21.07.06

Il nuovo numero del Medicine Show

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E' on-line il nuovo numero di MEDICINE SHOW (luglio-agosto 2006). Si parla si parla di dEUS, Morrisey, Duran Duran, U2, Thelonious Monk, Muse, Lacuna Coil, Sex Pistols, Chick Corea, Red Hot Chili Peppers, Beatles, Dylan, Domenico Modugno, ecc.

- Scarica qui il nuovo numero in formato Word.
- Scarica il nuovo Supplemento "Francesco De Gregori: Atlantide"
- Scarica il vecchio Supplemento "R.E.M., Nightswimming"

- Vai qui per scaricare i Supplementi arretrati
- Iscriviti alla Newsletter

Posted by Leonardo Colombati at 15:07 | Comments (1)

24.06.06

Il fumetto del Medicine Show!

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Ecco a voi, facile da scaricare in pdf, il fumetto Dr. Mercury's Medicine Show, già uscito a puntate sui vecchi numeri del MEDICINE SHOW ed ora tradotto in italiano. Buon divertimento!

Dr. Mercury's Medicine Show - 1^ Puntata
Dr. Mercury's Medicine Show - 2^ Puntata
Dr. Mercury's Medicine Show - 3^ Puntata
Dr. Mercury's Medicine Show - 4^ Puntata
Dr. Mercury's Medicine Show - 5^ Puntata

Posted by Leonardo Colombati at 08:53 | Comments (2)

22.06.06

Il nuovo numero del Medicine Show

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È on-line il numero di maggio-giugno 2006 del MEDICINE SHOW, la ciarlatanesca rivista musicale diretta da Leonardo Colombati e Giulio Mozzi. (Scarica qui il numero nella sua versione "leggera" in Word)

In questo numero: il DOC rimpiange i Nirvana; GIUSEPPE GENNA e WU MING 1 tracciano una fenomenologia di Franco Battiato; CRISTIANO CALEGARI ci parla di un assolo del tastierista Kenny Kirkland; SEIA MONTANELLI e DAVIDE L. MALESI ricordano l’età dell’innocenza, quando cantavamo le sigle dei cartoni giapponesi; continua il trasloco di GABRIELE PESCATORE; Aldo Enrico Tambolo stronca il Calvino paroliere per le Cantacronache; MRS. HILLS recensisce un poemetto fantascientifico di Richard Matheson; GIORGIA MESCHINI ci invita alla terza lezione di canto lirico; la rubrica “Sparate sul pianista” si occupa di Salvatore Accardo; LORD CORNELIUS PLUM incontra il Signor Mostarda; i "Desert Island Discs", questa volta, sono a nome The Band e Tom Petty; in più notizie fresche su Bob Dylan, Radiohead, Gary Glitter, Sex Pistols, Ennio Morricone, Eminem, White Stripes, ecc.

Il Supplemento è R.E.M., "Nightswimming". Per ricevere i Supplementi iscrivetevi alla Newsletter. Per scaricare i Supplementi arretrati, cliccate qui.

Posted by Leonardo Colombati at 14:14 | Comments (3)

20.06.06

Tutti i Supplementi del Medicine Show

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In un rarissimo slancio di generosità, il MEDICINE SHOW, la più ciarlatanesca rivista musicale del globo, ha deciso di offrire qui la possibilità di scaricare in pdf tutti i suoi Supplementi (a partire dal settembre 2004), che sono - di solito - ad esclusivo appannaggio degli iscritti alla Newsletter. Buon divertimento, allora.

01. BRUCE SPRINGSTEEN, "Nebraska"

02. TOM WAITS, "Nighthawks Postcards from the Tropicana"

03. THE BEATLES, "Buon Natale da Pepperlandia", Pt. 1; THE BEATLES, "Buon Natale da Pepperlandia", Pt. 2

04. BOB DYLAN, "Sulle torri di guardia"

05. XTC, "Il Giardino delle Meraviglie"

06. THE VELVET UNDERGROUND & NICO, "New York Stories"

07. VAN MORRISON, "Un teosofo a Belfast"

08. FABRIZIO DE ANDRE', "La Buona Novella"

09. MIKE SCOTT & THE WATERBOYS, "The Pan Within"

10. BRUCE SPRINGSTEEN, "Born to Run", pt. 1; BRUCE SPRINGSTEEN, "Born to Run", pt. 2

11. RADIOHEAD, "W.A.S.T.E."

12. LUCIO BATTISTI e PASQUALE PANELLA, "Sinceramente non tuo"

13. KATE BUSH, "Mangia la musica", pt. 1; KATE BUSH, "Mangia la musica", pt. 2; KATE BUSH, "Mangia la musica", pt. 3

14. BRUCE SPRINGSTEEN: "We Shall Overcome")


Iscrivetevi alla Newsletter! Il prossimo Supplemento è:
R.E.M., "Nightswimming"

Posted by Leonardo Colombati at 15:57 | Comments (1)

26.05.06

Due Supplementi arretrati del Medicine Show

Ecco a voi, facili da scaricare (in pdf), 2 vecchi Supplementi del Medicine Show:

RADIOHEAD, "W.A.S.T.E.".

THE VELVET UNDERGROUND & NICO, "New York Stories"

Se volete sapere come si possono ricevere gli altri Supplementi arretrati e, di volta in volta, quelli nuovi, leggete qui.

Andate qui se volete scaricare altri 5 Supplementi arretrati.


Posted by Leonardo Colombati at 16:50 | Comments (0)

08.05.06

Gli arretrati del Medicine Show

Ecco a voi, facili da scaricare, 5 vecchi Supplementi del Medicine Show, la più stramba rivista musicale del pianeta internet. Se volete sapere come si possono ricevere gli altri Supplementi arretrati e, di volta in volta, quelli nuovi, leggete qui.

BRUCE SPRINGSTEEN "Nebraska"
TOM WAITS Nighthawks "Postcards from the Tropicana"
BOB DYLAN "Sulle torri di guardia"
VAN MORRISON "Un teosofo a Belfast"
MIKE SCOTT & THE WATERBOYS "The Pan Within"

Buon divertimento.

Posted by Leonardo Colombati at 12:50 | Comments (0)

05.05.06

Supplemento speciale di Medicine Show

springsteen_seegersessons.jpg Ad ogni numero in uscita, la rivista musicale MEDICINE SHOW - fondata e diretta dal sottoscritto assieme a Giulio Mozzi - offre agli iscritti alla sua Newsletter la possibilità di ricevere via e-mail un Supplemento, numero monografico su un artista del panorama pop-rock italiano o internazionale).
Oggi, la banda che fa la rivista ha deciso di pubblicare qui un Supplemento speciale dedicato all'ultimo album di Bruce Springsteen (scarica qui in formato pdf Bruce Springsteen: "We Shall Overcome").

Per iscriverti alla Newsletter, vai qui. Potrai richiedere i Supplementi arretrati, che diamo qui di seguito in elenco.

S U P P L E M E N T I A R R E T R A T I

Ottobre 2004
BRUCE SPRINGSTEEN - Nebraska
I testi in italiano delle 10 canzoni che compongono questo straordinario album acustico pubblicato nel 1982.

Novembre 2004
TOM WAITS - Nighthawks Postcards from the Tropicana
Il racconto di quando Waits alloggiò nel celebre albergo di Hollywood, con i testi in italiano di 9 sue canzoni.

Dicembre 2004
THE BEATLES - Buon Natale da Pepperlandia
Tradotte in italiano, 17 canzoni psichedeliche dei fab-four, commentate da loro stessi.

Gennaio 2005
BOB DYLAN - Sulle torri di guardia
Un lungo saggio sulla carriera del menestrello di Duluth e i testi in italiano di 7 sue canzoni fondamentali.

Febbraio 2005
XTC - Il Giardino delle Delizie
La carriera dei "Beatles di Swindon" raccontata disco per disco e 7 dei loro migliori testi tradotti in italiano.

Marzo 2005
THE VELVET UNDERGROUND & NICO - New York Stories
Un lungo saggio introduttivo, un'intervista ad Andy Warhol del 1967, la discografia completa e 15 testi tradotti in italiano.

Aprile 2005
VAN MORRISON - Un teosofo a Belfast
Due interviste e 8 testi in italiano delle sue migliori canzoni "joyciane".

Maggio 2005
FABRIZIO DE ANDRE' - La Buona Novella
I testi dell'album con cui il cantautore genovese si confronta coi Vangeli apocrifi, con un saggio introduttivo e la discografia completa.

Giugno 2005
MIKE SCOTT & THE WATERBOYS - The Pan Within
I testi in italiano delle migliori canzoni di Mike Scott & Co., con un saggio introduttivo e la discografia completa.

Settembre-Ottobre 2005
BRUCE SPRINGSTEEN - Come un killer sotto il sole
Tutti i testi (annotati) in italiano di "Born to Run", in occasione del 30mo anniversario della sua pubblicazione.

Novembre-Dicembre 2005
RADIOHEAD - W.A.S.T.E.
I testi più belli (in italiano) della migliore rock band degli anni 2000, con un saggio introduttivo e la discografia.

Gennaio-Febbraio 2006
LUCIO BATTISTI e PASQUALE PANELLA - Sinceramente non tuo
I migliori testi di Panella per gli ultimi 5 dischi di Lucio Battisti.

Marzo-Aprile 2006
KATE BUSH - Mangia la musica
Vita e opere della più grande cantautrice inglese, con i suoi migliori testi tradotti in italiano.

Posted by Leonardo Colombati at 09:08 | Comments (2)

27.04.06

Il nuovo numero del Medicine Show

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E' on-line il nuovo numero di Medicine Show, la ciarlatanesca rivista musicale fondata da Leonardo Colombati e Giulio Mozzi.

Nel numero di marzo-aprile: un'intervista esclusiva di Niccolò Borella a Jim Kerr, leader dei Simple Minds; uno speciale sui re del soul (Charles, Cooke, Redding, Gaye, Brown); Mario Desiati ricorda Edoardo De Candia, il "pittore matto di Lecce"; Lapo Boschi va sui tetti di Zurigo e ascolta un concerto dei Plaid; continuano le lezioni di canto di Giorgia Meschini; la redazione recensisce gli ultimi album di Prince, Vinicio Capossela e Petra Magoni; Seia Montanelli ci parla di "Cardiff Dead", il nuovo romanzo di John Williams; e tanto altro ancora, con notizie su Springsteen, Gang, Fortis, Radiohead, Replacements, Eno, Who, U2, Korn, Pixies, Depeche Mode, Weller...

Il Supplemento di questo numero - riservato agli iscritti alla Newsletter - è "KATE BUSH: Mangia la musica". Per iscriverti alla Newsletter, vai qui.


Per visualizzare il numero in uscita nella sua versione integrale (con immagini) in pdf vai al sito di Medicine Show. Se vuoi scaricarlo nella versione "leggera" (senza immagini) in Word, clicca qui:MEDICINE SHOW marzo-prile 2006

Posted by Leonardo Colombati at 13:07 | Comments (7)

31.03.06

Kate Bush sul prossimo Medicine Show

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Kate Bush
π

È un uomo dolce, gentile e sensibile
con una natura ossessiva
e una intensa fascinazione per i numeri,
una completa infatuazione per il calcolo del π.

Oh, lui ama davvero i suoi numeri,
e quelli corrono, corrono,
gli corrono intorno in un grande cerchio,
un cerchio infinito.

3,14159 26535897932
3846 264 338 3279

Oh, lui ama davvero i suoi numeri,
e quelli corrono, corrono,
gli corrono intorno in un grande cerchio,
un cerchio infinito.
Ma lui deve aggiungerne un altro.

50288419 716939937510
582319749 44 59230781
6406286208 8214 80865132…

[E' il testo di una delle canzoni contenute nel nuovo album dell'immensa Kate Bush, Aerial. Il Supplemento del prossimo numero di MEDICINE SHOW (in uscita a metà aprile) sarà dedicato a lei. Se volete averlo, assieme agli arretrati, iscrivetevi alla Newsletter lasciando un messaggio qui.]

Posted by Leonardo Colombati at 17:35 | Comments (1)

15.02.06

Il nuovo numero di Medicine Show

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E' on-line il nuovo numero di MEDICINE SHOW (gennaio-febbraio 2006), la ciarlatanesca rivista musicale diretta da Leonardo Colombati e Giulio Mozzi. Potrete trovarvi articoli di Leonardo Colombati, Mario Desiati, Franz Krauspenhaar, Davide L. Malesi, Giorgia Meschini, Giovanni Migliore, Seia Montanelli, Gabriele Pescatore, Lord Cornelius Plum, Alberto Ragni e Armando Trivellini.

Il Supplemento (Lucio Battisti e Pasquale Panella, Sinceramente non tuo) è riservato agli iscritti alla Newletter. Per iscriverti vai qui.

Posted by Leonardo Colombati at 19:12 | Comments (1)

23.12.05

I viaggi di Lord Cornelius Plum

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BENVENUTI A PEPPERLANDIA

di Lord Cornelius Plum


[Lo psichedelico viaggiatore del Medicine Show è approdato nella Terra dei quattro baronetti. Questo suo reportage è nell'ultimo numero della rivista]


Se hai voglia di distrarti e il traffico cittadino ti fa letteralmente impazzire e il poster di un’isola tropicale che hai appeso proprio dietro al computer dell’ufficio non fa che aumentare il tuo cattivo umore visto che hai il terrore di volare,

lascia che ti porti con me
perché sto andando ai Campi di Fragole
dove niente è reale
e non c’è niente per cui stare in attesa.
[1]

Non avere paura: sarà bellissimo. Il mio pensiero – anche questo – sarà nei sogni degli uomini che dormono. La notte protende la lingua verso spazi ritardatari d’azzurro. E nulla ti è dato sapere nell’inconsapevolezza del sonno. Innaffia quelle buganville, sazia quel che resta del corpo che un tempo avresti abbracciato per tutto l’oro del mondo. Così che le lame con cui adesso maciullo il tuo riposo agitato raggiungano quella mano che non riuscendo a toccarmi mi ha inflitto la morte.

Spegni la mente, rilassati e fatti trasportare:
non è come morire…
Abbandona ogni pensiero, arrenditi al vuoto:
sta brillando…
[2]

Ecco: siamo arrivati. Alla stazione, facchini di plastilina con cravatte di specchio prendono i nostri bagagli [3] . Usciamo. Sotto la pensilina, in mezzo alla rotonda, un’infermiera vende papaveri da un vassoio [4] . Davanti a noi – in verde, giallo, arancio e magenta – si stende Pepperlandia. Guarda: alberi di mandarino e cieli di marmellata, fiori di cellophane, uomini-cavalli a dondolo che mangiano torte di altea, taxi di carta di giornale e una ragazza con occhi di caleidoscopio che vola nel cielo circondata da diamanti… [5] Crema di materia gialla cola dall’occhio di un cane morto. Una sardina di semolino sta scalando la torre Eiffel, un pinguino zotico sta cantando hare krishna [6] e un uomo con una cuffia bianca canta:

Sono l’uomo-uovo,
tutti sono uomini-uovo,
sono il tricheco,
goo goo g’joob…
[7]

Sotto un gazebo liberty, nel bel mezzo del parco, una banda di ottoni attacca un motivetto:

Sono oggi vent’anni che il Sergente Pepe
ha insegnato a suonare alla banda;
sono stati di moda e fuori moda
ma è garantito che suscitino un sorriso.
Perciò, permettetemi di presentarvi
il numero che conoscete ormai da anni:
la Banda dei Cuori Solitari del Sergente Pepe!
[8]

mentre, poco più in là, un imbonitore vestito da marinaio invita tutti al Circo:

A favore di Mister Kite
stasera si terrà un’esibizione sul tappeto elastico.
Gli Henderson ci saranno tutti,
in arrivo dalla Fiera di Pablo Fanquez – che scena!.
Sopra uomini e cavalli, cerchi e giarrettiere
e infine attraverso una botte di vero fuoco:
è così che Mister K. sfiderà il mondo!

Il famoso Mister K.
presenta il suo numero sabato al Bishopgate.
Gli Henderson balleranno e canteranno
mentre Mister Kite attraverserà in volo l’anello
– non mancate!
I signori K. e H. assicurano al pubblico
che la loro produzione non sarà seconda a nessuna.
E naturalmente Henry il Cavallo ballerà il valzer!

La banda comincia alle sei meno dieci
quando Mr. K. presenterà i suoi numeri
nel silenzio più assoluto.
E Mister H. si esibirà
in dieci salti mortali che affronterà sulla nuda terra.
Ci sono voluti alcuni giorni di preparazione:
è garantito per tutti un gran divertimento
e stasera Mister Kite è in testa al cartellone!
[9]

Nella sagrestia della chiesa, in fondo al parco, padre McKenzie sta scrivendo il testo di un sermone che nessuno ascolterà mai [10] . Il tirchio signor Mostarda dorme in una buca, per strada, con una banconota da dieci scellini su per il naso [11] . La Banda del Sergente Pepe sta suonando una canzone dedicata a sua sorella Pam:

Be’, dovreste vedere Politene Pam:
ha un così bell’aspetto – ma ha l’aspetto di un uomo.
Be’, dovreste vederla travestita
con addosso il suo sacco di politilene.
Sì, dovreste proprio vedere Politilene Pam.

Fatevi una dose di lei in stivaloni e kilt.
È micidiale quando si veste di tutto punto.
È il tipo di ragazza
che finisce su News of The World.
Sì, si può dire che aveva un bel fisico…
[12]

Lontano, all’orizzonte, solo su una collina, l’uomo col sorriso da idiota se ne sta perfettamente immobile e guarda tramontare il sole. È l’uomo dalle mille voci e scandisce forte le parole [13] ; nessuno però l’ha mai ascoltato mentre dice:

Le parole volano come pioggia senza fine
in una tazza di carta,
scivolano mentre passano,
si disperdono per tutto l’universo.
Pozzanghere di dolore, onde di gioia
fluttuano nella mia mente aperta,
s’impossessano di me e mi accarezzano.

Jay Guru Deva Om…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
[14]

Sotto di lui, abbracciati dal suo sguardo, ovunque ci sono tanti porcellini che vivono vite porcine. Li puoi vedere fuori a cena con le loro mogli porcine che impugnano forchetta e coltello per mangiare la loro pancetta [15] . Ma lo scemo sulla collina chiude subito gli occhi e continua a cantare:

Immagini di luce spezzata
che mi danzano davanti come un milione di occhi,
che mi chiamano e mi chiamano per tutto l’universo.
I pensieri vagano come vento inquieto
dentro una cassetta delle lettere,
precipitano alla cieca mentre seguono la loro strada
per tutto l’universo.

Jay Guru Deva Om…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
[16]

È tardi, adesso. Un tramonto zafferano manda tutti a dormire. La banda ha riposto gli strumenti nella custodie, l’imbonitore scompare dentro il tendone del circo. I biechi blu si ritirano. L’aria è leggera e pulita. La voce del matto sulla collina echeggia, ancora inascoltata:

Suoni di risa, ombre di terra
risuonano attraverso le mie vedute aperte,
mi incitano e m’invitano.
Amore senza fine né limiti
che mi splende intorno come un milione di soli,
mi chiama e mi chiama per tutto l’universo.

Jay Guru Deva Om…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…
Niente cambierà il mio mondo…

Jay Guru Deva Om…
Jay Guru Deva Om…
[17]

Possiamo tornare a casa. Pepperlandia ha chiuso il suo sipario. Sei più felice, adesso? Ti ho raccontato dei campi di fragole, un posto dove nulla è reale. Ti ho fatto guardare attraverso i tulipani dallo stelo ricurvo per vedere come vive l’altra metà. Ti ho raccontato di me e del tricheco (ed ecco una doverosa precisazione per voi tutti: il tricheco era Paul). Ti ho raccontato del matto sulla collina; sta ancora lì, immobile… [18]
Buona notte, dormi, sogni d’oro. Prova a riparare una buca nell’oceano, prova a fare un incastro a coda di rondine. Guarda attraverso una cipolla di vetro… [19]
Addio.


NOTE:

[1] Versi tratti da Straweberry fields forever dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata il 17 febbraio 1967 sul singolo Penny Lane, il primo disco dei Beatles a non arrivare al numero 1 in classifica.

[2] Versi tratti da Tomorrow never knows dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata il 5 agosto 1966 sull’album REVOLVER. Racconta il produttore George Martin: “Quel brano fu una grande innovazione. John voleva un brano molto sinistro, un suono molto etereo. Quando componemmo la versione originale del nastro, cominciammo con il tono salmodiante della tambura e il rullare caratteristico di Ringo. In quel periodo Paul era probabilmente più all’avanguardia degli altri. Pensiamo sempre che John sia quello all’avanguardia, con Yoko Ono e via dicendo, ma in quel periodo Paul era molto appassionato di Stockhausen e di John Cage e di tutti gli artisti d’avanguardia, mentre John viveva una vita molto tranquilla e provinciale a Weybridge. Fu Paul, in realtà, a fare esperimenti con il registratore a casa, togliendo la testina di cancellazione e mettendo su le distorsioni, saturando il nastro di suoni strani. Spiegò agli altri come l’aveva fatto. Quello fu un brano strano, perché una volta registrato non potemmo mai riprodurlo. Ovunque negli studi della EMI c’erano registratori con le distorsioni, e gente che le teneva alla giusta distanza con un pezzo di matita. In Tomorrow never knows John mi disse che voleva che la sua voce creasse l’effetto del canto del Dalai Lama dalla cima della montagna, e io dissi: ‘È un po’ caro andare in Tibet. Possiamo provare a farlo qui?’”.

[3] Verso tratto da Lucy in the sky with diamonds dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata il 1° giugno 1967 sull’album SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND. In un’intervista, Lennon precisò: “Dicono che sia una canzone sull’LSD. Non è assolutamente vero, ma nessuno mi crede. Mio figlio è tornato a casa con un disegno e mi ha fatto vedere una donna dall’aspetto strano che svolazzava. Io ho chiesto: ‘Che cos’è?’ e lui mi ha risposto: ‘È Lucy nel cielo coi diamanti’. Immediatamente ci ho scritto sopra una canzone. Le immagini venivano da Alice nel Paese delle Meraviglie".

[4] Verso tratto da Penny Lane dei Beatles, scritta da Paul McCartney e pubblicata su singolo il 17 febbraio 1967. Racconta il produttore George Martin: “L’unica ragione per cui Strawberry fields forever e Penny Lane non sono finite su SGT. PEPPER’S è stata la sensazione che avendole già pubblicate come singolo, non sarebbero dovute entrare in un album. È stata un’idea folle e temo di esserne in parte responsabile”.

[5] Immagini tratte dal testo di Lucy in the sky with diamonds.

[6] Immagini tratte dalla canzone I’m the walrus dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata il 24 novembre 1967 sul singolo Hello goodbye. “È una delle mie canzoni preferite, perché l’ho composta io, naturalmente!” dirà Lennon”. “È tratta dalla poesia Il tricheco e il falegname da Alice nel Paese delle Meraviglie”.

[7] Versi tratti da I'm the walrus.

[8] Versi tratti dalla canzone Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, scritta da Paul McCartney e pubblicata sull’album omonimo il 1° giugno 1967. Racconta Paul McCartney: “Eravamo agli inizi dell’epoca hippy. Ho cominciato a pensare a un nome veramente assurdo da dare al gruppo. A quel tempo c’erano diversi gruppi con nomi tipo Laughing Joe and His Medicine Band… Così ho assemblato le parole per formare Sgt. Pepper’s Lonley Hearts Club Band. Ho portato l’idea ai ragazzi a Londra: ‘Visto che stiamo cercando di scappare da noi stessi e dalle tournée verso qualcosa di più surreale, che ne direste se diventassimo un gruppo alter-ego, qualcosa tipo Sgt. Pepper Lonely Hearts? Ho una canzoncina che suona bene con questo nome…’”.

[9] La canzone è Being for the benefit of Mr. Kite dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata sull’album SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND.

[10] Versi tratti dalla canzone Eleanor Rigby dei Beatles, scritta da Paul McCartney e pubblicata il 5 agosto 1966 sull’album REVOLVER. “La scrissi quando vivevo a Londra e nel seminterrato avevo un pianoforte” ricorda Paul. “E proprio armeggiando con un accordo vennero fuori alcune parole: ‘… Raccoglie il riso nella chiesa dove c’è stato un matrimonio’. L’idea portò la canzone sul suo fulcro, ‘la gente sola’. Volevo trovare un nome che stesse bene con la melodia. Stavo lavorando a HELP! con Eleanor Bron e il nome Eleanor mi piaceva. Poi vidi ‘Rigby’ sull’insegna di un negozio di Bristol. Pensai: ‘Bel nome, Eleanor Rigby’. Pare comunque che nel cimitero di Woolton, dove passavo parecchio tempo con John, ci sia una lapide per una donna con quello stesso nome”.

[11] Verso tratto dalla canzone Mean Mr. Mustard dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata sull’album ABBEY ROAD il 26 settembre 1969.

[12] Versi tratti dalla canzone Polythene Pam dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata sull’album ABBEY ROAD il 26 settembre 1969.

[13] Verso tratto dalla canzone The fool on the hill dei Beatles, scritta da Paul McCartney e pubblicata l’8 dicembre 1967 sul doppio ep MAGICAL MISTERY TOUR.

[14] Versi tratti dalla canzone Across the universe dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata l’8 maggio 1970 sull’album LET IT BE. Racconta Lennon: “Registrammo il brano per la prima volta alla fine del WHITE ALBUM. Ero sdraiato sul letto accanto alla mia prima moglie e pensavo. Era cominciata come una canzone negativa, e mia moglie continuava a parlare di qualcosa. Poi lei si addormentò ed io cominciai a sentire: ‘Words are flowing out like andless rain…’. Ero un po’ irritato; sono sceso al piano inferiore e l’ho trasformata in una specie di canzone cosmica anziché dirle: ‘Perché continui a lamentarti con me?’. Non è mia: è venuta così”.

[15] Versi tratti dalla canzone Piggies dei Beatles, scritta da George Harrison e pubblicata il 22 novembre 1968 sull’album THE BEATLES.

[16] Versi tratti da Across the universe.

[17] Ibidem.

[18] Versi tratti dalla canzone Glass onion dei Beatles, scritta da John Lennon e pubblicata il 22 novembre 1968 sull’album THE BEATLES. Racconta Lennon: “Sono io che faccio una canzone buttata là, à la I’m the walrus. Ho inserito il verso ‘il tricheco era Paul’ per confondere un po’ di più le acque. Volevo farmi una risata perché c’erano stati tutti quei commenti cervellotici su SGT. PEPPER’S – suonalo a rovescio, mettiti a testa in giù e cose del genere”.

[19] Ibidem.

Posted by Leonardo Colombati at 10:11 | Comments (0)

20.12.05

Ritorna il Medicine Show

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E' on-line il nuovo numero di MEDICINE SHOW (novembre-dicembre 2005), la ciarlatanesca rivista musicale da sempre sull'orlo del fallimento, che questa volta propone articoli di Silvio Bernelli, Leonardo Colombati, Davide L. Malesi, Seia Montanelli, Gabriele Pescatore, Lord Cornelius Plum, Francesco Soliani, Aldo Enrico Tambolo, oltre ad un'intervista esclusiva a Cristiano Godano dei Marlene Kuntz.
Buon divertimento.


Scarica qui MEDICINE SHOW in formato Word: MS novembre-dicembre 2005

Posted by Leonardo Colombati at 17:20 | Comments (0)

18.11.05

I viaggi di Lord Cornelius Plum / 2

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METROPOLIS

di Lord Cornelius Plum


[Dopo averci portato oltre lo specchio, nel magico mondo di Alice, Lord Cornelius Plum, il misterioso collaboratore del MEDICINE SHOW, ci invita tutti per un viaggio nella città di Superman]


Mi trovavo a Metropolis, nel 1992, davanti alla redazione del Daily Planet, quando Superman morì per mano del terribile Doomsday [1]. Aveva fatto appena in tempo a sussurrare alla sua amata Lois Lane: “Ricorda… Qualunque cosa succeda… Ti amerò sempre…”, che le escrescenze ossee del mostruoso nemico lo tagliarono come un filetto di bue.

Un quarto di secolo prima, quando ancora nessuno osava pensare che un supereroe potesse perire, ero andato a far visita all’Uomo del 2000 [2] nella sua Cittadella [3]. “Il mio nome è un numero” mi disse; “solo un pezzo di pellicola” [4]. Scoprii che aveva una storia d’amore con il suo gigantesco calcolatore elettronico e che la moglie, malgrado avesse scoperto l’affaire, lo rispettava ancora.
Dopo il tè, l’Uomo del 2000 mi fece entrare nella stanza in cui aveva alloggiato il computer. Era un mostruoso marchingegno zeppo di cavi, leve, bottoni, schermi, tastiere e relais. “Sa tutto”, mi disse il mio ospite, con la voce rotta dall’emozione. “Sì, ma… come hai fatto ad innamorartene?” feci; “è solo… solo… un ammasso di…”. “Non dirlo!” mi interruppe. “Non potrai capire finché non ti mostro una cosa”. E così detto, su una tastiera digitò questa domanda: “Chi sei?”. Seguì una serie di CLANG! ed altri rumori, fino a quando sullo schermo principale apparve… Lois Lane!
Fu allora che l’Uomo del 2000, rapito da quella visione, iniziò a cantare così:

Lei arriva e dappertutto sparge i suoi colori,
si pettina – è come un arcobaleno.
Arriva e i colori nell’aria
sono ovunque;
ovunque sparge i suoi colori.

L’hai mai vista vestita d’azzurro?
Allora guarda il cielo davanti a te.
Il suo volto è una vela,
la sua carne è di un bianco così pallido e delicato!
Hai mai visto una donna più bella?

L’hai mai vista tutta in oro?
È come una regina dei bei tempi andati.
Proietta i suoi colori tutto intorno
come un sole al tramonto.
Hai mai visto una donna più bella?
[5]

Terminata la canzone, aveva gli occhi pieni di lacrime. “Perché piangi?”, domandai. “Guarda qui”, mi disse sconsolato. Premette un bottone color magenta e un foglio traforato uscì da una fessura della macchina. C’era scritto: “Nel 1996, cinquant’anni dopo essersi dichiarato, Superman coronerà il suo sogno sposando Mrs. Lane” [6].
Quando, anni dopo, assistetti al funerale di Superman, al Centennial Park (l’orazione funebre fu tenuta da un commosso Bill Clinton [7]), mi ricordai del mio amico innamorato e sul viso mi si allargò un sorriso – il suo amore era salvo! – fino a quando incrociai lo sguardo inferocito di Batman, una fila più dietro. Avevo imparato che i supereroi possono morire. Ma non sapevo ancora che possono resuscitare…


NOTE

[1] Nell’autunno del 1992 i media di tutto il mondo annunciarono la morte di Superman, dopo 54 anni di onorato servizio. Fra il novembre del 1992 al maggio del 1993 (con al centro il numero 75 del fumetto, dove appunto il supereroe veniva ucciso dal terribile Doomsday; numero che vendette 6 milioni di copie solo negli USA) il pubblico trattenne il fiato, finchè nell’ultima vignetta dell’ultima puntata, Vita dopo la morte, Lois Lane e il commissario Henderson entrano nella cripta in cui Superman è stato tumulato e scoprono che la sua bara è vuota. “È sparito” dice Lois. “Non direi”, replica Henderson; “anzi, da quello che vedo, direi che è tornato! SUPERMAN È TORNATO”.

[2] Il riferimento è alla canzone 2000 man dei Rolling Stones, contenuta nell’album THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST (1967), un tentativo – malriuscito – di andare incontro alla moda del momento, la psichedelica, all’indomani dell’uscita di SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND dei rivali Beatles.

[3] Il riferimento è a Citadel dei Rolling Stones, dall’album THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST.

[4] Sono due versi della canzone 2000 man.

[5] Sono i versi tradotti della canzone She’s like a rainbow dei Rolling Stones, contenuta nell’album THEIR SATANIC MAJESTIES REUEST.

[6] Superman sposerà effettivamente Lois Lane nel 1996.

[7] Nel numero di Superman intitolato Il funerale sono descritte le sue esequie, al Centennial Park di Metropolis, alla presenza di molti supereroi (tra cui Batman e Robin, Wonder Woman e Capitan Marvel). L’orazione funebre è di Bill Clinton (affiancato dalla moglie Hilary): “Come non rendere onore in modo speciale all’uomo che è morto per salvarne innumerevoli altri? I suoi poteri erano stupefacenti, ma non più del modo in cui scelse di usarli! Se in questo c’è una lezione, è che il più grande dei poteri è la volontà di amarci e prenderci cura gli uni degli altri…”.

Posted by Leonardo Colombati at 09:53 | Comments (0)

14.11.05

I viaggi di Lord Cornelius Plum / 1

bianconiglio.png
IL BIANCONIGLIO

di Lord Cornelius Plum


[Lord Cornelius Plum giunse nella redazione del Medicine Show, un pomeriggio di due anni fa, fradicio di pioggia. Posò il cilindro e il lungo pastrano sopra la macchina fotocopiatrice, chiese uno sherry e disse d’essere sfuggito ai soldati del Re Cremisi. Gli mostrai il primo numero della rivista e il nobiluomo estrasse dalla tasca del panciotto una caramella che pose davanti all’occhio sinistro: iniziò a vorticare come un caleidoscopio. “Musica”, disse, “canzoni... Puah!”. “Non le piacciono?”, domandò il Doc. “Per nulla. Sono quarant'anni che mi ci hanno incastrato dentro”. E prese a raccontarci del Bianconiglio e di tante altre storie fantastiche che avemmo cura di registrare per il vostro diletto.]


"Turn on, tune in, drop out", mi disse il dr. Leary ad Itchycoo Park [1] in un pomeriggio di sole. Doveva essere il 1966. O forse il ’67… Da quel giorno ho imparato ad attraversare lo specchio, vagando per le Terre Misteriose: Shangri-la, Utopia, Pepperlandia… Ho visitato la Terra della Signora Elettrica, tra montagne blu baciate dal giallo del sole, facendomi largo nella foschia purpurea fino ad arrivare davanti al Palazzo dalle mura di velluto oro e rosa; ho incontrato Ralph Scala ed Emil Theilhelm [2], appena usciti dal negozio di coiffeur di Vidal Sassoon, mentre regalavano lecca-lecca e lampade psiche-de-lite canticchiando Pipe dream; ho viaggiato attraverso la Quinta Dimensione (“otto miglia più su” [3], come mi aveva indicato mr. McGuinn – “200 anni luce lontano da casa”, precisarono le Loro Sataniche Maestà [4]) ed ho attraversato la Venticinquesima Ora assieme a due Duchi della Stratosfera come me, Sir John Johns e The Red Curtain; ho solcato i Sette Mari su una Nave di Cristallo [5], nutrendomi di bucce di banana e prugne elettriche [6]; ho elevato inni al Sole [7] dai Giardini dell’Eden; ho combattuto i Biechi Blu a bordo di un Sottomarino Giallo; ho conversato con il Pifferaio davanti ai Cancelli dell’Alba

E un bel giorno – per la precisione un bel Pomeriggio Dorato [8] – mentre l’acqua del fiume spingeva mollemente la mia barca, vidi una dolce creatura nel cielo, adorna di diamanti, e l’Infanzia dei miei sogni s’infiltrò nel mistico arcano della Memoria – come la ghirlanda di un Paese Lontano. Misi la barca in secco e procedetti attraverso un campo di margherite. Da una grossa tana sotto una siepe sbucò una ragazza coi capelli a caschetto. “Mi chiamo Grace”, esordì. Ecco quel che mi disse:

Una pillola ti fa crescere
e una pillola ti fa rimpicciolire
e quelle che ti dà tua madre non fanno nulla;
chiedilo, se vuoi, ad Alice,
quando è alta dieci piedi.

E se vai alla ricerca di conigli
e sai che cadrai nel buco
dì pure che è stato un bruco
col narghilè a dirti di chiamare Alice
quando era tornata piccola.

Quando gli uomini sulla scacchiera
si alzano e ti dicono dove andare
e tu hai ingoiato uno strano fungo
e tutto si muove lentamente,
vai a chiedere ad Alice,
vedrai che lei saprà la risposta.

Quando la logica e le proporzioni
sono inapplicabili
e il cavaliere bianco parla all’incontrario
e la regina di cuori è fuori di testa,
ricordati quel che ti ha detto
la toppa della porta:
“Nutrisci la tua mente”.
[9]


NOTE:

[1] Itchycoo Park degli Small Faces (pubblicata su singolo nell’agosto del 1967) fu la prima canzone con distorsione di chitarra ed effetti elettronici di batteria a entrare nelle classifiche di Billboard. Assieme ai Kinks e agli Who, gli Small Faces furono i migliori esponenti del “mod”, filosofia e stile di vita (nonché di abbigliamento) che si traduceva in musica con un pop molto più scalmanato e inzuppato di r&b rispetto al Merseybeat da cui spunteranno i Beatles. Tra le loro canzoni più famose, Watcha gonna do about (1965), All or nothing (1966), Sha la la la lee (1966), Tin soldier (1967). Proprio a partire da Itchycoo Park, il sound rozzo degli esordi si stempera nel pop psichedelico, come testimonia il loro album-capolavoro OGDEN'S NUT GONE FLAKE (1968), in cui sono incluse, tra le altre Here comes the nice e Hey girl (veri e propri pezzi da vaudeville) e Afterglow, una canzone sospesa tra soul e psichedelica. un lavoro dominato dall'organo gospel di Ian McLagan (che era subentrato fin dal secondo singolo).
Nel 1969 Steve Marriott lasciò il gruppo; gli subentrò Rod Stewart che si portò dietro il chitarrista Ron Wood (futuro Rolling Stone). Il gruppo cambiò nome in Faces e continuò ad incidere dischi – non eccelsi – fino al 1973.

[2] Membri dei newyorkesi Blues Magoos, il primo gruppo a fare uso del termine “psychedelic” nel titolo di un album, il loro debutto del 1966 PSYCHEDELIC LOLLIPOP (dove erano incluse, tra le altre Pipe dream e Nothin’ yet).

[3] Il riferimento è a Eight miles high, brano dei Byrds incluso nell’album TURN! TURN! TURN! (1966).

[4] Il riferimento è a 2000 light years from home dei Rolling Stones, canzone inclusa nell’album THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST (1967).

[5] Il riferimento è a The crystal ship, una canzone dei Doors contenuta nell’album THE DOORS, con cui il gruppo di Jim Morrison debuttò nel gennaio 1967. Il disco entrò in classifica al 163° posto il 25 marzo di quell’anno e raggiunse il secondo posto per due settimane in settembre. The crystal ship fu pubblicata anche come b-side del singolo Light my fire nell’aprile del 1967, che arrivò al primo posto in classifica il 29 luglio, rimanendovi per tre settimane.

[6] Le “prugne elettriche” sono gli Electric Prunes, gruppo psichedelico di Seattle che esordì nel 1966 con l’album THE ELECTRIC PRUNES (dove era inclusa la celebre I had too much to dream). Il loro disco migliore fu senz’altro il secondo, UNDERGROUND (1967): una policroma allucinazione lisergica che ancora oggi restituisce intatta l’atmosfera dell’Estate dell’Amore.

[7] Il riferimento è all’album ANTHEM OF THE SUN (1968)dei Grateful Dead.

[8] Il riferimento è al “Golden afternoon” in cui il reverendo Dodgson (alias Lewis Carroll) e le sorelle Liddell (tra cui Alice) compiono la gita in barca da cui scaturiranno l’idea di Alice nel Paese delle meraviglie e la poesia che fa da prologo al libro.

[9] È la traduzione in italiano del testo di White rabbit dei Jefferson Airplane (1967).

Posted by Leonardo Colombati at 13:02 | Comments (0)

Lettera aperta a Bono Vox

di Gabriele Pescatore


[Dall'ultimo numero di Medicine Show, pubblichiamo questo sfogo di Gabriele Pescatore. Del numero settembre-ottobre, in vari siti, sono disponibili i seguenti articoli: New orleans blues di Seia Montanelli, Elikopterquartett di Giulio Mozzi e Syd Barrett, la vita dopo la musica di Alex Cremonesi dei La Crus]


Caro Bono,
sapessi come sono incazzato con te. Prima di metterti al corrente delle ragioni del mio malumore - ti assicuro, mai come ora sto ricorrendo ad un eufemismo -, vorrei raccontarti una storia.
Un’estate di tanti anni fa (almeno una ventina), durante uno scenografico soggiorno alle Eolie, mi ritrovai a Lipari. Per purissimo caso, scoprii che la stessa sera del mio arrivo sull’isola si sarebbe esibito niente meno che Zarrillo (un cantante le cui opere non avevano fino a quel momento e non avrebbero mai – lo sottolineo non senza orgoglio: mai – trovato posto nella mia pur benevola discoteca). Fatto sta che un po’ per la noia che inevitabilmente ti assale a cavallo di ferragosto, un po’ per la gratuità dell’evento, assieme ad un paio di amici fidati finimmo al centro della piazza, luogo deputato allo show del Nostro.

La tristezza nell’aver ascoltato per due volte, in apertura ed in chiusura, la stessa canzone – quello che, è inevitabile, doveva essere il suo brano del momento; non certo un Gelato al cioccolato di Pupo e neppure un Self Control di Raf, ma comunque un onesto hit che nelle balere di provincia, al tempo, avrà di sicuro detto la sua – quella tristezza, dicevo, ancora me la porto dietro, indelebile cicatrice delle tristi potenzialità della musica leggera italiana.
La storia, Bono mio, è finita: non ci vuole una grossa immaginazione (di cui tu, ne sono certo, comunque disponi) per comprendere che se è quasi un quarto di secolo che provo a metabolizzare la delusione per la zarrilliana gig, ci vorranno almeno un’altra cinquantina d’anni per archiviare lo scempio a cui ho assistito allo Stadio Olimpico alla fine dello scorso luglio.
Vedi, Bono caro, per me e per tanti altri che con la tua musica sono cresciuti, gli U2 sono ancora una cosa seria; non un gruppetto di cialtroni che, impunemente e dietro generosissimo compenso, si permette di arrivare sul palco e di uscirne sempre sulle note di Vertigo (“Uno, dos tres, catorse”), composizione cafona sin dal suo incipit.
Ma questo, Bono caro, è nulla. C’è dell’altro che prolunga, da ormai quasi tre mesi, il mio turbinare di palle. Anche, infatti, a conoscenza della circostanza che le date del “Vertigo Tour” si sarebbero aperte e chiuse con lo stesso miserabile brano, non ho esitato un attimo a perdere un paio di notti alla ricerca del tagliando per l’evento. Non ho avuto esitazioni perché ero, ingenuamente, convinto che il tuo legame con il Bel Paese (“la gente italiana e quella irlandese hanno lo spirito vicino”; ricordi, Doc, le parole della Voce dal palco del Flaminio nel 1987?) avrebbe apportato qualche sostanziale sorpresa allo show. E, invece, mi sono sorbito esattamente la stessa modesta scaletta eseguita a San Siro (anzi, ad essere puntuali, pure un brano in meno, Original Of The Species: nulla per cui strapparsi i capelli, sia chiaro) e durante quasi tutte le altre date di questa gigantesca macchina che tu e The Edge avete messo su (Adam e Larry, lo notano anche i non addetti ai lavori, ormai si limitano ad eseguire il compitino dispensando qualche sorrisetto di circostanza). Ciò che mi porta ad una ben triste riflessione: andare, oggi, ad un concerto degli U2 equivale passare una serata natalizia con Holiday On Ice ovvero assistere ad una rappresentazione di un qualsiasi Circo Togni che si rispetti: non ci sono sorprese, il pubblico si diverte più con le luci che con i suoni, le maestranze fanno il loro senza mai esagerare o concedere qualcosa alla platea, interessate più a finire in fretta che a trasmettere emozioni.
Ed il gioco è fatto.
Tu potresti obiettare, caro Bono, che in scaletta, oltre a tanti altri cavalli di battaglia, c’erano anche I Will Follow, The Electric Co., New Year’s Day, tutti brani della prima ora. Potresti, è vero, ma è preferibile che tu non lo faccia: eseguire canzoni da WAR o da BOY conciato come un lavorante del Circo Togni di cui sopra (un pagliaccio, esatto) non fa bene né alla tua né alla reputazione di quella che è stata la più importante rock band del mondo. Purtroppo i tempi (e gli uomini con loro) sono cambiati: per rendersi conto che l’anima elettrica di BOY, la barricadera di WAR, la visionaria di THE UNFORGETTABLE FIRE, la magnetica di THE JOSHUA TREE, la mittleuropea di ACHTUNG BABY sono solo ricordi lontani è sufficiente piazzare sul lettore un paio delle tue ultime produzioni: sciatte, piatte, senza cuore, buone solo per far felici i vertici della casa discografica che, ritengo generosamente, ti/vi ha messo sotto contratto.
Ora ti lascio, caro Bono; mi resta solo lo spazio per consigliarti l’acquisto dell’intera discografia di Zarrillo. Hai visto mai che riuscissi a trovare uno spunto per il prossimo album?

Posted by Leonardo Colombati at 12:42 | Comments (4)

25.10.05

Medicine Show

MEDICINE SHOW LOGO.jpg Alcuni lettori di Medicine Show ci hanno segnalato di avere avuto dei problemi nell'aprire i pdf del nuovo numero (settembre-ottobre 2005). Ci abbiamo lavorato su, ed ora le cose dovrebbero funzionare al meglio.
Chi non riuscisse ancora ad aprire i file, può segnalarlo nei commenti.
Enjoy the Show...

Posted by Leonardo Colombati at 11:57 | Comments (0)

19.10.05

La rinascita del Medicine Show

[Dopo mesi di tribolazioni, è finalmente on-line il nuovo numero di MEDICINE SHOW (settembre-ottobre 2005), la cialtronesca rivista musicale capitanata dal Doc Leonardo Colombati e dal Band Major Giulio Mozzi. In questo numero, articoli di Leonardo Colombati, Alessandro Cremonesi dei La Crus, Davide Malesi, Seia Montanelli, Giulio Mozzi, Gabriele Pescatore, Federico Platania, Bernardino Sassoli e Armando Trivellini. Tra le altre cose, si parla di Syd Barrett, Bono, New Orleans, Talking Heads, Frank Zappa, dEUS, Stokhausen, Paul McCartney, Madonna e R.E.M. Il Supplemento – riservato agli iscritti alla Newsletter – è “Bruce Springsteen, Born To Run”. Se volete scaricare la rivista in formato pdf potete farlo direttamente da qui. Intanto, eccovi un assaggio...]


NEW ORLEANS BLUES

di Seia Montanelli


Quando John Donne scrive: “Ogni morte di uomo mi diminuisce, perché io partecipo all'umanità”, io, che vivo le sciagure per il loro carattere collettivo, per l’idea di catastrofe che si portano dietro, non per ciascuno degli uomini che cadono, non mi sento rappresentata dalle sue parole. Gli uomini, le donne e i bambini uccisi da disastri naturali o apocalissi causati dall’uomo, non li avrei mai conosciuti probabilmente, così come non conosco la stragrande maggioranza della gente che vive su questa terra e che un giorno morirà. Eppure assistere allo spettacolo di New Orleans che s’inabissa sotto una valanga di fango e detriti, mi diminuisce, mi danneggia e mi addolora profondamente, perché a New Orleans ci sarei andata prima o poi, perché conosco la città da sempre, ne ho letto sui libri, l’ho vista in decine di film e ne ho assaporato la bellezza nelle canzoni dei suoi figli. New Orleans si porta dietro un sogno e un’atmosfera che appartiene a tutti, fa parte di un patrimonio universale che arricchisce ogni uomo e lo diminuisce, adesso che rischia di sparire per sempre.

I've got no time for talkin'
I've got to keep on walkin'
New Orleans is my home
That's the reason why I'm goin'
Yes, I'm walkin' to New Orleans

Fats Domino, Walking To New Orleans)

Per molto tempo “Big Easy” – come viene chiamata New Orleans da chi la ama, per l’atmosfera languida e rilassata con cui l’accoglie – ha vissuto secondo il motto: laissez les bons temps rouler (che più o meno vuol dire: “fate largo al divertimento”). Da sempre città chiassosa, con le sue chiatte sul fiume dove si giocava d’azzardo, il paradiso del piacere delle barrelhouses di Storyville – il quartiere a luci rosse vicino a Canal Street voluto nel 1896 dal consigliere municipale Sidney Store – New Orleans nasce da una meravigliosa e spesso problematica mescolanza di razze e culture e ha trovato nella musica il suo “punto di fusione”. Ovunque risuonavano i tamburi e le cornette, le bande si sfidavano per strada a suon d’improvvisazioni: è così che Buddy Bolden è diventato una leggenda. Qui le briglie del fondamentalismo religioso che tengono legati tutti gli stati della Bible belt (dalla Carolina del Nord all’Oklahoma, dalla Florida), si allentano e vizio, jeaux de vivre e sensualità si consumano sulle note di un ritmo sincopato.

Way down yonder in New Orleans
In the land of the dreamy scenes
There's a garden of Eden...you know what I mean
Creole babies with flashin' eyes
Softly whisper their tender sighs
Then stop, won't you give your lady fair, a little smile
Stop..ya bet your life you'll linger there...a little while

(H. Creamer e T. Layton, Way down yonder)

Pietro Leveratto (uno dei migliori contrabbassisti italiani, oltre che docente e storico del jazz) in una nota a I giganti del jazz di Studs Terkel, cercando di spiegare il fascino esotico esercitato dal jazz, parte proprio da New Orleans: “Un posto [...] caldo come i Tropici, con le paludi di caimani e le magnolie, un posto presumibilmente favoloso; dai balconi fioriti le octoroons (le prostitute creole che avevano solo un ottavo di sangue africano, le più ricercate n.d.r) parlavano francese tra loro e preparavano riso speziato coi fagioli rossi, giovani neri dalle labbra esagerate soffiavano nelle cornette trasformando vecchie quadriglie e nuovi rag-time”.
Cantava Louis Armstrong nel ’38: “Do you know what it means to miss New Orleans? And miss it each night and day? . . . The longer I stay away, miss them moss-covered vines, the tall sugar pines where mockin' birds used to sing. And I'd like to see that lazy Mississippi hurryin' into spring”. Nell’aria torbida della capitale della Louisiana, meticcia e promiscua come il più proibito e delizioso dei peccati, il profumo delle magnolie si mescolava ai miasmi delle paludi su cui sorge, tra l’Ol' Man River (il Mississippi) e il Lago Pontchartrain, e le note delle orchestrine si fondevano con le risa e i gridolini dei ragazzi che ballavano per strada e negli speak-easy. All’anima festosa di una città che con la musica cercava di dimenticare i suoi problemi, dalla povertà al razzismo, corrispondeva un’anima nera e inquieta, quella del voodoo e delle leggende nate in seguito al divieto di dare agli schiavi una degna sepoltura, costringendo i morti a vagare, anime in pena che diventano zombie.

When it thunders and lightning and wind begins to blow
When it thunders and lightning and wind begins to blow
There’s thousands of people
They aint’t go no place to go

(Bessie Smith, Back Water blues)

Ora che Basin Street, Canal Street o Perdido – tutte vie dedicate a brani immortali del blues e del jazz – non esistono più e sono come scivoli di melma che conducono dritte all’inferno che ne sarà di quel patrimonio che è cresciuto ai loro angoli, quando le bande di ottoni facevano risuonare la loro musica alle feste, soprattutto durante il carnevale, Mardi gras, ai funerali – con le bande e le parate di cappelli a cilindro e ombrelli – e ad ogni ora di un qualunque giorno? Cosa ne sarà di quelle case con i balconi in ferro battuto e gli edifici che richiamano l'architettura greca, le grandi ville coloniali e le botteghe dai colori vivaci, i ristoranti di cucina creola di Bourbon Street, i locali jazz di Royal Street e i misteriosi negozi voodoo? Si contano i morti e i danni alle cose, si stimano i costi della ricostruzione, i tempi per il ritorno alla normalità. Ma chi potrà restituire al mondo così com’era, quella città simbolo di un’epoca che non tornerà più? Vestigia di un periodo di grande fermento in cui le note urlate dentro una tromba significavano anelito alla libertà e ad una vita migliore, la conquista di un posto nel mondo e affermazione di un’identità per un intero popolo in cerca di riscossa. Forse non sarà mai più come prima. Tuttavia, sempre la gente muore, gli edifici crollano, i politici si alternano al potere, gli uragani infuriano e sempre la musica resta: finché anche uno solo di noi ricorderà il riff di un vecchio blues di Sidney Bechet o una tromba eseguirà uno stop-chorus di una canzone di Louis Armstrong, non tutto sarà perduto e quando le acque putride si ritireranno e i caimani avranno cessato di banchettare, forse allora si tornerà a ballare per le strade, i santi marceranno e si tornerà a vivere al ritmo accelerato del jazz.

Posted by Leonardo Colombati at 12:36 | Comments (4)

29.07.05

Medicine Show diventa bimestrale

L'improbabile rivista musicale Medicine Show salta il numero di luglio per ripresentarsi a settembre più bella che pria: avrà cadenza non più mensile ma bimestrale (il primo numero del nuovo corso sarà, appunto, quello di agosto-settembre), nuovi redattori si aggiungeranno a quelli storici (Colombati, Mozzi, Trivellini, Desiati, Piperno, Montanelli, Malesi, Borella, Sassoli), la veste grafica e le rubriche subiranno delle decisive (?) modifiche.

Posted by Leonardo Colombati at 09:26 | Comments (3)

30.06.05

Il nuovo Medicine Show

E' da oggi on-line il numero di giugno di Medicine Show, la ciarlatanesca rivista musicale giunta ormai al suo decimo numero.

Leonardo Colombati spiega come la pop music degli anni '80 ha fatto i conti con la minaccia nucleare.
Mario Desiati si scaglia contro l'assurda moda della "pizzica".
Davide L. Malesi e Francesco Soliani ci parlano del vecchio e del nuovo Keith Jarrett.
Alberto Ragni intona il de profundis per il mitico Phil Spector.
Seia Montanelli (alias Mrs. Hills) recensisce il romanzo di Paolo Nori, Ente nazionale della cinematografia popolare.
Gabriele Pescatore ci racconta il recente concerto dei R.E.M. allo Stadio Olimpico di Roma.
Flavio Orciani (per la serie "il mio primo concerto") rievoca Jackson Browne allo Stadio di Lonigo.
Francesco Gallo, sotto le mentite spoglie di Mr. Robert M. Whitehouse, scrive una lettera aperta a Roger Waters, che gli sputò durante un concerto a Montreal nel 1977.
Lord Cornelius Plum ci porta nella Terra degli Gnomi.
Il Doc, in apertura, si immalinconisce alla notizia del "Live 8" e, in chiusura, fa un "preannuncio" che sa tanto di addio.

Troverete anche notizie e approfondimenti sul Trio Lescano, i Joy Division, Fred Neil, gli Smashing Pumpkins, i Fugees e tanti altri!

Il Supplemento di questo numero è dedicato a Mike Scott & The Waterboys. Per riceverlo via e-mail dovete solo iscrivervi alla Newsletter.

Buon divertimento.

Posted by Leonardo Colombati at 16:41 | Comments (1)

27.05.05

Medicine Show di maggio

di Silvio Bernelli

Mercury15b.JPG[E' on-line il numero di maggio di Medicine Show, la rivista musicale più ciarlatanesca del mondo, che, nonostante evidenti problemi di disaffezione da parte di alcuni degli storici redattori (senza fare nomi: Giulio Mozzi, ad esempio), continua eroicamente ad offrirvi elecubrazioni piuttosto snob sul pop-rock internazionale. Non perdetevi, soprattutto, due paginoni interamente dedicati al nuovo album di Bruce Springsteen, Devils & Dust. Articoli di Leonardo Colombati, Mario Desiati, Davide L. Malesi, Seia Montanelli, Alessandro Piperno, Armando Trivellini, Silvio Bernelli e Marco Di Porto. Se volete iscrivervi alla Newsletter della rivista, potete scrivere a Medicine Show. Come assaggio di questo nuovo numero vi offriamo un pezzo di Silvio Bernelli (autore di I ragazzi del Mucchio, uscito per Sironi nel 2003), intitolato 35 giorni al mio quindicesimo compleanno. Buona lettura. lc]

Il mio primo concerto
35 giorni al mio quindicesimo compleanno
di Silvio Bernelli

Il 4 febbraio 1980 mancavano trentacinque giorni al mio quindicesimo compleanno. E nemmeno la dimostravo, la mia età. Pesavo quarantacinque chili (bagnati) e anche tirandomi per gambe e braccia, come il condannato a un supplizio medievale, non sarei arrivato a superare il metro e sessanta d’altezza. A scuola mi sistemavano regolarmente al primo banco e il nomignolo più gentile che mi avevano affibbiato i compagni era “Stecco”, ma mi sentivo grande abbastanza per vedere il concerto in cartellone il 4 febbraio 1980 al Palasport di Parco Ruffini di Torino, il primo della mia vita.

Il concerto era stato presentato come un vero evento da giornali e Tv, più che altro per rinnovare la tradizione di violenze dei concerti rock degli anni ’70, sui quali giravano leggende da brivido. Led Zeppelin interrotti più volte a causa degli scontri tra autonomi e polizia. Lou Reed cacciato dal palco sotto un diluvio di biglie di ferro. Per di più, il gruppo atteso al Palasport di Parco Ruffini di Torino era preceduto da una fama da teppisti e simpatizzanti nazi. Il concerto sarebbe stato terra di scontro tra fasci e autonomi, che avevano conti da regolare lunghi un decennio. A caricare di ulteriori attese l’evento, ci si era messo anche il calendario di calcio. Per la domenica immediatamente successiva era previsto un derby al calor bianco. Sul campo dello Stadio Comunale si affrontavano la Juventus, come sempre in lotta per il titolo, e il Torino, che solo pochi anni prima aveva vinto lo scudetto. Girava voce che gli ultras di entrambe le squadre si erano dati appuntamento al concerto per ammazzarsi di botte: una specie di anteprima degli scontri al Comunale.
Insomma, a dar retta alle cronache, il 4 febbraio 1980 il Palasport di Parco Ruffini sarebbe stato invaso da migliaia di pazzi sanguinari, da cui sarebbe stato assai meglio tenersi alla larga, ma per un ragazzino ribelle e curioso come me la band che doveva esibirsi era assolutamente, totalmente imperdibile. Essere sotto il palco del Palasport di Parco Ruffini di Torino la sera del 4 febbraio 1980 significava tuffarsi in una nuova era della storia della musica, di cui parecchio si favoleggiava e niente si sapeva.
Dopo giorni e giorni di trattative i miei riuscirono a farsi convincere a mandarmi a un concerto rock per la prima volta a patto che: a) acquistassi il biglietto in prevendita; b) ci andassi accompagnato da un amico più vecchio di me.
Il biglietto costava 4.000 lire esclusi diritti di prevendita e l’amico era il mio ex vicino di casa Gian Carlo. Aveva potuto addirittura fregiarsi del titolo di Migliore Amico durante l’infanzia, ma adesso aveva già sedici o diciassette anni, era attivo nel movimento studentesco del Liceo, portava i capelli lunghi fino alla vita ed era inserito in un gruppo di amici per i quali ero poco più che un poppante.
Gian Carlo, comunque, la sera del 4 febbraio 1980 accettò di portarmi con sé e i suoi amici al concerto, malgrado il mio look giubbotto nero e stivali di pelle l’avesse fatto sospettare, almeno per un attimo, che il suo vecchio amico Silvio fosse diventato fascio.
Entrammo nel Palasport, un catino da diecimila persone, già stipato due ore prima del concerto. Persi di vista Gian Carlo e i suoi amici appena esplose una rissa tra qualche decina di fasci e autonomi. Poi venne immediatamente il turno di uno scontro tra ultras del Toro e della Juventus, e infine tra fazioni politiche e calcistiche rimischiate tra loro, a seconda che al momento fosse più importante il credo politico o la fede calcistica. La Celere randellava chiunque gli capitasse a tiro e caricava con i lacrimogeni in canna. Dagli spalti piovevano a tempi alterni biglie di ferro e arance, provocando fuggi fuggi di spettatori che andavano a schiantarsi contro le gradinate del Palasport. La temperatura saliva, l’aria sapeva di violenza, gli scontri non cessavano di seminare sul campo feriti e contusi, mentre il potentissimo impianto di amplificazione martellava musica a tutto volume.
Tra il pubblico cominciavano a circolare dicerie fantastiche: compagni feriti, concerto annullato a causa dei disordini, celerino accoltellato, gruppo straniero blindato in albergo in attesa delle decisioni del questore. Io intanto, con i miei quarantacinque chili (bagnati) e il metro e sessanta scarso d’altezza, venivo sbatacchiato da una rissa all’altra come una scialuppa di salvataggio in preda a una tempesta, chiedendomi se anche gli altri concerti che avrei visto in vita mia sarebbero stati un tour nel cuore del pericolo, come questo.
Della gente che c’era in giro non conoscevo nessuno e anche di ragazzini come me, in giro ce n’era giusto qualche manciata. Ero sfinito dalle continue fughe, sudato fradicio. Veniva quasi voglia di mollare tutto e andarmene a casa, ma per fortuna l’ingresso sul palco del gruppo di spalla placò gli animi. La gente si raccolse sotto le transenne per ascoltare gli UK Subs, una band inglese che non mi piaceva allora e non mi sarebbe piaciuta nemmeno più avanti, quando il genere di musica rumorosa che suonava avrebbe fatto breccia nella mia vita di giovanissimo bassista.
Alcuni tafferugli isolati continuarono ai piedi degli spalti, ma la polizia non sparò i lacrimogeni come temuto e il concerto, molto breve, del gruppo di spalla filò liscio. Poi però la situazione tornò incandescente. Gli scontri si riaccesero. Una carica di polizia attraversò il catino del palasport con l’irruenza di una mareggiata, al termine della quale ci fu un andirivieni di ambulanze. I bagliori di un incendio improvvisato sulle gradinate superiori lambirono la volta del Palasport. La musica sparata dagli amplificatori era ancora più alta di prima e la temperatura ormai era a livelli da sauna, stroncando l’aria in gola. Credevo di non farcela più, con i miei quarantacinque chili (bagnati) e il metro e sessanta scarso d’altezza, solo com’ero in un mezzo a una folla che definire ostile era farle un complimento, invece d’improvviso le luci sul palco si riaccesero, gli spettatori conquistarono a gomitate le prime file e tre figure in giubbotto di pelle e jeans strappati occuparono i lati e il centro del palco, mentre il batterista prendeva posto dietro i tamburi. Dalle casse risuonò il conteggio “One, two, three, four” che sembrava un grido di battaglia, partì una scarica di chitarra elettrica e migliaia di persone cominciarono a saltare tutte insieme, provocando un boato mai sentito. Ora che sono passati venticinque anni dal 4 febbraio 1980 non ricordo esattamente se quella sera le cose siano andate proprio così, e nemmeno se quella sera era proprio la sera del 4, anche su febbraio e sul 1980 sono sicuro, ma d’altronde le cose esistono soltanto per come si ricordano e le cose come sono andate è meglio lasciarle ai cronisti, o agli storici. Resta il fatto che quella sera ebbi la sensazione nettissima di assistere a qualcosa che avrei ricordato per il resto della vita: lo show di quattro ragazzi di New York nemmeno troppo più vecchi di me, che sarebbero passati alla storia del punk rock come quattro fratelli posticci con un cognome da immigrati italiani o ispanici forse, incazzati di sicuro: Ramones.

Posted by Leonardo Colombati at 10:56 | Comments (0)

29.04.05

Medicine Show e i cattivoni

di giulio mozzi

medicineshow_j.JPGSembra che un qualche cattivone si sia intrufolato nottetempo nel sito di Medicine Show (la rivista musicale più cialtronesca d'Italia, ideata e diretta da Leonardo Colombati) manomettendo un po' di cose qua e un po' di cose là. Risultato: per chi lo visita, sembra tutto regolare; ma è impossibile caricarci dentro i materiali nuovi. E allora: mentre un'agguerrita squadra di tecnici pare sia al lavoro per rimettere a nuovo la faccenda, tanto per non perdere il ritmo mensile delle pubblicazioni (e già siamo in ritardissimo...), il Medicine Show di aprile lo si pubblica qui (e altrove). Basta cliccare sulla figurina. Non è la versione strafiga, quella tutta in .pdf, ma la versione per poverelli in .doc. Ma intanto si può leggere. (Se avete un modem a manovella, come me, ci metterete un minuto circa a scaricare).

Posted by giuliomozzi at 10:03 | Comments (0)