15.05.07
Shangri-La

[Questo mio racconto è stato pubblicato, in forma diversa, su Nuovi Argomenti n. 38, con il titolo "L'Uomo dell'Acqua"]

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Salimbene da Parma racconta che Federico II
volle sperimentare quale lingua e idioma avessero
i bambini, arrivando all’adolescenza, senza aver
mai potuto parlare con nessuno. E perciò diede ordine
alle balie e alle nutrici di dar latte agli infanti
e con la proibizione di parlargli. Voleva infatti
conoscere se parlassero la lingua ebrea, che fu la prima,
oppure la greca o la latina, o l’arabica; o se non
parlassero sempre la lingua dei propri genitori,
da cui erano nati. Ma s’affaticò senza risultato,
perché i bambini morivano tutti.
1.
Terzo giorno in Nigeria. La piscina dell’Ikoyi Hotel coi cadaveri degli insetti che galleggiano a pelo d’acqua riflette il cielo solcato da fuochi d’oro. Dalla finestra della mia camera, quassù al dodicesimo piano, seguo il serpente d’asfalto che da Lagos Island arriva fino a Yaba attraversando la laguna e le lamiere arrugginite degli slums che cuociono sotto il sole. Dalle baracche di cartone migliaia di comignoli affumicano l’aria; un formicaio di pescatori in canoa bru-lica sul pelo di un’acqua scura e viscida come il petrolio. Alcuni tronchi d’albero che dovrebbero arrivare fino alle segherie si ammassano contro i piloni del ponte, e i topi ci ballano sopra: dalle loro vibrisse cadono gocce d’olio nero (quando li ho visti dal moto-taxi ho pensato subito ai Mouseketeers che a Disneyland nel ‘55 danzavano coi loro copricapo con le orecchie tonde). Dietro le segherie, il fronte del porto, con quello che resta dei vecchi mercati; e ancora più distante, la sagoma sgranata dell’ospedale militare.
Lunedì sono arrivato in albergo direttamente dall’aeroporto e ho chiesto una bottiglia di vodka e una puttana. Poi sono sceso al ristornate cinese e ho passeggiato per una mezz’ora tra le slot machines del casinò, senza spendere un dollaro. La morte dei sensi mi è ormai familiare, come un cuscino appiattito dall’uso.

Stamattina, gli ingegneri della Salt Lake Inc. mi hanno portato a Ebute-Metta, dall’altra parte del ponte. È lì che dovrà passare l’acquedotto. L’ingegnere somalo, in auto, mi ha detto: “Non si spaventi”. Mentre attraversavamo il Third Mainland Bridge guardavo le baracche provando a indovinare quale fosse quella della mia piccola puttana. La mia camera d’albergo costa 285 dollari.
Il cielo era ancora di quell’incredibile grigio. L’auto si è fermata in cima a una massicciata, a pochi passi dalla laguna. Centinaia di persone facevano la fila davanti a due pozzi profondi una trentina di metri e per cinque cents riempivano le loro taniche di acqua contaminata. L’altro ingegnere – bianco, sudafricano – voleva sapere dove fossi nato. Ho fatto finta di non capire e ho lasciato che il mio collega americano gli chiedesse se lo spettacolo che avevamo di fronte fosse normale: due uomini stavano cagando per terra, a due passi da noi. “Solo quattro abitanti su mille hanno il cesso in questa città”, gli ho risposto. Poi gli ho offerto un tiro: “Marijuana. Qui la chiamano India Hemp”.
Sulla via del ritorno, mi sono seduto accanto all’autista. Si chiama Omojoro e ha cinquantadue anni. Sulle guance porta le cicatrici tribali. Mi ha raccontato di essere arrivato a Lagos quando era ancora un bambino. Ci siamo guardati negli occhi per un istante brevissimo, mentre l’auto era ferma per far passare un convoglio diretto ai mulini. Le sue pupille scattavano come stelle dal vuoto delle orbite.
La colpa è più forte di me e sconfigge la mia volontà.
2.
È scesa la notte – un’altra volta – su questa merda. E io sono solo.
Adesso ricordo.
Sono seduto sulla moquette, davanti al televisore, pronto a collegarmi con l’ultima Shangri-La americana; o – come ha detto il suo fondatore – il posto più felice della Terra. Ho dieci anni, dei nuovi bermuda color cachi, bevo succo d’arancia e odio mio padre. È il 17 luglio 1955 ed io non sono ad Anaheim, California, così come mi era stato promesso, ma nell’attico di una casa di mattoni all’angolo tra Lexington e la 54ma.

Il passato è qualcosa d’inverosimile. Tutti gli avvenimenti che nella memoria producono ancora sorpresa, spavento, disordine, appartengono al tempo presente.
Mia madre si accovaccia alle mie spalle e mi accarezza i capelli: “Ci andremo l’anno prossimo”. Poi saluta allegra con la mano. Sulla porta è apparsa una donna-pesce vestita tutta d’oro. E con lei mia madre prende a chiacchierare di una soprano di molti anni addietro, una certa Adelina Patti che quando ascoltò per la prima volta la sua voce uscire da un grammofono si esaltò talmente da inviar baci alla tromba dell’apparecchio. “Gridava: Ah, Mon Dieu! Adesso capisco perché sono Patti! Ah, sì, la voce! Che artista! Capisco tutto!”.
Quando ride, alla donna-pesce le si allargano sul viso sottilissime rughe concentriche, come se qualcuno le avesse tirato un sasso dentro lo stagno della bocca.
Poi rimaniamo soli. È l’ora di pranzo. Mio padre mastica piano e fissa qualcosa sulla parete alle mie spalle. Ogni tanto si pulisce la bocca col tovagliolo e nel compiere quel gesto fa tintinnare le posate sul piatto. È il momento – mi sembra – in cui mia madre vorrebbe urlare, urlare istericamente così come la sua infelicità e la sua posizione sociale le permetterebbero senz’altro, se solo non ci fossi io, io che conto i minuti e mi sbrigo a finire la bistecca col ketchup.
“Perché mi guardi così?”, chiede mio padre a mia madre. “Che c’è?”, dice, e posa di nuovo le posate sul piatto. E lei, la mamma, vorrebbe gridare, come se una folla inferocita la stesse serrando tra le sue spire; ma la voce le muore in gola. Resta immobile, col bicchiere a mezz’aria; solo sbatte le palpebre, automaticamente, per scansare (ma non può) quel velo grigio che da due anni ha davanti all’occhio sinistro.
“Tu lo sai…”, bisbiglia, e nel farlo inclina un poco la testa.
L’occhio grigio della mamma si faceva vicino quando insieme aprivamo i miei libri di scuola. Le piaceva soprattutto aiutarmi a trovare i nomi sull’atlante geografico. “Oh, tesoro”, diceva, “ma pensa un po’: un lago che si chiama Titicaca. Esiste davvero, in qualche parte del mondo”.
3.
Mi hanno detto che uscire dall’albergo, di notte, equivale a una condanna a morte. La Nigeria è adatta al viaggiatore ascetico o a quello irriducibilmente masochista.
Fuori dall’Ikoyi Hotel, la luna è un osso giallo appeso in fondo alla Awolowo Road. Nella sua nebulosa immobilità, l’aria è come scossa da un frullare d’ali e i colori danno l’impressione di essere dipinti. Un gruppo di negri, davanti a un fast-food libanese sull’altro lato della strada, mi saluta a gran voce – probabilmente per deridermi. Uno di loro, il più alto, sputa un boccone di falafel e inizia a fischiarmi dietro, mentre accelero il passo. Ripenso alla notizia che ho letto sul giornale, questa mattina: settanta persone sono morte carbonizzate nell’incendio di un’autocisterna da cui stavano rubando il carico di carburante. È successo a Gusau, nel nord del Paese. Vorrei vederli tutti così: bruciati vivi in un unico, definitivo incendio.

Quando entro al Santa Fe Saloon, un uomo seduto da solo a un tavolo al centro della sala mi grida: “Mister!”. Abbasso gli occhi, facendo finta di non aver sentito e vado a sistemarmi in un angolo. Ma quello si alza, mi raggiunge e mi chiede – in inglese – se può farmi compagnia. Accetto.
“Italiano?”
“Sì.”
“Il primo italiano che vedo qui dentro da quindici anni a questa parte”, dice ridendo. E nel farlo, gli ballano le massicce borse che ha sotto gli occhietti – sospettosi, sarcastici – e il grosso pomo d’Adamo che gli conferisce un aspetto di ripugnante sensualità. Si presenta come Andrew Haynes, di Ipswich. Lavora per la Equator Exploration, una società inglese che è proprietaria della piattaforma petrolifera Bulford Dolphin.

“È a quaranta miglia dalla costa, al largo del delta del Niger. Ci vado quattro volte all’anno, per i controlli. In realtà è tutto gestito dalla Peak Petroleum, che è nigeriana. E poi abbiamo già venduto tutto ai norvegesi. Non dovrò più tornare in questo posto del cazzo”.
Una cameriera ci porta una piccola lavagna su cui è scritto il menù. A dispetto del nome, al Santa Fe Saloon servono solo specialità italiane. Ordiniamo entrambi una pizza mentre gli racconto del mio lavoro con la Salt Lake. Ma Haynes non sembra troppo interessato e m’interrompe subito: “Hai saputo?”, dice. “La polizia ha ucciso tre tifosi durante una partita tra l’Enyimba e l’Akwa United, due squadre della prima divisione nigeriana. Pa-re che quelli dell’Enyimba abbiano aggredito l’arbitro dopo un rigore molto contestato…”.
“Non sono un appassionato di calcio”, gli dico.
“E che razza di italiano sei?”
“È più di quarant’anni che vivo negli Stati Uniti”.
4.
Possiamo decidere come vivere la nostra vita. Ma Dio attribuisce a pochi la virtù del coraggio. Ma vi sono, curiosamente vi sono ragioni più impellenti della paura. Ma, per quanto sia indomabile uno spirito, rimane – interna, impalpabile – un’ombra che realizza il rimorso soltanto.
Per il mio decimo compleanno, il regalo fu l’America. Mio padre era ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, e trascorreva quasi tutto l’anno laggiù. Non avevo mai visto la sua casa newyorkese. Erano tempi in cui si viaggiava ancora a bordo di aerei dalla fusoliera color metallo: da noi in Italia era appena nata la televisione e le coppie non divorziavano; mia madre – che a Milano chiamavano malignamente la Vedova in Banca – andava alle feste con le sorelle Giussani. Due volte all’anno volava da mio padre. Alla vigilia era sempre euforica e girava per casa cantando le arie che aveva ascoltato alla Scala. Io restavo con le tate, e quando mia madre tornava dovevo far finta di non vedere che aveva i nervi a pezzi; la tata Emilia me lo diceva sempre: “Non deve sapere che tu hai capito. Le spezzeresti il cuore”.
Arrivammo a New York il mattino del 17 luglio del 1955. Durante il volo mio padre aveva risposto con pazienza a tutte le mie domande sull’America. Ero convinto che da qualche parte, sulla costa orientale, ci fosse Metropolis, e chiesi a mio padre quanto distasse da New York. “Un paio d’ore di treno”, rispose.
“E Disneyland, dov’è?”
“Dalle parti di Los Angeles.”
“Allora dovremo prendere un altro aereo… Ma è vero che c’è il castello della Bella Addormentata?”
Nel centro di Shangri-La, già punta dall’arcolaio, la bella Aurora mi stava aspettando…

Il sonno è più democratico della veglia. Tutti sognano una donna che è quasi sempre la stessa donna. Anch’io, nelle ultime ventimila notti, ho sognato quella donna: mia madre. Quando non parlo, lei mi dice: “D’accordo, sta’ pure zitto, Signorino Taciturno”. Passano gli anni della mia infanzia, ma lei è sempre impacciata come una principiante, e in realtà soffre nel sentirmi bisbigliare, dopo ore di silenzio trattenuto in mezzo ai denti, la mia vita è tragica, non lo capisci? Io odio tutti.
5.
L’inglese si pulisce le dita sporche di sugo sul tovagliolo di carta. “La prima volta che sono venuto in Nigeria”, mi dice, “c’era ancora il generale Babangida. Ebbe la bella idea di svalutare il naira dell’ottanta per cento, d’accordo col Fondo Monetario Interna-zionale, ma da quel giorno il debito del paese è salito a venti mi-liardi di dollari”.
Un uomo che fa bene il suo lavoro. Ecco l’effetto che fa mister Ha-ynes, malgrado l’understatement finto-cinico-razzista.. Ed io – io che provo a spiegargli quanto svolgo bene il mio e gli parlo dell’asilo con lo scivolo blu e le altalene che abbiamo piantato in mezzo a quella stessa polvere dalla quale vorremmo trarre l’acqua che disseti il formicaio immondo (ma soprattutto la nostra: una sete enorme, incessante); e non mi vengono le parole, ma solo fulmini e luccichii dal passato, tappezzerie a fiori e fiorellini, penombra di stanze eleganti, visi semirivelati dagli specchi, scale, vecchi aeroporti, bestemmie e grida captati dietro una porta, la Porta che immette nel mondo oltre la Rispettabilità e il Decoro… – ecco che già sento crescere in me un sentimento nero, persuasivo, che stimola ogni nervo, e specialmente la mia parte ferita e tragicamente disonorata, inerme sotto i calzoni di tela, pronta di nuovo all’impietoso confronto con quella trionfante di un signore che si chiama Andrew Haynes, un uomo che assomiglia alla polaroid di un soldato alla partenza, che sembra voglia mangiarsi vivo il fotografo.
La piccola puttana non ha riso. Perché non sa come si fa. Anche lei fa bene il suo lavoro. Alla sua età, se l’avessi incontrata, ne avrei avuto paura. Ma adesso, a sessantadue anni, posso finalmente odiarla, così come odio Andrew Haynes, l’Uomo del Petrolio che dorme sonni tranquilli, la notte (ci scommetto) perché ama la vita. E adesso chiede all’Uomo dell’Acqua come mai in Nigeria novanta milioni di persone non possono compiere il semplice gesto di aprire un rubinetto.

“Bè, tutti sanno che la colpa è anche vostra”, gli dico.
E lui che fa? Sorride, mostrandomi i suoi denti d’ostrica; e scuote la testa. “I nostri controlli sull’ambiente sono rigorosi”, dice. “Quando estraiamo il greggio ci preoccupiamo che l’acqua non venga contaminata o inquinata”.
“Va’ a vedere a Warri o a Umuechem. Prova a chiedere un bicchiere d’acqua a un contadino di Okukolo… Non credo che avresti il fegato per berlo. D’altronde, mi hanno raccontato che gli uomini della Chevron Texaco e della Shell si sono coperti le spalle di fatto nominando un loro uomo a vicedirettore degli affari pubblici del ministero delle risorse petrolifere… Quando mi hanno portato fino al delta del Niger ho visto coi miei occhi fiamme gigantesche che facevano risplendere la foresta. L’aria era avvelenata dai vapori di idrocarburi, metano, monossido di carbonio, biossido di carbonio e fuliggine emessi dal gas che viene bruciato ventiquattro ore al giorno da più di trent’anni. Quando su Ebubu cade la pioggia acida i bambini si ammalano. Iniziano a grattarsi a sangue le chiazze di eczema che prudono. Poi le piaghe s’infettano, e i bambini muoiono…”.
L’Uomo del Petrolio sbadiglia. La cameriera gli porta un’altra birra.
“A proposito”, mi fa l’Uomo del Petrolio mentre si versa da bere, “com’è andata l’altra sera con la piccola ogoni? [1] L’ho vista salire in camera tua, all’Ikoyi. Il portiere mi ha detto che ha dodici anni”.

6.
Mio padre accende il televisore e lo sintonizza sulla ABC per as-sistere in diretta all’inaugurazione di Disneyland assieme a settan-ta milioni di americani. Malgrado tutto, non riesco a non vedere. Me ne sto rannicchiato su una poltrona di pelle e sorrido – persino – a mio padre quando mi dice: “Ti prometto che ci andremo, l’anno prossimo”.
Ieri mia madre mi ha detto: “Mi spiace, tesoro, ma papà ha una riunione urgente alla Nazioni Unite e io non mi sento troppo bene”.
“Ma era il mio regalo...”
“Lo so, amore. Ma non è possibile”.
Nel grumo di felicità dell’infanzia – una felicità crudele, borghe-se, che combatto tenacemente inventandomi quella misteriosa sconfinata tristezza che avrei rimpianto, più avanti, per tutta la vita – so che tutto quello che facciamo richiede soldi. Avendone molti, non c’è nulla che non si possa fare. Ora ho gli occhi soc-chiusi per non far scivolare le lacrime, e ci sto pensando su, sto decidendo adesso che c’è qualcosa, qualcosa di indefinito e sco-nosciuto, che in questo mondo conta più del denaro, più della promessa fatta da una madre e da un padre a un bambino. Il bacio rosa della mamma mi raggiunge in un angolo della bocca mentre sono completamente cieco, e ciecamente attento. “Sei il mio tesorino, il mio tesorino bello”, sussurra con l’alito che sa del vino del giorno prima. “Ma sei un ometto, ormai, e certe cose so che le capisci”. E invece ecco la rivelazione: sono come un neonato. Datemi cibo, calore, e le api musicali che svolazzano sulla culla. Ma non datemi amore. Perché non so che farmene.
In ventimila si accalcano ai cancelli nei quaranta gradi di Anaheim. La telecamera plana sulla guglia del castello della Bella Ad-dormentata, poi stacca sui Mousekeeters che ballano sulle note della Skeleton Dance. Ecco i presentatori: stanno giocando a campana. Uno di loro è Ronald Reagan. E ora una carrellata sulle aree tematiche del parco: Adverntureland, Frontierland, Fantasyland e Tomorrowland. Tutta la mitologia di cieli blu, elefanti volanti, orsi canterini, happy endings e valori morali scivola giù come un gelato al pistacchio.

Mia madre non c’è. È di là, come dice mio padre quando capisce che la sto cercando. Non so ancora che non la vedrò mai più. E non lo sa nemmeno lui.
Ronald Reagan sta intervistando Pippo.
7.
Tornato in albergo faccio una telefonata.
“Cosa vuoi?”, mi dice l’uomo del Mend [2].
“Ho la persona che fa per voi. Un inglese.”
“È della Shell?”
“No, lavora sulla Bulford Dolphin.”
“Dove sta?”
“Alloggia qui, credo.”
“Okay. Allora ci vediamo domani alle undici al Tastee Free Chicken sulla Broad Street”.
“Porta i soldi.”
8.
Quando trovarono mia madre riversa sul marciapiedi della 54ma non avevo ancora riflettuto sul fatto che è Walt Disney il peggior nemico dell’armonia famigliare. Nel suo mondo, infatti, non esistono i genitori: Qui, Quo e Qua vengono cresciuti da un zio, Mowgli da un orso e da una pantera, Pinocchio da Geppetto, dei sette nani si prende cura Biancaneve e la mamma di Bambi viene fatta fuori subito.
Faccio aderire il mio corpo a quello della mia piccola puttana. Lei bruca, lì sotto: liscia, fantasticamente liscia, oliata, tutta in movimento. Da qualche parte nel calendario astrale, questa bambina sopravanzerà mia madre – se l’Aids e la malnutrizione glielo consentiranno – e un bel giorno, in quel punto della costellazione del tempo, sarà finalmente più vecchia di lei.
Questa mattina l’ho spiata al Balogun Market. Intingeva un panno lercio in una lattina colma d’acqua e per sette centesimi lavava i piedi alle donne del mercato.

Note:
[1] Gli ogoni sono un’etnia africana che abita la regione del delta del Niger, compresa nello stato nigeriano del Rivers.
[2] Il Mend (Movement for the Emanicpation of the Niger Delta) è un movimento nigeriano che combatte contro l’oppressione ai danni delle popolazioni del delta del Niger e il degrado ambientale causato dalle multinazionali del petrolio. Oltre ad azioni di tipo politico, il Mend recentemente ha compiuto diversi atti terroristici come il sabotaggio di oleodotti e il rapimento di ingegneri petroliferi stranieri.


La Nigeria è il primo esportatore di petrolio dell’Africa e settimo nel mondo, con i suoi 2,5 milioni di barili al giorno. La questione del petrolio nelle regioni del Delta del Niger dura ormai da quasi cinquant’anni: nel 1958 fu trovato il primo giacimento di oro nero, dando il via all’estrazione da parte delle multinazionali Shell, Agip, Elf e Chevron. La popolazione ha spesso accusato le compagnie petrolifere di sfruttare le risorse in maniera indiscriminata e di inquinare la regione. Negli anni sono sorti numerosi movimenti di protesta civile e armata tra le diverse etnie della zona. Alcuni sono stati repressi con la violenza: la vicenda più eclatante riguarda l’attivista degli Ogoni Ken Saro-Wiwa, fatto impiccare dal regime di Sani Abacha nel 1995. A poco più di dieci anni dalla morte, Saro-Wiwa è ancora oggi il simbolo della lotta per l’autodeterminazione nel Delta del Niger.
Il 26 febbraio 2005, la principale regione petrolifera nigeriana è tornata ad essere il teatro di uno spaventoso massacro ai danni della popolazione civile, massacro condotto non dai miliziani o dalle gang armate che infe-stano la zona ma dalle forze di polizia locali. Testimonianze citate dalla Reuters hanno parlato di almeno trenta morti tra i civili, in un’operazione che invece di stanare i miliziani del Mend si sarebbe risolta in una gigan-tesca caccia all’uomo che ha distrutto il villaggio di Odiama.
Nel giugno dello stesso anno, sei lavoratori – due tedeschi e quattro ni-geriani – sono stati rapiti da uomini di etnia Iduwini nello stato del Delta. Gli uomini, al servizio della Belfinger-Berger (azienda collegata alla Shell), si trovavano su un’imbarcazione che si dirigeva verso lo stato di Bayelsa. Secondo le dichiarazioni di uno dei membri dell’Iduwini Natio-nal Movement for Peace and Development, il rapimento aveva lo scopo di costringere la Shell a concedere i fondi per lo sviluppo economico e sociale del territorio, come previsto da accordi già presi tra la multinazio-nale anglo-olandese e le comunità locali. I sei uomini sequestrati sono stati liberati dopo tre giorni. Secondo le notizie riferite dal quotidiano ni-geriano “This Day” le richieste dei rapitori prevedevano un riscatto di venti milioni di dollari.

Il 31 marzo 2007, i guerriglieri del Mend hanno rapito un tecnico petro-lifero inglese che lavorava sulla Bulford Dolphin, una piattaforma petrolifera a circa quaranta chilometri al largo del delta del Niger, di proprietà del gruppo norvegese Fred Olsen, che si occupa di trivellazioni esplora-tive. La società non era nuova ai sequestri: il 2 giugno del 2006 altri otto stranieri – un americano, un canadese e sei britannici – erano stati rapiti e rilasciati due giorni dopo. Anche il tecnico inglese è stato tenuto ostaggio per breve tempo e liberato il 4 aprile.
Anche l’Italia è stata vittima di rapimenti. L’8 dicembre 2006, tre tecnici italiani e uno libanese, che lavoravano per l’Eni, sono stati sequestrati da alcuni uomini del Mend. “Li abbiamo noi”, hanno fatto sapere, chieden-do per il rilascio la liberazione di alcuni esponenti separatisti nelle carceri nigeriane, il pagamento delle compensazioni alla popolazione del Delta per lo sfruttamento cinquantennale e la rinuncia da parte del governo di Lagos ai profitti derivanti dall’estrazione. Altrimenti, hanno scritto in un comunicato, “siamo pronti a trattenerli per anni. Il vostro incubo è ap-pena cominciato”.
I quattro tecnici (Francesco Arena, Cosam Russo, Roberto Pieghi e I-mad S. Abed) sono stati rapiti dai guerriglieri che hanno attaccato una stazione di pompaggio gestita dall’Agip (gruppo Eni). “C’è stato un at-tacco alla stazione Agip di Brass, alle 5 di questa mattina”, ha detto il ca-po della polizia dello Stato Hafiz Ringim. Il terminal Brass, che produce circa duecentomila barili di greggio al giorno, si trova a circa tre ore di battello dalla capitale Yenagoa. “Erano una ventina. Sono arrivati a bordo di sette imbarcazioni, a volto coperto”. I soldati di guardia del complesso petrolifero hanno risposto al fuoco degli assalitori che hanno ripiegato verso la zona degli alloggi dei lavoratori, dove non è stato difficile sequestrare i quattro tecnici.
Il 18 gennaio, viene rilasciato uno dei rapiti, Roberto Pieghi, mentre in Italia si sollevano le polemiche. L’8 febbraio, durante una interpellanza parlamentare, l’on. Paolo Cacciari del Partito di Rifondazione Comunista ricorda come “questo episodio è solo uno degli ultimi di una lunga e spaventosa serie di attacchi alle infrastrutture petrolifere delle compagnie internazionali presenti nell'area e ai tecnici lì operanti. Ricordo solo quelli subiti dalla nostra compagnia, l’Eni, di cui si è avuta notizia dall’inizio dell'anno scorso: il 23 gennaio 2006 fu attaccata una piattaforma senza alcun danno; il giorno successivo, il 24 gennaio, una ventina di uomini armati hanno svaligiato la sede del quartier generale della città di Port Harcourt, provocando 9 morti nello scontro a fuoco con la polizia privata; il 18 marzo è stato fatto esplodere l'oleodotto Agip che collega Tebidaba al terminal di Brass, con enorme spargimento di greggio e l'interruzione del flusso; l’11 maggio vennero sequestrati per un giorno, a Port Harcourt, tre tecnici dell’Eni, tra cui un italiano, Vito Macrina; dal 25 al 31 luglio la stazione di pompaggio di Ogbainbiri è stata occupata pacificamente da un gruppo di giovani ribelli, i quali chiedono e ottengono un risarcimento; il 28 agosto è rapito il tecnico della Saipem Mario Pavesi, che verrà rilasciato quattro giorni dopo; il 28 ottobre viene occupata la stazione di pompaggio a Clough Creek, nelle vicinanze di Bayelsa, senza conseguenze; il 6 novembre è la volta della stazione di pompaggio a Te-bidaba, con sequestro di 48 dipendenti rilasciati dopo 17 giorni; il 12 novembre un altro attacco a una piattaforma non precisata; il 22 novembre attacco alla nave-piattaforma Mystras della Saipem al largo di Port Harcourt, con rapimento di 7 tecnici e scontro a fuoco dove muoiono 4 persone, tra cui David Hunt, il sovrintendente della produzione britannico dell’Agip, e viene ferito un italiano, Mario Caputo, in maniera non grave.
Poi, ancora, dopo il rapimento del 7 dicembre dei nostri connazionali, di cui stiamo parlando e che è ancora in corso, il 18 dicembre si è verificata l’esplosione di una autobomba nel perimetro interno del complesso Agip a Port Harcourt”.
Continua l’on. Cacciari: “Credo che questo scarno elenco possa bastare ad affermare che la regione del delta del Niger non sembra offrire quegli elementi minimi di sicurezza necessari per svolgere normali attività imprenditoriali. Nel delta del Niger stiamo assistendo all’escalation di una vera e propria guerra a bassa intensità tra vari gruppi di ribelli e guerriglieri che fanno capo a diverse etnie e le major petrolifere, con a capo la Shell, la Chevron, la Exxon Mobil, la Total e la nostra Eni, accusate di depredare le risorse naturali dell'area. Conflitto che il Governo e le forze armate nazionali nigeriane non sembrano essere in grado di controllare. Alcuni osservatori parlano di vietnamizzazione del Golfo di Guinea. Tant’è che, nel marzo dello scorso anno, quando l’ammiraglio Henry Ulrich, comandante della flotta USA di stanza in Europa e nel Golfo di Guinea, visitò la Nigeria, una delegazione di rappresentanti delle compagnie petrolifere gli chiese di incrementare la protezione alle loro numerose piattaforme (33 fisse, 20 galleggianti, 13 navi cisterna, 700 pozzi a terra offshore, che estraggono 2,5 milioni di barili al giorno). La nostra quota, dell’Eni e dell'Italia, è pari a 160 mila barili al giorno, per un valore di 7-8 milioni di dollari al giorno. In più, vi è il maxicontratto per l’estrazione e la liquefazione del gas naturale degli impianti di Brass. La risposta dell'ammiraglio Ulrich fu che gli Stati Uniti si sarebbero limitati a controllare le navi in transito al largo, in acque profonde, e che dentro al delta le compagnie si sarebbero dovute proteggere da sole.Detto questo, i due aspetti che a mio avviso dovremmo prendere in considerazione in questa sede sono i seguenti: la catastrofica situazione ambientale e umanitaria del delta del Niger; le finalità e le modalità della nostra presenza in quell’area con l’Eni, la più grande impresa di Stato, controllata dal Governo”.

In quegli stessi giorni, Luca Manes su “il manifesto” descrive bene la situazione nigeriana: “Per la Nigeria il petrolio è da troppo tempo una ma-ledizione (...) Il panorama del territorio del delta del Niger è costellato da abbaglianti fiammate altre decine di metri, causa di rumorose esplosioni che si susseguono giorno e notte, spesso anche a poca distanza dai villaggi (i pennacchi di fuoco sono così imponenti che si possono distinguere nettamente dalle riprese satellitari). Con i gas flaring si disperdono nell’aria tossine inquinanti, come il benzene, che tra le popolazioni locali ha provocato l'aumento in maniera esponenziale di tumori e di malattie respiratorie quali la bronchite e l’asma.
Il 21 febbraio, il tecnico libanese riesce a scappare, dopo che qualcuno ha corrotto che gli faceva la guardia pagando duecentomila dollari.
Il 3 marzo, finalmente, vengono liberati anche Francesco Arena e Mimmo Russo. “Ci hanno trattati bene”, dichiara il primo. “In fondo le loro ragioni sono comprensibili. Alla partenza lo stregone del gruppo ci ha perfino benedetti con whiskey e amuleti ju-ju”.

Le estrazioni di petrolio in Nigeria cominciarono nel marzo del 1956 nello stato di Bayelsa nei campi della Shell, mentre l’Eni arrivò più tardi, nel 1962. Nel 1958 fu trovato petrolio nello stato di Rivers, dove viveva-no gli Ogoni. Gli oleodotti, costruiti in superficie, passano su terreni un tempo coltivati e successivamente espropriati, mentre parte della popola-zione ha dovuto lasciare i propri villaggi. Chi è rimasto lavora spesso per le compagnie petrolifere, percependo stipendi bassissimi. Alla devastazione ambientale si è poi aggiunto il costo sociale che gli Ogoni hanno dovuto sopportare: la zona da loro abitata ha poche scuole, non ha ospedali né acquedotti, e nemmeno l’elettricità. La disoccupazione è altissima, attorno al 70%.
Fu nel 1990 che emerse la figura di Ken Saro-Wiwa, drammaturgo, po-eta e letterato Ogoni, candidato al premio Nobel per la Pace. Presidente di un’organizzazione per i diritti delle minoranze africane e fondatore del Mosop (Movement for Surviving of Ogoni People), difensore della non-violenza attiva, Saro-Wiwa era convinto che esistessero forme positive e costruttive di dissenso per opporsi al governo militare allora al potere ed alla Shell.

Con il sostegno di pochi altri membri della comunità Ogoni, Ken Saro-Wiwa fu capace di organizzare il suo popolo. Andò da una comunità al-l'altra rivolgendosi alle persone, ascoltando i loro bisogni e chiedendo che cosa avrebbero voluto fare. Così, sotto la leadership del Mosop, gli Ogoni cominciarono una campagna di resistenza. Prepararono una carta dei diritti, formulando poche ma chiare rivendicazioni: il riconoscimento della loro autonomia politica all'interno della federazione nigeriana; la fine di ogni tipo di emarginazione dal potere politico; le forme di riparazione da parte della Shell e dello stesso governo federale in ragione del degrado ambientale subito e della drastica distruzione delle loro principa-li fonti di vita; un sistema di ridistribuzione più equa delle entrate deri-vanti dall'estrazione e vendita del petrolio. Il Mosop presentò questa carta al gen. Ibrahim Babangida, a quel tempo al potere. Questo alto ufficiale era conosciuto come un fine diplomatico, simpatico e furbo; infatti fu capace di dialogare con i rappresentanti degli Ogoni, senza però concedere nulla. Quando il Mosop prese atto che le discussioni avute col go-verno non avrebbero portato ad alcun risultato, decise di rivolgersi direttamente alla Shell, sottoponendole una serie di richieste e organizzando contro questa multinazionale parecchie dimostrazioni pacifiche. In occa-sione dell'anno dei popoli indigeni, promosso dalle Nazioni Unite, il Mo-vimento guidato da Saro-Wiwa organizzò una marcia contro le politiche del governo e quelle della Shell, a cui parteciparono trecentomila Ogoni.
Il Mosop arrivò persino a lanciare, con successo, un’azione di boicot-taggio durante le presidenziali, sostenendo che la Costituzione nigeriana non tutelava i diritti degli Ogoni e quindi non era rappresentativa di questo popolo. Con l'andare del tempo, alcuni aderenti del Movimento cominciarono a interrogarsi sulla scelta nonviolenta del gruppo, in quanto, a loro parere, tale metodo non pareva molto efficace.
Il governo, intanto, stava cercando di corrompere qualche suo mem-bro, questo mentre Saro-Wiwa e altri dirigenti del Mosop finivano in car-cere o erano agli arresti domiciliari. Vennero loro sequestrati anche i passaporti, impedendo così che lasciassero la Nigeria per conferenze o even-ti internazionali a cui erano stati invitati.
Tuttavia, nonostante la forte opposizione del governo, i principali atti-visti del Mosop continuarono nella loro attività nonviolenta. Lanciarono una campagna internazionale che conquistò anche il sostegno di impor-tanti gruppi ambientalisti, come Greenpeace, o di Organizzazioni non governative (Ong) vicine a Amnesty International. Così il “caso Ogoni” fu preso in carico dalla Lega delle nazioni non rappresentate, una Ong con sede in Olanda. Nel 1993 nasceva dal Mosop una costola più militante: il Consiglio giovanile nazionale del popolo Ogoni (Nycop). Quattro leader conservatori che erano stati corrotti dal governo per screditare il Movimento, facevano ora riferimento proprio al Nycop.

Intanto Babangida era stato sostituito da un nuovo regime sanguinario: quello del gen. Sanni Abacha. Il petrolio era troppo importante per l'economia nigeriana per usare la diplomazia nei riguardi degli oppositori. Tutte le comunità del delta del Niger sul cui territorio erano stati scavati i pozzi, erano in attesa di vedere quale sarebbe stata la reazione del nuovo potere alle richieste degli Ogoni. Se fossero state soddisfatte, anche loro avrebbero presentato una carta dei diritti.
Il 21 maggio 1994, Saro-Wiwa doveva intervenire e prendere la parola durante una manifestazione locale, quando la polizia lo mise agli arresti domiciliari. La gente che intanto si era radunata, lo aspettava; la tensione era altissima. In quella occasione, i quattro capi conservatori furono ucci-si dalla folla. Non è ancora chiaro chi furono i veri istigatori del delitto. Sta di fatto che pur non essendo presenti, Saro-Wiwa e altri militanti del Mosop furono arrestati “per aver incoraggiato la gente a compiere quel-l'omicidio”, così sostenne il governo. Il giorno seguente, senza che ci fosse alcun riscontro concreto, i nove accusati furono gettati in prigione, sottoposti a gravi violazioni dei diritti umani e condannati alla pena di morte per impiccagione. Non ci fu per loro alcuna possibilità di ricorrere in appello. Il 10 novembre del 1995, tra la sorpresa e lo shock della comunità internazionale, furono giustiziati. La terra della comunità Ogoni fu invasa, i villaggi bruciati e fu fatta strage della popolazione. Molti si rifugiarono negli Stati vicini, come il Benin, dove trovarono ospitalità nei campi profughi. La terra degli Ogoni fu pattugliata giorno e notte dai soldati, furono erette delle barriere per ostacolare il libero movimento delle persone e per terrorizzare la gente rimasta. La lotta di questo popolo catturò l'interesse della comunità internazionale e portò a delle sanzioni severe contro la Nigeria che venne tra l'altro sospesa dal Commonwealth. Le stesse Nazioni Unite imposero delle sanzioni fino a quando in quel Paese non fu instaurato un governo democratico. Il ruolo che la Shell ebbe in tutta la vicenda e le esecuzioni che seguirono, portarono a una campagna internazionale di boicottaggio dei suoi prodotti.
Con l’impiccagione di Saro-Wiwa il filo della possibile evoluzione de-mocratica della Nigeria fu spezzato: da allora, a fasi alterne, sono seguiti periodi di tensioni e violenze, tregue, attacchi alle strutture delle compagnie petrolifere e, più recentemente, scontri armati con le milizie private delle stesse compagnie petrolifere, rapimenti di personale ed esplosione di autobombe. Negli ultimi dieci anni la Nigeria è passata ad un governo civile retto da Olusegun Obasanjo.
Nonostante ciò la situazione nigeriana resta grave. Lo sviluppo della Nigeria deve essere insieme politico ed economico: una maggiore indi-pendenza dalle istituzioni finanziarie, un recupero della sovranità nazio-nale ed uno sfruttamento razionale delle risorse naturali che finalmente vada a vantaggio della popolazione sono, oltre ad un maggior rispetto dei diritti civili, le condizioni essenziali per uscire dalla povertà e per non rendere più possibile un altro caso come quello di Ken Saro-Wiwa.

Il testamento politico di Ken Saro-Wiwa
Signor Presidente, tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito.
Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti pro-cessi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale. Non siamo sotto processo solo io e i miei compagni. Qui è sotto processo la Shell. Ma questa compagnia non è oggi sul banco degli imputati. Verrà però certamente quel giorno e le lezioni che emergono da questo processo potranno essere usate come prove contro di essa, perchè io vi dico senza alcun dubbio che la guerra che la compagnia ha scatenato contro l'ecosistema della regione del delta sarà prima o poi giudicata e che i crimini di questa guerra saranno debitamente puniti. Così come saranno puniti i crimini compiuti dalla compagnia nella guerra diretta contro il popolo Ogoni.

Proprietà letteraria riservata
©2007 Leonardo Colombati

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14.11.05
Un'ultima cosa
di Leonardo Colombati
“La Coca-Cola è calda e sgasata”, urlò Cino. “E quando apri il frigorifero c’è una puzza da svenire”.
“Si può sapere che cosa vuoi?”, gli gridò lei piegando un poco le ginocchia. “Volevi che ti preparassi un bel pranzetto, brutto stronzo che non sei altro?”
“Vorrei solo che tu ti ricordassi di chiudere il tappo della bottiglia e che la rimettessi in frigo, dopo. E’ troppo? Ti sto chiedendo troppo, Angela?”
Lei si sedette, poi si rialzò, frugandosi nelle tasche. Le sigarette, dove aveva messo le sigarette? Doveva assolutamente riprendergli le chiavi di casa. Subito.
“Hai preso le mie sigarette, per caso, tesoro?”, chiese, parlando lentamente.
“Lo sai che non le fumo quelle tue stupide sigarette colorate”, rispose lui senza guardarla. Aveva acceso la televisione e si era tolto i mocassini.
“Ah, no? Questa è bella! Davvero stai dicendo che tu non fumi mai le mie sigarette, Cino? Eh? Mi sa che tu sei malato, tu nemmeno ti rendi più conto della quantità di cazzate che riesci a sparare in cinque minuti di conversazione”.
In TV c’era un incidente durante una corsa d’auto. Quei circuiti americani ad anello con le paraboliche. Una macchina gialla con il logo della Camel sulle fiancate, sbatteva sul muretto di protezione e iniziava a fare capriole in aria – due, tre, quattro. Poi si sfracellava incendiandosi, mentre la musica saliva. A Cino era sempre piaciuto quel programma.
Angela continuava a girare per il salotto e, quando lei non poteva vederlo, Cino le guardava il culo, cercando di capire se era ingrassata dall’ultima volta.
“Tira fuori le mie sigarette”.
“Non ce l’ho”.
“Ti ho detto di darmele”.
“Non mi rompere i coglioni che sto vedendo una cosa”.
“Vattela a vedere a casa tua, allora”.
Lui non rispose. Ora c’era una cicciona che si affacciava dall’ultimo piano di un palazzo in fiamme. Proprio una bella situazione, pensò Cino alzando il volume.
Angela prese un piatto sporco dal tavolino e passò davanti al televisore, poi tornò dalla cucina e ripassò davanti al televisore e prima che Cino dicesse qualcosa, gli urlò: “Vado a farmi una doccia. Quando esco tu te ne sei già andato. D’accordo?”
“Ma sì, sì”.
“D’accordo?”
“Eh che cazzo! T’ho detto di sì, no?”
“Bene”.
“”.
“E lasci le chiavi di casa in ingresso, capito?”
Cino si era steso sul divano. Ora c’era un nubifragio, un furgone veniva trascinato dalla corrente e sul tetto due uomini con le camicie a scacchi stavano per essere salvati da un uomo che si calava da un elicottero. Alzò ancora il voulme e si accese una sigaretta verde chiaro.
Gli era venuto in mente di quando lui e Angela facevano la doccia insieme. La maniglia dell’acqua gli si conficcava nella schiena come un coltello. Un anno e otto mesi, pensò. Quasi due anni, pensò.
Venti mesi prima l’aveva presa a calci sulle gambe mentre lei se ne stava rannicchiata contro la porta della camera da letto. Era stata l’unica volta che l’aveva picchiata, a parte qualche schiaffo. Ma, certo, avrebbe potuto non essere l’ultima, pensò Cino. Dopo quello che era successo l’avrebbe potuta ammazzare di botte, pensò. Così ora aveva tutto il diritto di vedersi tranquillamente lo show in TV, come poteva pretendere che la Coca fosse sempre fredda e col tappo chiuso. E se ora se ne andava era perché si era rotto i coglioni e quella casa dopo un po’ gli metteva tristezza. Non certo per ubbidire a un ordine, no di sicuro.
Spense il televisore che scricchiolò per qualche secondo, lo schermo diventò verde, grigio, poi nero. Si mise i mocassini, si alzò e andò in cucina. Aprì il frigorifero e prese un contenitore di vetro con il coperchio in plastica azzurra che conservava delle olive verdi. Ne mangiò un paio, sputando i noccioli nel lavandino, richiuse il contenitore, il frigo, uscì dalla cucina, si infilò il cappotto.
“Allora io vado”, disse ad alta voce rivolto verso il corridoio.
Fece due passi in avanti. Si fermò nel buio, poi avanzò fino a metà del corridoio. A sinistra, la porta della camera da letto era semiaperta. A destra, la stanza di Valentina. La porta era chiusa: si ricordò era in gita con la scuola. In fondo, la luce filtrava da sotto la porta del bagno.
“Angela?”, disse.
“Angela”, disse più forte. “Io vado, allora”.
Girò su se stesso come un soldato. Lo rifece altre due volte, sbattendo i tacchi e portandosi la mano alla fronte. Poi fece per tornare in salotto, e andarsene. Ma dopo qualche passo, girò di nuovo e con quattro falcate si trovò con il naso a pochi centimetri dalla porta del bagno. Ebbe l’istinto di entrare, poi di bussare, ma rimase fermo. E si piegò per sbirciare dalla serratura, ma vide solo il lavandino, il tappetino celeste per terra e due pantofole.
Non sentiva lo scroscio della doccia. Guardò meglio, inclinando la testa verso sinistra. Fu allora che intravide la punta dei piedi di Angela. Stava seduta sul water. C’era un silenzio perfetto e Angela non muoveva i piedi di un solo centimetro.
“Un’ultima cosa”, sussurrò Cino dal buco della serratura. “Non ti preoccupare. Quel tizio non ti darà più fastidio”.
(Roma, 20 ottobre 2000)
Posted by Leonardo Colombati at 14:06 | Comments (1)
06.07.05
Isadora Duncan: una lettera d'addio
di Leonardo Colombati
[Questo racconto di Leonardo Colombati è apparso nel Corriere della sera di oggi 6 luglio 2005. gm]
Isadora, amore mio, incubo mal sostenuto della mia inesperienza, foglia profilata di arancio bruno e verde sull’erba avvizzita di un autunno newyorchese quando ti vidi per la prima volta, a braccetto con quel tuo poeta russo, e per la prima volta (l’ultima, finora) agì in me l’impulso di uccidere – almeno come sanno farlo gli uomini di lettere: e dunque ridicolizzando quel borioso Esenin. Ma la mia invidia non era per lui. Era per te, e tramite te per tutte le Donne; per quel Potere che tutto il fumo dei nostri sigari non potrà mai offuscare, che il fascino maschile non saprà mai eguagliare.
Arrivaste ad Ellis Island nell’ottobre del ‘22; tu e il tuo marito bolscevico, sul transatlantico Paris. I giornali scrissero che il Board of Review, prima di lasciarti rientrare in patria, osò chiederti: “Come si atteggia quando danza?”. E tu rispondesti che mai ti eri vista danzare. Divina!
Presi una stanza al Waldorf Astoria, accanto alla vostra; e potevo sentirvi. Ero in prima fila alla Carnegie Hall, e potei ammirarti, finalmente, senza che lui entrasse nel mio campo visivo. Il tuo corpo vibrava, i piedi nudi, a ogni passo, sorgevano trionfanti dalla spuma del mare; le figure in movimento, staccate fotogramma per fotogramma dal mio occhio e ridisposte in un ordine privato nella bacheca del mio “per sempre mia”, ricreavano certe pitture vascolari del British Museum: erano l’eleuteron greco.
Poi… interrompesti a un tratto la performance, e iniziasti a parlare al pubblico (benché io sapessi assurdamente che ti stavi rivolgendo a me solo): “Se la mia arte può essere considerata un simbolo, lo è senza dubbio dell’emancipazione della donna. Esporre il proprio corpo è arte; dissimularlo volgarità. Il nudo è verità, bellezza, arte. Perciò non può essere volgare o immorale”. Così detto, iniziasti ad agitare la tua sciarpa sopra la testa, e gridasti: “Sono anch’io rossa come questa! Il rosso è il colore della vita e del vigore… Voi non sapete cos’è la bellezza!”. E strappasti la spallina della tunica denudando un seno, e urlasti: “Questa… questa è bellezza!”.
La sala si svuotò di colpo. Io restai al mio posto, ad osservare il tuo sguardo trionfante.
Quando l’impresario bussò alla porta del tuo camerino e ci presentò, tu indossavi uno di quei pigiami Sulka che eri solita regalare a Sergej. Mi dicesti: “Non sapevo che in Italia esistessero ancora dei poeti, oltre al mio amico D’Annunzio”. Ma poi rimanemmo una mezz’ora a parlar male – in francese – del Vate e a discutere di Schopenauer. E quando, a un mio commento su un ritratto ad acquerello che Rodin ti aveva fatto a Parigi, il riso ti aperse le labbra mostrandomi l’indecente biancore dei tuoi denti e una ciocca di capelli si sollevò al ralenti per poi ricaderti sulla fronte, io ebbi il presentimento (che risultò esatto) di ciò che sarebbero stati i miei anni a venire: un inferno vissuto nell’erezione di monumenti al mio idolo, una lunga teoria di notti insonni spese a rivaleggiare con il “poeta-contadino” a suon di versi, a te inoltrati sulla migliore carta da lettere che riuscii a procurarmi dal mio cartolaio di Firenze.
Durante il mio soggiorno americano, ebbi modo di ricevere alcune notizie sul vostro matrimonio. Ad Indianapolis, dove mi recai per una conferenza qualche giorno dopo una tua esibizione, il sindaco Shanks mi raccontò di aver visto Sergei, ubriaco e geloso, scagliarsi contro di te ed insultarti volgarmente. Quella sera, benché il tema della conferenza fosse tutt’altro, non persi l’occasione di deridere “certi quadretti agresti di certi poetastri comunisti”.
Quando tornai in Italia, leggevo di te sui giornali. Appresi così del tuo polemico addio all’America, nel gennaio del ’23, del collasso nervoso di Sergej, a Parigi, e della rissa da lui inscenata a Berlino a colpi di balalaika, assieme alla sua banda di parassiti. Del vostro ritorno in Russia, invece, mi riferisti tu stessa nella prima lettera che mi spedisti: “Ho riportato nel suo paese questo bambino che ho per marito”, scrivevi, “ma non voglio avere più niente a che fare con lui”. L’incontenibile gioia che mi procurò quella tua, mi spinse a risponderti con un ardore e una temerarietà che tu dovesti giudicare sconveniente, tanto che per mesi non ricevetti più nulla. Solo nei primi giorni del ’24 mi scrivesti che Sergej flirtava con un’attrice del Kamerny e che tutti, a Mosca, sapevano.
In novembre, un’altra tua lettera in cui mi dicevi che ti trovavi a Berlino con una brutta bronchite e un dente ulcerato. “Tutti i paesi mi hanno rifiutato il visto per via delle mie relazioni politiche. Che cosa significa? Che cosa sono le relazioni politiche? Vorrei proprio saperlo. Sono completamente arenata e perduta in questa città orribilmente ostile. Non ho nemmeno un amico”.
Ti implorai, allora, di concedermi di venirti a trovare. Ma dopo una settimana aprii la busta e lessi soltanto: “Questo, assolutamente no!”. Fu l’ultima tua lettera.
Qualche tempo dopo appresi da un funzionario del consolato italiano a Parigi che ti eri trasferita a Nizza, dove eri riuscita ad ottenere un prix d’artiste per una stanzetta all’Hotel Negresco e l’uso di un piccolo teatro abbandonato. “L’ho incontrata ad un ricevimento da Rakovsky”, mi disse il diplomatico. “Mi ha parlato della sua amicizia con D’Annunzio e con la Duse e mi ha detto che Mussolini dovrebbe senz’altro aiutarla ad aprire una scuola di danza in Italia. Mi ha dato l’impressione di avere perso il senno. Ed è anche più bassa di quanto immaginassi”.
Arrivai a Nizza il 31 dicembre 1925, senza averti avvertito. I pinnacoli del Negresco, guizzanti sotto la luce del tramonto, erano battuti da una pioggia salmastra. Il concierge mi disse che eri appena uscita per un party di fine anno. Salii nella mia stanza per fissare sul soffitto la trama che dopo tre anni mi aveva condotto a te. Immaginai il nostro imminente incontro in tutti i dettagli: vestivi una tunica trasparente, d’un verde pallido, stretta in vita da un gallone dorato; calzavi sandali d’oro e calze di merletto, la testa fasciata da un turbante ornato di perle; sulle spalle avevi una cappa di velluto verde. Eri molto più giovane dei tuoi quarantotto anni.
Presi sonno all’alba, mi svegliai a mezzogiorno; alle due ero nella hall. Un tuo amico, Victor Seroff, mi riconobbe. Fu lui a firmare la mia sentenza di morte: “Isadora è partita per Parigi con il fratello, questa mattina presto. Le è stato comunicato che Esenin si è impiccato tre giorni fa”.
Nella stanza n. 5 dell’Hotel d’Angleterre di Pietrogrado (la stessa stanza in cui tu e lui, freschi sposi, avevate alloggiato), Sergej aveva scritto col proprio sangue un breve poemetto che finiva così: “In questa vita morire non è una novità; / e vivere lo è senza dubbio ancora meno”. Poi s’era appeso al tubo di riscaldamento.
Non ho più saputo niente di te, da quel giorno. Fino a questa mattina. I giornali hanno riportato la notizia: sulla Promenade des Anglais sei salita su una Bugatti, ieri sera; hai gridato felice: “Adieu, mes amis, je vais à la gloire!”; hai sistemato la sciarpa sulle spalle e attorno al collo, ma non ti sei accorta che una frangia era caduta fra i raggi della ruota, e quando il garagiste ha avviato la macchina, il tuo bel collo è stato spezzato.
Ed io, da ore ormai, sono alle prese con l’assurdo convincimento che quella sciarpa dev’essere quella stessa, rossa, che agitasti per me – solo per me – sul palco della Carnegie Hall, in una notte d’autunno di cinque anni fa.
Una settimana ancora, e l’estate è finita. Buttato su una chaise longue, non riesco a smettere di leggere il libro del mio rivale e quella poesia… Il canto di un cane: “I suoi occhi si riflettevano come stelle d’oro sulla neve”. Ti ho perduta da sempre: lo so ad ogni suo verso. Ma non importa più, adesso. Mentre scrivo quest’ultima lettera e mi preparo… danziamo insieme, per la prima volta e per sempre, mia cara Isadora Duncan.
Posted by giuliomozzi at 00:26 | Comments (1)