarebbe stato del tutto velleitario se all’interno della struttura, all’interno dello stile, non fosse sopravvissuto un nucleo incandescente: quello delle emozioni, della bellezza della tragedia cui avevo destinato i miei tre protagonisti.
Potrei anche rovesciare la questione, asserendo che il vero romanzo che volevo scrivere era tutto ricompreso in quel nucleo; ma che, per vergogna della pateticità, del romanticismo insito in quel nucleo, io l’abbia voluto rivestire con una corazza quasi impenetrabile.
Quasi.
Ecco, tutto si gioca in questo “quasi”. Se l’armatura ha soffocato il corpo, in Perceber, allora ha perfettamente ragione De Rienzo.
Su questo – se proprio si vuole – bisognerebbe discutere.

Posted by Leonardo Colombati at 17:11 | Comments (31)

Un testo mastodontico questo

di Angelo Petrelli

Gli ultimi tre mesi sono stati una vera e propria“rivelazione” per il lettore attento e per l’intera letteratura contemporanea italiana. Prima Piperno, Con le peggiori intenzioni già best-seller per Mondatori, poi Pincio, La ragazza che non era lei per Stile Libero Einaudi; ed ora disponibile, a completare questo straordinario trittico narrativo, Perceber romanzo eroicomico di Leonardo Colombati per Sironi editore. Un testo mastodontico questo di Colombati, romano classe ’70, veramente una prova incredibile.

Leggi il séguito di: "Un testo mastodontico questo" nel blog di Angelo Petrelli

Posted by Leonardo Colombati at 10:13 | Comments (0)

Regulae

di Massimo Adinolfi

[Massimo Adinolfi ha recensito favorevolmente Perceber nel quotidiano Il riformista (leggi la recensione). Questo nuovo intervento è uscito oggi nel suo blog.]

[...] L’amministrazione di un condominio si fonda (quando si fonda) su regole minime, la morale si fonda su regole minime, la democrazia si fonda su regole minime, il metodo scientifico si fonda su regole minime, l’arte no, la letteratura no (e non la religione, e non la filosofia: il caro, vecchio spirito assoluto di Hegel!). Se De Rienzo mi porta un esemplare di scrittore che abbia una qualche sia pur minima ambizione letteraria, e mi fa vedere come quell'ambizione sia sostenuta dal rispetto delle regole minime, io riprendo la penna e stronco Perceber (anche se il Corriere non pubblicherà una seconda stroncatura). Altrimenti, stronco De Rienzo (e anche in questo caso il Corriere non mi ospiterà). [...]

Leggi il séguito di: "Regulae"

[Questo post di Massimo Adinolfi viene rilanciato anche da Loredana Lipperini qui, in Lipperatura]

Posted by giuliomozzi at 09:44 | Comments (0)

Perceber mi ha reso amimico

di Federico

[...] Ho comprato Perceber il 5 Maggio, giorno della sua uscita.
L’ho letto in un paio di settimane e da allora – fate voi i conti! – ancora non riesco a farmene un’idea precisa.
Sono un tipo logorroico, chi mi conosce lo sa bene. Mi piace parlare dei libri, sponsorizzarli con le pupille a forma di cuore oppure storcere la bocca, raggrinzirla tutta, fare il broncio ogniqualvolta ne resti deluso.
Perceber mi ha reso amimico. Le guance, la bocca hanno perso elasticità. La lingua si è attorcigliata su se stessa, si è annodata ; ed è per questo che quando qualcuno – ed è già successo – mi chiede “com’è?”, io rispondo “da leggere”. E se mi chiedono di argomentare, io resto inebetito, assumo un habitus paralitico, e aggiungo “è impossibile da spiegare”.
Perché sono convinto che la reazione più naturale, di fronte al libro eroicomico, è questa: restare paralizzati, immoti, con un grande giramento di testa: Perceber trasforma la vostra poltrona, la bella poltroncina calda su cui affondano i vostri glutei flaccidi, nel crazy dance del luna park. [...]

Leggi il séguito di: "Perceber mi ha reso amimico"

Posted by giuliomozzi at 09:17 | Comments (0)

20.06.05

Un contenitore zeppo di acredine e vanità pseudocritiche

di giuliomozzi

[Questo articolo di Giulio Mozzi non è apparso nel Corriere della sera di oggi 20 giugno 2005. Riprende una recensione di Giorgio De Rienzo a Perceber apparsa qualche giorno fa.]

bretelle.JPGForse occorrerebbe a tutti noi che ci occupiamo di letteratura per professione prenderci una pausa di riflessione e chiederci se non sia un po’ sciocco (e miope) deludere (se non ingannare) i lettori che non sono già tanti e proprio per ciò andrebbero rispettati. Critici e giornalisti, blogger e commentatori in rete quest’anno hanno stroncato con alterigia frettolosa (magari senza averli letti) i coraggiosi esordi di alcuni giovani scrittori, degradandoli a velleitari e spocchiosi vagiti, montando discussioni a senso unico, discutendo dottamente se questi romanzi fossero di destra o di sinistra (perché questo è davvero importante, oggi, in Italia: sapere da che parte stai), piuttosto di porsi seriamente il problema se si trovassero di fronte a opere narrative più o meno valide. Si è partiti da Con le peggiori intenzioni (Mondadori) di Alessandro Piperno, per arrivare a Perceber, «romanzo eroicomico», di Leonardo Colombati (Sironi, pagine 508, 17): un libro che è un contenitore dalla scrittura torrenziale di cui è difficile persino (come è difficile, poniamo, per l'Ulisse di Joyce o per l'Orlando furioso di Ariosto o per Gargantua e Pantagruele di Rabelais) fare un riassunto che possa stare in piedi per presentarlo al lettore. Fermiamo tutto allora. Cerchiamo prima di chiarirci se esistano (e quali siano eventualmente) le regole più semplici perché una recensione possa non dico diventare un vero saggio critico, ma offrire al lettore un dignitoso servizio d'informazione.

La domanda banale insomma è questa: si possono stabilire punti di riferimento elementari, per quanto molto flessibili, oppure dobbiamo restare in balia del giudizio dei soliti quattro accademici con libero accesso alla grande stampa, interessati solo a far fuori qualunque testo non corrisponda ai loro gusti di lettori d'antan? Non intendo insegnare niente a nessuno. Vorrei soltanto capire se chi legge un romanzo, prima di recensirlo e linciarlo, prima di scriverne per poi farne polpette, abbia ancora la disponibilità ad appassionarsi alla storia (o all'intreccio di storie), a incuriosirsi per la struttura (seria o giocosa) che la sorregge, ad apprezzare non solo il virtuosismo stilistico ma anche la pura forza di una scrittura.
Non mi pare di imporre principi che neghino la libertà critica la quale, rimane ovviamente sacrosanta per qualsiasi recensore in quanto connaturata all’idea stessa di lettura. L’alternativa possibile a questa apertura verso le varietà narrative, che non si lega a una sola visione del mondo, può essere certamente quella di un canone chiuso (e autarchico) che si erga a difesa contro il caos del mondo. E’ l’alternativa però più difficile, che richiede un rigore critico e una capacità persuasiva eccezionali.
Un recensore può dunque appellarsi alle regole del romanzo "ben fatto", accumulare - come accade a Giorgio De Rienzo nella sua recensione a Perceber di Colombati - spezzoni di analisi e anche magari abbandonarli al loro destino, mescolare pregiudizi e strizzatine d'occhio, sovrapporre argomenti incongrui, adottare una retorica in cui la direttiva principale diventi quella del rifiuto preventivo. Ma allora perché De Rienzo sente il bisogno di appoggiare la sua autarchia critica sopra una quantità di luoghi presunti comuni, tentando di precostituire l'orientamento del lettore, e di accumulare una serie di preterizioni che giustificherebbero l'esenzione dal vero lavoro critico? La realtà è che il critico, fiero di disporre d'un certo numero di righe nel più importante quotidiano nazionale, si sente autorizzato a vomitarvi dentro liberi pensieri sparsi, a esibire la sua incultura (scambiando per "brani di canzonette" quello che è un parossistico citazionismo pop, irridendo relativisticamente qualunque apertura cosmologica, disprezzando arcadicamente l'irruzione nel romanzo della cronaca, confondendo la Kabbalah col Talmud, lanciando oscure frecciate - già che c'è - al filosofo Gianni Vattimo, colpevole solo di aver pubblicato alcuni testi in una collana garzantiana, peraltro defunta da anni, denominata "Coriandoli"), con una scrittura stit