09.11.07
Tor di Quinto
Vivo a dieci minuti di macchina dalla baraccopoli di Tor di Quinto, a Roma, dove viveva l’uomo che alcuni giorni fa ha violentato e ucciso la signora Giovanna Reggiani.
Solo poche parole per dire che la scena dei poliziotti che in favore di telecamera radevano al suolo quelle che – pure se l’Italia intera vuol chiudere gli occhi – erano le abitazioni di PERSONE, destinando improvvisamente queste ultime ad un addiaccio odioso e ipocrita nel cuore di una sera d’autunno, questa scena, dunque, mi ha ripugnato fino al voltastomaco – dico di più: quei servizi telegiornalistici propinati ad un Italia col tovagliolo annodato al collo in attesa della minestra e del manganello sono stati, per me, la pietra che ha definitivamente sigillato la tomba dove riposa in pace l’idea di fare di questo Paese un Paese civile.
Sul decreto d’urgenza approntato dal Governo – una masnada di boriosi incompetenti con la schiena al muro, che per salvarsi il culo venderebbero mille volte Gesù Cristo se un sondaggio gli mostrasse il favore della folla – si potrebbe dire che oltre ad essere incostituzionale e fascista è anche ridicolo. Ma è meglio non farlo, meglio non rifugiarsi nella solita storia che più che tragici gli italiani sono comici.
Ho un’idea molto semplice sui fatti di Tor di Quinto e su ciò che ne è scaturito. Per i delitti, esiste il codice penale. Basta applicarlo. Le baraccopoli sono una vergogna non per chi ci abita ma per chi le tollera. Nel caso specifico di Roma, amministratori locali che la domenica si rifugiano nei Circoli Canottieri e le spiano da lontano, solo un attimo prima che cominci la loro partita di tennis. Questo è avvenuto e avviene a Roma, così come in molte altre città italiane: non è un problema di destra o di sinistra, così come modernamente destra e sinistra sono intese nei Paesi civili. È un problema di fascismo, quello antico, odioso, mai del tutto sradicato dal tessuto connettivo del nostro popolo e della nostra politica.
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12.07.07
Harry potter e la ricerca della felicità
[Questo mio articolo è uscito ieri, mercoledì 11 luglio, su Vanity Fair]
La stazione ferroviaria di King’s Cross si trova tra i due quartieri londinesi di Camden Town e St. Pancras. Per un anno intero, alle sette e mezzo del mattino, sbucavo dalla metropolitana proprio sotto le sue arcate di acciaio e mattoni e aspettavo il mio treno per Swindon (una delle più brutte cittadine del Regno Unito) in un piccolo bar che s’affacciava sul primo binario. Era il 1996, e mi piacerebbe dirvi di aver notato una signora sulla trentina a un tavolo d’angolo, i lunghi capelli biondi che spiovevano su un quaderno a quadretti, la tazza di caffè fumante a tener desta la sua prodigiosa immaginazione, ancora al mondo sconosciuta. Forse l’ho davvero incrociata Mrs. Rowling, o almeno sogno di averlo fatto da quando – era trascorso ormai più di un anno – mi capitò tra le mani un libricino intitolato Harry Potter e la pietra filosofale. Vi veniva raccontata la storia di un orfano undicenne, “viso sottile, ginocchia nodose, capelli neri e occhi verde chiaro” cerchiati da “un paio di occhiali rotondi, tenuti insieme con un sacco di nastro adesivo”. Ma ciò che colpiva del suo aspetto era soprattutto una “cicatrice molto sottile sulla fronte, che aveva la forma di saetta”.
All’inizio la vicenda di Harry è simile a quella di Cenerentola: ci sono una perfida “matrigna” (la zia Petunia) e il suo corrispettivo maschile (lo zio Vernon). I due hanno un figlio, una specie di odioso Genoveffo sempre pronto a umiliare il nostro piccolo eroe, fino a quando al posto del Principe Azzurro non irrompe sulla scena il gigante Rubeus Hagrid, che ha il “volto quasi nascosto da una criniera lunga e scomposta e da una barba incolta e aggrovigliata”. La rivelazione che porta con sé è sconvolgente: i genitori di Harry erano due maghi che morirono quando lui aveva appena un anno per mano di Lord Voldemort, il Signore del Male. Lo stesso Harry avrebbe dovuto perire, ma la maledizione che gli è stata gettata addosso è rimbalzata contro lo stesso Voldemort trasformando quest’ultimo in un’anima più morta che viva e trasferendo ad Harry enormi poteri.
La premessa è tutta qui. Harry è un predestinato e come tale dovrà andare alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, un istituto il cui motto iscritto nello stemma è draco dormiens numquam titillandus (“mai solleticare il drago che dorme”). Per arrivarci, gli alunni devono prendere l’Hogwarts Express dal binario 9 e ¾ della stazione di King’s Cross. Tra il binario 9 e il 10 c’è un pilone in mattoni; basta andarci addosso e – puf! – si è scaraventati in un mondo di castelli, unicorni, rigattieri che vendono bacchette magiche, basilischi, troll, palline dorate, gufi postini, Dissennatori che tolgono la felicità, pozioni ematiche, mantelli dell’invisibilità, cani a tre teste e elfi domestici che negli ultimi dieci anni ha conquistato centinaia di milioni di lettori in tutto il mondo, perpetuando una tradizione britannica che va da Peter Pan a Il signore degli anelli: quella dei libri “per bambini” che più o meno segretamente vengono letti e amati anche dagli adulti. Per non imbarazzare quelli di noi – maggiorenni – che sui treni o nelle sale d’attesa degli aeroporti provano a darsi un tono sfogliando distrattamente L’essere e il nulla o l’ultimo romanzone di Vikram Chandra, gli editori della Rowling hanno escogitato per ogni suo libro una doppia copertina: quella “ufficiale”, coloratissima e con il nostro eroe disegnato in un fumetto; e una “alternativa”, che faccia pensare almeno a un giallo alla John Grisham (rispettatissimo in business class). È inutile dire che le copertine originali sono molto più belle di quelle preparate per noi vecchi babbani (così a Hogwarts chiamano i non-maghi).

Se posso dare un consiglio ai lettori che abbiano già lasciato da poco o da molto le gioie estenuanti e malinconiche dei loro undici anni, eccolo: non abbiate paura di tornare bambini, entrate nei libri della Rowling e fate la conoscenza di uno dei personaggi più affascinanti, misteriosi (e anche un po’ spaventosi) della letteratura degli ultimi anni. Io l’ho fatto, all’inizio con un ingiustificato senso si colpa, e via via con incredibile godimento.
Harry Potter, innanzi tutto, è molto più simpatico e complesso di Peter Pan. Credo che la ragione risieda nel fatto che, contrariamente alla creatura inventata da J.M. Barrie all’inizio del secolo scorso, Harry – che è nato il 31 luglio 1980 e ha undici anni quando facciamo la sua conoscenza – nel corso delle sue avventure invecchia: nel sesto (e penultimo) libro della serie, Harry Potter e il principe mezzosangue, ha diciassette anni. Harry è dunque l’anti-Peter Pan, “il ragazzo che non voleva crescere”. I Bimbi Sperduti dell’Isolachenoncè andranno avanti per sempre a sputarsi sui palmi prima di darsi la mano e Peter non capirà mai di amare Wendy, nonostante la gelosia di Campanellino. I rapporti che s’instaurano invece all’interno del gruppo formato da Harry e i suoi compagni di scuola preferiti – Hermione la “secchiona” e il lentigginoso Ron – sono invece dinamici e, a partire dal terzo libro, condizionati dall’incombere del tabù dei tabù della letteratura per l’infanzia: la sessualità. Tredicenne, infatti, Harry sente la sua prima “stretta allo stomaco” quando durante una partita di Quidditch (non sapete che cos’è il Qudditch? Babbani!) vede “una ragazza molto carina” di nome Cho. Si baceranno sotto il vischio la notte di Natale e per San Valentino andranno a divertirsi insieme al villaggio per soli maghi di Hogsmade. Ma la gelosia infondata della ragazza nei confronti di Hermione rovinerà tutto. Quando Harry scoprirà che Cho esce con un altro ragazzo, dirà che la cosa “non gli fa né caldo né freddo”. Nel sesto libro, Harry s’innamorerà della sorella di Ron e quest’ultimo, dopo una breve storia con una certa Lavanda Brown, scoprirà di non provare soltanto amicizia per Hermione.
Recentemente ha fatto scandalo il fatto che Daniel Radcliffe (il bravissimo Harry Potter cinematografico) reciti in un dramma dove sono previste sue scene di nudo integrale. Le mamme del Regno Unito si sono indignate; i critici hanno applaudito entusiasticamente; il teatro del West-End dove va in scena la rappresentazione trabocca di gente che vuole vedere il maghetto al naturale, prima di leggere – forse – della sua morte nel settimo e ultimo libro della serie, Harry Potter and the Deathly Hallows (un titolo che si potrebbe tradurre con Harry Potter e le reliquie della morte) e che uscirà in Inghilterra il prossimo 21 luglio.
Eros, dunque, ma anche Tanathos, e in quantità industriali. Per salvarsi dalla morte, Lord Voldemort (l’assassino dei genitori di Harry) è costretto ad uccidere l’unicorno per bere il suo sangue argentato. E non è un caso che la Pietra Filosofale (che produce l’elisir di lunga vita) venga distrutta dal professor Silente.
Una delle scene più impressionanti e meravigliose della saga è nel primo libro. A Hogwarts, Harry percorre nella notte dei bui corridoi e giunge in una stanza dove al centro è uno specchio con una cornice d’oro che si regge su due zampe di leone. La cornice porta un’iscrizione: “Erouc li amotlov li ottelfirnon” (provate a leggerla al contrario). Harry si vede riflesso nello specchio, ma non è solo: “una donna, ritta in piedi proprio dietro alla sua immagine, gli sorrideva e lo salutava con un gesto della mano. (…) Stava piangendo: sorrideva e piangeva al tempo stesso. L’uomo alto, magro e coi capelli scuri che le era accanto la cinse con un braccio. ‘Mamma’ mormorò Harry. ‘Papà’”. È un momento straziante, ma c’è qualcosa di peggio del vedere per la prima volta il volto dei propri genitori e non poterli toccare. Quando Harry viene sorpreso nella stanza segreta dal preside di Hogwarts, questi gli dice: “Capisci adesso che cos’è che noi tutti vediamo nello Specchio delle Brame? Allora te lo spiego. L’uomo più felice della terra riuscirebbe a usare lo Specchio delle Brame come un normale specchio, vale a dire che, guardandoci dentro, vedrebbe se stesso esattamente com’è”. Ecco che in un libro per bambini ci viene detto che la ricerca della felicità è ciò che ci fa svegliare al mattino ma che se la raggiungessimo resteremmo soli e, soprattutto, senza più niente da chiedere a noi stessi.
P.S.: Un paio di anni fa sono tornato a King’s Cross, e ovviamente sono andato alla ricerca del binario 9 e ¾. Con mia sorpresa ho scoperto che i binari 9 e 10 sono in un corpo separato rispetto alla stazione e che tra loro non ci sono semplicemente una banchina e qualche pilone in mattone, ma un paio di binari morti.
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07.07.07
I Rolling Stones a Roma

[Questo mio articolo è uscito oggi su Il Giornale]
L’ultima volta dei Rolling Stones a Roma era stata il 6 aprile 1967. A quei tempi Ron Wood neanche c’era, e Brian Jones sfidava il pubblico coi suoi atteggiamenti da mod senza sapere che di lì a poco sarebbe finito in fondo a una piscina. I cronisti dell’epoca notarono Ursula Andress e Jane Fonda confusi tra gli spettatori. Ieri sera, tra i trentacinquemila dello Stadio Olimpico, qualche politico, un paio di stilisti e un buon numero di attricette lontane mille miglia dal fascino di Barbarella e della statuaria bellezza svizzera. Mentre esco dalla sala stampa e mi dirigo verso la tribuna vengo sfiorato dalla giacca di panno nero di Martin Scorsese; l'istinto del fan è quello di tirare fuori il telefonino e implorare una foto. Ma mi trattengo; e lo faccio anche quando vedo un omino grigio, secco secco, che più che camminare scivola sulla moquette della saletta retrostante alla tribuna. Lo accompagna una signora elegante e nessuno sembra riconoscerlo: eppure è lui, Charlie Watts, il batterista degli Stones. Mancano solo venti minuti all'inzio del concerto: Watts imbocca le scale che lo portano in strada, davanti ai cancelli dello stadio. Dal vetro della sala stampa lo seguo con lo sguardo; senza guardie del corpo, procede incontro al pubblico che sta ancora entrando. Nessuno lo riconosce.
Sono bolliti, gli Stones? D’altronde Mick Jagger e Keith Richards hanno sessantaquattro anni e Charlie Watts sessantasei. Dal punto di vista compositivo è una band che vive un declino che dura da tre decenni. Però dal vivo tengono ancora alto il buon nome della ditta. Certo non si può dire che si risparmino. Questo “A Bigger Bang Tour” va avanti da tre anni e rischia di diventare il più lungo della storia del rock.
Ma non c’è più tempo per i dubbi e le considerazioni di ordine anagrafico. I fuochi d’artificio esplodono, gli schermi rimandano immagini computerizzate del Big-Bang e i quattro entrano in scena, accompagnati dall’ormai fido bassista Darryl Jones, dal sassofonista Bobby Keys e dal tastierista Chuck Leavell. L’inizio, di prammatica, è affidato a Start Me Up e a You Got Me Rocking e l’Olimpico esplode al primo riff di Keith, il cui look ingigantito dal maxi-schermo a dimensioni gulliveresche che sovrasta la band è sempre più da Pirata dei Caraibi. Ora che è acceso come un flipper, il palco fa mostra di sé in tutta la sua impressionante mole: se ci piazzaste dietro un palazzo di otto piani, scomparirebbe. È largo sessanta metri e ai suoi lati si ergono due enormi strutture in vetro e acciaio che sembrano le ali di un mostro meccanico. E' uno spettacolo che spazza via ogni ironia a proposito dei “nonni del rock”: quello che combinerà sul palco il diabolico Mick nelle successive due ore è roba che un suo coetaneo allenato da un costante jogging mattutino non riuscirebbe a fare in tre mesi. La grandeur scenografica, le luci, i fumi, i fuochi d’artificio, non riescono a schiacciare, ma anzi esaltano la presenza scenica di uno dei più grandi performer della storia.
La prima parte del concerto scivola via tra brani tratti dall’ultimo album (Rough justice), improvvisi tuffi negli anni Sessanta (Ruby Tuesday), cover di James Brown (I'll Go Crazy), rispescaggi dal repertorio minore (She's So Cold, da Tattoo You del 1978), e ben quattro canzoni tratte dall'indimenticabile Exile On Main Street, il doppio album del 1972: Rocks Off, Can't You Hear Me Knocking, Tumbling Dice e Happy. Su You Got The Silver (tratta da Let It Bleed del 1969) possiamo ascoltare ancora una volta la voce sghemba ma irresistibile di un Keith in grande forma, quando non è intento ad arrampicarsi su per gli alberi di cocco – ed eventualmente precipitare rischiando di spezzarsi l’osso del collo.
Mentre controllo sullo schermo se davvero il beat impeccabile provenga da quel vecchietto che ho inontrato pochi minuti prima, una parte del palco si stacca e inizia a scivolare lentamente lungo la passerella che taglia perpendicolarmente in due il prato, creando una sorta di “isola” in mezzo alla folla: lì sopra la band snocciola Miss You, It's Only Rock 'n' Roll, Satisfaction (con lo stadio in coro) e Honky Tonk Women. Ed è proprio su It’s only rock ‘n’ roll che mi torna in mente un’intervista rilasciata da Jagger: “La parola nostalgia, che deriva dal greco, ha come significato implicito uno sguardo malinconico verso il passato. Il passato è un gran bel posto e non voglio certo buttarlo via, ma non ne voglio essere prigioniero”. Ecco, a guardarlo adesso, in mezzo a decine di migliaia di fan adoranti, mentre canta “è solo rock ‘n’ roll e mi piace”, mi convinco che quel verso (che forse è il suo segreto) è maledettamente vero. Qui non si tratta di soldi o di rinverdire un mito, ma di continuare a divertirsi; e ho il sospetto che questi quattro vecchietti lo faranno ancora a lungo.
È giunto il momento dell’apoteosi finale, affidata a canzoni-simbolo come Symphaty For The Devil (con Mick che sale in cima al palco), Paint It Black e Jumpin' Jack Flash. Il bis è Brown Sugar. Gli Stones salutano e se ne vanno. Li attendono il Montenegro, la Serbia, la Romania, l’Ungheria, San Pietroburgo… È solo rock ‘n’ roll ma continua a piacerci.
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26.06.07
Giancarlo Liviano, "Andai, dentro la notte illuminata"
[Questo mio articolo sul romanzo di Giancarlo Liviano, "Andai, dentro la notte illuminata", viene pubblicato oggi su Il Giornale]
Senza troppo entusiasmo, ricevo e inizio a leggere il romanzo di Giancarlo Liviano, Andai, dentro la notte illuminata. Il mio scetticismo deriva dalla statistica. Dei tanti romanzi di scrittori italiani under 30 che negli ultimi anni m’è toccato sciropparmi, solo il 10 percento ha superato la soglia della leggibilità. E per sperare in qualcosa di più della sufficienza, più che la statistica bisogna invocare la fortuna.
Leggo le prime tre pagine, vengo sommerso da un diluvio di aggettivi e mi prende una strana allegria. Ecco uno che finalmente rende giustizia a questa categoria così bistrattata, la categoria degli aggettivi, e li usa molto, e molto bene. Prima ancora di rendermi conto di quale storia Liviano mi voglia raccontare, ciò che mi colpisce è il tono della sua voce: una prosa sovreccitata, come un assolo di Charlie Parker. La sovreccitazione è una forma di epica.
Appena riesco a sistemarmi comodamente dentro il libro per godermi lo spettacolo, mi accorgo di trovarmi in un luogo inaudito. Abituato ai soliti clichè della narrativa italiana, mi aspettavo la borgata di una nostra metropoli o uno di quei tinelli in cui due delle centomila varianti letterarie di Kim Rossi Stuart e Giovanna Mezzogiorno vedono sgretolarsi il loro rapporto a colpi di incomunicabilità post-antonioniana. E invece eccomi qui, a San Francisco, mentre mi sporgo nel vuoto dal Golden Gate. La trama è piuttosto semplice e sommamente improbabile: sei persone hanno firmato un contratto con un network televisivo americano per un reality show durante il quale il pubblico voterà chi salvare e chi condannare alla più definitiva delle eliminazioni; gli sconfitti, infatti, dovranno buttarsi in mare dal ponte e in mondovisione si potrà assistere alla loro morte.
I concorrenti sono un condannato a morte, un porno-attore, una coppia di idioti in cerca di celebrità, un malato terminale di Aids e un ragazzo pugliese, Alex, le cui motivazioni suicide sono incomprensibili. È lui a raccontarci tutta la storia. Una storia che ha trascinato la mia curiosità dall’inizio alla fine, solo per sapere chi dei concorrenti si sarebbe salvato e chi invece avrebbe dovuto spiccare il salto. Ma il plot è l’ultimo dei godimenti di questo libro. Il vero godimento è l’arsenale di fuochi d’artificio che Liviano fa esplodere letteralmente ad ogni pagina.
Una delle protagoniste del romanzo è Paris Hilton. Nessuna donna, nei secoli dei secoli, ha incarnato meglio di Paris “lo spirito dei suoi tempi”. La sua icona – che poggia su basi fragilissime – è più potente di quella di Mata Hari, della Garbo, di Marylin e di Brigitte Bardot. Tutti i maschi del pianeta sbavano per lei più o meno segretamente e più o meno pubblicamente fingono di detestarla. Il motivo è che Paris Hilton fa paura. Fa paura la sua bellezza in bilico tra una bruttezza ripugnante e uno sconvolgente erotismo. E fa paura soprattutto il sospetto che Paris abbia ragione. Il moralismo stomachevole di certi articolisti di fronte allo spettacolo di Paris che entra in galera, nasconde il terrore di ammettere a se stessi che Paris stia vivendo al meglio la propria vita. Mi domando e vi domando: cosa dovrebbe fare la fighissima rampolla ventenne di una delle famiglie più ricche del pianeta, se non divertirsi sfrenatamente accettando con filosofia la propria sfolgorante inutilità? Paris non va in Darfur a farsi fotografare con un bimbo denutrito; non gira un film indipendente in cui si fa imbruttire da tre ore di trucco per farsi dare una pacca sulle spalle dai radicals dell’Academy; non scrive canzoni sulla condizione della donna nel XXI secolo; non fa nessuna di tutte quelle cose che potrebbero farcela amare con più tranquillità, con la coscienza a posto. Esce dai taxi senza mutandine, si dilunga in effusioni finto lesbiche con Britney Spears in favore di telecamera, gira clip musicali addirittura più volgari dell’immortale video amatoriale di una sua notte di sesso.
Liviano, tutto questo lo sa, e ci regala un ritratto indimenticabile di Paris, direi il suo ritratto definitivo. “E’ così magra e lunga”, scrive, “che sembra un chiodo da bara, e la sua silhouette è un parossismo d’armonia. Nel tempo libero corre in veloci auto sportive. Ha causato incidenti in stato di ubriachezza e se l’è cavata dispensando bacini volatili ai poliziotti”.
Nonostante i pubblici atti di modestia e le pretese di normalità, lo scrittore – se è tale – la normalità la odia e pecca costantemente di superbia. Il suo compito è di provare ad essere eccezionale. Ionesco osservava che la caratteristica della biografia degli uomini famosi è che hanno voluto essere famosi. Per gli scrittori c’è un surplus di ambizione: non cercano la fama ma la gloria. Ogni romanzo creato con vera passione aspira in maniera del tutto naturale al valore estetico duraturo. Scrivere senza tale ambizione è puro cinismo. È questa la maledizione del romanziere: la sua onestà è legata al palo infame della sua megalomania.
Ora, uno scrittore che fa ballare in suo libro Celine Dion – e cioè la più melensa cantante dai tempi di Judy Garland – con Saddam Hussein – e cioè il più peloso dittatore sanguinario dai tempi di Castro quando aveva ancora folta la barba – e tutto questo in diretta televisiva durante un reality show, è sicuramente un pazzo e basta se non è un bravo scrittore; ma se invece è bravo, denota soltanto la sua megalomania che, come ho appena detto, è una forma di onestà intellettuale per ogni artista che si rispetti.
Liviano è megalomane e perciò è onesto. Con questo suo Andai dentro la notte illuminata ha preteso di contravvenire ad una delle regole imposte dall’editoria e dalla critica più ammuffite, e cioè che non bisogna mai ambientare una storia in un paese straniero, e men che mai in America, perché all’America ci pensano – e bene – già gli americani. Se posso fare un complimento a Liviano, è questo: il suo libro sull’America sembra scritto da un americano. Il compito è riuscito.
Liviano scriverà altri libri, e alcuni saranno più belli di questo; se la contingenza e la sorte lo aiuteranno, forse sarà in grado di scrivere un capolavoro. Perciò leggetevi questo suo esordio, segnatevi il suo nome e aspettatelo al varco. Ne varrà la pena.
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21.06.07
Alessandro Zaccuri, Il signor figlio
[Questo è il testo del mio intervento durante la presentazione del romanzo di Alessandro Zaccuri, "Il signor figlio", svoltasi ieri al Mel Bookstore di Roma.]
Non ho ancora accettato del tutto l’idea che Elvis sia morto e tendo a dar credito alle notizie che lo vogliono rapito dai marziani o finalmente felice del proprio anonimato a svolgere il lavoro di parcheggiatore in uno scalo merci di Sacramento.
Uno dei libri di Philip Roth che più amo è Lo scrittore fantasma, dove il giovane romanziere Nathan Zuckerman fa visita al suo maestro Lonoff e scopre che la misteriosa ragazza con cui abita e che dice di chiamarsi Amy Bellette altri non è che Anna Frank, sopravvissuta all’Olocausto e rifugiatasi in America.
Quanto a Giacomo Leopardi, sappiamo che nel 1837 era a Napoli, assieme al suo amico Antonio Ranieri, e che forse dettò gli ultimi versi de Il tramonto della luna poco prima che il 14 giugno lo cogliesse un attacco d’asma fatale:
Ma la vita mortal, poi che la bella
giovinezza sparì, non si colora
d’altra luce giammai, né d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ad alla notte
che l’altre etadi oscura,
segno poser gli Dei la sepoltura.
A Napoli imperversava il colera. Pare che il Ranieri, per impedire che il corpo del poeta fosse sepolto nella fossa comune – così come dettava la norma igienica – sottrasse il cadavere e lo fece seppellire nella chiesa di S. Vitale, presso Fuorigrotta. Oggi i suoi resti riposano in un’urna accanto a quelli di Virgilio.
Alessandro Zaccuri, nel suo Il signor figlio (Mondadori 2007, p. 335, Euro 17), racconta un epilogo diverso, e per mia somma gioia, perché oggi posso includere il nome di Leopardi nell’elenco in cui sono iscritti quelli di Ettore Majorana e Federico Caffè, che se fossero vivi, avrebbero rispettivamente 101 e 93 anni. Continuo a sperare che ciò sia possibile.
Secondo Zaccuri, Leopardi, con l’aiuto del Ranieri, si rifà una vita, come si suol dire. Tutti lo credono cadavere e invece lui s’imbarca per Marsiglia e da lì arriva a Londra, dove prende alloggio in una lurida soffitta e inizia ad escogitare la sua vendetta nei confronti del padre.
Il conte Monaldo Leopardi era un letterato dilettante e un pessimo amministratore dei beni di famiglia. A Recanati i pantaloni li portava la moglie Adelaide. I due avevano comunque in comune l’assoluta fedeltà al regime papale e un’incrollabile fede che sconfinava nel bigottismo. Giacomo, adolescente, era invece ateo e il suo sistema di idee nettamente meccanicistico: all’uomo è impossibile conoscere la verità e la realtà è pura natura, senza luce di idealità o di provvidenzialità, in eterno e meccanico moto. Del Papa, poi, era meglio non parlargli.
Quelli di Monaldo e Giacomo, ben presto, diventarono due mondi a parte. Nel vero senso della parola. Leopardi padre, infatti, era un accanito avversario del sistema copernicano, allora ancora condannato dalla Chiesa, anche se liberamente insegnato nelle scuole del Regno d’Italia, dove Napoleone aveva eliminato l’Inquisizione. È anche per questa follia geocentrica che Monaldo non iscrisse i figli alla scuola pubblica. Ma Giacomo, come sappiamo, era uno che compiva studi "matti e disperatissimi" e già a 14 anni, nel suo Dialogo filosofico, scriveva che
l’immortale Nicola Copernico dopo mille osservazioni e ricerche dà finalmente alla luce un sistema astronomico il quale può dirsi l’unico che atto sia a spiegare adeguatamente i fenomeni celesti.
Per tutte queste ragioni – tra mille altre – s’imponeva dunque per Giacomo Leopardi la fuga dall’orrida solitudine di Recanati e da un padre che non lo capiva. Quando nel 1832 Monaldo pubblicò un libello reazionario, Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831, non senza malignità lo scritto venne attribuito al figlio, che pubblicò un’energica e sprezzante smentita.
Secondo la vera biografia, Giacomo tenta di scappare già a 21 anni; due anni dopo va a Roma, ma ritorna a casa presto. Riparte per Milano, poi va a Bologna, a Firenze, a Pisa. Nel 1828, senza un soldo, è di nuovo a Recanati. Nel 1833 si trasferisce definitivamente a Napoli, dove muore a 39 anni.
Aveva scritto che "la morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali… Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza". Nel romanzo di Zaccuri, Leopardi ha ciò che vuole: segnatamente 67 anni, nel momento in cui leggiamo l’ultima pagina. Ne ha 4 di meno del padre quando morì nel 1847. Non sappiamo se Giacomo muore, in quell’ultima pagina. Forse sì. Forse continuerà ad invecchiare, cambierà di nuovo nome (a Londra si fa chiamare Conte Rossi), e sperimenterà la strana sensazione di un figlio-per-sempre che diventa più vecchio del proprio padre, anche se è condannato a rimanere per sempre "il signor figlio".
In questo libro, tra Monaldo e Giacomo non c’è partita: vince Monaldo dieci a zero. In realtà, Giacomo finge di morire, scappa e se ne rimane rintanato per 30 anni in una soffitta londinese solo per far dispetto al padre. Per farlo soffrire ancora di più, gli gioca un tiro dei suoi: inizia a scrivergli delle sconclusionate lettere in un finto italiano stiracchiato firmandole William Bishop, giovane irlandese che attende alla stesura di un librone intitolato The New Plutarchus, Being a comparizon between the Ancient Empire of Pharaos and the Modern Dominion of her Majesty the Queen of England.
Vale ricordare che a quattordici anni, Leopardi aveva scritto una tragedia chiamata Pompeo in Egitto e che nel 1822 s’era fatto beffe di critici e lettori espertissimi traducendo il Martirio de’ Santi Padri e facendolo passare per un volgarizzamento trecentesco. Il vero signor figlio, insomma, era sempre stato attratto dalla terra dei faraoni e dal falso letterario.
E dunque il sedicente William Bishop sa che il gioco che instaura con Monaldo è rischioso, perché l’ottuso genitore conosce le inclinazioni del figlio e non ha l’anello al naso. Eppure è tale l’odio per il padre, che Giacomo Leopardi, uno dei più grandi ingegni del suo tempo, passa sette anni a "rifinire scempiaggini su geroglifici e piramidi, per paragonare il faro d’Alessandria alla Torre di Londra, per tracciare analogie tra la mirra e le birra". "Dovevo ingannarlo", dice a un certo punto. E noi lettori ci chiediamo perché.
La soluzione dell’enigma, Zaccuri la nasconde in una vicenda parallela e speculare a quella di Giacomo e Monaldo. Per sbarcare il lunario, infatti, a Londra il conte Rossi impartisce lezioni di italiano a John Lockwood Kipling, il padre di Rudyard Kipling.
Rudyard Kipling nacque nel 1865 a Bombay, dove il padre si era appena trasferito con la moglie Alice. Poi, a sei anni, viene mandato a studiare in Inghilterra. A un certo punto del libro di Zaccuri, l’autore di Kim e del Libro della giungla ragiona così:
Mio padre ha creduto di salvarmi condannandomi all’esilio, a diventare uomo da solo, senza pensare che avrei potuto rimanere bambino ancora un po’. Undici anni lontano da casa, tra le nebbie della nostra bella Inghilterra. E in undici anni, l’ho visto una sola volta il Pater beneamato. Ma anch’io, in definitiva, ho obbligato il mio John ad andarsene, a vestire la divisa, a servire l’Impero. Ah, i racconti che gli scrivevo quand’era bambino. Tutti dedizione, dignità e coraggio.
È questa la tragedia di Kipling. L’uomo che scrisse If, una vera e propria camicia di forza per il povero suo figlio John:
Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: "Tieni duro!";
se riuscirai a riempire l'attimo inesorabile
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,
e - quel che è più - tu sarai un Uomo, ragazzo mio!
Quanto devono essere costati questi versi a Kipling – al conservatore e guerrafondaio Kipling, che allo scoppio della prima guerra mondiale svolge con un entusiasmo quasi fanatico i suoi compiti di corrispondente dal fronte – quanto deve averli maledetti quando il 2 ottobre del 1915 lo raggiungerà la notizia che suo figlio è morto combattendo in Francia!
Ecco, è qui il fulcro del romanzo di Zaccuri. Giacomo Leopardi va incontro a un destino tragico (o perlomeno patetico) per aver tentato di contrastare la soffocante ombra paterna. John Kipling muore per aver riposto cieca fiducia negli insegnamenti di papà Rudyard.
Entrambi i figli, giunto il momento fatale, sui due crinali opposti del Golgota, quelli del conflitto e della sottomissione, gridano come il Figlio sulla croce: "Padre, perché mi hai abbandonato?".
Il motivo dell’imprecazione è chiaro nel caso di John. Più oscuro in quello di Giacomo. È lui, dopotutto, ad essere fuggito lontano da suo padre. Ma quando questo muore, la sorella di Giacomo spedisce una lettera che Monaldo Leopardi ha scritto al sedicente John Bishop: Il contenuto di quell’ultimo messaggio è: "Farewell, my son. God bless you". Addio, figlio mio, Dio ti benedica.
Giacomo scopre così che suo padre aveva capito tutto; sapeva che era vivo, in Inghilterra, aveva subito smascherato le lettere di quel giovane irlandese.
Perché, dunque, glielo diceva solo adesso che era morto?
Nel grido disperato di Giacomo - Padre, perché mi hai abbandonato? – intravediamo il vero disegno di Giacomo: ha voluto fuggire, prendersi gioco del padre, nell’intima speranza che questi tornasse a riprenderselo, magari dicendo: TI HO CAPITO, HAI RAGIONE TU.
Al di là delle contingenze storiche, il romanzo di Zaccuri è un libro sul disperato bisogno dei figli di sentirsi dire queste semplici, complicatissime, parole: TI HO CAPITO, HAI RAGIONE TU.
Posted by Leonardo Colombati at 10:19 | Comments (0)
01.06.07
La leggenda dei Velvet Underground
[Quarant'anni fa veniva pubblicato "The Velvet Underground & Nico", l'album d'esordio della band di Lou Reed. "Vanity Fair" mi ha chiesto di scriverne. L'articolo è stato pubblicato il 17 maggio 2007. lc]

Fiori nei cannoni e frustini negli stivali
Giugno 1967. Inizia a San Francisco quella che passerà alla storia come l’Estate dell’Amore, mesi caldissimi e felici di Controcultura e Living Theater, mandala e acidi lisergici, trascorsi a mandar giù a memoria il Libro Tibetano dei Morti e a sognare su un tappeto di note lente e scivolose, di suoni modali e di melodie rallentate. I fricchettoni della baia si radunano in massa ai concerti dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane; poi tornano a casa e lasciano sfrigolare sotto la puntina dei loro giradischi un album in cui il più famoso gruppo musicale di sempre è riuscito a rinchiudere tutti i profumi di quella stagione mitizzata: vaudeville e sitar indiani, Alice nel Paese delle Meraviglie e l’Esercito della Salvezza, cornflakes della Kellogg’s e spettacoli circensi, e poi cieli di marmellata, ragazze con occhi caleidoscopici, fiori di cellofan, taxi di giornale e facchini di plastilina con cravatte di specchio…
Sono trascorsi quarant’anni, e ancora celebriamo SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND dei Beatles come l’opera rock definitiva, dimenticandoci che mentre ad Haight Ashbury e a Carnaby Street la Gioventù Bellissima ascoltava Dark star e A day in the life avvolta in screziati courdoroys, sulla costa orientale degli Stati Uniti, più precisamente a New York, stava già circolando da qualche tempo una nuova idea: fare musica che non fosse più intrattenimento ma arte pura. Un’idea che s’incarnò in un 33 giri con la copertina bianca su cui spiccava una banana gialla e una firma, quella di Andy Warhol. Stiamo parlando di THE VELVET UNDERGOUND & NICO, la vera Shangri-La per una nutrita schiera di coloro che credono che Ray Charles sia degno di Sibelius e che Johnny B. Goode valga tutto Il flauto magico.

I sotterranei di New York
L’humus di questa rivoluzione sotterranea era l’anarchia che dilagava nel mondo intellettuale della Grande Mela: si reagiva alla società tecnologica con l’irrazionalismo, alla dogmatica american way of life con il sarcasmo, alle accademie con l’aggressione verbale. Una razza bohemien allo sbaraglio aveva già eletto i suoi guru: c’era la frangia militante del movimento, rappresentata dai due mestatori pubblici Jerry Rubin e Abbie Hoffmann; ma si dava credito anche ad alcuni “grandi vecchi”, come Allen Ginsberg e Andy Warhol. Quest’ultimo – grande intercettatore di tendenze – capisce che quel crogiuolo indistinto di donne e uomini post-beat ha bisogno di una musica che riesca nello stesso tempo a rappresentare e a stimolare l’umore alienato del sottosuolo newyorkese; un fenomeno che non deve essere né discografico né giovanile, ma frutto della cultura alternativa, e come tale fuori dal business, dal costume e dall’estetica imperante. Al Café Wha?, nel cuore del Village, Warhol trova quello che sta cercando: sul palco quattro ragazzi magri e perversi, rivestiti di cuoio nero, stanno per essere cacciati dal proprietario del locale. Hanno appena iniziato a suonare una canzone intitolata Heroin. Uno spilungone coi capelli a paggetto inizia a far vibrare una viola elettrica, mentre una ragazza-moscerino percuote due tamburi a mani nude e il cantante s’avvicina al microfono:
Non so nemmeno dove sto andando,
ma proverò a raggiungere il Cielo, se ci riesco,
perché mi fa sentire come un uomo
quando mi metto una ago nella vena.
Al proprietario del locale quei quattro iniziano ad andare di traverso. C’è un parlottare sotto il palco, volano minacce: “Un’altra così e avete chiuso”. Il cantante sorride angelico. La viola elettrica riprende il suo lamento. Ecco un’altra strana canzoncina, Venus in furs: questa volta si parla di fruste e di stivali di cuoio. Il gruppo viene cacciato a pedate. Ma Warhol è estasiato e invita i quattro nella sua Factory. È l’inizio della storia unica dei Velvet Underground: Lou Reed, il cantante, chitarra solista e leader; John Cale, l’intellettuale gallese, il bassista che suona la viola elettrica; Sterling Morrison, alla chitarra ritmica; e Maureen Tucker, la minuta percussionista.

Exploding Plastic Inevitabile
Su uno schermo enorme una signora, che alla fine risulta essere un uomo, sta mangiando una banana matura. Ha una cuffia bianca in testa. Su un secondo schermo un uomo sorridente sta sgranocchiando delle noccioline e sputa i gusci. Su un altro schermo ancora, posto in mezzo agli altri due, qualcuno è stato legato a una sedia e gli stanno infilando sigarette nel naso, gli avvolgono cinture intorno al collo e gli premono una maschera di cuoio sulla faccia. I tre film si chiamano Harlot, Eat e Vynil e il loro artefice è Andy Warhol, che siede quieto in balconata e muove un proiettore ad illuminare il poeta Gerard Malanga che sta danzando con una ragazza: ora impugna una frusta e percuote le assi del palcoscenico, poi si ricopre di vernice gialla, afferra due faretti e tenendoseli sui fianchi affonda sciabolate di luce nella platea. Sul soffitto e i muri di specchio del Balloon Farm lampeggiano miriadi di lampadine; cascate di scintille multicolori si riversano sulla platea e le luci stroboscopiche rallentano sinistramente i movimenti degli spettatori, mentre le sagome dei Velvet Underground, nere contro lo schermo, violentano gli strumenti producendo un unico brano di un’ora. Andy osserva tutto dall’alto e dichiara ai giornalisti accorsi per l’evento che è finito il periodo dei fiori fosforescenti e delle confezioni di minestra criptiche. Ora è tutto rock ‘n’ roll. “È sgradevole”, dice. “Molto sgradevole questo complesso di cose. Ma è stupendo. Guardalo nel suo insieme – i Velvet che suonano e Gerard che balla e i film, e la luce, ed è magnifico. Molto plastico. Molto bello”.
Lo spettacolo si chiama Exploding Plastic Inevitabile e una delle star è una chanteuse di nome Nico: fisico asciutto da valchiria, capelli biondissimi, viso dai lineamenti perfetti, e una voce cavernosa che tradisce l’accento teutonico. Canta un brano che Lou Reed ha scritto appositamente per lei:
Io sarò il tuo specchio,
rifletterò quel che sei
nel caso tu non lo sappia.
Il suo vero nome è Christa Paffgen e nessuno sa precisamente da dove venga (Colonia o Budapest?) né quando sia nata. Dicono che il padre sia morto in un campo di concentramento e che lei sia cresciuta nella zona americana della Berlino post-bellica. Alcuni se la ricordano per una particina nella Dolce vita di Fellini. Di sicuro ha avuto un figlio da Alain Delon e ha già fatto girare la testa a diverse leggende, tra cui Jim Morrison, Bob Dylan (che le dedica – pare – la sua Visions of Johanna) e un giovanissimo Jackson Browne. I due leader dei Velvet, Lou Reed e John Cale, litigheranno per lei e il gruppo si sfalderà come neve al sole forse proprio in virtù della sua accecante bellezza. Per adesso, comunque, Nico è l’elemento scenico che mancava ai quattro ragazzacci che si sono messi in testa di fare gli “artisti” e non semplicemente i rockers. Già per merito di Bob Dylan, dieci anni dopo gli ancheggiamenti di Elvis all’Ed Sullivan Show, il rock riesce a smuovere le menti oltre ai fianchi. I Velvet si spingono oltre: il risultato è una miscela irripetibile in cui si coniugano testi raffinati e argomenti truci, musica colta e quel sound rozzo che influenzerà il punk dopo un decennio e il grunge negli anni Novanta. Quando ascoltiamo i versi sado-maso di Venus in furs, la musica è sado-maso. La cronaca di un “viaggio” disperato in Heroin ha nella schizofrenica viola elettrica di sottofondo e nel battito convulso dei tamburi un riverbero perfetto. La musica dice esattamente quello che spiegano le parole:
Ho preso la grande decisione:
cercherò di annullare la mia vita,
perché quando il sangue comincia a scorrere,
quando schizza su per la siringa,
quando sono a un battito di ciglia dalla morte,
non ci si può fare proprio niente, ragazzi…

New York Stories
THE VELVET UNDERGROUND & NICO viene registrato nel 1966, ma esce un anno dopo. È una coincidenza, ma è anche un segno del destino: al fantastico mondo colorato di SGT. PEPPER fa da contraltare la cruda New York in bianco e nero dove Lou Reed aspetta il suo spacciatore con “26 dollari in mano, / al 125 di Lexington”, “sporco e malato, / più morto che vivo” (I’m Waitin’ For The Man), mentre in All Tomorrow’s Parties Nico canta:
Quale vestito indosserà la povera ragazza in tutte le feste di domani?
Perché la Figlia del Giovedì è la Buffona della Domenica,
per cui nessuno si metterà in lutto. Un sudario annerito,
una gonna di seconda mano di stracci e sete, un costume adatto
a chi si siede e piange per tutte le feste di domani.
Il fallimento commerciale è completo. Nel 1970 i Velvet si sciolgono, dopo avere inciso quattro album, nessuno dei quali è riuscito a raggiungere la Top 100. L’insuccesso dell’epoca e l’incredibile influenza che il gruppo avrà su tutta la musica dei successivi quarant’anni sono entrambi giustificabili: troppo avanti rispetto ai loro tempi per poter sfondare, oggetto di culto per pochi adepti, i Velvet hanno fatto crescere il rock a livello qualitativo come nessuno mai prima o dopo. Secondo Brian Eno, “difficilmente qualcuno comprava i dischi dei Velvet quando uscivano, ma quei pochi che l’hanno fatto hanno tutti cercato di formare una band per suonare qualcosa di simile”. Tra quei pochi ci sono stati David Bowie, Patti Smith, gli Stooges, i Roxy Music, le New York Dolls, i Ramones, i Television, i Talking Heads, i Joy Division, i R.E.M., i Dream Syndicate, i Pretenders, i Waterboys, Henry Rollins, i Pixies, i Sonic Youth, i Nirvana e gli Strokes, in una catena ininterrotta che arriva fino ai giorni nostri.
I Velvet Underground sono stati il primo gruppo rock d’avanguardia, e il più grande di sempre. Erano all’avanguardia nel senso letterale del termine: si addentravano in lande fino ad allora inesplorate. Le loro canzoni non soltanto suonavano diverse da qualsiasi cosa si fosse sentita in precedenza, ma esprimevano anche sentimenti e atteggiamenti, narravano esperienze inedite nella musica rock. Portarono la loro sperimentazione fino al limite estremo oltre il quale si perdono coscienza e controllo, combinando poesia e cattivo gusto, primitivismo e raffinatezza, delicatezza e violenza – e così facendo gettarono di fatto le fondamenta di una nuova età del rock. Avrebbero influenzato come nessuno le generazioni seguenti, ma non la propria: non era certo quello il periodo in cui poteva essere ascoltato un gruppo che cantava di eroina, di travestiti, di omosessuali e di sadomasochismo. Erano cinici in un’epoca in cui l’ingenuità e l’innocenza erano ritenute virtù, individualisti quando l’ideale supremo era la comunità, realisti quando gli hippies pensavano che la realtà fosse un sipario e che se ci si fosse seduti tutti quanti per terra tenendosi per mano si sarebbe potuto spostare il pianeta.
Mentre i Beatles intonavano in mondovisione All You Need Is Love, i Velvet ammonivano sinistramente: “Attento, il mondo è alle tue spalle”.

Posted by Leonardo Colombati at 09:58 | Comments (0)
05.02.07
Cuba: Colombati vs Red Ronnie

[Il 18 gennaio il quotidiano Il Giornale pubblicava in prima pagina un mio articolo dal titolo "Cuba senza libre", in cui, tra le altre cose, ricordavo come nell'isola caraibica la musica dei Beatles fosse proibita fino al 1978. Cinque giorni dopo, Red Ronnie ha replicato dalle colonne di quello stesso giornale, confutando alcune mie asserzioni. Io ho a mia volta controreplicato e poi la discussione si prolungata sul sito di Red Ronnie. Riporto qui tutti gli articoli - miei e di Red Ronnie - più una conclusione (mia) inedita. lc]
CUBA SENZA LIBRE
di Leonardo Colombati
(Il Giornale, 18 gennaio 2007)
Ogni volta che ascolto una canzone dei Beatles penso a Cuba da quando vidi un documentario in cui un esule raccontava che fino al 1978 i loro dischi non potevano arrivare sull’isola e alla radio era proibito passarli. Tra le tante limitazioni della libertà personale, la più assurda e persino la più odiosa mi sembrava il fatto che, ad esempio, nel 1968, a un ragazzo di Cienfuegos fosse impedito di toccare il cielo con un dito sulle note di Hey Jude. Ecco perché quando un anno fa lessi che duecento “intellettuali” avevano firmato una lettera-petizione a favore di Castro, il nome che mi fece più impressione fu quello di Claudio Abbado. Com’è possibile – pensai – che un musicista mostri di apprezzare una dittatura in cui la musica è proibita?
In quel documento del marzo 2005, Abbado e gli altri centonovantanove firmatari (tra cui José Saramago e Nadine Gordimer, ma anche Gianni Minà e Red Ronnie), affermavano che a Cuba «non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria» e che la rivoluzione ha consentito il «raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente». Era probabilmente sfuggito a lorsignori che soltanto due anni prima, l’11 aprile del 2003, Castro aveva fatto fucilare Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac, tre uomini rei di essersi impadroniti di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida; o che, quello stesso anno, Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino, era stato condannato a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo paese e per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’ONU di Ginevra.
Ai molti cuori in cui Castro, ormai morente, continua a far breccia, si dovrebbe forse offrire la suggestione della voce del comandante che dalla Fortalea de la Cabana ordina al plotone d’esecuzione: «Preparen armas! Apunten. Fuego!», mentre il dissidente di turno grida: «Cuba libre!» o «Viva Cristo Rey!». Ma non sarebbe inutile ricordare a Saramago il fatto che a Cuba sono banditi i libri, tra gli altri, di Guillermo Cabrera Infante, Reinaldo Arenas, Raúl Rivero, Albert Camus, Octavio Paz e perfino di John Milton; o al maestro Abbado – e magari anche a Red Ronnie e a Manu Chao – l’ostracismo nei confronti dei Beatles e dei Rolling Stones negli anni Sessanta, secondo l’assunto che canticchiare I can’t get no satisfaction poteva tradire qualcosa di diverso dalla semplice frustrazione sessuale.
Se con un cannocchiale riuscissimo a scorgere gli effetti del vento che erode il Tempo cristallizzato delle ere geologiche e potessimo sincronizzare il moto delle lancette dei nostri cronometri con quell’infinita lentezza, l’isola di Cuba ci apparirebbe come una scimitarra di smeraldo gettata in mare dal Gigante della Storia: impercettibilmente affonda nelle acque smaltate dei Carabi, mentre una voce racconta di quando il 24 ottobre 1492 Colombo avvistò l’isola durante il suo primo viaggio d’esplorazione e ne rivendicò subito il dominio a nome della Spagna, dando l’inizio alla schiavizzazione di centomila indigeni. È il primo canto di un epos tragico che si snoda fino a quando Fulgencio Batista svendette tutte le miniere di nichel, l’80% dei servizi pubblici e il 50% delle ferrovie agli americani, trasformando Cuba nel paradiso del gioco d’azzardo e della prostituzione; e poi ancora oltre, almeno fino al 1° gennaio del 1959, quando Fidel Castro e i suoi barbudos entrarono trionfalmente a l’Avana e poi chiusero per sempre la bocca all’improvvido aedo proclamando: «All’interno della Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione niente». Tutt’al più, se aprissimo bene le orecchie, riusciremmo ad ascoltare una voce flebile che scandisce i versi di Guantanamera: «Il canto sarà la mia morte, forse la felicità, ed io con rassegnazione aspetto qualsiasi destino».
Guantanamera, la più famosa canzone cubana ha una storia complessa. È ad esempio incerta la sua paternità. La melodia sarebbe già esistita nel XIX secolo. José Pardo Llada, nel suo Diccionario de Nostalgias Cubanas afferma che «nacque dall’ispirazione di qualche trovatore popolare, probabilmente della provincia orientale, che cantò in onore di una guajira di Guantanamo». Nel 1932 Joseìto Fernàndez la riprese per il suo notiziario cantato. Scrive Helio Orovio nel suo Dizionario della Musica cubana: «A Joseìto venne in mente di chiudere i programmi della sua orchestra con una melodia di questo tipo invece della tradizionale rumba». Nel 1958, Juliàn Orbòn l’adattò ai Versos sencillos di José Martì (pubblicati nel 1895) e se la vide rubare dal suo alunno Héctor Angulo, che la registrò negli Stati Uniti alla Editorial Fall River Music. Nel 1963 se ne appropriò l’americano Peter Seegers, che la incise portandola al successo internazionale. Sul 45 giri c’era scritto: «Composta da Seegers-Angulo»; Orbòn inoltrò una causa per il furto della proprietà intellettuale e vinse a metà. La verità era che il primo a registrare il titolo Guatanamera fu Joseìto, davanti alla Sociedad General de Autores de España. Negli anni Ottanta, le figlie di Fernàndez reclamarono i diritti d’autore che il governo di Fidel non pagò mai al padre: «Nel 1978 papà ricevette un solo pagamento di quindicimila pesos cubani, ma il governo totalitario, siccome è abituato ad appropriarsi di ciò che non è suo, ha guadagnato milioni di dollari vendendo i diritti della canzone».
Finita qui? Neanche per sogno. Spunta un altro autore, Ramòn Espìgul. Secondo Rosendo Rosell (Vida y milagros de la Faràndula de Cuba) Espìgul scrisse Guantanamera molto prima che la rendesse popolare il suo amico Fernàndez; era, la sua, una versione non glossata dai versi di Martì né dalle decime di Josèito. Fu lui a scrivere: «Il canto sarà la mia morte, forse la felicità, ed io con rassegnazione aspetto qualsiasi destino». Il suo destino fu l’oblio, mentre Guantanamo, dove prima si mostrava la guajira per l’incanto del poeta, ora è un lager – microcosmo infernale del più vasto inferno di Cuba, il cui destino è quello di venire seppellita sotto gli appelli di gente che non può certo cantare «yo soy un ombre sincero» ma certamente quest’altra strofa: «Mi verso es de un verde claro / y de un carmin encendido» (“I miei versi sono di un verde chiaro / ma anche di un rosso ardente”). Ah… Guantanamera, guajira guantanamera…
P.S.: I Beatles, alla fine, sono arrivati a Cuba. Addirittura, nel 2000, il líder máximo ha inaugurato all’Avana il Parque John Lennon. C’è pure una statua in bronzo del leader del gruppo, e un suo verso inciso sulla spianata di cemento: “Dirás que soy un soñador, pero no soy el único” (“Dirai che sono un sognatore, però non sono l’unico”). Tutto molto bello. Però dubito che il sogno di John Lennon avesse qualcosa a che fare con quello di Castro.
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BOTTA E RISPOSTA / 1
RED RONNIE: "A CUBA I BEATLES SUONAVANO"
di Red Ronnie
(Il Giornale, 23 gennaio 2007)
Ho letto il lungo articolo Cuba senza libre del 18 gennaio. Leonardo Colombati ha scritto che ogni volta che ascolta una canzone dei Beatles pensa a Cuba dove, fino al 1978, i loro dischi non potevano arrivare. Cito: «Tra le tante limitazione della libertà personale, la più assurda e persino la più odiosa mi sembrava il fatto che, ad esempio, nel 1968, a un ragazzo di Cienfuegos fosse impedito di toccare il cielo con un dito con le note di Hey Jude».Quindi criticava gli “intellettuali”, tra cui Abbado e me, che avevano firmato petizioni a favore di Castro (in realtà era Cuba), scrivendo: «Ma non sarebbe inutile raccontare… al maestro Abbado – e magari anche a Red Ronnie e a Manu Chao – l’ostracismo nei confronti dei Beatles e dei Rolling Stones».
Abel Prieto, ministro della cultura a Cuba, ha scritto Il volo del gatto, un libro autobiografico, pubblicato nel 2001 anche in Italia da Marco Tropea. La copertina spiega: «Tutti i colori di Cuba, la storia di un’amicizia e, sullo sfondo, la musica dei Beatles». Abel, nato nel 1950, racconta la sua adolescenza, dove la musica regnava sovrana. Riporto alcuni parti: «La musica continuava ad essere la grande forza agglutinante che ci manteneva uniti, e ci faceva ascoltare la sua antologia personale dei Beatles e di Bon Dylan, di Janis Joplin e dei Rolling Stones».
Quindi, alla fine degli anni ’60 a Cuba si ascoltavano i dischi dei Beatles. Ma era un fatto di elite o di una sorta di carboneria clandestina? Sembra rispondere ancora Abel Prieto. scrivendo: «Dovevamo accontentarci della “massa”, che discuteva della rottura dei Beatles e si divideva tra la fazione di Lennon e quella di McCartney. Un hippie negro e alto, con i capelli alla Jimi Hendrix, ogni giorno analizzava una delle canzoni apparse sotto la doppia firma Lennon-McCartney e spiegava dove aveva predominato il genere o il temperamento (così lo definiva) di Paul, i suoi lampi di luce, il suo ottimismo a prova di bomba, e dove il dubbio e il chiaroscuro di John».
Evito di riportare altre pagine del libro dove si parla di musica anglosassone. Ricordo che rimasi colpito da come l’adolescenza di Abel Prieto fosse stata simile alla mia, nel percorso musicale. Quando venne nel mio programma Help gli feci notare proprio questi percorsi paralleli e lui mi raccontò come si discutesse di musica, si analizzassero dischi e ci fosse contrapposizione tra fans dei Beatles e dei Rolling Stones. Non è un caso che i vertici della nuova politica a Cuba, come Abel Prieto o Ricardo Alarcon, fossero tutti fans dei Beatles. Che succede, allora, a Cuba oggi: hanno potere dissidenti degli anni ’60? Non credo. Più semplicemente Colombati prende per oro colato dichiarazioni di persone che, per vari motivi, non sono d’accordo con il governo cubano.
Rimangono i fatti, che vedono al potere a Cuba fans dei Beatles, ragazzi che nel 1968 toccavano il cielo con un dito ascoltando Hey Jude e che hanno voluto un Parque Lennon, con una statua di John seduto su una panchina, inaugurata il 2 dicembre 1980 personalmente da Fidel Castro.
Sempre nell’articolo Cuba senza libre, Colombati racconta la storia della canzone Guantanamera e conclude con una vera perla di giornalismo: «Guantanamo, dove prima si mostrava la guajira per l’incanto del poeta, ora è un lager - microcosmo infernale del più vasto inferno di Cuba». Colombati “omette” di ricordare che Guantanamo è una base lager degli Stati Uniti, non cubana, e che, proprio in questi giorni, Amnesty International ha lanciato una campagna per far chiudere Guantanamo. Questa è l’unica precisazione extra musicale che mi permetto di fare e non entro nelle solite polemiche sulla pena di morte a cui io, vegetariano che non uccido neppure gli animali per mangiarli, sono totalmente contrario. Mi chiedo però come mai tre giustiziati a Cuba nel 2003 (in un periodo in cui si trovava in guerra con persone pagate per mettere bombe, fare dirottamenti e destabilizzare il governo) valgano più delle migliaia di persone giustiziate ogni anno nel mondo, quelle ufficiali negli Stati Uniti e quelle che non sappiamo in Cina (Ah, già, ma con la Cina ci facciamo affari…) o alle recenti impiccagioni, con tanto di teste staccate.
Per concludere, informo Colombati che il Maestro Claudio Abbado sarà a metà febbraio a Cuba per un grande concerto, con anche i musicisti dell’Orchestra giovanile Simon Bolìvar del Venezuela, per continuare a fare cultura con la musica in un paese dove questo è permesso.
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BOTTA E RISPOSTA / 2
COLOMBATI: "MA ERANO DISCHI CLANDESTINI"
di Leonardo Colombati
(Il Giornale, 23 gennaio 2007)
Red Ronnie ha replicato a un mio articolo su Cuba dove, tra l’altro, raccontavo come la musica dei Beatles fosse proibita dalla dittatura castrista fino al 1978. Secondo Red Ronnie, non è vero. E come testimonianza riporta un brano di un libro del ministro della cultura cubana Abel Pietro. Una testimonianza – come dire – un po’ di parte.
Il fatto che i Beatles furono banditi da Cuba è di dominio pubblico ed un esperto di rock come Red Ronnie non può non saperlo. Scrive, in proposito, Claudia Lightfoot a pagina 210 del suo libro Habana (tradotto da Bruno Mondadori, Milano 2004): « I ventenni all’Avana conoscono tutte le canzoni dei Beatles a memoria, tuttavia per quelli che erano giovani negli anni Sessanta questa musica ha un significato particolare perché rappresentava allora un intero universo della cultura giovanile al quale i cubani non potevano accedere. (…) I primi programmi radiofonici dedicati a loro furono trasmessi solo dopo lo scioglimento della band. Circolano inoltre testimonianze e aneddoti su registrazioni pirata fatte con metodi casalinghi e dischi confiscati e distrutti dalle autorità».
Ma la migliore risposta a Red Ronnie potrebbe essere un articolo apparso su «la Repubblica» il 18 agosto 2005, firmato da John Lee Anderson che andò a Cuba ad intervistare proprio il ministro Abel Prieto: «Uno dei successi di cui Prieto va maggiormente fiero», si legge, «è quello di aver dato a una delle piazze della Vecchia Avana il nome di Parco Lennon, con tanto di statua in bronzo di John Lennon. Negli anni Sessanta la “decadente” musica dei Beatles era proibita a Cuba».
Questo per quanto riguarda la musica. Sui libri censurati da Castro (tra cui John Milton!) Red Ronnie non si pronuncia. Si chiede, invece, «come mai tre giustiziati a Cuba nel 2003 valgano più delle migliaia di persone giustiziate ogni anno nel mondo», omettendo di precisare che nel mio articolo non ho mai scritto che un morto a Cuba vale più di un altro. Ho solo denunciato il mio disgusto per una dittatura che – per fortuna – conta ormai solo sull’appoggio di uno sparuto manipolo di ciechi.
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CUBA: SVILUPPI SUL BOTTA E RISPOSTA
TRA IL GIORNALE E RED RONNIE
di Red Ronnie
(Roxy Bar, 31 gennaio 2007)
Il 18 gennaio ho letto un lunghissimo articolo sul «Giornale» che mi ha deluso. Attaccava Cuba, dicendo anche che i Beatles erano proibiti fino al 1978 e nessun ragazzo cubano poteva godere della loro musica. Ma la “perla” vera di giornalismo era quando parlava del lager di Guantanamo associandolo a Cuba, mentre invece è una base degli Stati Uniti. Ritengo questa vera malafede, visto anche che Amnesty International ha appena lanciato una campagna per far chiudere Guantanamo. Il giornalista, evidentemente, ha giocato sul fatto che il nome è cubano, che la base è a Cuba, per mettere tutto nello stesso calderone: Cuba, Castro, Guantanamo, prigioni, proibizionismo, etc. etc.
Ho quindi scritto una risposta a questo articolo, travagliata perché l’hanno ritenuta troppo lunga e quindi l’ho dovuta dimezzare.
Naturalmente, sul «Giornale», hanno dato l’opportunità al loro giornalista di dire l’ultima. Nella sua replica, che riporto qui sotto, addirittura mette in dubbio che Abel Prieto abbia scritto una sua autobiografia (che gira tutta attorno alla musica di Beatles, Rolling Stones, Doors, Hendrix, etc) falsando storicamente per nascondere il fatto che questa musica fosse fuorilegge a Cuba. Comunque. lui non risponde minimamente alla cosa più grave che gli contesto: la malafede su Guantanamo.
Quando Leonardo Colombati ha visto che avevo pubblicatato tutto sul sito www.roxybar.it, mi ha inviato questa mail, che pubblico volentieri, alla quale rispondo alla fine:
Gentile Red Ronnie,
a proposito della nostra discussione su Cuba (il mio articolo pubblicato su «Il Giornale» il 18 gennaio, la sua replica e la mia controreplica pubblicate cinque giorni dopo), nel suo articolo lei scriveva che «Colombati omette di ricordare che Guantanamo è una base lager degli Stati Uniti, non cubana, e che, proprio in questi giorni, Amnesty International ha lanciato una campagna per farla chiudere».
Sul suo sito andava oltre, dichiarando che «(Colombati) non affronta la cosa più grave che ha scritto, quando ha lasciato intendere che i crimini nella base di Guantanamo siano da addebitare a Cuba e non agli Stati Uniti, che la gestiscono».
La mia frase incriminata era questa: «Guantanamo, dove prima si mostrava la guajira per l'incanto del poeta, ora è un lager - microcosmo infernale del più vasto inferno di Cuba».
Lei, questa frase, l'ha proprio equivocata. Non mi sognavo nemmeno di addebitare a Cuba la base di Guantanamo e in tutta onestà credevo - e credo - che chiunque abbia più di dieci anni sappia benissimo che Guantanamo è un vero e proprio lager allestito dagli Stati Uniti. D'altronde, se avessi scritto «Auschwitz, luogo infernale in terra polacca», lei avrebbe da ciò desunto che mia intenzione era quella di addebitare il campo di concentramento nazista al governo di Varsavia? Non credo.
Tra l'altro, a proposito degli Stati Uniti a Cuba, nel mio articolo ricordavo come «Fulgencio Batista svendette tutte le miniere di nichel, l’80% dei servizi pubblici e il 50% delle ferrovie agli americani, trasformando Cuba nel paradiso del gioco d’azzardo e della prostituzione, fino al 1° gennaio del 1959, quando Fidel Castro e i suoi barbudos entrarono trionfalmente a l'Avana».
Resta la nostra disputa sulla censura (dischi e libri proibiti) e più in generale una diversa visione di ciò che è il regime castrista (per lei, il paradiso; per me, uno dei molti inferni di questo mondo). Ma, la prego, non cada nella tentazione di voler demonizzare a tutti i costi chi la pensa diversamente da lei, suggerendo l'ipotesi che io sia un disinformatore professionista. Il bello della democrazia, qui da noi in Italia, è che si può dibattere su qualsiasi argomento esponendo le tesi più varie. Ricorda la celebre frase? «Non sono d'accordo con te ma darei la vita perchè tu possa esprimere le tue opinioni». Beh, proprio la vita, non so. Ma l'idea è quella.
Cordialmente
Leonardo Colombati
P.S.: Se vorrà pubblicare questa mia lettera sul suo sito, ne sarò ben lieto.
Leonardo, se andiamo tra la gente, non tra giornalisti o addetti ai lavori, ma la gente, sono pronto a scommettere che le certezze che lei ha sul fatto che sappiano che Guantanamo è una base degli Stati Uniti a Cuba si frantumerebbero. Lei cita Auschwitz, ma dimentica la bocca di fuoco informatica che questo infame ricordo ha sui media, al punto che pare che l’unica memoria storica che dobbiamo avere sia quella dell’olocausto degli ebrei. come se non ne esistessero altri e che dal 1945 non ci siano stati altri massacri di popolazioni o etnie… ah già, ma i curdi, gli armeni o i Tootsie del Rwanda (per citarne alcuni) non hanno un peso economico….
In passato, con un medico, feci una scommessa. Lui, quando veniva da me in TV, usava sempre il termine “patologia”. Io gli consigliavo di dire “malattia”. Lui replicò che tutti sapevano cosa significasse patologia. Io dissi che non era vero e lo misi alla prova: «Lo chiediamo a tutte le persone che passano e sono certo che è tanto se nel troviamo una su dieci che lo sa». Eravamo al bar di un villaggio in Sardegna, quindi a contatto con persone che stavano bene finanziariamente e, quindi, si presuppone, di buona cultura. Bene, solamente la tredicesima persona a cui lo chiedevamo sapeva il significato della parola “patologia”, e solo perché aveva studiato greco e scorporò la parola usando reminiscenze scolastiche.
Non sarei quindi certo della sua affermazione di fiducia, anzi. La gente non addetta ai lavori sa che c’è una guerra in atto tra Stati Uniti e Cuba, quindi non è normale capire come mai a Cuba ci sia una base militare-lager degli USA. Peraltro trovo GRAVISSIMO, in un articolo in cui si attacca Cuba, associare Guantanamo a questa isola. Trovo peraltro GRAVISSIMO paragonare il lager di Guantanamo a Cuba. Cuba non è un inferno, anzi, per gente come me, come Claudio Abbado, Jovanotti, Andrea Griminelli, Edoardo Bennato, Daniele Silvestri, Articolo 31, Nomadi (cito nomi famosi per comodità e facilità di identificazione da parte di tutti) è un luogo magico, tant’è vero che ci tornano appena possono. Stranamente, anche in TV l’ho riscontrato, chi attacca Cuba non c’è mai andato.
Lei si appunta una medaglia citando il suo articolo, quella di aver scritto come il dittatore Batista svendette Cuba ai mafiosi americani e rese l’isola paradiso del gioco d’azzardo. Perché non scrive anche delle torture e dei massacri che Batista fece? Perché non scrive di come Fidel Castro, appena vinse la rivoluzione e spazzò via il dittatore, si preoccupò subito di cancellare l’analfabetizzazione, mandando ragazzi in tutte le case, anche quelle più sperdute nelle montagne, ad insegnare a leggere e scrivere? Di solito un regime dittatoriale tiene il popolo nell’ignoranza, perché così è meglio governabile. Perché non scrive degli attentati di Posada Carriles, che ha fatto anche esplodere un aereo cubano finanziato dalla CIA, e che faceva tranquillamente conferenze stampa a Miami dove lo dichiarava? Perché non scrive degli attentati negli alberghi cubani, per distruggere il turismo, maggior fonte di introito per le povere casse cubane? Perché queste cose non le ha citate nel suo lunghissimo articolo? Se le avesse scritte, l’avrebbero pubblicato l’articolo?
La invito a vedersi il prossimo DVD Roxy Bar, in edicola fra una settimana, con una lunga intervista al Maestro Claudio Abbado, dove lui parla di queste cose e ci sono anche immagini del film che Angelo Rizzo ha fatto sugli attentati, finanziati dalla CIA, per destabilizzare Cuba.
Per quanto riguarda i Beatles, stia tranquillo che a Cuba li conoscevano molto bene anche negli anni ’60 e non penso proprio che Abel Prieto abbia scritto un libro autobiografico pensando già in passato di dover confutare un futuro articolo in Italia di Colombati. Ha semplicemente raccontato la sua adolescenza.
Lei termina scrivendo che darebbe la vita per permettere che qualcuno di esprimere idee diverse dalle sue. Poi si corregge e scrive: «Beh, proprio la vita non so».
Sappia che c’è chi ha dato davvero la vita perché tutti potessero esprimere liberamente le proprie opinioni, chi ha dato la vita per la libertà e la dignità della propria gente. E molti erano cubani. E non parlo solo di Che Guevara.
Ritengo i nostri scambi via Giornale, epistolari e sito internet del Roxy Bar conclusi qui. Mi sembrano esaustivi.
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RED RONNIE, FIDEL, PACO PENA E SOTOMAYOR
di Leonardo Colombati
Quando Red Ronnie scrive: «Cuba non è un inferno, anzi per gente come me, come Claudio Abbado, Jovanotti, Andrea Griminelli, Edorardo Bennato, Daniele Silvestri, Articolo 31, Nomadi (…) è un luogo magico», non posso fare a meno di pensare a Gianni Minà nell’esilarante imitazione radiofonica di Fiorello, mentre rievoca i suoi giorni spensierati all’Avana attaccando con l’ormai proverbiale: «Eravamo io, Fidel, Paco Peña, Sotomayor, Teofilo Stevenson, Compay Segundo, Gianni Ocleppo, Stella Carnacina, Luigino Pasciullo, Novello Novelli, i Santo California, Tito Stagno, l’Eintracht di Francoforte senza massaggiatori, Paoletta Magoni, Paola e Chiara, gli Alunni del Sole, Karl Hainz Schnellinger, Giuliano Terraneo, gli Abba, Valeri Borzov, Ezio Zermiani, il principe DadoRuspoli e Ettore Piro, il pediatra dei nipoti di Mario e Pippo Santonastaso».
Mi ricompongo subito, però, e vado al succo. Si è chiesto mai, Red Ronnie, perché a lui e ai suoi amici è consentito l’accesso a un simile paradiso, mentre a un cubano è praticamente vietato di visitare il nostro inferno?
Lo scorso 12 dicembre, su «Il Corriere della Sera», mi è capitato di leggere un articolo in cui Luigi Berlinguer (laico di area ds al CSM ed ex Ministro) dichiarava: «A Cuba ci sono state importanti aperture, ma quando si tratta di garantire il diritto all’informazione che mette in discussione il suo potere, Castro attua una repressione di stampo stalinista». Era successo che, qualche mese prima, il medico cubano Garardo Garcia e sua moglie Dora avevano richiesto asilo politico vedendoselo rigettato dal tribunale civile di Milano con la sorprendente motivazione secondo cui «il divieto di espatrio per i medici cubani non può ritenersi privo di giustificazioni e, probabilmente, risponde a esigenze di tutela della collettività». È un po’ come se ad un medico di Potenza venisse proibito di trasferirsi in Francia perché in Basilicata ci sono strutture sanitarie insufficienti.
Ricordo a chi non lo sapesse che è proibito ai cubani uscire da Cuba con il solo passaporto. Si deve essere invitati da uno straniero (150 dollari per invito fatto a Cuba, 175 dollari fatto in Italia) e si deve richiedere il permesso di uscita (altri 150 dollari) che può essere negato a discrezione del regime. Per il passaporto bisogna invece pagare 55 dollari. Chi vuole uscire, se ottiene il permesso (di solito dopo dieci mesi), deve sborsare dunque 355 dollari e questo quando la maggior parte dei cubani riceve dallo Stato uno stipendio di 10 dollari al mese. È poi proibito ai cubani rimanere all'estero per più di 11 mesi. Perfino se un cubano si sposa uno straniero deve richiedere il PRE (Permesso di Residenza all'Estero), il cui rilascio è sempre a discrezione del regime (375 dollari per registrare il matrimonio a Cuba, più 80 dollari per la richiesta del PRE).
Per chiudere la querelle con Red Ronnie, vorrei dar conto di una manciata di fatti.
1. Repressione del dissenso e carceri
Ovviamente a Cuba è proibito fondare partiti politici e non esistono sindacati dei lavoratori. Quanto al dissenso, secondo un articolo del quotidiano spagnolo Diario 16, a Cuba sono stati fucilati più di 48mila cubani, mentre nelle prigioni sono passati più di 400mila prigionieri politici.
Secondo Reporters Sans Frontières, «Cuba è il principale carcere per giornalisti del pianeta» e che il rapporto tra il numero delle persone in carcere e la popolazione globale è il più alto al mondo. A quanto riporta Human Rights Watch, «la popolazione dei detenuti politici manifesta frequentemente una drammatica perdita di peso dovuta a limitate razioni di cibo, a seri problemi di sanitari che in varie occasioni minacciano la loro salute, dovuti a mancanza di attenzione medica e ad abusi da parte dei secondini e di altri detenuti. Prima del giudizio è consuetudine che i detenuti politici passino mesi e perfino più di un anno di detenzione, in isolamento. Dopo il giudizio devono sottostare ad un altro periodo addizionale, sempre in isolamento. La polizia o le guardie della prigione frequentemente aumentano le punizioni di porre in isolamento i detenuti con misure di privazione sensoriale, come togliere ogni fonte luminosa che può entrare nella cella, togliere il letto e il materasso, togliere i vestiti e gli effetti personali al prigioniero, proibire comunicazioni tra detenuti, o limitare acqua e cibo ben più delle restrizioni già esistenti. La polizia e gli ufficiali della prigione disorientano i detenuti, lasciando la luce accesa ininterrottamente per 24 ore, cambiando l'orario degli orologi, o ponendo musica a livelli estremamente alti. Molti prigionieri affermano che altri aggravanti, sono un calore intenso ed enormi quantità di zanzare che li pungevano nelle celle di isolamento chiuse. Gli esperti dell'area di sopravvivenza alla tortura riconoscono queste situazioni come metodi di tortura fisica e psicologica».
2. Censura
Nel mio articolo citavo – oltre ai dischi censurati – tutta una serie di libri che a Cuba sono proibiti (sono sicuro che nell’elenco non è compresa l’autobiografia del Ministro Abel Prieto). Per molti scrittori, a Cuba, peraltro, non essere letti è il male minore. Maria Elena Cruz Varela, una delle più grandi poetesse contemporanee in lingua castigliana (già candidata al Nobel), ostile al regime di Castro, nel 1991 fu pubblicamente aggredita e bastonata da un gruppo paramilitare e poco dopo fu arrestata e condannata a due anni di carcere, durante i quali subì ogni tipo di violenza. Herberto Padilla fu torturato nelle galere di Cuba e morì esule negli Stati Uniti. Reynaldo Arenas, omosessuale, fu torturato in carcere e morì a 37 anni negli Stati Uniti. Mentre Guillermo Cabrera Infante, anche lui torturato in carcere, finì i suoi giorni esule a Londra).
A proposito della censura, ricordo che l’informazione a Cuba non può essere privata, ma è di esclusiva proprietà dello Stato o dell’unico partito politico autorizzato, il PCC (Partito Comunista Cubano). Tutti coloro che scrivono e/o diffondono scritti e notizie ancorché veritiere ma non autorizzate dalle autorità della dittatura, o in contrasto o opposizione al regime, vengono accusati, arrestati, e giudicati per direttissima ai sensi della nuova legge 88 – detta “legge museruola” (Ley mordaza) – con pene previste da 10 a 30 anni di carcere.
A Cuba si possono vedere solo 3 canali televisivi, ovviamente di Stato. Non sono ricevuti legalmente nè diffusi canali stranieri, proibite le parabole satellitari e le relative apparecchiature elettroniche di ricezione (tranne che negli alberghi per turisti stranieri). Da qualche anno è proibito introdurre a Cuba videoregistratori.
Tutte le radio FM sono sotto la direzione dello Stato e del partito.
Il 3 febbraio 2006, il sito de la Repubblica pubblicava questa notizia: «L’AVANA - Guillermo Farinas, direttore dell'agenzia di stampa indipendente Cubanacan press, si sta lasciando morire di fame per protesta contro il divieto, in vigore per lui ed i suoi giornalisti, di usare Internet, strumento indispensabile per l’esercizio del proprio lavoro. Lo dice Reporter Sans Frontieres, che riporta anche sul sito una dichiarazione di Farinas: “Se devo essere un martire dell'accesso all'informazione, lo sarò”. Il giornalista osserva inoltre che le autorità cubane usano l’embargo americano come pretesto per giustificare “una politica liberticida”. L’agenzia Cubanan press è impegnata soprattutto nella denuncia della violazione dei diritti dell'uomo a Cuba e nella diffusione delle opinioni che non trovano spazio sulla stampa ufficiale. Farinas, 43 anni, ha iniziato la sua protesta il 31 gennaio e ha scritto in una lettera a Fidel Castro che andrà avanti fino a quando non sarà possibile ai giornalisti accedere a Internet. “Voglio che tutti i cittadini di Cuba”, ha detto Farinas, “abbiano il diritto a una connessione Internet, ma anche per la stampa indipendente che deve poter fornire le informazioni sulle attività del governo”. Fino allo scorso 23 gennaio i giornalisti della Cubanacan Press potevano inviare le notizie da un Internet point pubblico nella città di Santa Clara, poi è stato loro impedito».
Secondo Reporter Sans Frontieres, Cuba è uno dei 15 paesi ostili a Internet e uno dei più repressivi al mondo riguardo la libertà di espressione on-line. È proibito ai cubani avere un proprio sito web personale. Anche il semplice accesso privato a Internet è proibito. Si può farlo solo nei cyber-café cittadini (tutti controllati), comprando una tessera e consegnando un documento d’identità.
3. Repressione dell’omosessualità
Secondo l’ancora vigente – e applicato – articolo 303 del codice penale cubano, è reato la «pubblica manifestazione dell’omosessualità».
La persecuzione dei gay nella Cuba comunista inizia negli anni Sessanta, dopo il consolidamento del regime castrista instaurato nell’isola caraibica. Lo stesso dittatore andava affermando che «una deviazione di questa natura si scontra con il concetto che noi abbiamo di come deve essere un militante comunista. Nessuno ci convincerà mai che un omosessuale possa avere in sé le condizioni e le esigenze di condotta che ne potrebbero fare un vero Rivoluzionario, un vero Comunista militante».
In occasione del primo Congresso di Educazione e Cultura del Partito comunista cubano (PCC), tenutosi nell’aprile del 1971, venne addirittura stabilito, come riportava Granma, (l’organo ufficiale del Comitato Centrale del PCC), che «il carattere socialmente patologico delle deviazioni omosessuali va decisamente respinto e prevenuto fin dall’inizio... È stata condotta un’analisi profonda delle misure di prevenzione ed educazione da mettersi in effetto contro i focolai esistenti, inclusi il controllo e la scoperta di casi isolati e i vari gradi di infiltrazione... Non si deve più tollerare che omosessuali notori abbiano influenza nella formazione della nostra gioventù... Severe sanzioni siano applicate coloro che corrompono la moralità dei minori, depravati recidivi e irrimediabili elementi antisociali, ecc.».
Il procuratore militare generale Ernesto “Che” Guevara fu incaricato di allestire campi di detenzione e di lavoro forzato per gli oppositori politici e fra essi migliaia di omosessuali. Negli UMAP (Unidades Militares de Ayuda a la Producción) finirono artisti e scrittori, e per gli omosessuali in particolare era riservato un trattamento disumano. Solo nel 1965 i campi ospitavano una popolazione di 45.000 internati.
Per prevenire la diffusione dell’omosessualità nelle scuole venne addirittura allestito un campo d’internamento per giovani omosessuali di età compresa fra i 12 ed i 15 anni.
4. Restrizioni delle libertà individuali
È proibito ai cubani aprire una attività commerciale, una impresa, un negozio. La prerogativa di produrre e vendere è monopolio dello Stato. È illegale una qualsivoglia attività privata a carattere imprenditoriale, anche sia un piccolo laboratorio di produzione o un negozio. Chi contravviene è soggetto a multe salatissime e al rischio di essere giudicati e condannati per "pericolosità sociale" fino a 4 anni di reclusione.
È proibito ai cubani vendere o acquistare una casa (vale solo la permuta).
È proibito ai cubani entrare in un hotel o in un ristorante per turisti stranieri. Ci sono spiagge proibite ai cubani, la più famosa è anche la più bella dell'isola: Varadero.
È proibito ai cubani ospitare liberamente uno straniero, occorre una autorizzazione dell'immigrazione per essere ospitati come amici o parenti, e naturalmente si paga. Chi contravviene deve pagare una sanzione di circa 1000 dollari.
5. Rapporto Annuale 2004 di Amnesty International
L’anno ha visto un grave deterioramento nella situazione dei diritti umani a Cuba. A metà marzo le autorità hanno lanciato una repressione senza precedenti nei confronti del movimento dissidente. Settantacinque attivisti di lunga data sono stati arrestati, sottoposti a processi iniqui e condannati a pene fino a 28 anni di reclusione; si tratta di prigionieri di coscienza. Ad aprile tre uomini coinvolti in un dirottamento sono stati fucilati, fatto che ha posto fine a una moratoria de facto di tre anni sulla pena di morte. Le critiche della comunità internazionale si sono intensificate, includendo anche le voci di persone e nazioni che in precedenza avevano espresso il loro sostegno al governo cubano. Le autorità cubane hanno cercato di giustificare queste misure come una risposta necessaria alla minaccia alla sicurezza nazionale posta dagli Stati Uniti. L’embargo statunitense e le misure ad esso correlate hanno continuato ad avere effetti negativi sulla piena realizzazione dei diritti umani a Cuba.
A fine anno rimanevano in carcere 84 prigionieri di coscienza, di cui sette ancora in attesa di processo.
A marzo, un giro di vite ha portato all’imprigionamento della maggior parte della direzione del movimento dissidente, compresi giornalisti, personale medico-sanitario, insegnanti, bibliotecari, attivisti politici e difensori dei diritti umani. Solo pochissime figure molto note tra i critici del regime non sono state colpite dal provvedimento.
I detenuti sono stati processati immediatamente in modo molto rapido e con procedure non eque. La maggior parte di loro è stata accusata ai sensi dell’art.91 del codice penale per "atti contro l’indipendenza o l’integrità territoriale dello Stato" o della Legge per la protezione dell’indipendenza nazionale e l’economia di Cuba, che non era mai stata applicata in precedenza, e che prevede pesanti pene carcerarie per chiunque sia riconosciuto colpevole di appoggiare la politica statunitense contro Cuba. I dissidenti sono stati condannati sulla base di attività quali concedere interviste a Radio Martí, stazione radio che gode di finanziamenti del governo statunitense, ricevere materiale o fondi la cui origine era ascrivibile al governo degli Stati Uniti, o avere contatti con funzionari della Sezione per gli interessi statunitensi all’Avana, che le autorità cubane hanno accusato di atteggiamento provocatorio volto a fomentare la sovversione. A fine anno tutte le condanne erano state ratificate dalla Corte Suprema del popolo, precludendo le possibilità di appello secondo la legge cubana. Dopo un accurato esame delle prove presentate contro gli imputati, AI ha deciso di considerarli tutti e 75 quali prigionieri di coscienza.
Marcelo López Bañobre, membro della Comisión cubana de derechos humanos y Reconciliación Nacional (Commissione cubana per i diritti umani e la riconciliazione nazionale, è stato condannato a 15 anni di carcere per aver, fra le altre cose, "inviato informazioni a organismi internazionali come Amnesty International".
Le attività del movimento dissidente si sono bloccate in seguito all’arresto di molti attivisti di medio rango. I processi di aprile hanno rivelato l’esistenza di 12 agenti della sicurezza di Stato che si erano infiltrati da parecchi anni nel movimento dissidente. Questo fatto, unitamente alla pubblicazione di due libri sulle presunte attività della sicurezza di Stato all’interno del movimento dissidente, è stato visto come un tentativo di diffondere il sospetto e la sfiducia fra i dissidenti ancora in libertà. A ottobre, come primo grande passo effettuato dall’opposizione dopo la repressione di marzo, Oswaldo Payá Sardiñas, leader del gruppo politico non ufficiale Movimiento Cristiano Liberación (Movimento cristiano di liberazione) ha presentato all’Assemblea Generale di Cuba più di 14.000 nuove firme per il Progetto Varela, una petizione per un referendum sulle riforme politiche ed economiche. A gennaio la Commissione per le questioni giuridiche costituzionali del parlamento cubano aveva dichiarato l’iniziativa incostituzionale. A dicembre, Oswaldo Payá ha presentato perché fosse pubblicamente dibattuto un programma nazionale per la transizione verso la democrazia.
Il governo ha continuato ad applicare restrizioni per i viaggi al di fuori dell’isola ai dissidenti più conosciuti. A giugno, Elizardo Sánchez Santacruz, Vladimiro Roca Antúnez, Manuel Cuesta Morúa e Oswaldo Payá Sardiñas non hanno avuto il permesso di recarsi in Italia per assistere a un seminario sul movimento democratico di opposizione a Cuba organizzato da un partito politico italiano; nel mese di luglio a Vladimiro Roca è stato negato il permesso di recarsi in Messico in qualità di osservatore alle elezioni federali messicane; inoltre, a Oswaldo Payá è stato impedito di assistere a una sessione del parlamento europeo a cui era stato invitato.
Posted by Leonardo Colombati at 16:56 | Comments (0)
15.09.06
Nuovi Argomenti n. 35
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14.09.06
Alla scoperta di Mario Soldati - 1^ Puntata
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22.06.06
Il mio tema di maturità
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20.06.06
Riccardo D'Anna, Una stagione di fede assoluta
Leggi qui la mia recensioe di questo libro.
Posted by Leonardo Colombati at 10:37 | Comments (0)
19.06.06
Il "Distretto dei Laghi" del Romanzo

di Leonardo Colombati
Scarica in versione pdf Il "Distretto dei Laghi" del Romanzo.
Posted by Leonardo Colombati at 15:14 | Comments (1)
01.06.06
Una lettura di Ovidio
Posted by Leonardo Colombati at 12:26
25.05.06
Il "new journalism" e la tragedia
Qui un mio articolo apparso oggi su Il Giornale.
Posted by Leonardo Colombati at 09:43
05.05.06
La tenzone Zizzi-Raimo
Su Nazione Indiana, Michelangelo Zizzi fa "un intervento violento", in cui il mio Perceber e La Macinatrice di Massimiliano Parente vengono ben giudicati, mentre Christian Raimo viene bollato come autore di "scrittini".
Subito, Christian Raimo replica che "le parole non sono mai come fiori". Scrive Raimo: "Li abbiamo letti Parente e Colombati. Sono due romanzi illeggibili fino in fondo. Fieri oltre ogni limite del proprio compiacimento fonico e lessicale. Talmente refrattari a ogni forma di convivenza con codici narrativi di genere, di editabilità, di comprensibilità, di realismo, di articolazione, da cercare sempre il fuori, lo sfondamento, il disastro. Sono linguaggi privati. Se la letteratura è questo spazio, chissene". E conclude: "Quando saremo morti ne riparleremo", al che mi tocco - se permettete - prima di osservare sommessamente che presagire per se stessi l'eterna gloria è un esercizio risibile (molto meglio, il nostro e i suoi amici, quando discettano di ricette culinarie).
In soccorso ai due interventi di cui sopra, offre un "tentativo di mediazione" Gianluca Gigliozzi, con un discorso che a me pare molto interessante e sensato.
Questo è quanto. E ora - col permesso di Raimo - vado a farmi una bella gricia.
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20.04.06
L'albero della conoscenza e l'albero della vita di Raffaele La Capria

di Leonardo Colombati
[Questa recensione de "L'amorosa inchiesta" di Raffaele La Capria è apparsa oggi su Il Giornale]
Ho appena chiuso L’amorosa inchiesta – l’ennesimo capitolo di quell’unico grande libro che La Capria va scrivendo da quasi cinquant’anni – e come con Ferito a morte, provo nostalgia per un tempo e un mondo che non ho mai vissuto. Il prestigiatore ha eseguito ancora una volta il suo numero, ed io provo a sbirciare nelle pieghe del suo mantello, ma continuo a non capire come fa.
Ma come fa a far cosa? mi domanderete. Be’, La Capria fa questo: dalla sua memoria trae una scheggia, un atomo di spaziotempo, e lo conficca nella testa del lettore come un punteruolo nel ghiaccio: inesorabilmente, questo si spacca, e la scheggia si scioglie, occupando tutto il tempo e tutto lo spazio. La visione di quel particolare momento in quel particolare luogo, diventano semplicemente rappresentativi. In alcuni casi, a questo mago è sufficiente uno slogan: ci sono stati la Bella Giornata, l’Occasione Mancata, l’Armonia Perduta. Oggi, basta l’accenno alla categoria vagamente nabokoviana della “ragazza-mito”. Sentite qua: “A Napoli, tra i ragazzi della mia età, dai 14 ai 16 anni si pronunciavano con un tono particolare i nomi di certe ragazze la cui fama di belle arrivava appunto col nome, e il nome rifulgeva, aveva una suo alone e un suo campo magnetico. Bastava pronunciarlo ed era come una formula magica che apriva ai sogni e ai desideri nascosti, agli impulsi repressi, agli irresistibili richiami. (…) C’era tra me e loro una linea che non sapevo oltrepassare, ed ero condannato a restare al di qua di questa linea, perché ero io stesso che la facevo diventare insuperabile. Qual era questa linea? Una specie di inadeguatezza, che mi rendeva timido e impacciato e addirittura muto e annientato se per caso incrociavo una ragazza-mito”.
Una delle “inarrivabili” era Elène, che il quindicenne Raffaele incpontrò in una libreria in piazza dei Martiri. A lei, La Capria scrive la prima delle tre lettere che compongono il libro (le altre due sono alla figlia e al padre).
Una lettera al primo amore: c’è qualcosa di più anacronistico? Eppure, nelle mani del più grande scrittore italiano vivente (perché questo è La Capria) anche il genere più abusato rinasce a nuova vita. E per chi ha amato Ferito a morte, le parole rivolte a questa ragazzina bionda chiariscono una volta per tutte la vicenda amorosa di Massimo De Luca e di Carla Boursier. Basta mettere a confronto la scena del litigio tra Raffaele e Elène alla Buca di Bacco di Positano con quella, quasi identica, del primo capitolo di Ferito a morte: il luogo è lo stesso, e forse anche l’anno (il 1949). Oggi sappiamo, finalmente, che Carla è il calco di Elène; oggi La Capria ci dice: “Massimo De Luca c’est moi”.
Nella lettera a Elène c’è un passo che serve a illuminare l’intera poetica lacapriana: “Io ero diventato, per spirito di rivalsa o per vocazione, un intellettuale, (…) uno che avrebbe potuto vantare una certa superiorità su quegli altri ragazzi da me considerati i ‘principi delle apparenze’, gli aitanti e rampanti che ‘si presentavano bene’. Ma se uno mi avesse chiesto: ‘Cosa preferiresti essere, un principe delle apparenze o un grande intellettuale che come te non raggiunge il metro e settanta di altezza?’. Io, con la mentalità che avevo allora, avrei preferito essere un principe delle apparenze”.
Tra i poli opposti di questa ambiguità – tra l’apparire e l’essere; o meglio, tra l’esteriorità e l’interiorità – si gioca per La Capria tutta la partita. Nel quarto Quaderno in ottavo, uno degli scrittori-faro di La Capria, Kafka, portava l’esempio dell’albero della conoscenza e dell’albero della vita. La verità di quest’ultimo è quella di chi accetta la vita nella contraddittorietà dei suoi aspetti senza conoscere il senso ultimo dell’esistenza: quella dell’albero della conoscenza, invece, è la via di chi va incontro alla vita cercando di rintracciarne la morale, a costo di rinunciare all’immediata comunione con essa.
Negli anni della sua formazione, La Capria era l’intellettuale che si cibava cogliendo i frutti dall’albero della conoscenza; era il censore di quella Napoli in pugno ai “principi delle apparenze” così vividamente descritta in Ferito a morte: quella in cui gli uomini con le giacche cogli spacchetti, i golf di cachemire e le scarpe inglesi si lanciavano dietro le “irraggiungibili” e sperperavano fortune ai tavoli di poker del Circolo Nautico. Ma l’adesione a quel mondo era al tempo stesso lo specchio della propria inadeguatezza e la disperata voglia di appartenervi. Perché quello era il mondo di suo fratello, era il mondo di suo padre, “l’esempio vivente di tutte le perfezioni”. Nella terza lettera che compone L’amorosa inchiesta, La Capria scrive a quest’ultimo: “La leggerezza anche morale che rende la vita facile sfarfalleggiava nella nostra famiglia”. E più in là, riferendosi alla Lettera al padre di Kafka: “Nella sua lettera Kafka rimprovera il padre per ragioni opposte a quelle per cui ti sto scrivendo la mia lettera. (…) Lui vedeva il padre come un omaccione pieno di salute corporea che, con la sua esuberanza e i suoi modi brutali, lo aveva oppresso e schiacciato come un verme, anzi come uno scarafaggio. Io al contrario ti ho sempre visto come un uomo dal fisico gentile, un signore che faceva a meno degli atteggiamenti signorili, un vero signore, perciò, molto alla mano e garbato con tutti, che non mi ha mai rimproverato nulla e non si è mai interposto tra me e le mie decisioni”.
Quali erano queste “decisioni”? Alla luce de L’amorosa inchiesta, si capisce come La Capria sia sempre stato vittima della fascinazione paterna (della sua classe, della sua bellezza, della sua irresponsabilità) e al tempo stesso deciso a combatterla; sia attraverso un personale “viaggio intellettuale”, che con la decisione di abbandonare Napoli e farsi una famiglia a Roma: “la mia massima aspirazione”, scrive alla figlia nella seconda lettera, “era quella di sentirmi un uomo come gli altri e di confondermi in mezzo agli altri”. Ma l’illusione della normalità, voluta a tutti i costi, ha vita breve: “La verità è che sono nato figlio e non padre, come padre sono difettoso”.
Paradossalmente, oggi, il figlio-per-sempre, che è “tra il fin d’ottobre e il capo di novembre” confessa al padre: “Ti vedo sempre, mentre ti scrivo, di qualche anno più giovane di me. Così con i miei 83 anni mi sento un po’ paterno nei tuoi confronti, e severo come dev’essere un buon padre. Ho superato di qualche anno l’età che tu avevi quando sei morto, ci pensi? E anche questo ti può far capire da dove ti scrivo, e qual è il mio punto di vista”.
Secondo Martin Amis, “nella letteratura occidentale si registra attualmente una copiosa produzione di Alta Autobiografia, intensamente introspettiva”. Allo stesso modo, La Capria osserva che “è autobiografico e familista tutto il Novecento, dalla nonna di Proust alla madre di Gadda. (…) Si usa l’espressione ‘autobiografia alta’ per dire che chi scrive non si occupa solo di sé e dei suoi cari ma sposta più in alto la vista. (…) Anche io modestamente ci sto provando, e così autografando, analizzo e indago, e uso l’autobiografia come una forma di conoscenza”.
In un suo saggio di qualche anno fa, La Capria paragonava il romanzo perfetto ad un tuffo ben riuscito, nel quale il coefficiente di difficoltà e la grazia del movimento si equilibrano. L’Ulisse di Joyce, ad esempio, equivarrebbe ad un tuffo così complicato che lo sforzo per eseguirlo ne comprometterebbe l’armonia; laddove, invece, i romanzi di Faulkner riescono nel miracolo di tenere insieme una forma complessa e una naturale eleganza.
Faulkner ha innalzato la propria autobiografia fino alle vette della letteratura, donandole il luogo mitico chiamato Yoknapatawpha; La Capria ha fatto lo stesso reinventando Napoli, il topos della sua lotta tra l’esterno e l’interno, tra la forma e il contenuto, tra la propria impazienza e la propria inadeguatezza. L’equilibrio sta tutto nel suo iniziale abbandono all’amore per Elène e nel rifiuto finale di quello stesso sentimento: “Proprio il fatto che tu mi amassi, ti sminuiva ai miei occhi e ti rendeva insignificante. (…) A vederti accanto a me non mi sembravi più la stessa persona, e un’ombra ti calava sul viso, la mia ombra, che ne offuscava la radiante bellezza”.
Posted by Leonardo Colombati at 12:01 | Comments (8)
03.04.06
Io sono qui (pare)
Ho provato a fare questo gioco. E adesso sono più confuso di prima.
Posted by Leonardo Colombati at 09:31 | Comments (10)
28.03.06
La vita e le opinioni di Martin Bux
[Esce oggi in tutte le librerie il nuovo romanzo di Mario Desiati, Vita precaria e amore eterno, di cui questa che segue è una mia recensione in anteprima, pubblicata oggi su Il Giornale. L'articolo è stato ripreso dalla Lipperini sul suo blog, dove numerosi sono i commenti, favorevoli e contrari (alla recensione, non al libro). E, se volete, ecco l'incipit del romanzo.]
“Cadevano le bombe come neve, il diciannove luglio a San Lorenzo” cantava De Gregori più di vent’anni fa. A quei tempi, in quel quartiere di Roma “ci andavano ad abitare studenti e gente con pochi quattrini”, scrive Mario Desiati nel suo nuovo romanzo, Vita precaria e amore eterno (Strade Blu, Mondadori 2006, pag. 217, Euro 15). “Adesso è il regno dei cazzoni. Un sacco di cazzoni. San Lorenzo (…) portava addosso l’orgoglio e l’onore che poteva avere una Marzabotto dell’eccidio nazista, o una Milazzo del riscatto dei Mille. Invece ha iniziato a diventare il cacatoio di una serie di arricchiti, attori, registi, intellettuali dal portafoglio gonfio e la penna vuota”.
Parlare del libro di Desiati rappresenta per me una doppia sfida. C’è innanzi tutto il fatto che Desiati è mio amico e recensire un amico – dicono – non è di buon gusto. Se si citano a propria difesa alcuni precedenti illustri (Moravia su Pasolini, ad esempio) si fa la figura dei tromboni. Però… il fatto è che la mia amicizia con Desiati nasce dal reciproco apprezzamento dei nostri libri. Un anno fa, tre persone che non si conoscevano – Mario Desiati, Alessandro Piperno e il sottoscritto – lessero ognuno l’opera prima degli altri. Erano, quei romanzi, tre ricognizioni di Roma tra loro diversissime, ma che muovevano tutte da un intento per così dire polemico: rifuggire il ritratto della Roma fighetta e radical-chic che ammorbava – e ancora ammorba – molta narrativa e (soprattutto) molto cinema italiano; quello, tanto per fare dei nomi, dei film di Muccino. Io provavo – indegnamente – a restituire Roma al suo mito, raccontandone le sue bellezze più note, perché non sopportavo più di leggere e vedere storie ambientate solo davanti al Gazometro, con un pasolinismo laccato di progressismo. Piperno, con il suo Con le peggiori intenzioni, raccontava l’alta borghesia romana con un fare che poteva apparire iconoclasta solo a chi si compiace dei tinelli che puzzano di sugo, dei vellutini a coste e della Due Cavalli. Desiati, invece, con il suo romanzo d’esordio, Neppure quando è notte, aggrediva la città “da sinistra”, e continua a farlo con questo suo Vita precaria e amore eterno. Ma non c’è traccia, in lui, di conformismo o, peggio, di moralismo. È uno scrittore “amorale”.
Qualche giorno fa, leggevo su “Il Corriere della Sera” una battuta fulminante di Fausto Bertinotti sul nuovo film di Nanni Moretti: “Mi sento più attratto da una cinematografia alla Clint Eastwood, per esempio Million dollar baby, o alla Ken Loach”. È di una stupenda perfidia, questo giudizio di Bertinotti, che al “morettismo” (ormai una sottocategoria nostrana del radical-chicchismo messo alla berlina da quel geniaccio di Tom Wolfe), preferisce gli sguardi asettici che Loach getta sul proletariato inglese e, addirittura, un film di un regista notoriamente di destra come l’ex ispettore Callaghan su un mito classico del sottoproletariato: quello dell’ascesa e del declino di un campione (in questo caso campionessa) di boxe.
Ecco, la Roma di Desiati, allo stesso modo è antimorettiana: non ci sono Vespe, tanto per intenderci. Il protagonista del libro, Martin Bux, arriva a Roma con la famiglia da un paesino siciliano vicino alla base NATO di Sigonella; fa i conti con le proprie ristrettezze economiche, con il disagio sociale, con un lavoro precario e disumanizzante, con la brutalità della città ai suoi margini. Adesso, provate a mettere questi elementi in mano a un qualunque scrittore italiano di trent’anni e avrete la solita pappa; di sicuro, a pagina 50, troverete Martin Bux intento a leggere le poesie di Neruda o ad assistere una vecchietta mentre attraversa la strada. Il Martin Bux di Desiati, invece, è spiazzante: è impegnato? no, è un qualunquista. Va al cinema a vedere Il caimano? no, preferisce i film porno. Vota Bertinotti? no, senza sapere perché, va in strada a urlare slogan neofascisti. “Coi radical”, dice Bux, “ho avuto a che fare un sacco di volte. Per colpa loro ho un sacco di problemi, fanno casino la notte. Sono autentici padroni della via sotto la mia finestra. Hanno così tanti quattrini, altrimenti non starebbero tutte le sere a lisciarsi canne e ubriacarsi sotto la mia stanza da letto”. Odia tutti: i ricchi come i poveri. Con gli immigrati si comporta da vero razzista: li chiama “merdaglia pakistana”, “negri”, “ghanaboys”. Vive vagando tra un’agenzia interinale all’altra; viene assunto in un call-center a sei euro l’ora: “Nessuno sciopererà per te, nessuno andrà a trattare o a ululare la sua indignazione su un palco davanti a centinaia di migliaia di bandiere sventolanti”.
Ecco, l’altra sfida che mi aspettava nel parlare di questo romanzo è che io Martin Bux e la Roma in cui si dibatte non la conosco. Sono un pariolino cresciuto tra avvocati, chirurghi e palazzinari che da quando ha pubblicato un libro si trova a flirtare con un esercito di radical più o meno chic: due categorie antropologiche spesso accomunate dallo stesso estratto conto e dalla frequentazione degli stessi ristoranti, gli stessi cinema, gli stessi luoghi di villeggiatura.
In qualche squarcio, la Roma di Desiati si ricongiunge idealmente a quella che quarant’anni fa registrava Pier Paolo Pasolini in Una vita violenta e in Ragazzi di vita; in effetti, Martin Bux starebbe bene in compagnia del Riccetto, del Ciriola e del Bassotto. Secondo Pasolini, l’uinca rivalsa per costoro “è stata sempre il considerarsi depositaria di un concezione di vita… più virile: in quanto spregiudicata, volgare, furba e magari oscena e priva di noie morali”. E per dimostrarsi all’altezza di questa irresponsabilità, s’utilizzava il gergo romanesco come un linguaggio cifrato che rivendiccase la propria adesione a una vita intesa come malavita.. La Roma descritta da Desiati, invece, è un melting pot che nessuna lingua può tenere insieme. È una babele formata da singoli reietti, che girano in tondo e non s’incontrano mai: ogni tanto si scontrano, per mancanza di spazio.
Il fatto che da un quadro simile, un personaggio non solo antieroico ma addirittura meschino e a tratti volutamente ripugnante ci faccia palpitare per i suoi sogni d’amore e di fuga (o di ritorno), può spiegarsi solo con quel miracolo – sempre sull’orlo dell’abisso – che è l’esplosione del talento narrativo, quando la nostra adesione a ciò che stiamo leggendo annulla ogni categorizzazione morale (e moralistica) e ci confonde perché ciò che leggiamo è semplicemente vero.
Posted by Leonardo Colombati at 09:45 | Comments (17)
27.03.06
Come leggere l'Artusi e decidere di mettersi a dieta

di Leonardo Colombati
[Questo mio saggio sull'Artusi è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista Nuovi Argomenti.]
Sto ingrassando troppo, porca puttana. Sono alto un metro e ottanta, e se continuo così entro un paio d’anni peserò un quintale; una misura che s’addice meglio ad un capo di bestiame che a un uomo di trentacinque anni. Se aggiungete il fatto che fumo due pacchetti di sigarette al giorno, capirete perché ogni tanto, la notte, mi viene paura.
Ci sono persone che sono grasse per una qualche disfunzione o perché abbuffandosi leniscono più o meno latenti stati depressivi. Io peso (quasi) un quintale semplicemente per carattere e per via del modo che ho scelto per stare al mondo. Nulla mi piace di più della conversazione a tavola, condita da risate falstaffiane e pantagrueliche magnate: è tutto un “trionfo di fritti”, tutta una doppia porzione.
Conosco i proprietari e i camerieri di quasi tutti i ristoranti di Roma; quando arrivo, vengo gratificato dalla loro confidenza, che davanti ai commensali mi dà potere: il potere di sentirmi come a casa mia e di condurre le danze. Generalmente, ordino io per tutti, il vino, gli antipasti, i primi, tutto in dosi che basterebbero per due tavoli. Pago conti salatissimi, e ormai la voce “cibo” ha superato in classifica le voci “libri” e “dischi”.
Nella cerchia delle mie conoscenze, girano ormai alcune leggende: secondo una di queste, una sera, non sapendo scegliere tra due inviti a cena, avrei presenziato ad entrambe, uscendone in tutti e due i casi vincitore.
* * *
Una volta, un mio amico mi ha chiesto: “Che hai fatto di bello ieri sera?”.
“Sono stato da Pippo lo Sgobbone”.
“E che, te lo sei magnato?”
* * *
La situazione è peggiorata negli ultimi due anni, da quando ho iniziato a collaborare a “Nuovi Argomenti”. Almeno un paio di volte alla settimana, all’una, mi do appuntamento in redazione con Mario Desiati e Alessandro Piperno, con la scusa di correggere bozze, discutere del nuovo numero, proporre giovani promesse delle patrie lettere. Si finisce sempre al ristorante, magari alla Cantina Cantarini, in piazza Sallustio, oppure fino alla Bocciofila, al Borghetto Flaminio.
(Nota incidentale: la mia scoperta del ristorante della Bocciofila, avvenne per via di una mia passione letteraria. Avevo sentito dire che Valentino Zeichen – uno dei miei poeti preferiti – viveva in una casina che s’era costruito da sé al Borghetto Flaminio, davanti a piazza della Marina: un posto che le signore chic conoscono per via del mercatino vintage che vi s’allestisce ogni domenica da luglio a settembre e in cui gli espositori sono altre signore chic. Un bel giorno, presi la Vespa e il manoscritto del mio primo romanzo, deciso a trovare l’indirizzo giusto, suonare il campanello, e lasciare i miei fogli davanti all’uscio così come si faceva un tempo coi bambini indesiderati. Avevo appena individuato la casa di Zeichen, quando le mie sensibilissime narici captarono un delizioso odore di arrosto, proveniente da un cortile lì dietro. Sedermi ad un tavolo, papparmi l’arrosto e imbrattare di sugo la mia fatica letteraria fu un tutt’uno, seguito dall’apparizione del poeta, fugace, circonfusa da un alone di mistero che sei dita d’un Fiano d’Avellino avevano contribuito a creare per la buona riuscita della scena. Non osai dirgli niente; salvo raccontargli l’episodio un anno più tardi, quando insieme sbranammo due pizze lamentandoci del fatto che non si fanno più le pizze d’una volta).
Il più delle volte, comunque, Mario, Alessandro ed io andiamo all’Hard Rock Café, per una misteriosa forma di snobismo sociogastronomico. Il nostro tavolo è addossato a una parete su cui fa bella mostra una tuta appartenuta ad Elvis Presley, bianca, taglia XXL. Alessandro ordina delle piccantissime chicken wings, che divora a mani nude. Mario, incomprensibilmente, pretende di mangiare spaghetti al pomodoro – una cosa che non verrebbe in mente neppure ad un turista di Osaka – anche se spesso ripiega sulla cesar salad. Quanto a me, opto sempre per il bacon-cheeseburger, accompagnato da patate fritte. E al momento del conto – che, come da tradizione, offre la possibilità a Desiati di esibirsi nella famosa scena del “dove ho messo il portafoglio?” – giungono immancabili le mie lamentazioni: “Ho mangiato troppo”, sussurro, e mentre risaliamo via Veneto con passo incerto, giuro che non lo farò più. Ma chi ci crede?
* * *
Non so come mi è venuto in mente. Ma ormai è fatta. Durante l’ultima riunione di redazione di “Nuovi Argomenti”, si stava discutendo di una nuova sezione da dedicarsi ai libri che hanno fatto l’unità d’Italia. Tra le varie proposte, gli Inni sacri del Manzoni, Pinocchio, il Pellico, De Amicis, I viceré e Dei delitti e delle pene. “Perché non l’Artusi?”, ho detto io (il solito vizio di non riuscire a tenere la bocca chiusa). Il giorno dopo, Enzo Siciliano mi ha chiamato: “Dunque, tu fai l’Artusi”. Ero spacciato.
Per settimane, prendevo tra le mani il volume dell’Einaudi e lo sfogliavo solo per cogliere con lo sguardo frattaglie di parole misteriose come il Tetragrammaton: visioni di animelle, pelli di salamandre, busti di polli giovani, rigaglie, piccioni pillottati, zuppe di ranocchi servite con un battuto d’aglio, sedano e prezzemolo, lombate di castrato, brodini di muggine, lingue di vitella, palombi al pangrattato, sgonfiotti di farina gialla, capponi in galantina… E richiudevo appena iniziava a girarmi la testa.
Quando sono stanco e ho paura (paura di cosa? paura – senza alcuna ragione – di morire), e nell’istante in cui mi arrendo a questo piccolo assaggio di un orrore più vasto i miei occhi sono casualmente su qualcosa da leggere (un libro, un giornale, un opuscolo pubblicitario), avverto un senso di fastidio verso le lettere dell’alfabeto, quasi che queste abbiano il potere di comporsi in una figura che al solo sguardo provochi nausea, così come una linea a spirale è capace di ipnotizzarci. Ricomponendo quelle confuse stringhe di parole, ad esempio, s’imponeva alla mia suggestione l’immagine terrificante di un tacchino alto tre metri, inculato da prugne e castagne grandi come meloni. Così non mi decidevo ad addentrarmi nel librone e indugiavo sul materiale epitestuale. Come ad esempio quel La cucina di Bengodi in cui Manganelli fa notare il fatto che “di rado accade che un autore così totalmente si sciolga nella sua massima opera da fare del proprio nome un sinonimo di quella; si disse ‘Il Tasso’ per la Gerusalemme, come ‘l’Artusi’ per il suo ricettario. Pellegrino si disfece, si sciolse, si stemperò in quel suo manuale; per un uomo di lettere, destino invidiabile, che mima quei suoi sughi in cui verdure e carni si coniugano e consumano in omogenei impasti di commestibili anima e corpo”[1].
Nella prefazione all’edizione dell’Einaudi, Piero Camporesi parla della bibbia domestica dell’Italia umbertina come del libro che “svolse il civilissimo compito di unire e amalgamare, in cucina e poi a livello di inconscio collettivo, nelle pieghe insondate della coscienza popolare, l’eterogenea accozzaglia delle genti che solo formalmente si chiamavano italiane. (…) Mai occulta persuasione fu più semplice e umana, mai il prodotto in vendita conobbe un livello tanto elevato di buon gusto, cultura, civile divulgazione. (…) E così un numero considerevole di italiani si trovarono uniti a tavola, mangiando gli stessi piatti e gustando le stesse vivande”[2].
Era il 1891 quando il signor Pellegrino Artusi da Forlimpopoli pubblicò il suo libro, per la gioia di tutte le mamme e le mogli del Regno. “Era l’anno di Myricae e dell’enciclica Rerum Novarum, l’anno che vide la nascita del partito socialista italiano e di ‘Critica Sociale’, quando per la prima volta il proletariato celebrò la festa del lavoro”[3]. E non è forse solo un caso che il padre di Pellegrino, droghiere, aveva firmato in data 6 marzo 1831 un proclama inneggiante alla “libertà, all’Unione e alla Patria”, distinguendosi peraltro nei moti insurrezionali.
Pellegrino non era certo animato dagli stessi demoni rivoluzionari. Le biografie ce ne ridanno l’immagine di un moderato, sostanzialmente impolitico, avverso sia ai guidaleschi reazionari che all’internazionalismo proletario, di cui scriveva – in una lettera del 1873 – che era “un tal mostro che desta sicuro ribrezzo all’universale e il suo turbine devastatore lascia sgomente le genti in mezzo alle quali scoppia, ma breve è il suo cammino per andarsi a nascondere, all’obbrobrio di tutti. I cani idrofobi durano poco perché ognuno li teme”.
Così lo descrive, ancora, Manganelli: “Pellegrino si trasferì in Toscana: e tra Firenze e Livorno visse il resto della sua vita. (…) Certo non fu anima passionale, parve rinnegare la sua rissosa origine romagnola. Mise su una banca che gli diede benessere e apprensioni; e apprensivo fu sempre, moderato in politica, insidiato da una blanda sfiducia nelle cose pubbliche, trincerato in una vita domestica solitaria e sedentaria; come un alchimista rinascimentale, aveva aiutanti e gatti. (…) La sua cucina non sa di magia: i suoi fuochi sono braci e fornelli; non ha storte ma fiaschi, e spiedi e griglie. (…) Il suo genio fu tutto nella esattezza un po’ molle del discorso, e nel modo innocente, casuale con cui svolse quello che potremmo considerare un ‘compito storico’”[4].
Certo è che la sua prosa non di rado fa scintille. Come quando detta le istruzioni per preparare i filetti di sogliole: “Prendete un paio di sogliole mezzane oppure una sola, staccatene i filetti dopo averle spellate, che saranno quattro, e tagliateli per traverso a listarelle fini come fiammiferi. Se li tagliate in isbieco li otterrete alquanto più lunghi e sarà meglio”.
* * *
Solo oggi, a dodici ore dalla scadenza impostami per consegnare il pezzo, vinco la nausea e apro a caso La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Sentite come l’Artusi presenta il pasticcio di maccheroni: "I cuochi di Romagna sono generalmente molto abili per questo piatto complicatissimo e costoso, ma eccellente se viene fatto a dovere, il che non è tanto facile. In quei paesi questo è il piatto che s’imbandisce nel carnevale, durante il quale si può dire non siavi pranzo o cena che non cominci con esso, facendolo servire, il più delle volte, per minestra".
L’esotismo di “in quei paesi” (il corsivo è mio) balza agli occhi: mi figuro una brava donnina lucana di fine Ottocento mentre s’appresta a copiare la ricetta, immaginando il carnevale romagnolo come noi, oggi, sogniamo il sambodromo di Rio. Ma continuiamo a leggere: "Ho conosciuto un famoso mangiatore romagnolo che, giunto una sera non aspettato fra una brigata di amici, mentre essa stava con bramosia per dar sotto a un pasticcio per dodici persone che faceva bella mostra di sé sulla tavola, esclamò: 'Come! per tante persone un pasticcio che appena basterebbe per me?'. 'Ebbene', gli fu risposto, 'se voi ve lo mangiate tutto, noi ve lo pagheremo'. Il brav’uomo non intese a sordo e messosi subito all’opra lo finì per intero. Allora tutti quelli della brigata a tale spettacolo strabiliando, dissero: 'Costui per certo stanotte schianta!'. Fortunatamente non fu nulla di serio; però il corpo gli si era gonfiato in modo che la pelle tirava come quella di un tamburo, smaniava, si contorceva, nicchiava, nicchiava forte come se avesse da partorire; ma accorse un uomo armato di un matterello, e manovrando sul paziente a guisa di chi lavora la cioccolata, gli sgonfiò il ventre, nel quale chi sa poi quanti altri pasticci saranno entrati".
Recentemente, sono stato in Puglia col Desiati. Un suo amico di Massafra che gestisce l’enoteca Falsopepe, mi ha raccontato di quando il nostro valente redattore, allora diciottenne, si fermò coi suoi compagni in un ristorante dalle parti di Martina Franca dopo una partita di calcio; furono loro serviti degli spaghetti così piccanti che nessuno andò oltre la seconda forchettata. “Me li mangio tutti io”, avrebbe detto il nostro. Partì dunque una scommessa non dissimile da quella raccontata dall’Artusi. Desiati rovesciò due chili di spaghetti in una bacinella, li sciacquò con l’acqua e li divorò in dieci minuti, prima di stramazzare semisvenuto, le gambe sc






