23.12.05

Luoghi di Perceber / La Porta Magica

porta_magica.jpg

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14.12.05

Luoghi di Perceber / Dov'è Perceber

BOLNUEVO.png

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27.10.05

Luoghi di Perceber / Babington's

babington's.jpg Babington’s Tea Rooms è in piazza di Spagna, ai piedi della scalinata. L’aprirono, nel 1893, due signorine inglesi, Anna Maria Babington e Isabel Cargill, introducendo a Roma il rito del tè. Ancora oggi, quando si apre la porticina a vetri con sopra disegnato un gatto nero con il collare rosso e il campanello fa dling, ci si sente trasportati magicamente dalle parti di South Kensington alla fine del XIX secolo.
Aprendo il menù, c’è da farsi venire l’acquolina in bocca. La varietà dei tè serviti è impressionante: dal Babington’s Special Blend al Darjeeling, dal Royal Blend (realizzato in occasione della visita della regina Elisabetta) al Lapsang Souchong, dal classico Earl Grey al tè verde Chum Mee… E poi scones, marmellate, sciroppi, tea-cakes, club-sandwiches, waffles, cioccolate con panna, il tutto servito in teiere d’argento e tazze e piattini acqua marina.
Poi, però, ci si accorge dei prezzi… Una tazza di tè va dagli 8 ai 14 euro, tanto per intenderci.

Tra i tavolini di legno con le tovagliette acqua marina, si aggirano cameriere grifagne, intente a versare tè da brocche di porcellana. La scelta del personale di Babington's avviene in base a criteri immutabili nel tempo: le cameriere - il viso panna e cremisi, le rughe disposte in un delicato plissé soleil - devono somigliare alla famigerata Miss Marple della serie cinematografica e saper mettere in soggezione gli avventori con il solo movimento di un sopracciglio; il che implica, per ragioni complesse di psicologia ed economia politica, una conseguente crescita di prestigio della sala da tè, già avvantaggiata dalla posizione unica, giusto ai piedi di Trinità dei Monti, di fronte all'appartamento da cui Keats dettava i suoi ultimi versi. (Perceber, pag, 74)

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26.10.05

Luoghi di Perceber / La Torre della Scimmia

torre della scimmia.jpg Via dell'Orso si chiama così dal 1517 per via dell'Albergo dell'Orso che vi si affaccia. Pare che il proprietario si chiamasse Braccio dell'Orso; ma secondo alcuni il toponimo deriva da un rilievo marmoreo murato all'angolo con via Soldati - tuttora esistente - in cui è rappresentato un leone (scambiato per un orso) che assale un cinghiale.
In via dell'Orso è il cinquecentesco palazzo Scapucci - una nobile famiglia romana - su cui venne montata nel XVI secolo la torre dei Frangipane. Risale al 1014 ed è chiamata anche Torre della Scimmia perché legata ad una delle più belle leggende dell'aneddotica romana, divenuta famosa anche perché raccontata da Nathaniel Hawthorne in The Marble Faun. Secondo tale leggenda, nel palazzo viveva una scimmia che un giorno rapì dalla finestra un bambino in fasce e se lo portò in cima alla torre, facendolo dondolare nel vuoto tra i merli, così, per gioco, con sberleffi e saltelli, a rischio di farlo precipitare. I genitori e il popolo accorsi implorarono l'aiuto della Madonna perché salvasse la piccola creatura. E subito fu vista la scimmia ridiscendere pian pianino la torre, portando con cura materna fra le zampe il bambino sano e salvo. Da allora, una statua della Vergine con una lanterna adorna la sommità del palazzo, come ringraziamento per la grazia ricevuta.

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Luoghi di Perceber / Il Giardino zoologico

zoo.jpg Il Giardino zoologico di Roma venne inaugurato il 5 gennaio 1911 all'interno di Villa Borghese. Attraversati i propilei neobarocchi dell'ingresso, se si procede verso destra e si oltrepassano i recinti degli elefanti e dei cammelli, s'imbocca un sottopassaggio che conduce ad un'area progettata e realizzata dall'architetto De Vico tra il 1933 e il 1935. Una ripida scalinata divide due gigantesche uccelliere semicircolari...

Ora vi regnano una spessa patina di fatiscienza, le tinteggiature slavate, la ruggine, le gabbie per lo più vuote... I grandi acquari costruiti all'interno delle spallette del ponte, con gli oblò, le scale a chiocciola e le macchine termiche, da cinquant'anni sono privi di pesci; nelle testate del portichetto che unisce le Uccelliere, alla sommità della scala dove i nettarini e i colibrì dimoravano riscaldati da tubi d'aria calda nascosti in falsi tronchi d'albero, adesso è ammonticchiato il fogliame dell'ultimo autunno. Un'uccelliera è chiusa dai tempi delle Olimpiadi; l'altra ospita qualche pappagallo ammalato ed è anch'essa chiusa ai visitatori. (Perceber, pag. 104)

La voliera è la creazione più celebre del De Vico, un capolavoro di architettura funzionalista realizzato nel 1934. E' un poliedro a quindici lati inscritto in una sfera, per un diametro di circa trenta metri, la cui struttura è in acciaio inossidabile.

Nel 1994 - mutata la sensibilità animalista ed ambientalista - si pose mano al progetto Bioparco: riduzione delle specie ospitate, maggiore vivibilità delle gabbie.

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25.10.05

Luoghi di Perceber / Campo Testaccio

campo testaccio.jpg Il Campo Testaccio fu lo stadio di calcio dove la Roma giocò dal 3 novembre 1929 al 30 giugno 1940. A ridosso del Monte dei Cocci, nel quartiere Testaccio, era costituito da quattro tribune di legno verniciate in giallo e in rosso e poteva contenere fino a ventimila spettatori. Vi giocarono, fra gli altri: Rodolfo Volk, gigantesco centravanti acquistato dalla Roma nel 1928 (ed entrato subito nel cuore dei tifosi che presero a chiamarlo "Vorke" ma anche "Sciabbolone" e "Sigghefrido" per l'aspetto teutonico); il portiere Guido Masetti, campione d'Italia nel 1942; ed Enrico Guaita, ala destra argentina, detto il "Corsaro Nero".

Campo Testaccio è il teatro dove si svolge il sesto episodio di Perceber.

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04.07.05

Lo scudo araldico di Perceber

di giuliomozzi

scudo_araldico_di_perceber.jpgChi crede che il lavoro attorno a un romanzo termini nel momento stesso della pubblicazione, s'inganna. Il nostro Leonardo è sempre lì, apparentemente, a Roma, nella sua amata Roma; e tuttavia è anche sempre lì, in quel suo luogo immaginato e immaginario che è la cittadina di Perceber. Ogni giorno - credo - la visita, ne gira le piazze e le contrade; e ogni giorno ne torna con nuove parole, nuove novelle da raccontare, nuovi fatti strani e curiosi, nuove notizie e documenti che gettino luce (non troppa luce: il bianco è bandito da Perceber) sul mistero di questa cittadina. Dall'ultimo suo viaggio è tornato, Leonardo, portando con sé addirittura una preziosa immagine dello stemma araldico di Perceber. Che giustamente - credo - poniamo in capo a questo sito. L'interpretazione dello stemma è assai semplice: le onde del mare significano le onde del mare, il cielo azzurro significa il cielo azzurro, le rocce significano le rocce, la torre trimerlata significa la torre trimerlata, e il braccio corazzato imbracciante la spada significa il braccio corazzato imbracciante la spada: perché chiacchieroni sono sì, questi di Perceber, ma non imbelli.

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27.06.05

Minima muralia

di Tommaso Giartosio

[Questo saggio di Tommaso Giartosio sulle mura di Roma è apparso nel 2003 su "Capitolium", nuova serie, anno I n.1. Ringrazio l'autore e la rivista per l'autorizzazione a ripubblicarlo qui.]

tommaso_giartosio.JPGLe mura aureliane non sono per Roma ciò che il Muro del pianto è per Gerusalemme, o il Muro di Berlino per Berlino. Non sono rimaste attuali e necessarie per gli abitanti della città; non costituiscono un elemento chiave della sua "memoria storica", cioè di un senso etico dell'identità cittadina. Sono soltanto il più grande monumento lasciato dalla formazione politica originaria dell'Occidente. Venerabili e ingombranti, come un dinosauro, un diplodoco arenato sulla soglia di casa. Fino a tempi recentissimi nessuno ha avuto troppi scrupoli a demolirne i tratti che più stavano tra i piedi. Pochi visitano il Museo delle mura a Porta San Sebastiano. Pochissimi fanno quei dieci metri di prato che, in moltissimi punti della città, basterebbero per arrivare a toccarle.

roma_rotonda.JPGA ben vedere, comunque, neppure il Colosseo o il Campidoglio innescano nei romani questo meccanismo di identificazione etica. E' un meccanismo che richiede simboli vivi e attivi. Roma invece è fatta di simboli morti, cioè simboli al quadrato, maestosamente irreali; per ora, almeno, resta valida per lei la diagnosi fatta dal barocco e confermata da Pirandello, De Chirico e Piacentini. Sta tutto qui il suo famoso senso ipertrofico del passato, il suo rapporto disinvolto (nel bene e nel male) con la Storia. L'unico simbolo che davvero appassioni i romani è Roma stessa - l'idea di questa città. Le mura, simbolo-contenitore, la rappresentano in modo esatto.
Infatti un legame etico (ed estetico) tra Roma e la sua cinta in origine c'era, anche più stretto che tra altre città e bastioni. Roma si pensava e proponeva come una forza violenta e ordinata, quasi più temibile quando attende che quando attacca; e la forza (in greco rhòme: mi pare che i romani si lusingassero di questa falsa etimologia) prende forma nelle mura. Nell'armamentario di simboli della romanità, anche troppo ricco - aquile, lupe, colli sacri, re e imperatori apoteizzati - si impone quello meno suggestivo ma più ovvio, appunto più forte, metonimia e metafora insieme: la muraglia. La sua geometria arrogante-ansiosa, del resto, è ben presente fin dal mito di fondazione. E' il solco del fratricidio, disegnato dalle opposte spinte della rivendicazione e del senso di colpa.
Oppure pensiamo all'invocazione dell'Eneide. I mille sacrifici dell'eroe eponimo (ma quando si parla di Roma antica, tutto è eponimo) sono necessari "pur di fondare la città, e introdurre nel lazio i Penati, di dove la stirpe latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma". Virgilio ha in mente le mura repubblicane, ma la sua prospettiva passa oltre, fino alla cerchia edificata tre secoli dopo queste parole. Alta moenia Romae: proprio qui si chiude il climax, per una tensione spermatica che di città in città (Troia, Lavinio, Alba, Roma) e di generazione in generazione si espanderà fino a raggiungere il guscio esterno, il culmine e limite dell'autoaffermazione identitaria: la cinta muraria.
Certo: ci saranno, più tardi, altre fortificazioni ben più distanti dal centro, come quelle di Adriano in Scozia. Ma saranno prodotti di una bioingegneria militare, cloni innestati tra genti barbare per domarle e assimilarle e quindi assimilarsi: valli che presto diventeranno walls. Mentre Roma è e rimane le sue mura, è definita da esse.

Nei secoli successivi lo scollamento tra mura e quartieri effettivamente abitati, con la suppurazione di una terra di nessuno paradossalmente interna alla cerchia difensiva, porta a una specie di schizofrenia. Da una parte c'è la Roma reale, decaduta; dall'altra, murata come uno spettro e vuota come uno spettro, la città di Aureliano. Stupendamente Petrarca, rivolgendosi allo "spirto gentil" di un senatore romano del suo tempo, calcola il peso della seconda sulla prima:

L'antiche mura ch'ancor teme et ama
et trema 'l mondo, quando si rimembra
del tempo andato e 'ndietro si rivolve,
e i sassi dove fur chiuse le membra
di ta' che non saranno senza fama,
se l'universo pria non si dissolve,
et tutto quel ch'una ruina involve,
per te spera saldar ogni suo vitio.

small_forma_urbis.JPGE' una formulazione classica, esemplare, del mito della renovatio imperii. Ma nella sua retorica echeggiano risonanze inquietanti. La Roma che fu, e che potrebbe tornare, grava con tutto il suo groviglio ipotetico-ipotattico su quella presente. La sua promessa suona stranamente minacciosa, come l'apparizione di un esercito fantasma; ci sono sussulti sepolcrali, una "ruina" forse inarrestabile, un'apocalisse annunciata. Notevole soprattutto quel "trema" transitivo (un latinismo). Il mondo teme le mura; al tempo stesso le ama; infine, per una sorta di addizione fonetica e psicologica, le trema, vibra di timore e d'amore all'unisono con il rimbombante tamburo aureliano.
In fondo quest'ansia era già al suo posto, già sottintesa, quando Virgilio raccontava le gesta del vincitore triste Enea. Virgilio e Petrarca: due grandi esploratori della nevrosi da romanità. Cantano un impero che non c'è ancora o non c'è più, un'urbe che è la più grande ghost town del mondo. Per questo i bastioni fantasma. Cosa c'è di più adatto a trasmetterci un senso del perturbante, dell'Unheimlich (il "fuori-casa")?

Dunque le mura di Roma, pur assolvendo a una necessità reale, sono state fin dall'inizio anche un simbolo dell'ideale politico; un simbolo così esatto da portare in sè la vocazione a staccarsi da sè, a perdere la propria parte reale, come anticipando il tempo in cui sarebbero state soltanto un simbolo. Conservano nel Medioevo e nel Rinascimento una loro utilità, come attestano i frequenti lavori di restauro compiuti dai papi; ma perdendo la loro originaria forma-funzione, si allontanano lungo una linea iperbolica, dimenticato il centro urbano reale. Gli stessi restauri pontifici non riescono a tener dietro a quella Maginot. Certo, è la città che si è rimpicciolita... ma l'illusione è invece che le mura divengano esorbitanti, in fuga verso il mondo delle idee.
Un sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli, del 22 dicembre 1832, prende spunto dai restauri voluti da Leone XII:

Le mura de Roma

Mó cc'è un editto c' a sta Roma caggna
je vonno ariggiustà ttutte le mura;
ma ssi nun è cche cquarcuno sce maggna,
nun te pare, per dio, caricatura?
Se pò ssapé dde cosa hanno pavura?
Che li Romani scappino in campaggna?
De li preti ggnisuno se ne cura,
perché ddrento in città sta la cuccaggna.
Si ppoi semo noantri secolari,
sc'è bbisoggno de muri e de cancelli
pe ffacce restà ddrento a li rippari?
Pe ppoche pecoracce e ppochi agnelli
dati in guardia a li can de pecorari
bbasta una rete e cquattro bbastoncelli.

small_mura_aureliane_1.JPGLa Roma di Belli non sente più il peso del confronto con il suo passato imperiale. A spiegare quel particolare attrito che caratterizza la condizione psicologica del romano, basta il presente: il papato... Ora la decadenza si ripete quotidianamente ed è, nella città eterna, un rito perenne.
Le mura in rovina servono quindi da palcoscenico ideale per una versione degradata della parabola del buon pastore. Niente pastori ma solo cani, non pecore ma "pecoracce", non tutela ma segregazione. Ma a sorpresa, la città continua a offrirsi come "ripparo", tempio, omphalos: unico Luogo reale (proprio perché idealizzato, immaginario). Il resto del mondo, al confronto, è "campaggna". Sappiamo che allo stereotipo del romano appartiene una feroce domanda retorica usata per intralciare ogni slancio d'iniziativa: "Ma 'ndo' vai?". Dove vuoi andare, in effetti, se sei già al centro del mondo?
Belli dipinge da maestro l'apatia, la boria, l'inutile coscienza della crisi, in questa propaggine beckettiana dove si può solo attendere immobili il crollo dell'ultimo arco, lo schiantarsi dell'ultima lapide. Nulla è più impressionante della paralisi degli animali allevati in cattività, quando si trovano davanti una porta aperta.
Nelle fotografie del 1870 - Porta San Giovanni segnata dalle cannonate, la breccia di Porta Pia - i romani (neonati cittadini italiani) in posa tra le torri di guardia fanno la figura del pacchetto di sigarette inquadrato insieme al torso di Apollo per dare la proporzione. Sembrano presi alla sprovvista dalla Storia.

In uno stato-nazione, le mura delle singole città sono un problematico richiamo all'epoca degli odi campanilisti. Anche le mura di Roma nascono da questo immaginario: Remo "taglia" il tracciato delle mura con un salto, e Romolo l'uccide. Umberto Saba parla del mito in una delle sue prime Scorciatoie. "Gli italiani sono l'unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione."
Così scrivendo Saba presagiva, direi pregustava, il 25 aprile, il coronamento della Resistenza. E colui che è tradizionalmente considerato il primo caduto della Resistenza italiana, il professore di liceo Raffaele Persichetti, fu ucciso il 10 settembre del '43 verso porta San Paolo. Sulla mura veniva siglato il nuovo patto. Sarà un caso se a Persichetti è stata dedicata proprio la corta e larga via che, per aggirare la Piramide, fu ricavata abbattendo un tratto di mura?
Comunque - in un paese unito e concorde, senza invasori e senza lotte fratricide, le mura in apparenza servono a poco. Oggi Roma ha da temere (eventualmente) tattiche e armi del tutto nuove, contro cui i bastioni nulla possono. Le lapidi che a Porta San Paolo ricordano l'8 settembre '43 pendono in un angolo di un piazzale bislungo, già quasi dimenticate - né più né meno del graffito che dietro le auto incolonnate a Porta San Sebastiano rievoca la resistenza contro i forastieri di Roberto d'Angiò, in un giorno del 1327. Il divorzio tra mura-simbolo e mura-oggetto si è fatto definitivo, e la cinta aureliana ha seguito la strada di tutto ciò che è romano: sopravvivere a se stesso.
Come potrebbe mutare, allora, il nostro rapporto con le mura? Certamente in questi anni si dedica maggiore attenzione ai monumenti romani. Il pericolo è di limitarsi a ripetere forme di snobismo culturale come il culto dell'antico denunciato a suo tempo da Leopardi: "Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e pare un giuoco da fanciulli, a paragone del trovare se quel pezzo di rame o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa."
Occuparsi dell'antico ha senso solamente se si riesce a rinnovarne la vitalità. Occorre rubricare le mura, prima che come Cultura e Sapere, come Esperienza umana. Altrimenti meglio la tradizionale, filosofica indifferenza nei confronti delle rovine.
Vorrei, concludendo, proporre qualche esercizio.

1. Immaginare le mura.

Riflettere intanto sulla loro conformazione. Variano i materiali utilizzati, dalle argille locali ai lastroni strappati ad altri monumenti abbattuti per l'occasione; e variano le "opere" (opus caementicium, opus reticulatum, ecc.), cosicché ogni segmento racconta una diversa storia di costruzione, integrazione, smantellamento, restauro. L'altezza viene raddoppiata, le merlature murate, le porte abbassate o chiuse (come la Porta clausa presso Castro Pretorio - e molte altre porte avevano nomi risonanti, ad esempio la Querquetulana); le finestre trasformate in feritoie, i camminamenti ricoperti, i torrioni e gli spalti predisposti per accogliere o affrontare le macchine da guerra (che hanno bellissimi nomi di bestia: testuggini, scorpioni, lupi, gru, topolini, arieti, onagri). Nei periodi di pace è il contrario, sbocciano nuove finestre, le postierle si aprono in vere porte monumentali. Intanto le maestranze, i pellegrini, i cittadini e viaggiatori di ogni sorta, lasciano traccia di sè: croci greche e latine inserite nel disegno dei rivestimenti o grattate nella pietra, firme e sigle antiche e recenti, incisioni e rilievi, lapidi che ricordano lavori o battaglie, bolli laterizi sui mattoni, stemmi pontifici, iscrizioni imperiali, spunzoni fallici con valore apotropaico, latrine pensili dette necessaria, le loro stesse ossa... Le mura sono vive come un corallo. Sono un reticolo di storie. I romani vegliano queste mille e una notte; hanno la responsabilità (gradita) di leggerle, cioè anche (un po') di scriverle.

2. Seguire le mura.

Il tracciato era determinato dai fattori più diversi, politici, religiosi, tattici, economici (si cercò di attraversare terreni di proprietà imperiale, per non dover risarcire gli espropri), o soltanto dalla fretta e dal caso. Ne risultava uno zig-zag in apparenza arbitario. Con i secoli questa arbitrarietà è ovviamente cresciuta. Dove ho letto la storia del ragazzo che con il compasso disegnò un cerchio perfetto sulla carta della sua città e decise di percorrerlo, scavalcando muri, intrufolandosi in uffici e appartamenti, calandosi con corde, fino ad addormentarsi a cavallo di un monumento equestre? Le mura funzionano un poco come quel cerchio, o come l'anello del LEP (Large Electron-Positron Collider) che corre per chilometri sotto la campagna al confine tra Francia e Svizzera. Nel loro viaggio incontrano sepolcri, terrapieni, caserme, edifici privati, acquedotti, anfiteatri, e arraffano tutto come un fiume in piena. Costituiscono ciò che il gruppo di architetti-performer romani "Stalker" chiama "uno Stretto", cioè un "corridoio pedonale infrastrutturale" che pratica un taglio lungo e sottile ma percorribile attraverso zone urbanizzate (altri esempi: cigli di ferrovie e autostrade, sponde di marane e tratti idrici canalizzati, zone di rispetto di elettrodotti). Seguirle, praticare ciò che gli Stalker chiamano la "transurbanza", significa torcere la città, costringerla a esporre giustapposizioni inattese, fulminanti (come seguire il percorso della "circolare" in 19 di Edoardo Albinati).

3. Camminare sulle mura.

Ma Liuming, un artista cinese di fama internazionale, nel 1998 ha eseguito la performance Fen-Ma Liuming cammina sulla Grande Muraglia."Fen-Ma" è un'identità creata dall'artista stesso giocando sul proprio aspetto fisico sessualmente ambiguo (corpo maschile giovane e forte, chioma femminile, trucco) e su un'analoga ambivalenza dello pseudonimo. Lungo la sommità dissestata della Muraglia - grandioso simbolo del potere patriarcale e statale ma anche dell'accesso alla natura inesplorata che giace all'esterno - Fen-Ma cammina nudo/a, con i lunghi capelli abbandonati al vento, "poetica evocazione" (ha scritto un critico d'arte francese, forse alludendo a Walter Benjamin) "della passeggiata di un angelo nella storia rude e dolorosa della Cina antica". Nel lavoro di Ma l'ambiguità sessuale ambisce a trascendere ogni specificazione culturale (terzo sesso, omosessualità, queerness ecc.) per porsi come un assoluto psicologico e spirituale, che proprio in grazia di questa operazione astrattiva può calarsi in contesti storico-culturali fortemente marcati, come la Grande Muraglia (che, ironicamente, è un bel neutro plurale: da muralia, "opere murarie").... La Muraglia cinese, del resto, come altri manufatti colossali dialoga da vicino con ciò che trascende la storia, per esempio con la natura. Basta vedere la foto impressionante del punto in cui la Muraglia dopo migliaia di chilometri si ferma incontrando il Golfo di Bo Hai, nella località detta "la vecchia testa del drago": in effetti la testa di ponte tozza e scolorita sembra un diplodoco davanti al mare. Quanto alle mura aureliane, dall'alto di Porta San Sebastiano (cioè dal Museo delle mura) lo sguardo si perde in un oceano di pini, sfrecciano uccelli inattesi, ci si ritrova in una Roma primordiale. Il solo tratto in cui sia permesso camminare sopra gli spalti va da qui a Porta Latina, ma al momento è chiuso per restauri. Si può esplorare la possibilità di percorrere altri tratti, ma ricordate la ragazza morta l'anno scorso cadendo dal Colosseo.

4. Soggiornare attorno alle mura.

Non penso ai pochi fortunati che vivono in appartamenti ricavati entro la cinta muraria. Uno di questi loft, che ospitava una scuola di disegno, si trovava vicino a Porta Pinciana; lo ricordo vasto (ero un bambino quando l'ho visitato), chic (i bambini sono molto sensibili allo chic), umido e freddino (forse chi ci abitava non era poi così fortunato)... Un'opportunità più accessibile è semplicemente trascorrere parecchio tempo nei dintorni delle mura. Chi si ferma più di mezz'ora in quelle fasce a pratello cessa di essere un turista un po' eccentrico; diventa un anormale. Le mura sono luoghi di sospensione della legittimità. La Roma antica era circondata dal pomerio, una zona sacra in cui era vietato costruire, coltivare, seppellire morti, tenere comizi, portare armi, e venerare divinità straniere. Il pomerio non era necessariamente situato a ridosso delle mura, ma il nome (pomerium da post-moerium, cioè post-murum) suggerisce certamente questa adiacenza, che in effetti era frequente e comunque fu sancita per editto proprio dall'imperatore Aureliano. Del resto le mura erano associate all'omicidio di Remo, al contatto con i barbari, alle pratiche magiche (ne parla Orazio nelle Satire, I, 8), alla condizione di "bando" che escludeva dal consorzio civile. Costituivano, mi pare di capire, un anello in cui non vigeva neanche l'illegalità delle terre barbare, il diritto del più forte; uno spazio pre- o post-strutturato, "altro" anche rispetto all'opposizione tra io e altro (uno spazio da Fen-Ma Liuming). Ancora oggi esse ospitano in alcuni tratti la prostituzione, il battuage, il nomadismo, e altre pratiche che nella situazione giusta possono essere altamente educative.

5. Allontanarsi dalle mura. <7font>

Dopo averle frequentate per un paio d'anni, ma anche solo per un paio d'ore, provate a fare qualche passo in là. Consiglio di scegliere uno slargo della massima ampiezza, come Piazzale Ostiense. Roma non è una città sviluppata in altezza; staccandosi dalla parete sembra di ritrovarsi all'improvviso in un pianeta largo e piano, cosparso di casette chine. Ti volti, e le mura si ergono: sembra davvero un'azione. Più che ai tempi in cui si profilavano dritte sull'orizzonte vuoto della campaggna di Belli, più che a edifici sottili e verticali come Santa Maria della Pieve ad Arezzo o la "Fetta di polenta" di Antonelli a Torino, pensi alle opere della land art americana degli anni Sessanta-Settanta: Double Negative di Michael Heizer, Spiral Jetty di Robert Smithson, soprattutto Shift di Richard Serra. Forre, banchine, muraglie, che si ergono in luoghi remoti e disabitati e sono calcolate per lasciarsi avvicinare (l'immagine è ancora quella dei diplodochi) e modificare il nostro modo di percepire, misurare, pensare.

6. Avvicinarsi alle nuove mura.

La cinta aureliana è solo un episodio importante nella lunga sequenza che inizia con le fortificazioni pre-serviane, e che si conclude con un'altra enorme opera difensiva. Mi riferisco alla collana di quindici forti (più quattro batterie) costruiti attorno al 1880 lungo le strade consolari. Forte Ostiense, Forte Portuense, Forte Bravetta, Forte Aurelio, Forte Boccea, Forte Braschi, Forte Trionfale, Forte Monte Mario, Forte Antenne, Forte Pietralata, Forte Tiburtino, Forte Prenestino, Forte Casilino, Forte Acquasanta, Forte Appio. Ciascuno è grande più o meno come il corpo centrale di Castel Sant'Angelo, ma pochi saprebbero collocarli tutti sulla mappa: ormai sono soffocati dai quartieri, isolati, in parte disabitati o in rovina, o felicemente ripopolati dai soliti nomadi. Sono usciti dalla Storia. O sono diventati Storia? Comunque è un'altra storia.

Posted by Leonardo Colombati at 17:28 | Comments (0)

14.05.05

Luoghi di Perceber: due luoghi

casa_dodo_con_palma_m.JPGSeminascosta da una palma (cliccare per ingrandire), la residenza di Luigi Dodo, il pediatra affetto da "pedofilia immaginaria" che è, con Giovanni Migliore e Antonio Baldini, uno dei tre protagonisti di Perceber. All'interno del villino hanno luogo parecchie scene di sesso solitario e, grazie alla collaborazione di Migliore, anche alcune scene di sesso di coppia.

piazza_xy.JPG"Roma è semplicemente il posto più incredibile del mondo. La amo come una donna, non sopporto che se ne parli male e ne sono geloso", dice Colombati. Quest'albero - nient'altro che un albero, senza alcun ruolo nel romanzo - sorge giusto difronte all'abitazione di Luigi Dodo.

quell_ultima_panchina_A1.JPGL'autore di Perceber seduto su una panchina, al Circo Massimo. Si tratta della stessa panchina sulla quale, nell'ultimo episodio di Perceber, si siede stremato Antonio Baldini, detto anche "il Vecchio". Su quella panchina termina la Storia narrata in Perceber, e inizia la Narrazione della storia.

circo_minimo.JPGIl Circo Massimo, visto da quella stessa panchina, in un primo pomeriggio di febbraio: freddo, ma con un bel sole. Se il Manzoni scrisse che il cielo di Lombardia "è così bello, quando è bello", credo di poter dire che la luce di Roma è tanto bella, quando è bella; ed è bella - mi pare - assai spesso...

Posted by giuliomozzi at 11:11 | Comments (1)

12.04.05

Luoghi di Perceber / Il Ponte di Ferro dell'Industria

di giuliomozzi

Antonio Baldini e Giovanni Migliore (due dei tre personaggi principali di Perceber) passeggiano, il 14 agosto del 2000, nel Quartiere Ostiense di Roma. Racconta Giovanni Migliore:

Là in fondo c'è il Ponte di Ferro dell'Industria: appena ci arriviamo, io lo saluto. "Grazie della bella passeggiata, è stato molto interessante, speriamo di rivederci e,a proposito, lei lo sa che bisogna essere completamente fuori di testa per fottersi una gamba amputata, giocarci un po' e abbandonarla al cimitero? Ah, no?", ah, no? ah, no? ah, no?
Subito prima del ponte, sulla destra, c'è un'aiuola con due alberelli stentati e una lapide in pietra:

IN RICORDO DELLE DIECI DONNE
UCCISE DAI NAZIFASCISTI IL 7 APRILE 1944
S.P.Q.R. 7-9-1997

Sulla lapide c'è anche un bassorilievo in bronzo dove sono ritratti i volti stilizzati di dieci donne, disposti su due file.
"Vede questa qui?", mi fa, indicandomi uno dei volti (tutti perfettamente uguali). "Questa è mia madre. Faceva la puttana, mi ha abbandonato quando ero ancora in fasce. Avevo dieci anni quando i tedeschi l'hanno ammazzata mentre correva sul ponte, tentando di scappare".
Riassumendo, dunque, il padre del vecchio sarebbe stato uno dei migliori architetti del ventennio, mentre la madre batteva. Non si può credere a una parola di quello che dice. E' chiaro.
S'inginocchia, fa il segno della croce, mormora qualcosa rivolto alla lapide. Poi si rialza, si spazzola i calzoni col dorso di una mano, mi fa un gran sorriso, poi si sporge dal parapetto e rimane così, a contemplare il panorama.

pontediferro_m.JPG Il Ponte di Ferro.

dieci_donne_m.JPG La lapide.

pontediferro2_m.JPG Il Ponte di Ferro: particolare.

pontediferro3_m.JPG Il Ponte di Ferro: particolare.

gazometro_m.JPG Veduta dal Ponte di Ferro: il Gazometro.

lavatrice_m.JPG Sotto al Ponte di Ferro: una lavatrice.

rottami_2.JPG Accanto al Ponte di Ferro: il deposito di rottami metallici.

balneazione_m.JPG Accanto al Ponte di Ferro: il divieto.

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01.04.05

Le statue parlanti [3 - fine]

madama_lucrezia.jpgEd ecco le ultime due statue parlanti di Perceber (le prime, le seconde). Le informazioni sul loro conto sono tratte, come sempre, dal minuzioso Repertorio di Perceber personalmente redatto da Leonardo Colombati.

Madama Lucrezia. E' un grosso busto a lato della chiesa di S. Marco, di fronte all’Altare della Patria. Il nome le fu dato quando si scoprì un’annotazione riferita al busto, “donatum Dominae Lucretiae”. Si trattava di Lucrezia d’Alagno, probabile amante di Alfonso d’Aragona.

acquaricciaro.jpgAcquaiolo. Statua parlante cinquecentesca che raffigura un Acquaricciaro nel tipico costume dell’Università degli Acquaioli, con un barile dal quale sgorga l’acqua. Si trova all’angolo di via Lata con il Corso.

Per altre immagini delle e notizie sulle statue parlanti di Roma, potete consultare un sito di curiosità romane o quelli dei fotografi Marco o M. Bonanno; oppure (è un documento in Pdf) potete leggervi una vera e propria dispensina, riccamente illustrata, su Piazza Pasquino e le statue parlandi di Roma, disponibile nel sito della Terza Università di Roma.

Posted by giuliomozzi at 10:13 | Comments (1)

30.03.05

Il vecchio e il nuovo Antiquarium (appendice alle Statue parlanti)

vecchio_antiquarium_small.JPG Il vecchio Antiquarium.

nuovo_antiquarium_small.JPG Il nuovo Antiquarium.

[Le Statue parlanti, prime e seconde.]

Posted by giuliomozzi at 15:40 | Comments (0)

Roma color pastello. Elegia cromatica sul Giubileo del 2000

di Leonardo Colombati

Perceber è un romanzo ambientato a Roma nel 2000, l’anno dell’ultimo Giubileo. Se l’ansia del “mille e non più mille” è stata, universalmente, un fastidioso tormentone, per i romani ha rappresentato qualcosa di drammatico: la sparizione della propria città.
Fino al 1999, se dal basso Roma poteva apparirti diversa di decennio in decennio, la visione dall’alto era rimasta più o meno la stessa: un continuo saliscendi di architetture di un rosso quasi violaceo, o giallo piscio, una lunga teoria di muraglie marroni che s’infilavano tra i pini. Una zozzata stordente, un lurido che ti prendeva il cuore. Dopo l’ultimo Giubileo, però, non possiamo più dire d’essere immersi nel fango di Roma, ma solo sepolti in questo suo sonno.
Qualche tempo fa ho imparato che ‘giubileo’ viene dall’ebraico ‘jobhel’, che significa corno di montone; suonandolo veniva annunciato, ogni sette anni, l’anno sabbatico. Agli amministratori comunali di “Roma Capitale” avrebbero giovato maggiormente un bel paio d’orecchie d’asino. Mi auguro che tali somari abbiano fatto il giro delle quattro chiese per guadagnarsi l’indulgenza plenaria; quanto all’indulgenza mia e d’altri cittadini inveleniti, avranno ancora molto da marciare.
Ma prima di rendere la pariglia a costoro, devo rapidamente ripercorrere il lungo elenco di abomini di cui nel 2000 si resero protagonisti certi geni della finanza vaticana...

Leggi tutto l'articolo Roma color pastello di Leonardo Colombati, circa 90K in formato Pdf.

Posted by giuliomozzi at 15:24 | Comments (0)

Le statue parlanti [2]

Come abbiamo già spiegato, in uno dei primi episodi di Perceber si svolge un curioso dialogo notturno tra statue (in versi, perdipiù). Continuiamo a presentare alcuni di questi marmorei personaggi. Le informazioni sul loro conto sono tratte dal minuzioso Repertorio di Perceber personalmente redatto da Leonardo Colombati.

abateluigi_m.jpgAbate Luigi. [Cliccare sull'immagine per ingrandirla.] Antica statua che rappresenta forse un console o un senatore, sfigurata e mutila, ritrovata nelle fondamenta del palazzo Stoppani. Sin dal Rinascimento fa parte del gruppo delle statue parlanti. Attualmente l’Abate è collocato sul fianco sinistro della chiesa di Sant’Andrea della Valle, in corso Vittorio. Per ben quattro volte gli è stata rubata la testa (negli anni Trenta, nel 1966, nel 1984 e nel 1985) e ogni volta il Comune di Roma fruga tra i suoi magazzini finché non ne trova una nuova da mettergli sul collo.

babbuino_2.jpgBabbuino. [Cliccare sull'immagine per ingrandirla.] Statua di un sileno che Gregorio XIII fece addossare al palazzo oggi segnato con il numero 51 della strada cui la statua oggi dà il nome. Era così brutta che i romani la paragonarono ad una scimmia. Ben presto nacquero le babbuinate, in contrapposizione alle pasquinate di Pasquino (vedi).

[continua]


Posted by giuliomozzi at 15:01 | Comments (0)

18.03.05

Le statue parlanti [1] & Repertorio di Perceber

In uno dei primi episodi di Perceber si svolge un curioso dialogo notturno tra statue (in versi, perdipiù). Cominciamo a presentare alcuni di questi personaggi. Le informazioni sul loro conto sono tratte dal minuzioso Repertorio di Perceber personalmente redatto da Leonardo Colombati.

pasquino.jpgPasquino. Nome dato ad un gruppo marmoreo greco del IV-III sec. a.C., rinvenuto nel 1501 durante i lavori di ristrutturazione dell’odierno palazzo Braschi. La rozza figura principale è senza braccia e termina poco al di sotto delle ginocchia; l’elsa di una spada gli pende da un fianco e solo una vesticella agganciata ad una spalla lo copre, insieme ai pochi resti di un clipeo istoriato. Davanti a questa un torso informe, frammento di una qualche figura che completava il gruppo. Qualcuno gli affibbiò il soprannome di Pasquino e da allora si tenta di capirne il motivo: forse è stato chiamato così per via di un certo Mastro Pasquino, proprietario di un’osteria in zona, o magari era un barbiere che aveva bottega nei paraggi... Sta di fatto che da subito fu presa l’abitudine di affiggere poesie al torso di Parione: erano nate le pasquinate, già raccolte nel 1510 da Giacomo Mazzocchi nei Carmina ad Pasquillum posita. L’abitudine di affiggere su Pasquino versi satirici e per lo più anticlericali continuò ininterrotta fino al 1870; e ancora oggi qualche nostalgico perpetua la tradizione, spesso in chiave antigovernativa.

marfori_mignon.jpgMarforio. [Cliccare sull'immagine per ingrandirla.] Colossale statua di marmo, sdraiata di fronte al Carcere Mamertino, che per alcuni rappresenterebbe il Juppiter pistor (Giove ‘fornaro’), per altri il fiume Tevere. La sua attività di statua parlante è attestata sin dai Carmina ad Pasquillum posita. Pasquino lo chiama spesso “fratello”, anche se non mancano, tra i due, accesi battibecchi.

Clicca qui per scaricare in versione integrale il Repertorio di Perceber, circa 250K in formato Pdf.

[continua]

Posted by giuliomozzi at 12:21 | Comments (2)

15.03.05

Bum! / Dove si perse una gamba (e tutto si mise in moto)

di giuliomozzi

Come ha raccontato Leonardo qualche giorno fa, il marchingegno narrativo di Perceber prende le mosse dalla scomparsa di una Gamba.
(Qualcuno potrebbe notare che un analogo evento è presente nell'Elenco telefonico di Atlantide di Tullio Avoledo, altro libro pubblicato dall'editore Sironi. Qualche maligno ha già confezionata la battuta: Sironi, più che un editore in gamba, sarebbe un editore che taglia le gambe. L'analogia, ovviamente, è del tutto casuale; e la malignità è priva di fondamento).
L'ispirazione, come ha spiegato Leonardo, veniva da "una notizia vera: ad un anziano signore era stata amputata una gamba dopo che era finito sotto un tram; dopo un paio di mesi, il disgraziato ricevette una telefonata dall’obitorio in cui gli si chiedeva di passare a riprendersi l’arto". Per un Fortunato Caso, poco dopo aver letta (e ritagliata, e archiviata) questa notiziola di cronaca, Leonardo lesse il romanzo Underworld di Don DeLillo. "Fu una rivelazione: una palla da baseball veniva utilizzata come un filo rosso che univa storie tra loro molto diverse. Perché non provarci con i quattro racconti che avevo scritto? Decisi che la mia 'palla da baseball' sarebbe stata la gamba amputata: i tre protagonisti del mio progetto di romanzo – il vecchio pazzo Baldini, il pedofilo Luigi Dodo e il giornalista Giovanni Migliore – avrebbero assistito all’incidente. Bum! Tutto si mise in moto".
Bene. Abbiamo ora la possibilità di mostrarvi le immagini del luogo (piazza Giuseppe Gioacchino Belli, vicino a ponte Garibaldi) nel quale l'incidente è avvenuto.

Questa è la statua del Belli:

belli_2_m.JPG

Questo è il tram. Nella prima immagine si vede il punto esatto dell'incidente.

tram_1_m.JPG

tram_2_m.JPG

tram_3_m.JPG

L'arrivo dell'ambulanza:

aznalubma_1_m.JPG

La costernazione del Belli:

belli_1_m.JPG

Posted by giuliomozzi at 10:31 | Comments (1)

09.03.05

Luoghi di Perceber / Casa Baldini

casa_Baldini_2.JPG

L'abitazione di Antonio Baldini, personaggio-chiave del romanzo Perceber (forse il vero e proprio protagonista).

giardino_degli_aranci_1m.JPG

A pochi passi da casa Baldini, il Giardino degli aranci: nel quale, ovviamente, si svolge un importante episodio del romanzo Perceber.

cupolone_2.JPG

Dal Giardino degli aranci (ma anche dalla casa di Antonio Baldini) si gode una magnifica vista su Roma. Qui, in lontananza, il Cupolone.

sinagoga_2.JPG

E qui, sempre in lontananza, la Sinagoga. Non è da stupirsi che, con un panorama così sotto le finestre di casa, Antonio Baldini abbia concepito il progetto di realizzare una pianta di Roma in scala uno a uno (o qualcosa del genere).

gatto_2.JPG

Nel Giardino dgli aranci, inoltre, vivono numerosissimi gatti. Alcuni dei quali, come si vede, assai tenebrosi.

Posted by giuliomozzi at 10:13 | Comments (1)

07.02.05

Luoghi di Perceber / Casa Migliore

soglia_di_casa_Migliore_2.JPG

Roma. La soglia di casa Migliore. Giovanni Migliore, uno dei tre personaggi principali di Perceber, compare nell'episodio Chi è il tricheco?, pubblicato nel precedente post.

via_Caetani_vista_da_casa_Migliore_2.JPG

Roma. Via Caetani, vista da casa Migliore.

Posted by giuliomozzi at 19:35 | Comments (11)