19.06.07
Saul Bellow e il romanzo delle idee
[Questo mio articolo, scritto in occasione dell'uscita del primo Meridiano dedicato a Saul Bellow, è stato pubblicato su Il Giornale il 9 giugno 2007.]
Abraham Belo abitava a San Pietroburgo, dove si guadagnava da vivere importando fichi dalla Turchia e cipolle dall’Egitto. Nel 1913 sbarcò in Canada assieme alla moglie e si stabilì a Lachine. Due anni dopo nacqe Solomon, Solomon Belo: l’uomo che si cambierà il nome in Saul Bellow, l’uomo che vorrà scrivere in inglese e che va ad insegnare a Princeton, dove le mogli dei professori fanno la spesa in tenuta da tennis o da equitazione – il regno del conformismo WASP, pieno di umanisti dalle scarpe di camoscio che si divertono a fare battute antisemite. Nei dipartimenti di anglistica, il giovane Saul viene guardato dall’alto in basso in virtù di una consolidata pratica discriminatoria che alligna anche tra gli scrittori modernisti: T.S. Eliot erige un monumento di ostilità nei confronti degli ebrei nel suo After strange Gods; Henry James disprezza pubblicamente gli immigrati del Lower East Side e Ezra Pound, nei Cantos, fa lunghe tirate contro gli ebrei usurai. Ma la tenacia, l’ambizione e il talento di Saul Bellow sono indistruttibili e nel 1953 l’incipit del suo romanzo Le avventure di Augie March chiude per sempre in un sarcofago il libro dell’Esodo a stelle e strisce. Augie March, infatti, esordisce così: “Sono americano, nato a Chicago”, rivendicando l’emancipazione dalla propria matrice ebraica. È inaudito che un ebreo accantoni l’yiddish e si permetta di scrivere in inglese; ed è un inglese che farà mangiare il cappello ai tanti Rockerduk di Princeton e della Northwestern, zeppo com’è di allusioni a Omero e a Shakespeare, di echi di Dickens, Balzac, Tolstoj e soprattutto di Joyce.
È proprio alla Dublino di quest’ultimo che Bellow tenta di rifarsi quando vuole far rivivere sulla pagina la sua Chicago: “Applicava al rognone di maiale, alle latrine e ai funerali di Dublino una lingua della potenza miltoniana che mescola eleganza e voci della strada, canzonette popolari, oscenità, slogan pubblicitari e risonanze omeriche, poesia e stupidaggini, alto e basso”, dice Bellow dell’irlandese. Ma è come se stesse parlando di se stesso.
Con Le avventure di Augie March, Bellow dà corpo all’idea che la narrativa sia una forma più elevata di autobiografia. E lo fa dicendo due bugie nello spazio di cinque parole. Avrebbe dovuto scrivere, infatti: “Sono canadese, nato a Montreal”. Però non sarebbe stato “vero”: il fatto è che Bellow non scrive di sé ma delle sue versioni idealizzate. Basti un dato: Bellow era basso di statura – poco più di un metro e sessanta –, eppure non è difficile rintracciarlo sotto le maschere di alcuni suoi personaggi giganteschi (nel senso longitudinale del termine), quali Artur Sammler, Eugene Henderson e il professor Corde. Il piccolo ebreo che vuole scappare dal ghetto diventa alto e americano. Ma il Paradiso è perduto. In tutti i romanzi di Bellow, solo i padri e le madri lasciati alle spalle hanno un cuore: i figli devono farsi largo in un mondo che non è il loro. La città (Chicago o New York) è descritta con tratti iperrealistici: vertiginosa, magnetica, affascinante ma irrimediabilmente fredda, come se si trattasse di un altro pianeta. L’intero opus bellowiano è dedicato alla lotta titanica dell’ebreo che cerca di assimilarsi a un universo misterioso e ostile, governato da regole oscure.
In Bellow non c’è mai azione drammatica: tutti i suoi libri sono (ri)costruzioni dei processi mentali dei loro protagonisti. Non è questione di stream of consciousness joyciano. L’ebreo che va pellegrino nel mondo crede – così come da tradizione ebraica – che la salvezza può arrivare soltanto dal “pensare bene”, ovvero dall’arrivare alla radice delle cose. Il pensiero è l’unica forma di virtù. I romanzi maggiori di Bellow – Herzog, Il dono di Humboldt, Il pianeta di Artur Sammler, Ravelstein – sono cunicoli costruiti per accedere nel luogo dove si formano le idee di Moses Herzog, di Charlie Citrine, di Artur Sammler, di Abe Ravelstein, tutta gente il cui unico scopo è quello di evolversi intellettualmente per raggiungere la capacità di esprimere le “giuste opinioni” sulle cose del mondo. Il resto è contorno. Gli intellettuali, nei libri di Bellow, sono quelli che hanno sempre idee sbagliate; mentre le donne e i personaggi della strada (come il gangster Cantabile ne Il dono di Humboldt) sono degli inconsapevoli “maestri di realtà” da cui prendere spunto: cavie da studiare, di cui servirsi. L’amore, però, è un’altra cosa… La trama di Herzog, ad esempio, può essere riassunta così: è la storia di una cornificazione. Ma non è che un pretesto: ciò che conta è Moses Herzog, sull’orlo di un esaurimento nervoso, che sopraffatto dal bisogno di sfogarsi, di giustificare, di sistemare in prospettiva, di fare ammenda, decide di scrivere lettere polemiche “a chiunque sotto il sole”: giornali, politici, amici, parenti, e alla fine pure ai morti.
Bellow è il campione della digressione. I suoi romanzi sono slabbrati, fanno acqua da tutte le parti, sembra sempre che non stiano su insieme. Il suo ultimo grande libro, Ravelstein, inizia addirittura con una specie di lunga nota a piè di pagina. L’autobiografismo è nelle idee. Per questo Bellow – l’effervescente Bellow, il comico e leggero Bellow – è il più politico degli scrittori americani. Dapprima è stato un radicale di sinistra che frequentava la “Partisan Review”; poi un reazionario che nel ’68 a San Francisco, durante un dibattito, venne così apostrofato da uno studente: “Sei un conformista del cazzo. Uno stronzo. Sei vecchio, Bellow. Non hai le palle”. Si stava discutendo sulla distinzione operata dal drammaturgo afroamericano LeRoi James tra arte dei neri e arte dei bianchi. Una cosa che mandò Bellow fuori di testa. La risposta fu: “Va bene, scegliamo una signorina tra il pubblico per una seduta di prova e poi ne riparliamo”. Non proprio adatta in tempi di femminismo. E poi: “Non si fondano le università per distruggere la cultura. Per quello si chiamano i nazisti”. In quegli anni, Bellow divenne un facile bersaglio per quella che definì una “generazione narcotizzata e infiorata”. E lui non faceva niente per schivare le pallottole: “Il fior fiore del mondo artistico si liscia le penne”, scriveva, “perfino i malati e i prossimi a morire bevono gin al sole e chiacchierano di riformismo o rivoluzione, di anarchia, di guerriglia urbana, di attivismo… innalzando palazzi imponenti su fondamenti di infelicità personale”. Una volta esplose con una sua studente femminista: “Macchè liberazione delle donne! Voglio vedervi da qui a dieci anni: l’unica conquista del vostro movimento saranno i seni cascanti!”. L’ebreo che un tempo partì “come Colombo alla scoperta dell’America” ne stava diventando il suo polemico censore, così come apparve chiaro quando uscì Il pianeta di Artur Sammler, un libro volto deliberatamente, come osservò il critico Joseph Epstein, “a offendere intere categorie del pubblico dei lettori oltre che la maggior parte di coloro che scrivono di libri”.
Incredibilmente – vista l’ottusità che regna a Stoccolma – nel 1976 a Bellow diedero il Nobel. Nel suo discorso di ringraziamento, polemizzò con Robe-Grillet secondo il quale nelle grandi opere contemporanee non ci sono più personaggi, perché non è più importante avere un nome e un carattere così come lo era ai tempi della borghesia di Balzac. “Eppure”, disse Bellow, “io non mi stanco mai di leggere i grandi romanzieri. È possibile che i personaggi tanto vividi dei loro libri siano morti? È possibile che gli esseri umani siano finiti? L’individualità dipende veramente così tanto dalle condizioni storiche e culturali? Dobbiamo proprio accettare la spiegazione che di quelle condizioni danno tanto autorevolmente scrittori e psicologi?”. La risposta è no: “Non dobbiamo permettere che gli intellettuali diventino i nostri boss!... Un romanzo ci promette un significato, l’armonia, persino la giustizia. Quanto diceva Conrad era vero: l’arte cerca di trovare l’universo, nella materia nonché nei fatti della vita; ciò che vi è di fondamentale, durevole ed essenziale”.
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08.03.07
Bob Dylan & Gregory Peck
Clicca qui per leggere Bob Dylan & Gregory Peck, note a margine della canzone Brownsville Girl.
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05.03.07
Wallant: quando il ricordo è uno strozzino

[Questo mio articolo è stato pubblicato sul Giornale sabato 3 marzo 2007. Su Wallant avevo già scritto qui. lc]
Secondo la tradizione giudaico-cristiana, Adamo ed Eva mangiarono il frutto proibito e furono cacciati dall’Eden. Da sessant’anni a questa parte, per gli ebrei, il peccato originale è stato per così dire sostituito da un delitto meno simbolico; anzi, così reale nella sua burocratica contabilità (sei milioni di morti) da imporsi definitivamente come la prova che esiste – tra noi, in noi – il male assoluto. Per i cattolici, duemila anni fa, Gesù morì sulla Croce per redimerci dall’atto di superbia commesso dai nostri lontani progenitori. Nessun Dio, per contro, ci ha redento dal nuovo peccato, quello commesso nei campi di concentramento: la Shoah è ancora impunita (nessuna pena può essere proporzionata a quel delitto); ma soprattutto è ancora inspiegabile e per molte persone addirittura non è mai avvenuta. Le generazioni che si succedono si allontanano dal momento dell’Olocausto e i negazionisti crescono nei vuoti di memoria e nell’indifferenza.
Per gli ebrei, ricordare la Shoah è questione di sopravvivenza. Per tutti gli scrittori ebrei arriva il momento in cui farci i conti; anche per coloro che attraverso la letteratura hanno cercato – hanno voluto – l’assimilazione. Prendiamo ad esempio i due più grandi scrittori ebrei d’America, Saul Bellow e Philip Roth. Quest’ultimo raccontò una volta di quando Bellow gli disse che da qualche parte nel suo “sangue di immigrato ebreo c’erano tracce cospicue di dubbio sul fatto che io avessi il diritto di praticare il mestiere di scrittore”. In effetti, ancora alla fine degli anni Quaranta, un ebreo che sognava di diventare un romanziere americano veniva scambiato per pazzo. Ma nel 1987, Roth potrà affermare di essere uno scrittore “ben più di quanto sia ebreo”. Era successo che nel 1953 Bellow aveva pubblicato Le avventure di Augie March, in cui il protagonista rivendicava l’emancipazione dalla propria matrice ebraica esordendo così: “Io sono americano, nato a Chicago”. E sedici anni più tardi, l’Alex Portnoy di Roth confessava al suo psicanalista: “Scopando, scoprirò l’America. Conquisterò l’America”.
Chiarito il punto riguardo alla propria assimilazione, a un certo punto della loro carriera sia Bellow che Roth hanno sentito la necessità di guardare indietro, da una prospettiva di americani che rivendicano la propria ebraicità. Nel 1969 Bellow pubblica Il pianeta di Mr. Sammler, in cui il protagonista è un vecchio intellettuale che durante la seconda guerra mondiale – molto tempo prima di prendersela con i neri, gli hippies e una nipote ninfomane – s’era scavato la fossa assieme a decine di altri internati. Sotto la minaccia delle armi aveva fatto il salto, atterrando sui corpi nudi, ancora vivi, e sporchi di terra. Subito, nuove ginocchia e gomiti e piedi l’avevano colpito dall’alto, schiacciandolo. Così, sepolto, aveva udito il rumore dei mitra, i gemiti dei compagni, sopra e accanto a lui, colpiti, e il suono delle pale che ricoprivano la buca. Poi… “s’era scavato, a forza di unghie, la strada per uscirne” scrive Bellow. “Non c’era alcun merito speciale, non c’era alcuna magia”. Scampato così ai nazisti, Sammler, avrebbe avuto di lì a poco la straordinaria opportunità di uccidere a pistolettate un militare tedesco. Opportunità che sfrutta; decisione che per tutta la vita non riuscirà mai a pentirsi di aver preso. Ne Lo scrittore fantasma di Roth, invece, il giovane romanziere Nathan Zuckerman fa visita al suo maestro E.I. Lonoff e scopre che la misteriosa ragazza con cui abita e che dice di chiamarsi Amy Bellette altri non è che Anna Frank, sopravvissuta all’Olocausto e rifugiatasi in America.
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Il tema del sopravvissuto - al centro de Il pianeta di Mr. Sammler e de Lo Scrittore fantasma – sembra il più adatto a raccontare il “nuovo peccato originale”. Scrive Primo Levi in una prefazione a La tregua: “Il Lager si dilata ad un significato universale, è divenuto il simbolo della condizione umana stessa e si identifica con la morte, a cui nessuno si sottrae. Esistono remissioni, ‘tregue’, come nella vita del campo l’inquieto riposo notturno; e la stessa vita umana è una tregua, una proroga; ma sono intervalli brevi, e presto interrotti dal ‘comando dell’alba’, temuto ma non inatteso”.
C’è un romanzo, tra tutti gli altri, che forse ha saputo tradurre perfettamente la terribile allegoria di Levi. Si tratta de L’uomo del banco dei pegni di Edward Lewis Wallant (finalmente ora riedito in Italia). Sol Nazerman, così come Arthur Sammler, è un reduce dei campi di sterminio che fa di tutto per starci antipatico. Il personaggio di Bellow è razzista, misogino e non sa perdonare il mondo per ciò che il mondo gli ha inflitto. Similmente, Sol Nazerman, vive alla lettera il significato letterale della parola Shoah, che significa “distruzione” ma anche “desolazione”. L’orrore che ha provato lo ha del tutto inaridito: rifiuta ogni contatto umano, vive chiuso in se stesso e pratica con cinismo il suo mestiere; ha un banco di pegni ad Harlem che gestisce come un vero e proprio usuraio e avverte “un perverso piacere al sentirsi affine a tutti i secoli di Shylock untuosi e deferenti. Sì, lui, Sol Nazerman esercitava l’antica professione tanto disprezzata; e sopravviveva!”.
Quando è dietro il banco dei pegni e “prova un pallido conforto al solo toccare e spostare un poco i vari oggetti”, Sol Nazerman riesce quasi ad essere vivo. Ma è solo una tregua: i fantasmi del ricordo tornano a perseguitarlo; di notte sogna reticolati contorti e rugginosi, una torretta di legno, il pesante scalpiccio degli stivali, l’odore di carne bruciata, il fumo dei corpi, “fuggevole, untuoso”. Quando giunge il mattino, il vecchio usuraio capisce di aver sentito il “comando dell’alba”: quel Wstawac che in polacco significa “alzarsi”. È una voce, dirà Primo Levi, “che invita alla morte, ed è sommessa perché la morte è iscritta nella vita, è implicita nel destino umano, inevitabile, irresistibile; allo stesso modo nessuno avrebbe potuto pensare di opporsi al comando del risveglio, nelle gelide albe di Auschwiz”.
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Quando uscì, L'uomo del banco dei pegni ebbe un grosso successo di pubblico e di critica. Nel 1964 diventò un film con Rod Steiger, per la regia di Sidney Lumet. Wallant era già morto. Lavorava come art director in una agenzia di pubblicità newyorkese e a trentaquattro anni aveva debuttato con il romanzo The human season. L’anno successivo, nel 1961, era stata la volta del suo best-seller. Sette mesi dopo un aneurisma lo stroncava. Avrebbe potuto dare filo da torcere a Saul Bellow e a Philip Roth. E invece, dopo che negli anni Sessanta furono pubblicati due suoi romanzi postumi (The tenants of Moonbloom e The childern at the gate), tutti lo dimenticarono, fino a quando nel 2003 The Tenants of Moonbloom riemerse dall’oblio con un’entusiastica prefazione di Dave Eggers (nel 2005 uscì in Italia con il titolo Gli inquilini di Moonbloom). Ora tocca a L’uomo del banco dei pegni. Chissà… Sarebbe bello che i lettori concedessero almeno una tregua postuma a questo grandissimo, sfortunatissimo scrittore.
Posted by Leonardo Colombati at 09:52 | Comments (3)
20.03.06
Joyce Carol Oates: la controstoria femminile dell'American Dream

di Leonardo Colombati
[Questa mia recensione del nuovo romanzo di Joyce Carol Oates, "Le Cascate", è apparsa su Il Giornale, mercoledì 15 marzo 2006]
Secondo Martin Amis, l’Alta Autobiografia è il genere letterario che attraversa e informa il ventesimo secolo in contrapposizione al romanzo postmoderno. «In un mondo che diventa sempre più inafferrabile, ma soprattutto sempre più mediato», scriveva, «il rapporto diretto con la propria esperienza è l’unica cosa di cui ci si possa fidare».
Joyce Carol Oates, americana, classe 1938, fa Alta Autobiografia da quarant’anni, sfornando una lunga serie di romanzi per i quali, prima o poi – se c’è giustizia a questo mondo – a Stoccolma si ricorderanno di assegnarle un meritatissimo Nobel. Eppure il suo approccio al “genere” non è di tipo classico: la Oates non è mai la protagonista dei suoi libri, ma si cela dietro le multiformi maschere dei suoi personaggi femminili. «L’America era atomi nel vuoto; atomi in continuo movimento che si toccano, rimbalzano e di rimbalzo saltano nello spazio» scriveva in Un giorno ti porterò laggiù. Quegli atomi sono le donne; anzi la Donna. La Oates si è data un compito: scrivere una controstoria femminile dell’America, per fare i conti con quella grande illusione chiamata American Dream. Contro le diverse incarnazioni di questo sogno combattono le eroine dei suoi romanzi. In Un giorno ti porterò laggiù, la giovane studentessa universitaria Anellia sperimenta drammaticamente tutta l’ipocrisia dell’ambiente universitario, quel mondo che Hollywood ci ha dipinto con indulgenza propinandoci dosi massicce di professori in tweed e confraternite studentesche con le iniziali in greco. E proprio Hollywood è la Terra Promessa in cui approda Marylin Monroe, la protagonista di Blonde: un Eden che in breve si trasforma in un Inferno; mentre ne L’età di mezzo il dramma si svolge a Salthill-on-Hudson, una ridente cittadina alle porte di New York dove tutti gli abitanti sono ricchi e dall’aspetto più giovane della loro età.
Nel romanzo che esce ora in Italia per Mondadori, Le cascate, il luogo che simboleggia l’American Dream è forse il più evocativo e potente di tutti: le cascate del Niagara. Nel giugno del 1950 il giovane pastore presbiteriano Gilbert Erskine vi porta in luna di miele la moglie Ariah, secondo il più trito cliché dei fiori d’arancio a stelle e strisce. La prima notte di nozze è un disastro annunciato: la sposa, «vergine a ventinove anni», ha bevuto fino a trovare il coraggio di farsi toccare da un uomo che non può amarla. Gilbert è il campo di battaglia su cui combattono le istituzioni che mantengono l’ordine sociale (la Chiesa, il matrimonio) e le forze naturali. Tra l’impegno a rispettare le prime e l’impulso insopprimibile ad assecondare le seconde – che in lui si traducono nella perdita della fede e in un impossibile amore omosessuale per il suo migliore amico – il neosposo è stretto in una morsa dalla quale decide di liberarsi per sempre all’alba di quel suo primo giorno da marito: senza che Ariah se ne accorga, esce dalla suite del Rainbow Grand Hotel e corre a gettarsi nelle Horseshoe Falls, le cascate a ferro di cavallo che ogni anno attraggono gli sposi e i suicidi.
Per sette giorni, Ariah attende che il cadavere venga ripescato. Nell’albergo, dove si aggira come in trance, iniziano a chiamarla la Sposa Vedova delle Cascate: «indossava uno chemisier di organza a fiori stretto in vita e poi svasato, del genere che indossano i liceali alla festa del dipoloma. Aveva un nastro rosso in vita, allacciato con un morbido fiocco. I bottoni di madreperla erano chiusi fino al collo, come se avesse freddo. Aveva un guanto bianco infilato e l’altro in mano. I capelli, color ruggine sbiadita, erano raccolti sulla nuca in un’accocniatura non molto accurata, da cui cominciava a sfuggire qualche ciocca; allo chignon era appuntato un bocciolo di rosa, lievemente pendulo. Le gambe magrissime erano fasciate in calze troppo larghe, che facevano le grinze sulle caviglie, e indossava scarpe bianche, di pelle, con tacco medio: scarpe della domenica, per andare in chiesa. Aveva la pelle giallastra e punteggiata di lentiggini, come gocce di pioggia sporca; a tratti sembrava chiazzata, un disegno cancellato qua e là con la gomma».
L’orrore che Ariah prova di fronte alla tragedia non ha nulla a che fare con l’amore: è ricompreso, invece, in qualcosa di più vasto e sfuggente, che Ariah associa subito all’ineluttabilità del proprio destino. Un destino che, proprio nel momento più buio, le riserva un imprevisto raggio di luce: di lei, infatti, s’innamora Dirk Burnaby, un avvocato del posto che partecipa alle indagini; scapolo inveterato, affascinante, sempre circondato da belle donne, a volte splendide ballerine dell’Elmwood Casino, oppure modelle, che porta spesso a fare un giro sulla sua barca, la Valkyrie – «un dodici metri di un bianco scintillante» – la sua attrazione nei confronti di quella vedova bruttina va contro ogni pronostico. Ma, contro ogni pronostico, i due si sposano, fanno tre figli, creano per loro stessi un perfetto stile di vita domestico anni Cinquanta.
Non più vedova, ma sposa – e madre – Ariah non riesce a godere di quest’inaspettata felicità. L’orrore che le si è spalancato davanti agli occhi, consustanziatosi nel rumore assordante delle cascate, continua a perseguitarla come se il suo destino non possa essere altro che quello di diventare la Cassandra di se stessa. Tenta di adattarsi alla famiglia e all’ambiente del marito, ma rapidamente la sua passione si trasforma nella paura di essere nuovamente abbandonata. Come Cassandra, Ariah ha ragione. Dirk incontra infatti Nina Olshaker, una donna che le si è rivolta dopo che una figlia le è morta ed altri due sono gravamente ammalati per aver respirato i gas tossici che emanano dal terreno su cui è stata costruita la loro casa, in una località ad est delle Cascate del Niagara chiamata Love Canal. La battaglia civile che Dirk intraprende, lo allontana sempre più dalla famiglia, lo emargina dal suo ambiente e lo conduce ad una morte misteriosa, lasciando Ariah e i tre figli a tormentarsi per tutta la vita con lo stesso interrogativo: può la Natura – intesa come volontà individuale – vincere contro i contratti sociali? In tutti i romanzi di Joce Carol Oates la risposta sembra essere «no». Ed anche in Le cascate la famiglia è solo un accidentale concorso di atomi, sempre pronto ad esplodere.
Il teorema della Oates, in questa nuova prova, sembra comunque essere troppo schematico. Le cascate può essere facilmente definito come la summa del canone oatesiano, zeppo com’è di personaggi tormentati, oscuri segreti, derive filoambientaliste, freudismi a go-go, destini ineluttabili: una sorta di mix tra Shakespeare e Hawthorne in salsa hollywoodiana – quella di certi stilizzatissimi film anni Cinquanta – che se da un lato riconferma la potenza enunciativa della Oates, dall’altro finisce per atrofizzare le sue capacità espressive. Ed ecco che alcuni lunghi brani di questo romanzo, nei quali la Oates indugia troppo nello scandaglio psicanalitico della protagonista femminile, descrivendoci minuziosamente tutti i suoi tic e le sue angosce, risultano a volte piuttosto faticosi. Dove invece la trama accelera, ritroviamo intatto il talento di una delle più grandi voci del nostro tempo.
(Joyce Carol Oates, Le cascate, trad. it. A. Biavasco e V. Guani, SIS Mondadori 2006, p. 512, Euro 19,00)
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19.01.06
Americana 17 & 18
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Americana 15 & 16
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Americana 13 & 14
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Americana 11 & 12
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Americana 9 & 10
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Americana 7 & 8
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18.01.06
Americana 5 & 6
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Americana 3 & 4
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Americana 1 & 2
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03.01.06
Le perizie di Gaddis sulla falsificabilità del mondo

di Leonardo Colombati
[Questo articolo è stato pubblicato su Il Giornale del 30 dicembre 2005]
Nel 1967, a Berkeley è appena scoppiata la rivoluzione studentesca, trasformando il fenomeno hippie in un argomento da rotocalco, mentre in Inghilterra l’Estate dell’Amore si trascina fino a quando i primi fiocchi di neve stendono un velo sulle foglie arrugginite di Hyde Park, e migliaia di ragazze in camice optical, pantaloni a vita bassa e pellicce di coniglio continuano a sognare cieli di marmellata, fiori di cellofan e facchini di plastilina con cravatte di specchio. Qui da noi, in Italia, i “capelloni” vestono ancora di nero, strimpellano alla chitarra le canzoni di De André e posano davanti ad un obiettivo inesistente, seduti sulle panchine o sulle scalinate degli atenei, compulsando avidamente Cent’anni di solitudine. Sospesa in una bolla di sapone che racchiude insieme Macondo e il Paese delle Meraviglie, la versione italica della “gioventù bellissima”, ancora ignara di quanto accadrà a Parigi da lì a cinque mesi, non può restare affascinata da un romanzo di mille pagine dal titolo così grigio, Le perizie, che Mondadori pubblica a ridosso delle festività natalizie nella collana “Nuovi Scrittori Stranieri”. Ne è autore tale William Gaddis, newyorkese classe 1922; un oscuro correttore di bozze del “New Yorker” che negli anni Quaranta, dopo essere stato espulso da Harvard, aveva preso a girovagare furiosamente tra Sudamerica, Spagna, Italia e Nordafrica, “incinto di un libro” – come avrebbe detto Henry Miller – che nei successivi vent’anni diverrà la Bibbia degli scrittori massimalisti (o postmoderni) americani, da Barth a Pynchon, da Coover a Gass.
Eppure, se si guarda quel 1967 dalla lente caleidoscopica del flower power e della psichedelia, non si capisce come mai i giovani intellettuali italiani non abbiano saputo aprire quel libro dalla copertina seriosa (con un disegno di Bosch) e tuffarsi in una scrittura mirabolante che giostra con rara maestria una cinquantina di personaggi attraverso tre continenti. Ditemi voi se c’è qualcosa di più vicino alla visionarietà del tricheco-Lennon di questa frase: “Perduta: un’ora d’oro, tempestata di sessanta minuti di diamante”. Da sola, essa brilla come un quarzo che scompone la luce nei colori di Sgt. Pepper’s…
Forse arrivava da noi fuori tempo massimo, Le perizie; che Gaddis pubblicò in America esattamente cinquant’anni fa, nel 1955. Dodici anni più tardi, mentre il libro usciva nella traduzione di Vincenzo Mantovani, John Barth parlava già di “letteratura dell’esaurimento”: se tutto è già stato scritto, l’unica possibilità rimasta allo scrittore è la parodia dei suoi grandi predecessori.
In questo senso alcuni hanno letto Le perizie: come un omaggio non troppo velato al ritratto dell’artista da giovane che Joyce fa di Stephen Dedalus. Ed in effetti, il protagonista del romanzo di Gaddis, Wyatt Gwyon, è il figlio di un pastore protestante che rifiuta di seguire le orme paterne per lanciarsi nell’avventura dell’arte; l’obiettivo è quello di ricercare con la pittura il significato e la forma del mondo: dipingere per trovare la Verità. Gwyon crede che quest’ultima risieda nella Bellezza, così come è stata interpretata dai maestri del passato; e dunque si applica a rifare i suoi modelli. Li riprodurrà con tale perizia che alcuni critici e collezionisti s’industrieranno a vendere le sue copie come originali. Gwyon, suo malgrado, diviene così un novello Pierre Menard, lo scrittore immaginato da Borges che attende all’opera ciclopica di produrre alcune pagine che coincidano – parola per parola e riga per riga – con quelle di due interi capitoli del Don Chisciotte.
Spostando il fuoco dell’ellissi da se stesso al fittizio plagiatore di maestri fiamminghi, Gaddis riesce contemporaneamente nei suoi due intenti: quello di dar prova della falsificabilità del mondo (un mondo che ricomprende pure l’arte esaurita e posticcia profetizzata da Barth) e, di contro, quello di sventagliare davanti ai nostri occhi una gigantesca ruota di pavone, dandoci un saggio definitivo d’erudizione e di stile, quale nemmeno l’allievo più promettente – Thomas Pynchon – saprà eguagliare. Le perizie è davvero un’opera-mondo, vasta come la geografia del cosmo (si va dal New England, alla Spagna, da Parigi all’Italia: Viareggio, Assisi, Roma…), infinita come la storia degli uomini. Con una capacità mimetica superiore a quella dell’eroe del suo libro, Gaddis fa scorrere sotto il rumore dolcissimo della sua prosa la letteratura sapienziale da Aristotele e T.S. Eliot, il mito da Orfeo a Faust, fino a restituirci, “laicizzata”, un’intera tradizione sacra che va dal cattolicesimo al calvinismo, passando oscuramente attraverso certi riti mitiriaci.
Per comprendere al tempo stesso la compiuta perfezione dello stile di Gaddis e la complessità allegorica della sua visione, basta leggere l’incipit, in cui viene rievocata oscuramente la White Goddess di Robert Graves: “Anche a Camilla erano piaciute le mascherate, quelle innocue dove la maschera si può gettare nel critico momento in cui si attribuisce una parvenza di realtà. Ma la processione su per il colle straniero, delimitata dai cipressi, sospinta dal monotono salmodiare del sacerdote e ritardata dalle soste alle quattordici stazioni della Croce (per non parlare del carro funebre in cui ella viaggiava, un bianco veicolo trainato da due cavalli che somigliava a una barocca bancarella di dolciumi), avrebbe forse turbato la timida espressione della sua anima, se fosse stata visibile”.
Quando uscì, in America nel 1955 e in Italia nel 1967, Le perizie ebbe una fortuna critica decisamente insufficiente; ed ancora oggi, tra tutti i grandi romanzi americani del XX secolo, è quello meno letto e considerato. Parlarne nel 2005 è un azzardo, se è vero che il capriccioso scodinzolio della moda ha temporaneamente decretato, oltreoceano, il riaffermarsi del romanzo realistico a scapito del romance (pseudo)postmoderno. Proprio mentre in Italia, con colpevole ritardo, stiamo scoprendo Barth, Pynchon e i loro nipotini (come Foster Wallace), negli Stati Uniti è in auge la linea di discendenza che da Bellow passa per Roth fino ad arrivare a Paul Auster e ad Eugenides.
Eppure ho il sospetto che quando fra mille anni vorrà leggere una saga famigliare, il pronipote dell’Uomo attiverà il microchip su cui è stato registrato I Buddenbrok, non curandosi affatto del parentame di Augie March ed Alex Portnoy. E se ancora avrà un senso rievocare quella sciagurata illusione che nel secolo scorso andava sotto il nome di Great American Novel, il nostro Uomo del Futuro dovrà necessariamente scegliere fra tre titoli: Moby Dick, L’arcobaleno della gravità e, appunto, Le perizie (sarà un caso, ma questi tre romanzi “americani” sono ambientati uno in mare aperto, e gli altri due, in gran parte, in Europa).
“Se c’era stato un sogno” scrive Gaddis a pagina 701 della vecchia edizione mondadoriana di Le perizie, “era tornato donde era venuto, a rinnovare il materiale scenico, probabilmente per essere rifuso, forse riscritto, per ricevere la nuova piega necessaria alla sua piena riuscita, a renderlo memorabile al pubblico e accettabile al censore, tutto questo, ma restano il solito vecchio dubbio del regista, il solito produttore, in attesa di mascherare le solite oscenità davanti al solito pubblico riluttante, in attesa, ancora, del primo sipario del sonno”.
William Gaddis, considerato il padre della letteratura postmoderna americana, nasce a New York nel 1922. Il suo primo romanzo, The Recognitions (tradotto in Italia col titolo Le perizie) esce nel 1955, dopo dieci anni di lavoro. Agli entusiasmi della critica corrisponde l’insuccesso commerciale, cui Gaddis reagisce scomparendo dall’ambiente letterario per vent’anni e lavorando come impiegato alla Pfizer e alla Kodak. Nel 1975 pubblica JR, un romanzo di 800 pagine in cui vengono profetizzati i rampanti anni Ottanta di Wall Street e per il quale Gaddis riceve nel 1976 il National Book Award. Anche questa seconda fatica viene completamente ignorata dal pubblico, anche per lo scarso impegno profuso dall’editore. “Non l’hanno pubblicizzato”, dirà Gaddis: “l’hanno privatizzato”. Nel 1985, il suo terzo romanzo, Carpenter’s gothic, è il più breve ed accessibile, ed anche il meno valido. Nove anni dopo, nel 1994, A frolic of his own è una satirico pastiche in cui Gaddis immagina un insegnante liceale di mezza età che fa causa ad Hollywood per aver plagiato un suo testo teatrale. Con questo suo ultimo romanzo, Gaddis vince il suo secondo National Book Award. Nel 1982 aveva ottenuto anche il prestigioso MaCArthur Fellonship. Muore nel 1998, a settantacinque anni, nella sua casa di East Hampton, N.Y.
Posted by Leonardo Colombati at 09:27 | Comments (3)
08.06.05
E a proposito del concerto di due sere fa...
di Bruce Springsteen
Si possono sempre produrre delle note, dei gesti, dei suoni, degli atteggiamenti: se non c’è un motivo profondo, suona vuoto. Non rimane che una nostalgia: tutto ciò che impedisce al tuo lavoro di vivere una vita piena al presente. Io faccio il musicista per cercare e trovare i miei fratelli e sorelle. È l’essenza del mio lavoro. Solo dopo è questione di dischi, di cifre di vendita, di coperture giornalistiche e così via. Puoi avere successo o no, vendere bene un disco e meno bene quello seguente, importa poco. Se hai stabilito un legame intenso con il pubblico, sopravvivi.
Il concerto è una cosa vitale per me, in cui esprimo ciò che sono profondamente. Quello che mi fa prendere in mano la chitarra oggi, ha fondamentalmente origine dallo stesso bisogno, dallo stesso slancio che mi ha fatto prendere in mano una chitarra per la prima volta: l’idea di parlare a qualcuno. I concerti riusciti ti danno la percezione furtiva di un mondo perfetto, dove la gente si capisce, si rispetta e fa esperienza. È il ruolo della cultura, quello di lasciare intravedere questo mondo possibile, di dare alla gente il desiderio di trascendere i limiti che gli sono propri.
La regola per me, come performer, è: non si può essere strepitosi una sera e così così la sera dopo. Bisogna essere perfetti ogni volta che si entra in scena. Quando qualcuno compra un biglietto per un tuo concerto è la solita vecchia storia: è come se ti stringesse la mano. Per lui conta solo quella sera. Non gliene può fregare di meno che tu sarai strepitoso la sera dopo! Io questa cosa la prendo molto seriamente. Saliamo sul palco e mettiamo in scena una grande festa, fatta anche di risate, di mosse un po’ sceme, di balli scatenati. Ma, sotto questa superficie, c’è qualcosa di profondo: un patto implicito tra l’artista e il pubblico. È una cosa di grande valore, ed è divertente e ti pagano un mucchio di soldi… Insomma è una vita piena di soddisfazioni. Durante il tour del 2003, ho incontrato gente che mi ha detto: «Ehi, ti ho visto nel ’75, ad un concerto che hai tenuto al college». È allora che ti chiedi come sia possibile che qualcuno si ricordi di uno show di ventotto anni fa. La risposta è la più gratificante: il fatto è che evidentemente il tuo sforzo di rendere memorabile ogni serata ha reso memorabile anche quella.
Posted by Leonardo Colombati at 15:46 | Comments (0)
07.06.05
Si deve ancora riprendere
Scrive Leonardo, in un commento al post precedente: Mi devo ancora riprendere dal concerto romano di ieri sera. Una cosa pazzesca, uno dei migliori concerti di Springsteen in assoluto!
Intanto, l'ingresso sul palco, sulle note di C'era una volta il West di Morricone, presente in sala, cui Bruce ha dedicato la prima canone del setlist: I'm on fire. E poi le due "doppiette" al piano: Incident on 57th Street / The river e Real world / Racing in the street. E Nebraska. E Lucky Town. E Brilliant disguise. E All the way home... L'intensità, la forza...
Ieri sera è stato un miracolo (cui hanno assistito, tre file davanti a me, i R.E.M. al completo!).
[Nella foto (è orrenda, lo so: ma cliccandoci sopra potete pure ingrandirla, e accorgervi della testina del Boss che spunta di tra i tralicci, là in fondo: chi indovina dov'è vince una bambolina): Leonardo Colombati a sinistra, Mario Desiati a destra.]
Posted by giuliomozzi at 12:50 | Comments (0)
22.04.05
Il grande romanzo americano
di Alessandro Piperno e Leonardo Colombati
[...] Bisogna capire che le pop songs stanno all’America come agli italiani la Commedia e il Cantico delle Creature. Non è una questione di qualità ma di radici. Ecco perché – solo e solamente negli Stati Uniti – non suona scandaloso affiancare Tom Waits a Wallace Stevens.
Alla metà degli anni Settanta l’Uomo Nuovo della musica popolare s’incarnò nella figura di Bruce Springsteen, un songwriter il cui merito principale sta nell’averci mostrato per intero – più di Elvis, più di Dylan – la mappa del Dna musicale americano. Non c’è modulo della musica moderna che non abbia piegato alle proprie urgenze narrative. Gli elementi innovativi presenti nella sua musica, certo, sono prossimi allo zero – Springsteen non cambia la pop music di una virgola, ma la rimastica incessantemente, ne tiene viva la tradizione. Ed è per questo che, molto più di tanti veri o presunti innovatori, ha salvato il rock ‘n’ roll. Esaurita la grande spinta creativa degli anni Sessanta, scioltisi i Beatles, in declino gli Stones, l’Europa ammorbata dal progressive così come l’America dalle melensaggini della West Coast, Springsteen arrivò al momento giusto, prese su di sé la storia del rock e la fece sua. [...]
[E' finalmente in edicola il numero di Rolling Stone con la copertina dedicata al Boss, e all'interno il farneticante articolo sul suo nuovo disco, Devils & Dust, scritto a quattro mani da Alessandro Piperno e Leonardo Colombati. Non lo posso riportare per qui per intero (magari tra un po' di giorni), ma per intanto posso farvelo vedere. gm]
Posted by giuliomozzi at 21:23 | Comments (8)
03.04.05
Bruce Springsteen: Devils & Dust
Il nuovo disco di Bruce Springsteen, Devils & Dust, in uscita in Italia (se non ricordo male) il 26 aprile, sarà recensito in anteprima sul mensile Rolling Stone da Leonardo Colombati e Alessandro Piperno. Adesso che Leonardo l'ha annunciato nel suo blog musicale, posso dirlo in giro anch'io.
I due giovanotti hanno ascoltato Devils & Dusts a Roma, il 24 marzo scorso, presso la sede della Emi, in un clima da romanzo di agenti segreti: il cd arrivato direttamente dagli Stati Uniti d'America e poi portato via da una misteriosa signora bionda, il divieto di annotare i testi, la perquisizione corporale all'entrata e all'uscita dallo studio, il sequestro dei telefoni mobili, l'obbligo di consegnare il pezzo entro le otto di mattina del giorno dopo, il giurin giuretto di non far parola a nessuno... Il titolo dell'articolo sarà: Il grande romanzo americano.
Posted by giuliomozzi at 09:37 | Comments (2)
17.03.05
Da Il complotto contro l'America di Philip Roth
[Di questo romanzo di Philip Roth, ora in uscita anche in Italia, Leonardo Colombati ha dissertato a lungo qui, qualche giorno fa. Prendo questo estratto dal sito dell'editore Einaudi. gm]
1. Giugno 1940 - ottobre 1940
Votate per Lindbergh
o votate per la guerra
La paura domina questi ricordi, un'eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica.
Quando ci fu la prima sorpresa - la candidatura alla presidenza di Charles A. Lindbergh, l'eroe dell'aria americano famoso in tutto il mondo, alla convention repubblicana di Philadelphia del giugno 1940 - mio padre era un assicuratore di trentanove anni, munito di licenza media, che guadagnava quasi cinquanta dollari la settimana, abbastanza per pagare in tempo le bollette più importanti, ma non abbastanza per permetterci altri lussi. Mia madre - che avrebbe voluto andare al teachers' college ma non poté perché costava troppo, che vivendo con i suoi aveva lavorato come segretaria dalla fine delle superiori, e che ci aveva impedito di sentirci poveri nei momenti peggiori della Depressione amministrando i guadagni ricevuti da mio padre ogni venerdì con la stessa efficienza con cui dirigeva la casa - aveva trentasei anni. Mio fratello Sandy, che faceva la settima e mostrava un prodigioso talento per il disegno, aveva dodici anni e io, che ero avanti di un anno e facevo la terza elementare - e avevo cominciato a raccogliere francobolli, ispirato, come milioni di altri ragazzi, dal primo filatelico del paese, il presidente Franklin Delano Roosevelt -, avevo sette anni.
Abitavamo al primo piano di una villetta bifamiliare in una strada alberata di case con la struttura di legno munite di verande in muratura, ogni veranda coperta da un tetto a due falde e fronteggiata da un giardinetto cintato da una piccola siepe. Il quartiere di Weequahic era stato costruito su terreni agricoli non coltivati alla periferia sudoccidentale di Newark subito dopo la prima guerra mondiale, a una mezza dozzina delle sue strade erano stati dati, imperialmente, i nomi dei comandanti navali vittoriosi nella guerra ispano-americana e il cinematografo locale era stato chiamato il Roosevelt, da Theodore Roosevelt, cugino quinto di FDR e ventiseiesimo presidente del paese. La nostra via, Summit Avenue, correva sulla cresta della collina dove era stato costruito il quartiere, il punto più elevato di una città portuale che di rado si innalza di trenta metri sopra il livello delle paludi salmastre scoperte dalla marea a nord e a est della città e delle acque profonde della baia a est dell'aeroporto che girano intorno ai serbatoi di petrolio della penisola di Bayonne e là si mescolano con quelle della baia di New York per scorrere davanti alla Statua della Libertà e sfociare nell'Atlantico. Guardando a ovest dalla finestra posteriore della nostra camera da letto, certe volte potevamo vedere l'interno del paese fino al cupo limite della vegetazione arborea dei Watchung, una bassa catena montuosa contornata da grandi tenute e opulenti sobborghi poco popolati, l'estremo limite del mondo conosciuto... a circa otto miglia dalla nostra casa. A un isolato di distanza verso sud c'era la città operaia di Hillside, la cui popolazione era prevalentemente cristiana. Il confine con Hillside segnava l'inizio della Union County, un New Jersey completamente diverso.
Eravamo una famiglia felice, nel 1940. I miei genitori erano persone socievoli e ospitali, con amici scelti tra i colleghi d'ufficio di mio padre e tra le donne che insieme a mia madre avevano contribuito a organizzare l'Associazione genitori-insegnanti nella nuova scuola di Chancellor Avenue, dove andavamo mio fratello e io. Erano tutti ebrei. Gli uomini del quartiere o lavoravano in proprio - i padroni del candy store, della drogheria, della gioielleria locale, del negozio di abbigliamento, del negozio di mobili, della stazione di servizio e della rosticceria, o i proprietari di piccole officine lungo il confine Newark-Irvington, o idraulici, elettricisti, imbianchini e fontanieri indipendenti - o erano piazzisti come mio padre, fuori tutti i giorni nelle vie della città e nelle case della gente, a vendere le loro mercanzie, pagati a commissione. I medici e gli avvocati ebrei e i ricchi commercianti proprietari dei grandi magazzini del centro vivevano nelle case unifamiliari delle strade che si diramavano dalle pendici orientali della collina di Chancellor Avenue, più vicine all'erboso e alberato Weequahic Park, trecento acri di parco con un lago abbastanza grande per andarci in barca, un campo da golf e una pista per le corse al trotto che separavano il quartiere di Weequahic dagli stabilimenti industriali e dai capannoni degli spedizionieri lungo la statale 27 e il viadotto della Pennsylvania Railroad più a est, e l'aeroporto in rapida espansione più a est, e l'estremo orlo dell'America ancora più a est: i docks e i magazzini della baia di Newark, dove si scaricavano merci provenienti da tutto il mondo. All'estremità occidentale del quartiere, l'estremità senza parco dove vivevamo noi, abitava uno sporadico insegnante o farmacista, ma per il resto pochi erano i professionisti tra i nostri immediati vicini, e sicuramente nessuna delle floride famiglie di industriali o imprenditori. Gli uomini lavoravano cinquanta, sessanta, anche settanta ore o più la settimana; le donne lavoravano tutto il tempo, con scarsi aiuti da parte delle macchine che avrebbero dovuto alleviare le loro fatiche, facendo il bucato, stirando camicie, rammendando calzini, rivoltando colletti, attaccando bottoni, mettendo l'antitarme nella roba di lana, lucidando i mobili, spazzando e lavando pavimenti, lavando finestre, pulendo lavandini, vasche, gabinetti e fornelli, passando l'aspirapolvere sui tappeti, assistendo i malati, andando a fare la spesa, cucinando, dando da mangiare ai familiari, riordinando armadi e cassetti, controllando il lavoro di imbianchini e altri artigiani, organizzando le cose per i riti delle feste, pagando le bollette e tenendo l'amministrazione familiare mentre si occupavano, simultaneamente, della salute, del vestiario, della pulizia, dell'istruzione, della nutrizione, della condotta, dei compleanni, della disciplina e del morale dei loro figli. Qualche donna lavorava al fianco del marito nel negozio a gestione familiare nelle strade commerciali del quartiere, aiutata dopo la scuola e il sabato dai figli più grandi, che consegnavano la roba a casa dei clienti, mettevano la merce in magazzino e facevano le pulizie.
Era il lavoro, per me, a identificare e distinguere i nostri vicini, assai più della religione. Nessuno nel quartiere aveva la barba o vestiva nella maniera antiquata del Vecchio Continente o portava lo zucchetto per la strada o nelle case che visitavo abitualmente con i miei amici d'infanzia. Gli adulti non erano più osservanti nei modi esterni e riconoscibili, se lo erano mai stati seriamente, e a parte i bottegai più vecchi come il sarto e il macellaio kosher - e i nonni malati o decrepiti che vivevano necessariamente con i loro figli adulti - quasi nessuno nel vicinato parlava con un accento. Nel 1940, nell'angolo sudoccidentale della più grande città del New Jersey, i genitori ebrei e i loro figli parlavano tra loro in un inglese americano somigliante più alla lingua che si parlava ad Altoona o Binghamton che ai famigerati dialetti parlati sull'altra sponda dell'Hudson dai nostri omologhi ebrei nei cinque distretti amministrativi di New York. Scritte in ebraico erano riprodotte sulla vetrina del macellaio e incise negli architravi delle piccole sinagoghe del quartiere, ma in nessun altro posto (a parte il cimitero) accadeva che l'occhio si fermasse sull'alfabeto del libro di preghiere piuttosto che sui caratteri familiari dell'idioma natio usato tutto il tempo praticamente da tutti per ogni motivo immaginabile, nobile o plebeo. All'edicola davanti al candy store dell'angolo, le persone che compravano il «Racing Form» erano dieci volte più di quelle che compravano il quotidiano yiddish, il «Forvertz».
Israele ancora non esisteva, sei milioni di ebrei europei non avevano ancora cessato di esistere, e l'interesse locale per la remota Palestina (sotto mandato britannico dal 1918, dopo la dissoluzione da parte degli Alleati vittoriosi delle ultime remote province del defunto impero ottomano) era per me un mistero. Quando uno sconosciuto con la barba che non andava mai in giro senza cappello faceva la sua comparsa, ogni due o tre mesi, dopo il tramonto, per chiedere in un inglese sgrammaticato un contributo alla fondazione di una patria nazionale ebraica in Palestina, io, che non ero un bambino ignorante, non capivo affatto che cosa ci facesse sul nostro pianerottolo. I miei genitori davano a me o a Sandy un paio di monete da mettere nella sua cassetta delle elemosine, dono munifico, ho sempre pensato, elargito generosamente per non ferire i sentimenti di un povero vecchio che, nonostante il passare degli anni, sembrava incapace di mettersi in testa che avevamo già una patria da tre generazioni. Ogni mattina, a scuola, giuravo fedeltà alla bandiera della nostra patria. Ne cantavo le meraviglie con i miei compagni durante i programmi collettivi. Ne osservavo con entusiasmo le feste nazionali, e senza ripensamenti sul mio feeling per i fuochi artificiali del Quattro Luglio o il tacchino del Ringraziamento o le due partite del Decoration Day. La nostra patria era l'America.
Poi i repubblicani nominarono Lindbergh e tutto cambiò.
Posted by giuliomozzi at 15:59 | Comments (0)
04.03.05
Philip Roth e l'antisemitismo
di Leonardo Colombati
Per l’inconsistenza del suo tema, The Plot Against America non avrebbe potuto essere un buon romanzo nemmeno se Roth l’avesse scritto bene. Il fatto è che il libro è pure scritto male, ovvero: non c’è niente in esso che ci ricordi il miglior Roth. Tutto prosegue su binari di una linearità e di una prevedibilità sconcertanti; l’umorismo rothiano – e persino la sua ferocia – sono del tutto assenti.
A ben vedere, il terreno su cui Roth ha voluto muoversi (impantanandosi) è troppo lontano dalle sue corde: forse De Lillo o Foster Wallace avrebbero potuto montarci su un tale circo che alla fine il lettore avrebbe preso per buona l’idea di partenza come semplice pre-testo. Se c’è un limite nel talento di Roth – un limite che, come sanno fare solo i grandi scrittori, egli tramuta in un pregio – è la sua inadeguatezza a creare un coro di personaggi, quella “compagnia di attori” che Derek Walcott auspica essere «flessuosa, in sintonia, eccitata». I romanzi di Roth sono spartiti per voci soliste.
Ma qui la voce dell’io bambino è troppo flebile per non risultare dimenticabile. C’è un solo guizzo – ed è rivelatore. Il piccolo Philip colleziona francobolli. Tra i pezzi più pregiati c’è un “Lindbergh”, un francobollo per la posta aerea da 10 cent, emesso nel ’27: è blu e sopra vi è disegnato lo “Spirit of St. Louis”. Il ragazzino capisce che se Lindbergh diventa presidente quel francobollo con su scritto «UNITED STATES POSTAGE – LINDBERGH – AIR MAIL» aumenterà notevolmente di valore...
L'occasione è stata la richiesta di recensire The Plot Against America, ultimo romanzo di Philip Roth. Ma Leonardo Colombati, allargandosi come suo solito, ha trasformata la recensione in un vero e proprio saggio su Philip Roth (ma non solo Philip Roth: anche Saul Bellow e Isaac B. Singer) e l'antisemitismo.
Leggi tutto il saggio di Leonardo Colombati Philip Roth e l'antisemitismo, circa 140K in Pdf.
Il saggio è stato pubblicato nell'ultimo numero della rivista Nuovi argomenti.
Posted by giuliomozzi at 11:50 | Comments (4)
Philip Roth, La macchia umana
Grande discussione, in questi giorni, a casa di Giuseppe Genna, a proposito del romanzo di Philip Roth La macchia umana. Sul quale Leonardo Colombati, Alessandro Piperno e il Giuseppe Genna hanno opinioni diverse assai diverse. Se la questione vi interessa, andatevi a vedere la lettera di Genna a Piperno, la risposta di Piperno a Genna, il successivo intervento di Genna, e le considerazioni di Leonardo Colombati. E se vi interessa Philip Roth, non mancate di leggervi il saggio di Leonardo Colombati su Philiph Roth e l'antisemitismo (di cui al successivo post).
Posted by giuliomozzi at 11:35 | Comments (4)
07.01.05
Non è piaciuto
Il saggio di Leonardo Colombati su Thomas Pynchon (di cui al precedente post) non è piaciuto per nulla ad Artifiziale:
vedo per miglia e miglia e miglia e miglia
quando lessi sul sito di mozzi di 'sto libro di colombati, spacciato per capolavoro prima ancora di esistere, pensai che si trattasse di una semplice cafonata dell'editore. in seguito, colombati ha prevedibilmente aperto un blog e adesso mi pare ce ne sia più d'uno. nel frattempo il mozzi continua a promuoverlo, che è poi il suo mestiere, e mette in rete un suo minisaggio su pynchon, con tanto di replica ai non-capenti.
leggo il minisaggio. suo proprio è la divagazione, e l'accumulazione. con vero orrore riconosco in questo colombati l'ennesimo affine, l'ennesimo lettore patologico. e siccome io sono uno di quelli che si incazza chiane chiane, che leggendo si accalora e parlando peggio ancora, e scrivendo non te lo dico, mi accorgo che la benevola curiosità iniziale si tramuta in rabbia e poi in onesto e incontenibile schifo. me ne muoio dallo schifo, più per me che per lui. l'irrilevanza della materia giustifica la spropositata reazione.
Posted by giuliomozzi at 21:07 | Comments (9)
06.01.05
Perché Thomas Pynchon piace tanto (per le ragioni sbagliate)
Thomas Ruggles Pynchon jr., nato a Glen Cove l’8 maggio 1937, autore di V. (1963), The Crying of Lot 49 (1966), Gravity’s Rainbow (1973), Vineland (1990), Mason & Dixon (1997) e di qualche racconto giovanile riunito nella raccolta Slow learner (1984), figura di culto della letteratura americana del Novecento, assurto a mito per non essere mai apparso in pubblico (l’unica sua immagine è una fotografia di quando era marine), è essenzialmente un «minore» nel pantheon degli scrittori. E lo è coscientemente.
Pubblicato nel numero di ottobre-dicembre 2004 di Nuovi argomenti, questo saggio di Leonardo Colombati sulla minorità di Thomas Pynchon è stato accolto con un certo scetticismo dai pynchoniani più accaniti. Alle loro obiezioni Colombati risponde in una postfazione nuova di zecca. [gm]
Leggi il saggio di Leonardo Colombati Perché Thomas Pynchon piace tanto (per le ragioni sbagliate) in formato Rtf, 41 K.
Posted by giuliomozzi at 17:09 | Comments (13)


















