09.11.07

Tor di Quinto

Vivo a dieci minuti di macchina dalla baraccopoli di Tor di Quinto, a Roma, dove viveva l’uomo che alcuni giorni fa ha violentato e ucciso la signora Giovanna Reggiani.
Solo poche parole per dire che la scena dei poliziotti che in favore di telecamera radevano al suolo quelle che – pure se l’Italia intera vuol chiudere gli occhi – erano le abitazioni di PERSONE, destinando improvvisamente queste ultime ad un addiaccio odioso e ipocrita nel cuore di una sera d’autunno, questa scena, dunque, mi ha ripugnato fino al voltastomaco – dico di più: quei servizi telegiornalistici propinati ad un Italia col tovagliolo annodato al collo in attesa della minestra e del manganello sono stati, per me, la pietra che ha definitivamente sigillato la tomba dove riposa in pace l’idea di fare di questo Paese un Paese civile.
Sul decreto d’urgenza approntato dal Governo – una masnada di boriosi incompetenti con la schiena al muro, che per salvarsi il culo venderebbero mille volte Gesù Cristo se un sondaggio gli mostrasse il favore della folla – si potrebbe dire che oltre ad essere incostituzionale e fascista è anche ridicolo. Ma è meglio non farlo, meglio non rifugiarsi nella solita storia che più che tragici gli italiani sono comici.
Ho un’idea molto semplice sui fatti di Tor di Quinto e su ciò che ne è scaturito. Per i delitti, esiste il codice penale. Basta applicarlo. Le baraccopoli sono una vergogna non per chi ci abita ma per chi le tollera. Nel caso specifico di Roma, amministratori locali che la domenica si rifugiano nei Circoli Canottieri e le spiano da lontano, solo un attimo prima che cominci la loro partita di tennis. Questo è avvenuto e avviene a Roma, così come in molte altre città italiane: non è un problema di destra o di sinistra, così come modernamente destra e sinistra sono intese nei Paesi civili. È un problema di fascismo, quello antico, odioso, mai del tutto sradicato dal tessuto connettivo del nostro popolo e della nostra politica.

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12.07.07

Harry potter e la ricerca della felicità

harry potter 1.jpg [Questo mio articolo è uscito ieri, mercoledì 11 luglio, su Vanity Fair]

La stazione ferroviaria di King’s Cross si trova tra i due quartieri londinesi di Camden Town e St. Pancras. Per un anno intero, alle sette e mezzo del mattino, sbucavo dalla metropolitana proprio sotto le sue arcate di acciaio e mattoni e aspettavo il mio treno per Swindon (una delle più brutte cittadine del Regno Unito) in un piccolo bar che s’affacciava sul primo binario. Era il 1996, e mi piacerebbe dirvi di aver notato una signora sulla trentina a un tavolo d’angolo, i lunghi capelli biondi che spiovevano su un quaderno a quadretti, la tazza di caffè fumante a tener desta la sua prodigiosa immaginazione, ancora al mondo sconosciuta. Forse l’ho davvero incrociata Mrs. Rowling, o almeno sogno di averlo fatto da quando – era trascorso ormai più di un anno – mi capitò tra le mani un libricino intitolato Harry Potter e la pietra filosofale. Vi veniva raccontata la storia di un orfano undicenne, “viso sottile, ginocchia nodose, capelli neri e occhi verde chiaro” cerchiati da “un paio di occhiali rotondi, tenuti insieme con un sacco di nastro adesivo”. Ma ciò che colpiva del suo aspetto era soprattutto una “cicatrice molto sottile sulla fronte, che aveva la forma di saetta”.

All’inizio la vicenda di Harry è simile a quella di Cenerentola: ci sono una perfida “matrigna” (la zia Petunia) e il suo corrispettivo maschile (lo zio Vernon). I due hanno un figlio, una specie di odioso Genoveffo sempre pronto a umiliare il nostro piccolo eroe, fino a quando al posto del Principe Azzurro non irrompe sulla scena il gigante Rubeus Hagrid, che ha il “volto quasi nascosto da una criniera lunga e scomposta e da una barba incolta e aggrovigliata”. La rivelazione che porta con sé è sconvolgente: i genitori di Harry erano due maghi che morirono quando lui aveva appena un anno per mano di Lord Voldemort, il Signore del Male. Lo stesso Harry avrebbe dovuto perire, ma la maledizione che gli è stata gettata addosso è rimbalzata contro lo stesso Voldemort trasformando quest’ultimo in un’anima più morta che viva e trasferendo ad Harry enormi poteri.

La premessa è tutta qui. Harry è un predestinato e come tale dovrà andare alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, un istituto il cui motto iscritto nello stemma è draco dormiens numquam titillandus (“mai solleticare il drago che dorme”). Per arrivarci, gli alunni devono prendere l’Hogwarts Express dal binario 9 e ¾ della stazione di King’s Cross. Tra il binario 9 e il 10 c’è un pilone in mattoni; basta andarci addosso e – puf! – si è scaraventati in un mondo di castelli, unicorni, rigattieri che vendono bacchette magiche, basilischi, troll, palline dorate, gufi postini, Dissennatori che tolgono la felicità, pozioni ematiche, mantelli dell’invisibilità, cani a tre teste e elfi domestici che negli ultimi dieci anni ha conquistato centinaia di milioni di lettori in tutto il mondo, perpetuando una tradizione britannica che va da Peter Pan a Il signore degli anelli: quella dei libri “per bambini” che più o meno segretamente vengono letti e amati anche dagli adulti. Per non imbarazzare quelli di noi – maggiorenni – che sui treni o nelle sale d’attesa degli aeroporti provano a darsi un tono sfogliando distrattamente L’essere e il nulla o l’ultimo romanzone di Vikram Chandra, gli editori della Rowling hanno escogitato per ogni suo libro una doppia copertina: quella “ufficiale”, coloratissima e con il nostro eroe disegnato in un fumetto; e una “alternativa”, che faccia pensare almeno a un giallo alla John Grisham (rispettatissimo in business class). È inutile dire che le copertine originali sono molto più belle di quelle preparate per noi vecchi babbani (così a Hogwarts chiamano i non-maghi).

Harry Potter and the Half Blood Prince 1-2.jpg

Se posso dare un consiglio ai lettori che abbiano già lasciato da poco o da molto le gioie estenuanti e malinconiche dei loro undici anni, eccolo: non abbiate paura di tornare bambini, entrate nei libri della Rowling e fate la conoscenza di uno dei personaggi più affascinanti, misteriosi (e anche un po’ spaventosi) della letteratura degli ultimi anni. Io l’ho fatto, all’inizio con un ingiustificato senso si colpa, e via via con incredibile godimento.
Harry Potter, innanzi tutto, è molto più simpatico e complesso di Peter Pan. Credo che la ragione risieda nel fatto che, contrariamente alla creatura inventata da J.M. Barrie all’inizio del secolo scorso, Harry – che è nato il 31 luglio 1980 e ha undici anni quando facciamo la sua conoscenza – nel corso delle sue avventure invecchia: nel sesto (e penultimo) libro della serie, Harry Potter e il principe mezzosangue, ha diciassette anni. Harry è dunque l’anti-Peter Pan, “il ragazzo che non voleva crescere”. I Bimbi Sperduti dell’Isolachenoncè andranno avanti per sempre a sputarsi sui palmi prima di darsi la mano e Peter non capirà mai di amare Wendy, nonostante la gelosia di Campanellino. I rapporti che s’instaurano invece all’interno del gruppo formato da Harry e i suoi compagni di scuola preferiti – Hermione la “secchiona” e il lentigginoso Ron – sono invece dinamici e, a partire dal terzo libro, condizionati dall’incombere del tabù dei tabù della letteratura per l’infanzia: la sessualità. Tredicenne, infatti, Harry sente la sua prima “stretta allo stomaco” quando durante una partita di Quidditch (non sapete che cos’è il Qudditch? Babbani!) vede “una ragazza molto carina” di nome Cho. Si baceranno sotto il vischio la notte di Natale e per San Valentino andranno a divertirsi insieme al villaggio per soli maghi di Hogsmade. Ma la gelosia infondata della ragazza nei confronti di Hermione rovinerà tutto. Quando Harry scoprirà che Cho esce con un altro ragazzo, dirà che la cosa “non gli fa né caldo né freddo”. Nel sesto libro, Harry s’innamorerà della sorella di Ron e quest’ultimo, dopo una breve storia con una certa Lavanda Brown, scoprirà di non provare soltanto amicizia per Hermione.

Recentemente ha fatto scandalo il fatto che Daniel Radcliffe (il bravissimo Harry Potter cinematografico) reciti in un dramma dove sono previste sue scene di nudo integrale. Le mamme del Regno Unito si sono indignate; i critici hanno applaudito entusiasticamente; il teatro del West-End dove va in scena la rappresentazione trabocca di gente che vuole vedere il maghetto al naturale, prima di leggere – forse – della sua morte nel settimo e ultimo libro della serie, Harry Potter and the Deathly Hallows (un titolo che si potrebbe tradurre con Harry Potter e le reliquie della morte) e che uscirà in Inghilterra il prossimo 21 luglio.

Eros, dunque, ma anche Tanathos, e in quantità industriali. Per salvarsi dalla morte, Lord Voldemort (l’assassino dei genitori di Harry) è costretto ad uccidere l’unicorno per bere il suo sangue argentato. E non è un caso che la Pietra Filosofale (che produce l’elisir di lunga vita) venga distrutta dal professor Silente.
Una delle scene più impressionanti e meravigliose della saga è nel primo libro. A Hogwarts, Harry percorre nella notte dei bui corridoi e giunge in una stanza dove al centro è uno specchio con una cornice d’oro che si regge su due zampe di leone. La cornice porta un’iscrizione: “Erouc li amotlov li ottelfirnon” (provate a leggerla al contrario). Harry si vede riflesso nello specchio, ma non è solo: “una donna, ritta in piedi proprio dietro alla sua immagine, gli sorrideva e lo salutava con un gesto della mano. (…) Stava piangendo: sorrideva e piangeva al tempo stesso. L’uomo alto, magro e coi capelli scuri che le era accanto la cinse con un braccio. ‘Mamma’ mormorò Harry. ‘Papà’”. È un momento straziante, ma c’è qualcosa di peggio del vedere per la prima volta il volto dei propri genitori e non poterli toccare. Quando Harry viene sorpreso nella stanza segreta dal preside di Hogwarts, questi gli dice: “Capisci adesso che cos’è che noi tutti vediamo nello Specchio delle Brame? Allora te lo spiego. L’uomo più felice della terra riuscirebbe a usare lo Specchio delle Brame come un normale specchio, vale a dire che, guardandoci dentro, vedrebbe se stesso esattamente com’è”. Ecco che in un libro per bambini ci viene detto che la ricerca della felicità è ciò che ci fa svegliare al mattino ma che se la raggiungessimo resteremmo soli e, soprattutto, senza più niente da chiedere a noi stessi.

P.S.: Un paio di anni fa sono tornato a King’s Cross, e ovviamente sono andato alla ricerca del binario 9 e ¾. Con mia sorpresa ho scoperto che i binari 9 e 10 sono in un corpo separato rispetto alla stazione e che tra loro non ci sono semplicemente una banchina e qualche pilone in mattone, ma un paio di binari morti.

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07.07.07

I Rolling Stones a Roma

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[Questo mio articolo è uscito oggi su Il Giornale]


L’ultima volta dei Rolling Stones a Roma era stata il 6 aprile 1967. A quei tempi Ron Wood neanche c’era, e Brian Jones sfidava il pubblico coi suoi atteggiamenti da mod senza sapere che di lì a poco sarebbe finito in fondo a una piscina. I cronisti dell’epoca notarono Ursula Andress e Jane Fonda confusi tra gli spettatori. Ieri sera, tra i trentacinquemila dello Stadio Olimpico, qualche politico, un paio di stilisti e un buon numero di attricette lontane mille miglia dal fascino di Barbarella e della statuaria bellezza svizzera. Mentre esco dalla sala stampa e mi dirigo verso la tribuna vengo sfiorato dalla giacca di panno nero di Martin Scorsese; l'istinto del fan è quello di tirare fuori il telefonino e implorare una foto. Ma mi trattengo; e lo faccio anche quando vedo un omino grigio, secco secco, che più che camminare scivola sulla moquette della saletta retrostante alla tribuna. Lo accompagna una signora elegante e nessuno sembra riconoscerlo: eppure è lui, Charlie Watts, il batterista degli Stones. Mancano solo venti minuti all'inzio del concerto: Watts imbocca le scale che lo portano in strada, davanti ai cancelli dello stadio. Dal vetro della sala stampa lo seguo con lo sguardo; senza guardie del corpo, procede incontro al pubblico che sta ancora entrando. Nessuno lo riconosce.

Sono bolliti, gli Stones? D’altronde Mick Jagger e Keith Richards hanno sessantaquattro anni e Charlie Watts sessantasei. Dal punto di vista compositivo è una band che vive un declino che dura da tre decenni. Però dal vivo tengono ancora alto il buon nome della ditta. Certo non si può dire che si risparmino. Questo “A Bigger Bang Tour” va avanti da tre anni e rischia di diventare il più lungo della storia del rock.

Ma non c’è più tempo per i dubbi e le considerazioni di ordine anagrafico. I fuochi d’artificio esplodono, gli schermi rimandano immagini computerizzate del Big-Bang e i quattro entrano in scena, accompagnati dall’ormai fido bassista Darryl Jones, dal sassofonista Bobby Keys e dal tastierista Chuck Leavell. L’inizio, di prammatica, è affidato a Start Me Up e a You Got Me Rocking e l’Olimpico esplode al primo riff di Keith, il cui look ingigantito dal maxi-schermo a dimensioni gulliveresche che sovrasta la band è sempre più da Pirata dei Caraibi. Ora che è acceso come un flipper, il palco fa mostra di sé in tutta la sua impressionante mole: se ci piazzaste dietro un palazzo di otto piani, scomparirebbe. È largo sessanta metri e ai suoi lati si ergono due enormi strutture in vetro e acciaio che sembrano le ali di un mostro meccanico. E' uno spettacolo che spazza via ogni ironia a proposito dei “nonni del rock”: quello che combinerà sul palco il diabolico Mick nelle successive due ore è roba che un suo coetaneo allenato da un costante jogging mattutino non riuscirebbe a fare in tre mesi. La grandeur scenografica, le luci, i fumi, i fuochi d’artificio, non riescono a schiacciare, ma anzi esaltano la presenza scenica di uno dei più grandi performer della storia.
La prima parte del concerto scivola via tra brani tratti dall’ultimo album (Rough justice), improvvisi tuffi negli anni Sessanta (Ruby Tuesday), cover di James Brown (I'll Go Crazy), rispescaggi dal repertorio minore (She's So Cold, da Tattoo You del 1978), e ben quattro canzoni tratte dall'indimenticabile Exile On Main Street, il doppio album del 1972: Rocks Off, Can't You Hear Me Knocking, Tumbling Dice e Happy. Su You Got The Silver (tratta da Let It Bleed del 1969) possiamo ascoltare ancora una volta la voce sghemba ma irresistibile di un Keith in grande forma, quando non è intento ad arrampicarsi su per gli alberi di cocco – ed eventualmente precipitare rischiando di spezzarsi l’osso del collo.

Mentre controllo sullo schermo se davvero il beat impeccabile provenga da quel vecchietto che ho inontrato pochi minuti prima, una parte del palco si stacca e inizia a scivolare lentamente lungo la passerella che taglia perpendicolarmente in due il prato, creando una sorta di “isola” in mezzo alla folla: lì sopra la band snocciola Miss You, It's Only Rock 'n' Roll, Satisfaction (con lo stadio in coro) e Honky Tonk Women. Ed è proprio su It’s only rock ‘n’ roll che mi torna in mente un’intervista rilasciata da Jagger: “La parola nostalgia, che deriva dal greco, ha come significato implicito uno sguardo malinconico verso il passato. Il passato è un gran bel posto e non voglio certo buttarlo via, ma non ne voglio essere prigioniero”. Ecco, a guardarlo adesso, in mezzo a decine di migliaia di fan adoranti, mentre canta “è solo rock ‘n’ roll e mi piace”, mi convinco che quel verso (che forse è il suo segreto) è maledettamente vero. Qui non si tratta di soldi o di rinverdire un mito, ma di continuare a divertirsi; e ho il sospetto che questi quattro vecchietti lo faranno ancora a lungo.

È giunto il momento dell’apoteosi finale, affidata a canzoni-simbolo come Symphaty For The Devil (con Mick che sale in cima al palco), Paint It Black e Jumpin' Jack Flash. Il bis è Brown Sugar. Gli Stones salutano e se ne vanno. Li attendono il Montenegro, la Serbia, la Romania, l’Ungheria, San Pietroburgo… È solo rock ‘n’ roll ma continua a piacerci.

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26.06.07

Giancarlo Liviano, "Andai, dentro la notte illuminata"

LIVIANO 2.jpg [Questo mio articolo sul romanzo di Giancarlo Liviano, "Andai, dentro la notte illuminata", viene pubblicato oggi su Il Giornale]


Senza troppo entusiasmo, ricevo e inizio a leggere il romanzo di Giancarlo Liviano, Andai, dentro la notte illuminata. Il mio scetticismo deriva dalla statistica. Dei tanti romanzi di scrittori italiani under 30 che negli ultimi anni m’è toccato sciropparmi, solo il 10 percento ha superato la soglia della leggibilità. E per sperare in qualcosa di più della sufficienza, più che la statistica bisogna invocare la fortuna.
Leggo le prime tre pagine, vengo sommerso da un diluvio di aggettivi e mi prende una strana allegria. Ecco uno che finalmente rende giustizia a questa categoria così bistrattata, la categoria degli aggettivi, e li usa molto, e molto bene. Prima ancora di rendermi conto di quale storia Liviano mi voglia raccontare, ciò che mi colpisce è il tono della sua voce: una prosa sovreccitata, come un assolo di Charlie Parker. La sovreccitazione è una forma di epica.

Appena riesco a sistemarmi comodamente dentro il libro per godermi lo spettacolo, mi accorgo di trovarmi in un luogo inaudito. Abituato ai soliti clichè della narrativa italiana, mi aspettavo la borgata di una nostra metropoli o uno di quei tinelli in cui due delle centomila varianti letterarie di Kim Rossi Stuart e Giovanna Mezzogiorno vedono sgretolarsi il loro rapporto a colpi di incomunicabilità post-antonioniana. E invece eccomi qui, a San Francisco, mentre mi sporgo nel vuoto dal Golden Gate. La trama è piuttosto semplice e sommamente improbabile: sei persone hanno firmato un contratto con un network televisivo americano per un reality show durante il quale il pubblico voterà chi salvare e chi condannare alla più definitiva delle eliminazioni; gli sconfitti, infatti, dovranno buttarsi in mare dal ponte e in mondovisione si potrà assistere alla loro morte.
I concorrenti sono un condannato a morte, un porno-attore, una coppia di idioti in cerca di celebrità, un malato terminale di Aids e un ragazzo pugliese, Alex, le cui motivazioni suicide sono incomprensibili. È lui a raccontarci tutta la storia. Una storia che ha trascinato la mia curiosità dall’inizio alla fine, solo per sapere chi dei concorrenti si sarebbe salvato e chi invece avrebbe dovuto spiccare il salto. Ma il plot è l’ultimo dei godimenti di questo libro. Il vero godimento è l’arsenale di fuochi d’artificio che Liviano fa esplodere letteralmente ad ogni pagina.

PARIS HILTON.jpg Una delle protagoniste del romanzo è Paris Hilton. Nessuna donna, nei secoli dei secoli, ha incarnato meglio di Paris “lo spirito dei suoi tempi”. La sua icona – che poggia su basi fragilissime – è più potente di quella di Mata Hari, della Garbo, di Marylin e di Brigitte Bardot. Tutti i maschi del pianeta sbavano per lei più o meno segretamente e più o meno pubblicamente fingono di detestarla. Il motivo è che Paris Hilton fa paura. Fa paura la sua bellezza in bilico tra una bruttezza ripugnante e uno sconvolgente erotismo. E fa paura soprattutto il sospetto che Paris abbia ragione. Il moralismo stomachevole di certi articolisti di fronte allo spettacolo di Paris che entra in galera, nasconde il terrore di ammettere a se stessi che Paris stia vivendo al meglio la propria vita. Mi domando e vi domando: cosa dovrebbe fare la fighissima rampolla ventenne di una delle famiglie più ricche del pianeta, se non divertirsi sfrenatamente accettando con filosofia la propria sfolgorante inutilità? Paris non va in Darfur a farsi fotografare con un bimbo denutrito; non gira un film indipendente in cui si fa imbruttire da tre ore di trucco per farsi dare una pacca sulle spalle dai radicals dell’Academy; non scrive canzoni sulla condizione della donna nel XXI secolo; non fa nessuna di tutte quelle cose che potrebbero farcela amare con più tranquillità, con la coscienza a posto. Esce dai taxi senza mutandine, si dilunga in effusioni finto lesbiche con Britney Spears in favore di telecamera, gira clip musicali addirittura più volgari dell’immortale video amatoriale di una sua notte di sesso.
Liviano, tutto questo lo sa, e ci regala un ritratto indimenticabile di Paris, direi il suo ritratto definitivo. “E’ così magra e lunga”, scrive, “che sembra un chiodo da bara, e la sua silhouette è un parossismo d’armonia. Nel tempo libero corre in veloci auto sportive. Ha causato incidenti in stato di ubriachezza e se l’è cavata dispensando bacini volatili ai poliziotti”.

Nonostante i pubblici atti di modestia e le pretese di normalità, lo scrittore – se è tale – la normalità la odia e pecca costantemente di superbia. Il suo compito è di provare ad essere eccezionale. Ionesco osservava che la caratteristica della biografia degli uomini famosi è che hanno voluto essere famosi. Per gli scrittori c’è un surplus di ambizione: non cercano la fama ma la gloria. Ogni romanzo creato con vera passione aspira in maniera del tutto naturale al valore estetico duraturo. Scrivere senza tale ambizione è puro cinismo. È questa la maledizione del romanziere: la sua onestà è legata al palo infame della sua megalomania.
Ora, uno scrittore che fa ballare in suo libro Celine Dion – e cioè la più melensa cantante dai tempi di Judy Garland – con Saddam Hussein – e cioè il più peloso dittatore sanguinario dai tempi di Castro quando aveva ancora folta la barba – e tutto questo in diretta televisiva durante un reality show, è sicuramente un pazzo e basta se non è un bravo scrittore; ma se invece è bravo, denota soltanto la sua megalomania che, come ho appena detto, è una forma di onestà intellettuale per ogni artista che si rispetti.
Liviano è megalomane e perciò è onesto. Con questo suo Andai dentro la notte illuminata ha preteso di contravvenire ad una delle regole imposte dall’editoria e dalla critica più ammuffite, e cioè che non bisogna mai ambientare una storia in un paese straniero, e men che mai in America, perché all’America ci pensano – e bene – già gli americani. Se posso fare un complimento a Liviano, è questo: il suo libro sull’America sembra scritto da un americano. Il compito è riuscito.
Liviano scriverà altri libri, e alcuni saranno più belli di questo; se la contingenza e la sorte lo aiuteranno, forse sarà in grado di scrivere un capolavoro. Perciò leggetevi questo suo esordio, segnatevi il suo nome e aspettatelo al varco. Ne varrà la pena.

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21.06.07

Alessandro Zaccuri, Il signor figlio

alessandro zaccuri il signor figlio.jpg [Questo è il testo del mio intervento durante la presentazione del romanzo di Alessandro Zaccuri, "Il signor figlio", svoltasi ieri al Mel Bookstore di Roma.]


Non ho ancora accettato del tutto l’idea che Elvis sia morto e tendo a dar credito alle notizie che lo vogliono rapito dai marziani o finalmente felice del proprio anonimato a svolgere il lavoro di parcheggiatore in uno scalo merci di Sacramento.
Uno dei libri di Philip Roth che più amo è Lo scrittore fantasma, dove il giovane romanziere Nathan Zuckerman fa visita al suo maestro Lonoff e scopre che la misteriosa ragazza con cui abita e che dice di chiamarsi Amy Bellette altri non è che Anna Frank, sopravvissuta all’Olocausto e rifugiatasi in America.

Quanto a Giacomo Leopardi, sappiamo che nel 1837 era a Napoli, assieme al suo amico Antonio Ranieri, e che forse dettò gli ultimi versi de Il tramonto della luna poco prima che il 14 giugno lo cogliesse un attacco d’asma fatale:

Ma la vita mortal, poi che la bella
giovinezza sparì, non si colora
d’altra luce giammai, né d’altra aurora.
Vedova è insino al fine; ad alla notte
che l’altre etadi oscura,
segno poser gli Dei la sepoltura.

A Napoli imperversava il colera. Pare che il Ranieri, per impedire che il corpo del poeta fosse sepolto nella fossa comune – così come dettava la norma igienica – sottrasse il cadavere e lo fece seppellire nella chiesa di S. Vitale, presso Fuorigrotta. Oggi i suoi resti riposano in un’urna accanto a quelli di Virgilio.
Alessandro Zaccuri, nel suo Il signor figlio (Mondadori 2007, p. 335, Euro 17), racconta un epilogo diverso, e per mia somma gioia, perché oggi posso includere il nome di Leopardi nell’elenco in cui sono iscritti quelli di Ettore Majorana e Federico Caffè, che se fossero vivi, avrebbero rispettivamente 101 e 93 anni. Continuo a sperare che ciò sia possibile.
Secondo Zaccuri, Leopardi, con l’aiuto del Ranieri, si rifà una vita, come si suol dire. Tutti lo credono cadavere e invece lui s’imbarca per Marsiglia e da lì arriva a Londra, dove prende alloggio in una lurida soffitta e inizia ad escogitare la sua vendetta nei confronti del padre.
Il conte Monaldo Leopardi era un letterato dilettante e un pessimo amministratore dei beni di famiglia. A Recanati i pantaloni li portava la moglie Adelaide. I due avevano comunque in comune l’assoluta fedeltà al regime papale e un’incrollabile fede che sconfinava nel bigottismo. Giacomo, adolescente, era invece ateo e il suo sistema di idee nettamente meccanicistico: all’uomo è impossibile conoscere la verità e la realtà è pura natura, senza luce di idealità o di provvidenzialità, in eterno e meccanico moto. Del Papa, poi, era meglio non parlargli.
Quelli di Monaldo e Giacomo, ben presto, diventarono due mondi a parte. Nel vero senso della parola. Leopardi padre, infatti, era un accanito avversario del sistema copernicano, allora ancora condannato dalla Chiesa, anche se liberamente insegnato nelle scuole del Regno d’Italia, dove Napoleone aveva eliminato l’Inquisizione. È anche per questa follia geocentrica che Monaldo non iscrisse i figli alla scuola pubblica. Ma Giacomo, come sappiamo, era uno che compiva studi "matti e disperatissimi" e già a 14 anni, nel suo Dialogo filosofico, scriveva che

l’immortale Nicola Copernico dopo mille osservazioni e ricerche dà finalmente alla luce un sistema astronomico il quale può dirsi l’unico che atto sia a spiegare adeguatamente i fenomeni celesti.

Per tutte queste ragioni – tra mille altre – s’imponeva dunque per Giacomo Leopardi la fuga dall’orrida solitudine di Recanati e da un padre che non lo capiva. Quando nel 1832 Monaldo pubblicò un libello reazionario, Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831, non senza malignità lo scritto venne attribuito al figlio, che pubblicò un’energica e sprezzante smentita.
Secondo la vera biografia, Giacomo tenta di scappare già a 21 anni; due anni dopo va a Roma, ma ritorna a casa presto. Riparte per Milano, poi va a Bologna, a Firenze, a Pisa. Nel 1828, senza un soldo, è di nuovo a Recanati. Nel 1833 si trasferisce definitivamente a Napoli, dove muore a 39 anni.
Aveva scritto che "la morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali… Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza". Nel romanzo di Zaccuri, Leopardi ha ciò che vuole: segnatamente 67 anni, nel momento in cui leggiamo l’ultima pagina. Ne ha 4 di meno del padre quando morì nel 1847. Non sappiamo se Giacomo muore, in quell’ultima pagina. Forse sì. Forse continuerà ad invecchiare, cambierà di nuovo nome (a Londra si fa chiamare Conte Rossi), e sperimenterà la strana sensazione di un figlio-per-sempre che diventa più vecchio del proprio padre, anche se è condannato a rimanere per sempre "il signor figlio".
In questo libro, tra Monaldo e Giacomo non c’è partita: vince Monaldo dieci a zero. In realtà, Giacomo finge di morire, scappa e se ne rimane rintanato per 30 anni in una soffitta londinese solo per far dispetto al padre. Per farlo soffrire ancora di più, gli gioca un tiro dei suoi: inizia a scrivergli delle sconclusionate lettere in un finto italiano stiracchiato firmandole William Bishop, giovane irlandese che attende alla stesura di un librone intitolato The New Plutarchus, Being a comparizon between the Ancient Empire of Pharaos and the Modern Dominion of her Majesty the Queen of England.
Vale ricordare che a quattordici anni, Leopardi aveva scritto una tragedia chiamata Pompeo in Egitto e che nel 1822 s’era fatto beffe di critici e lettori espertissimi traducendo il Martirio de’ Santi Padri e facendolo passare per un volgarizzamento trecentesco. Il vero signor figlio, insomma, era sempre stato attratto dalla terra dei faraoni e dal falso letterario.
E dunque il sedicente William Bishop sa che il gioco che instaura con Monaldo è rischioso, perché l’ottuso genitore conosce le inclinazioni del figlio e non ha l’anello al naso. Eppure è tale l’odio per il padre, che Giacomo Leopardi, uno dei più grandi ingegni del suo tempo, passa sette anni a "rifinire scempiaggini su geroglifici e piramidi, per paragonare il faro d’Alessandria alla Torre di Londra, per tracciare analogie tra la mirra e le birra". "Dovevo ingannarlo", dice a un certo punto. E noi lettori ci chiediamo perché.
La soluzione dell’enigma, Zaccuri la nasconde in una vicenda parallela e speculare a quella di Giacomo e Monaldo. Per sbarcare il lunario, infatti, a Londra il conte Rossi impartisce lezioni di italiano a John Lockwood Kipling, il padre di Rudyard Kipling.
Rudyard Kipling nacque nel 1865 a Bombay, dove il padre si era appena trasferito con la moglie Alice. Poi, a sei anni, viene mandato a studiare in Inghilterra. A un certo punto del libro di Zaccuri, l’autore di Kim e del Libro della giungla ragiona così:

Mio padre ha creduto di salvarmi condannandomi all’esilio, a diventare uomo da solo, senza pensare che avrei potuto rimanere bambino ancora un po’. Undici anni lontano da casa, tra le nebbie della nostra bella Inghilterra. E in undici anni, l’ho visto una sola volta il Pater beneamato. Ma anch’io, in definitiva, ho obbligato il mio John ad andarsene, a vestire la divisa, a servire l’Impero. Ah, i racconti che gli scrivevo quand’era bambino. Tutti dedizione, dignità e coraggio.

È questa la tragedia di Kipling. L’uomo che scrisse If, una vera e propria camicia di forza per il povero suo figlio John:

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: "Tieni duro!";
se riuscirai a riempire l'attimo inesorabile
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,
e - quel che è più - tu sarai un Uomo, ragazzo mio!

Quanto devono essere costati questi versi a Kipling – al conservatore e guerrafondaio Kipling, che allo scoppio della prima guerra mondiale svolge con un entusiasmo quasi fanatico i suoi compiti di corrispondente dal fronte – quanto deve averli maledetti quando il 2 ottobre del 1915 lo raggiungerà la notizia che suo figlio è morto combattendo in Francia!
Ecco, è qui il fulcro del romanzo di Zaccuri. Giacomo Leopardi va incontro a un destino tragico (o perlomeno patetico) per aver tentato di contrastare la soffocante ombra paterna. John Kipling muore per aver riposto cieca fiducia negli insegnamenti di papà Rudyard.
Entrambi i figli, giunto il momento fatale, sui due crinali opposti del Golgota, quelli del conflitto e della sottomissione, gridano come il Figlio sulla croce: "Padre, perché mi hai abbandonato?".
Il motivo dell’imprecazione è chiaro nel caso di John. Più oscuro in quello di Giacomo. È lui, dopotutto, ad essere fuggito lontano da suo padre. Ma quando questo muore, la sorella di Giacomo spedisce una lettera che Monaldo Leopardi ha scritto al sedicente John Bishop: Il contenuto di quell’ultimo messaggio è: "Farewell, my son. God bless you". Addio, figlio mio, Dio ti benedica.
Giacomo scopre così che suo padre aveva capito tutto; sapeva che era vivo, in Inghilterra, aveva subito smascherato le lettere di quel giovane irlandese.
Perché, dunque, glielo diceva solo adesso che era morto?
Nel grido disperato di Giacomo - Padre, perché mi hai abbandonato? – intravediamo il vero disegno di Giacomo: ha voluto fuggire, prendersi gioco del padre, nell’intima speranza che questi tornasse a riprenderselo, magari dicendo: TI HO CAPITO, HAI RAGIONE TU.
Al di là delle contingenze storiche, il romanzo di Zaccuri è un libro sul disperato bisogno dei figli di sentirsi dire queste semplici, complicatissime, parole: TI HO CAPITO, HAI RAGIONE TU.

Posted by Leonardo Colombati at 10:19 | Comments (0)

01.06.07

La leggenda dei Velvet Underground

[Quarant'anni fa veniva pubblicato "The Velvet Underground & Nico", l'album d'esordio della band di Lou Reed. "Vanity Fair" mi ha chiesto di scriverne. L'articolo è stato pubblicato il 17 maggio 2007. lc]

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Fiori nei cannoni e frustini negli stivali
Giugno 1967. Inizia a San Francisco quella che passerà alla storia come l’Estate dell’Amore, mesi caldissimi e felici di Controcultura e Living Theater, mandala e acidi lisergici, trascorsi a mandar giù a memoria il Libro Tibetano dei Morti e a sognare su un tappeto di note lente e scivolose, di suoni modali e di melodie rallentate. I fricchettoni della baia si radunano in massa ai concerti dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane; poi tornano a casa e lasciano sfrigolare sotto la puntina dei loro giradischi un album in cui il più famoso gruppo musicale di sempre è riuscito a rinchiudere tutti i profumi di quella stagione mitizzata: vaudeville e sitar indiani, Alice nel Paese delle Meraviglie e l’Esercito della Salvezza, cornflakes della Kellogg’s e spettacoli circensi, e poi cieli di marmellata, ragazze con occhi caleidoscopici, fiori di cellofan, taxi di giornale e facchini di plastilina con cravatte di specchio…

Sono trascorsi quarant’anni, e ancora celebriamo SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND dei Beatles come l’opera rock definitiva, dimenticandoci che mentre ad Haight Ashbury e a Carnaby Street la Gioventù Bellissima ascoltava Dark star e A day in the life avvolta in screziati courdoroys, sulla costa orientale degli Stati Uniti, più precisamente a New York, stava già circolando da qualche tempo una nuova idea: fare musica che non fosse più intrattenimento ma arte pura. Un’idea che s’incarnò in un 33 giri con la copertina bianca su cui spiccava una banana gialla e una firma, quella di Andy Warhol. Stiamo parlando di THE VELVET UNDERGOUND & NICO, la vera Shangri-La per una nutrita schiera di coloro che credono che Ray Charles sia degno di Sibelius e che Johnny B. Goode valga tutto Il flauto magico.

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I sotterranei di New York
L’humus di questa rivoluzione sotterranea era l’anarchia che dilagava nel mondo intellettuale della Grande Mela: si reagiva alla società tecnologica con l’irrazionalismo, alla dogmatica american way of life con il sarcasmo, alle accademie con l’aggressione verbale. Una razza bohemien allo sbaraglio aveva già eletto i suoi guru: c’era la frangia militante del movimento, rappresentata dai due mestatori pubblici Jerry Rubin e Abbie Hoffmann; ma si dava credito anche ad alcuni “grandi vecchi”, come Allen Ginsberg e Andy Warhol. Quest’ultimo – grande intercettatore di tendenze – capisce che quel crogiuolo indistinto di donne e uomini post-beat ha bisogno di una musica che riesca nello stesso tempo a rappresentare e a stimolare l’umore alienato del sottosuolo newyorkese; un fenomeno che non deve essere né discografico né giovanile, ma frutto della cultura alternativa, e come tale fuori dal business, dal costume e dall’estetica imperante. Al Café Wha?, nel cuore del Village, Warhol trova quello che sta cercando: sul palco quattro ragazzi magri e perversi, rivestiti di cuoio nero, stanno per essere cacciati dal proprietario del locale. Hanno appena iniziato a suonare una canzone intitolata Heroin. Uno spilungone coi capelli a paggetto inizia a far vibrare una viola elettrica, mentre una ragazza-moscerino percuote due tamburi a mani nude e il cantante s’avvicina al microfono:

Non so nemmeno dove sto andando,
ma proverò a raggiungere il Cielo, se ci riesco,
perché mi fa sentire come un uomo
quando mi metto una ago nella vena.

Al proprietario del locale quei quattro iniziano ad andare di traverso. C’è un parlottare sotto il palco, volano minacce: “Un’altra così e avete chiuso”. Il cantante sorride angelico. La viola elettrica riprende il suo lamento. Ecco un’altra strana canzoncina, Venus in furs: questa volta si parla di fruste e di stivali di cuoio. Il gruppo viene cacciato a pedate. Ma Warhol è estasiato e invita i quattro nella sua Factory. È l’inizio della storia unica dei Velvet Underground: Lou Reed, il cantante, chitarra solista e leader; John Cale, l’intellettuale gallese, il bassista che suona la viola elettrica; Sterling Morrison, alla chitarra ritmica; e Maureen Tucker, la minuta percussionista.

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Exploding Plastic Inevitabile
Su uno schermo enorme una signora, che alla fine risulta essere un uomo, sta mangiando una banana matura. Ha una cuffia bianca in testa. Su un secondo schermo un uomo sorridente sta sgranocchiando delle noccioline e sputa i gusci. Su un altro schermo ancora, posto in mezzo agli altri due, qualcuno è stato legato a una sedia e gli stanno infilando sigarette nel naso, gli avvolgono cinture intorno al collo e gli premono una maschera di cuoio sulla faccia. I tre film si chiamano Harlot, Eat e Vynil e il loro artefice è Andy Warhol, che siede quieto in balconata e muove un proiettore ad illuminare il poeta Gerard Malanga che sta danzando con una ragazza: ora impugna una frusta e percuote le assi del palcoscenico, poi si ricopre di vernice gialla, afferra due faretti e tenendoseli sui fianchi affonda sciabolate di luce nella platea. Sul soffitto e i muri di specchio del Balloon Farm lampeggiano miriadi di lampadine; cascate di scintille multicolori si riversano sulla platea e le luci stroboscopiche rallentano sinistramente i movimenti degli spettatori, mentre le sagome dei Velvet Underground, nere contro lo schermo, violentano gli strumenti producendo un unico brano di un’ora. Andy osserva tutto dall’alto e dichiara ai giornalisti accorsi per l’evento che è finito il periodo dei fiori fosforescenti e delle confezioni di minestra criptiche. Ora è tutto rock ‘n’ roll. “È sgradevole”, dice. “Molto sgradevole questo complesso di cose. Ma è stupendo. Guardalo nel suo insieme – i Velvet che suonano e Gerard che balla e i film, e la luce, ed è magnifico. Molto plastico. Molto bello”.
Lo spettacolo si chiama Exploding Plastic Inevitabile e una delle star è una chanteuse di nome Nico: fisico asciutto da valchiria, capelli biondissimi, viso dai lineamenti perfetti, e una voce cavernosa che tradisce l’accento teutonico. Canta un brano che Lou Reed ha scritto appositamente per lei:

Io sarò il tuo specchio,
rifletterò quel che sei
nel caso tu non lo sappia.

Il suo vero nome è Christa Paffgen e nessuno sa precisamente da dove venga (Colonia o Budapest?) né quando sia nata. Dicono che il padre sia morto in un campo di concentramento e che lei sia cresciuta nella zona americana della Berlino post-bellica. Alcuni se la ricordano per una particina nella Dolce vita di Fellini. Di sicuro ha avuto un figlio da Alain Delon e ha già fatto girare la testa a diverse leggende, tra cui Jim Morrison, Bob Dylan (che le dedica – pare – la sua Visions of Johanna) e un giovanissimo Jackson Browne. I due leader dei Velvet, Lou Reed e John Cale, litigheranno per lei e il gruppo si sfalderà come neve al sole forse proprio in virtù della sua accecante bellezza. Per adesso, comunque, Nico è l’elemento scenico che mancava ai quattro ragazzacci che si sono messi in testa di fare gli “artisti” e non semplicemente i rockers. Già per merito di Bob Dylan, dieci anni dopo gli ancheggiamenti di Elvis all’Ed Sullivan Show, il rock riesce a smuovere le menti oltre ai fianchi. I Velvet si spingono oltre: il risultato è una miscela irripetibile in cui si coniugano testi raffinati e argomenti truci, musica colta e quel sound rozzo che influenzerà il punk dopo un decennio e il grunge negli anni Novanta. Quando ascoltiamo i versi sado-maso di Venus in furs, la musica è sado-maso. La cronaca di un “viaggio” disperato in Heroin ha nella schizofrenica viola elettrica di sottofondo e nel battito convulso dei tamburi un riverbero perfetto. La musica dice esattamente quello che spiegano le parole:

Ho preso la grande decisione:
cercherò di annullare la mia vita,
perché quando il sangue comincia a scorrere,
quando schizza su per la siringa,
quando sono a un battito di ciglia dalla morte,
non ci si può fare proprio niente, ragazzi…

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New York Stories
THE VELVET UNDERGROUND & NICO viene registrato nel 1966, ma esce un anno dopo. È una coincidenza, ma è anche un segno del destino: al fantastico mondo colorato di SGT. PEPPER fa da contraltare la cruda New York in bianco e nero dove Lou Reed aspetta il suo spacciatore con “26 dollari in mano, / al 125 di Lexington”, “sporco e malato, / più morto che vivo” (I’m Waitin’ For The Man), mentre in All Tomorrow’s Parties Nico canta:

Quale vestito indosserà la povera ragazza in tutte le feste di domani?
Perché la Figlia del Giovedì è la Buffona della Domenica,
per cui nessuno si metterà in lutto. Un sudario annerito,
una gonna di seconda mano di stracci e sete, un costume adatto
a chi si siede e piange per tutte le feste di domani.

Il fallimento commerciale è completo. Nel 1970 i Velvet si sciolgono, dopo avere inciso quattro album, nessuno dei quali è riuscito a raggiungere la Top 100. L’insuccesso dell’epoca e l’incredibile influenza che il gruppo avrà su tutta la musica dei successivi quarant’anni sono entrambi giustificabili: troppo avanti rispetto ai loro tempi per poter sfondare, oggetto di culto per pochi adepti, i Velvet hanno fatto crescere il rock a livello qualitativo come nessuno mai prima o dopo. Secondo Brian Eno, “difficilmente qualcuno comprava i dischi dei Velvet quando uscivano, ma quei pochi che l’hanno fatto hanno tutti cercato di formare una band per suonare qualcosa di simile”. Tra quei pochi ci sono stati David Bowie, Patti Smith, gli Stooges, i Roxy Music, le New York Dolls, i Ramones, i Television, i Talking Heads, i Joy Division, i R.E.M., i Dream Syndicate, i Pretenders, i Waterboys, Henry Rollins, i Pixies, i Sonic Youth, i Nirvana e gli Strokes, in una catena ininterrotta che arriva fino ai giorni nostri.
I Velvet Underground sono stati il primo gruppo rock d’avanguardia, e il più grande di sempre. Erano all’avanguardia nel senso letterale del termine: si addentravano in lande fino ad allora inesplorate. Le loro canzoni non soltanto suonavano diverse da qualsiasi cosa si fosse sentita in precedenza, ma esprimevano anche sentimenti e atteggiamenti, narravano esperienze inedite nella musica rock. Portarono la loro sperimentazione fino al limite estremo oltre il quale si perdono coscienza e controllo, combinando poesia e cattivo gusto, primitivismo e raffinatezza, delicatezza e violenza – e così facendo gettarono di fatto le fondamenta di una nuova età del rock. Avrebbero influenzato come nessuno le generazioni seguenti, ma non la propria: non era certo quello il periodo in cui poteva essere ascoltato un gruppo che cantava di eroina, di travestiti, di omosessuali e di sadomasochismo. Erano cinici in un’epoca in cui l’ingenuità e l’innocenza erano ritenute virtù, individualisti quando l’ideale supremo era la comunità, realisti quando gli hippies pensavano che la realtà fosse un sipario e che se ci si fosse seduti tutti quanti per terra tenendosi per mano si sarebbe potuto spostare il pianeta.
Mentre i Beatles intonavano in mondovisione All You Need Is Love, i Velvet ammonivano sinistramente: “Attento, il mondo è alle tue spalle”.

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Posted by Leonardo Colombati at 09:58 | Comments (0)

05.02.07

Cuba: Colombati vs Red Ronnie

Cuba

[Il 18 gennaio il quotidiano Il Giornale pubblicava in prima pagina un mio articolo dal titolo "Cuba senza libre", in cui, tra le altre cose, ricordavo come nell'isola caraibica la musica dei Beatles fosse proibita fino al 1978. Cinque giorni dopo, Red Ronnie ha replicato dalle colonne di quello stesso giornale, confutando alcune mie asserzioni. Io ho a mia volta controreplicato e poi la discussione si prolungata sul sito di Red Ronnie. Riporto qui tutti gli articoli - miei e di Red Ronnie - più una conclusione (mia) inedita. lc]


CUBA SENZA LIBRE
di Leonardo Colombati
(Il Giornale, 18 gennaio 2007)

Ogni volta che ascolto una canzone dei Beatles penso a Cuba da quando vidi un documentario in cui un esule raccontava che fino al 1978 i loro dischi non potevano arrivare sull’isola e alla radio era proibito passarli. Tra le tante limitazioni della libertà personale, la più assurda e persino la più odiosa mi sembrava il fatto che, ad esempio, nel 1968, a un ragazzo di Cienfuegos fosse impedito di toccare il cielo con un dito sulle note di Hey Jude. Ecco perché quando un anno fa lessi che duecento “intellettuali” avevano firmato una lettera-petizione a favore di Castro, il nome che mi fece più impressione fu quello di Claudio Abbado. Com’è possibile – pensai – che un musicista mostri di apprezzare una dittatura in cui la musica è proibita?

In quel documento del marzo 2005, Abbado e gli altri centonovantanove firmatari (tra cui José Saramago e Nadine Gordimer, ma anche Gianni Minà e Red Ronnie), affermavano che a Cuba «non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria» e che la rivoluzione ha consentito il «raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente». Era probabilmente sfuggito a lorsignori che soltanto due anni prima, l’11 aprile del 2003, Castro aveva fatto fucilare Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac, tre uomini rei di essersi impadroniti di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida; o che, quello stesso anno, Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino, era stato condannato a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo paese e per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’ONU di Ginevra.
Ai molti cuori in cui Castro, ormai morente, continua a far breccia, si dovrebbe forse offrire la suggestione della voce del comandante che dalla Fortalea de la Cabana ordina al plotone d’esecuzione: «Preparen armas! Apunten. Fuego!», mentre il dissidente di turno grida: «Cuba libre!» o «Viva Cristo Rey!». Ma non sarebbe inutile ricordare a Saramago il fatto che a Cuba sono banditi i libri, tra gli altri, di Guillermo Cabrera Infante, Reinaldo Arenas, Raúl Rivero, Albert Camus, Octavio Paz e perfino di John Milton; o al maestro Abbado – e magari anche a Red Ronnie e a Manu Chao – l’ostracismo nei confronti dei Beatles e dei Rolling Stones negli anni Sessanta, secondo l’assunto che canticchiare I can’t get no satisfaction poteva tradire qualcosa di diverso dalla semplice frustrazione sessuale.

Se con un cannocchiale riuscissimo a scorgere gli effetti del vento che erode il Tempo cristallizzato delle ere geologiche e potessimo sincronizzare il moto delle lancette dei nostri cronometri con quell’infinita lentezza, l’isola di Cuba ci apparirebbe come una scimitarra di smeraldo gettata in mare dal Gigante della Storia: impercettibilmente affonda nelle acque smaltate dei Carabi, mentre una voce racconta di quando il 24 ottobre 1492 Colombo avvistò l’isola durante il suo primo viaggio d’esplorazione e ne rivendicò subito il dominio a nome della Spagna, dando l’inizio alla schiavizzazione di centomila indigeni. È il primo canto di un epos tragico che si snoda fino a quando Fulgencio Batista svendette tutte le miniere di nichel, l’80% dei servizi pubblici e il 50% delle ferrovie agli americani, trasformando Cuba nel paradiso del gioco d’azzardo e della prostituzione; e poi ancora oltre, almeno fino al 1° gennaio del 1959, quando Fidel Castro e i suoi barbudos entrarono trionfalmente a l’Avana e poi chiusero per sempre la bocca all’improvvido aedo proclamando: «All’interno della Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione niente». Tutt’al più, se aprissimo bene le orecchie, riusciremmo ad ascoltare una voce flebile che scandisce i versi di Guantanamera: «Il canto sarà la mia morte, forse la felicità, ed io con rassegnazione aspetto qualsiasi destino».
Guantanamera, la più famosa canzone cubana ha una storia complessa. È ad esempio incerta la sua paternità. La melodia sarebbe già esistita nel XIX secolo. José Pardo Llada, nel suo Diccionario de Nostalgias Cubanas afferma che «nacque dall’ispirazione di qualche trovatore popolare, probabilmente della provincia orientale, che cantò in onore di una guajira di Guantanamo». Nel 1932 Joseìto Fernàndez la riprese per il suo notiziario cantato. Scrive Helio Orovio nel suo Dizionario della Musica cubana: «A Joseìto venne in mente di chiudere i programmi della sua orchestra con una melodia di questo tipo invece della tradizionale rumba». Nel 1958, Juliàn Orbòn l’adattò ai Versos sencillos di José Martì (pubblicati nel 1895) e se la vide rubare dal suo alunno Héctor Angulo, che la registrò negli Stati Uniti alla Editorial Fall River Music. Nel 1963 se ne appropriò l’americano Peter Seegers, che la incise portandola al successo internazionale. Sul 45 giri c’era scritto: «Composta da Seegers-Angulo»; Orbòn inoltrò una causa per il furto della proprietà intellettuale e vinse a metà. La verità era che il primo a registrare il titolo Guatanamera fu Joseìto, davanti alla Sociedad General de Autores de España. Negli anni Ottanta, le figlie di Fernàndez reclamarono i diritti d’autore che il governo di Fidel non pagò mai al padre: «Nel 1978 papà ricevette un solo pagamento di quindicimila pesos cubani, ma il governo totalitario, siccome è abituato ad appropriarsi di ciò che non è suo, ha guadagnato milioni di dollari vendendo i diritti della canzone».
Finita qui? Neanche per sogno. Spunta un altro autore, Ramòn Espìgul. Secondo Rosendo Rosell (Vida y milagros de la Faràndula de Cuba) Espìgul scrisse Guantanamera molto prima che la rendesse popolare il suo amico Fernàndez; era, la sua, una versione non glossata dai versi di Martì né dalle decime di Josèito. Fu lui a scrivere: «Il canto sarà la mia morte, forse la felicità, ed io con rassegnazione aspetto qualsiasi destino». Il suo destino fu l’oblio, mentre Guantanamo, dove prima si mostrava la guajira per l’incanto del poeta, ora è un lager – microcosmo infernale del più vasto inferno di Cuba, il cui destino è quello di venire seppellita sotto gli appelli di gente che non può certo cantare «yo soy un ombre sincero» ma certamente quest’altra strofa: «Mi verso es de un verde claro / y de un carmin encendido» (“I miei versi sono di un verde chiaro / ma anche di un rosso ardente”). Ah… Guantanamera, guajira guantanamera…

P.S.: I Beatles, alla fine, sono arrivati a Cuba. Addirittura, nel 2000, il líder máximo ha inaugurato all’Avana il Parque John Lennon. C’è pure una statua in bronzo del leader del gruppo, e un suo verso inciso sulla spianata di cemento: “Dirás que soy un soñador, pero no soy el único” (“Dirai che sono un sognatore, però non sono l’unico”). Tutto molto bello. Però dubito che il sogno di John Lennon avesse qualcosa a che fare con quello di Castro.
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BOTTA E RISPOSTA / 1
RED RONNIE: "A CUBA I BEATLES SUONAVANO"

di Red Ronnie
(Il Giornale, 23 gennaio 2007)

Ho letto il lungo articolo Cuba senza libre del 18 gennaio. Leonardo Colombati ha scritto che ogni volta che ascolta una canzone dei Beatles pensa a Cuba dove, fino al 1978, i loro dischi non potevano arrivare. Cito: «Tra le tante limitazione della libertà personale, la più assurda e persino la più odiosa mi sembrava il fatto che, ad esempio, nel 1968, a un ragazzo di Cienfuegos fosse impedito di toccare il cielo con un dito con le note di Hey Jude».Quindi criticava gli “intellettuali”, tra cui Abbado e me, che avevano firmato petizioni a favore di Castro (in realtà era Cuba), scrivendo: «Ma non sarebbe inutile raccontare… al maestro Abbado – e magari anche a Red Ronnie e a Manu Chao – l’ostracismo nei confronti dei Beatles e dei Rolling Stones».
Abel Prieto, ministro della cultura a Cuba, ha scritto Il volo del gatto, un libro autobiografico, pubblicato nel 2001 anche in Italia da Marco Tropea. La copertina spiega: «Tutti i colori di Cuba, la storia di un’amicizia e, sullo sfondo, la musica dei Beatles». Abel, nato nel 1950, racconta la sua adolescenza, dove la musica regnava sovrana. Riporto alcuni parti: «La musica continuava ad essere la grande forza agglutinante che ci manteneva uniti, e ci faceva ascoltare la sua antologia personale dei Beatles e di Bon Dylan, di Janis Joplin e dei Rolling Stones».
Quindi, alla fine degli anni ’60 a Cuba si ascoltavano i dischi dei Beatles. Ma era un fatto di elite o di una sorta di carboneria clandestina? Sembra rispondere ancora Abel Prieto. scrivendo: «Dovevamo accontentarci della “massa”, che discuteva della rottura dei Beatles e si divideva tra la fazione di Lennon e quella di McCartney. Un hippie negro e alto, con i capelli alla Jimi Hendrix, ogni giorno analizzava una delle canzoni apparse sotto la doppia firma Lennon-McCartney e spiegava dove aveva predominato il genere o il temperamento (così lo definiva) di Paul, i suoi lampi di luce, il suo ottimismo a prova di bomba, e dove il dubbio e il chiaroscuro di John».
Evito di riportare altre pagine del libro dove si parla di musica anglosassone. Ricordo che rimasi colpito da come l’adolescenza di Abel Prieto fosse stata simile alla mia, nel percorso musicale. Quando venne nel mio programma Help gli feci notare proprio questi percorsi paralleli e lui mi raccontò come si discutesse di musica, si analizzassero dischi e ci fosse contrapposizione tra fans dei Beatles e dei Rolling Stones. Non è un caso che i vertici della nuova politica a Cuba, come Abel Prieto o Ricardo Alarcon, fossero tutti fans dei Beatles. Che succede, allora, a Cuba oggi: hanno potere dissidenti degli anni ’60? Non credo. Più semplicemente Colombati prende per oro colato dichiarazioni di persone che, per vari motivi, non sono d’accordo con il governo cubano.
Rimangono i fatti, che vedono al potere a Cuba fans dei Beatles, ragazzi che nel 1968 toccavano il cielo con un dito ascoltando Hey Jude e che hanno voluto un Parque Lennon, con una statua di John seduto su una panchina, inaugurata il 2 dicembre 1980 personalmente da Fidel Castro.
Sempre nell’articolo Cuba senza libre, Colombati racconta la storia della canzone Guantanamera e conclude con una vera perla di giornalismo: «Guantanamo, dove prima si mostrava la guajira per l’incanto del poeta, ora è un lager - microcosmo infernale del più vasto inferno di Cuba». Colombati “omette” di ricordare che Guantanamo è una base lager degli Stati Uniti, non cubana, e che, proprio in questi giorni, Amnesty International ha lanciato una campagna per far chiudere Guantanamo. Questa è l’unica precisazione extra musicale che mi permetto di fare e non entro nelle solite polemiche sulla pena di morte a cui io, vegetariano che non uccido neppure gli animali per mangiarli, sono totalmente contrario. Mi chiedo però come mai tre giustiziati a Cuba nel 2003 (in un periodo in cui si trovava in guerra con persone pagate per mettere bombe, fare dirottamenti e destabilizzare il governo) valgano più delle migliaia di persone giustiziate ogni anno nel mondo, quelle ufficiali negli Stati Uniti e quelle che non sappiamo in Cina (Ah, già, ma con la Cina ci facciamo affari…) o alle recenti impiccagioni, con tanto di teste staccate.
Per concludere, informo Colombati che il Maestro Claudio Abbado sarà a metà febbraio a Cuba per un grande concerto, con anche i musicisti dell’Orchestra giovanile Simon Bolìvar del Venezuela, per continuare a fare cultura con la musica in un paese dove questo è permesso.
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BOTTA E RISPOSTA / 2
COLOMBATI: "MA ERANO DISCHI CLANDESTINI"

di Leonardo Colombati
(Il Giornale, 23 gennaio 2007)

Red Ronnie ha replicato a un mio articolo su Cuba dove, tra l’altro, raccontavo come la musica dei Beatles fosse proibita dalla dittatura castrista fino al 1978. Secondo Red Ronnie, non è vero. E come testimonianza riporta un brano di un libro del ministro della cultura cubana Abel Pietro. Una testimonianza – come dire – un po’ di parte.
Il fatto che i Beatles furono banditi da Cuba è di dominio pubblico ed un esperto di rock come Red Ronnie non può non saperlo. Scrive, in proposito, Claudia Lightfoot a pagina 210 del suo libro Habana (tradotto da Bruno Mondadori, Milano 2004): « I ventenni all’Avana conoscono tutte le canzoni dei Beatles a memoria, tuttavia per quelli che erano giovani negli anni Sessanta questa musica ha un significato particolare perché rappresentava allora un intero universo della cultura giovanile al quale i cubani non potevano accedere. (…) I primi programmi radiofonici dedicati a loro furono trasmessi solo dopo lo scioglimento della band. Circolano inoltre testimonianze e aneddoti su registrazioni pirata fatte con metodi casalinghi e dischi confiscati e distrutti dalle autorità».
Ma la migliore risposta a Red Ronnie potrebbe essere un articolo apparso su «la Repubblica» il 18 agosto 2005, firmato da John Lee Anderson che andò a Cuba ad intervistare proprio il ministro Abel Prieto: «Uno dei successi di cui Prieto va maggiormente fiero», si legge, «è quello di aver dato a una delle piazze della Vecchia Avana il nome di Parco Lennon, con tanto di statua in bronzo di John Lennon. Negli anni Sessanta la “decadente” musica dei Beatles era proibita a Cuba».
Questo per quanto riguarda la musica. Sui libri censurati da Castro (tra cui John Milton!) Red Ronnie non si pronuncia. Si chiede, invece, «come mai tre giustiziati a Cuba nel 2003 valgano più delle migliaia di persone giustiziate ogni anno nel mondo», omettendo di precisare che nel mio articolo non ho mai scritto che un morto a Cuba vale più di un altro. Ho solo denunciato il mio disgusto per una dittatura che – per fortuna – conta ormai solo sull’appoggio di uno sparuto manipolo di ciechi.
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CUBA: SVILUPPI SUL BOTTA E RISPOSTA
TRA IL GIORNALE E RED RONNIE

di Red Ronnie
(Roxy Bar, 31 gennaio 2007)

Il 18 gennaio ho letto un lunghissimo articolo sul «Giornale» che mi ha deluso. Attaccava Cuba, dicendo anche che i Beatles erano proibiti fino al 1978 e nessun ragazzo cubano poteva godere della loro musica. Ma la “perla” vera di giornalismo era quando parlava del lager di Guantanamo associandolo a Cuba, mentre invece è una base degli Stati Uniti. Ritengo questa vera malafede, visto anche che Amnesty International ha appena lanciato una campagna per far chiudere Guantanamo. Il giornalista, evidentemente, ha giocato sul fatto che il nome è cubano, che la base è a Cuba, per mettere tutto nello stesso calderone: Cuba, Castro, Guantanamo, prigioni, proibizionismo, etc. etc.
Ho quindi scritto una risposta a questo articolo, travagliata perché l’hanno ritenuta troppo lunga e quindi l’ho dovuta dimezzare.
Naturalmente, sul «Giornale», hanno dato l’opportunità al loro giornalista di dire l’ultima. Nella sua replica, che riporto qui sotto, addirittura mette in dubbio che Abel Prieto abbia scritto una sua autobiografia (che gira tutta attorno alla musica di Beatles, Rolling Stones, Doors, Hendrix, etc) falsando storicamente per nascondere il fatto che questa musica fosse fuorilegge a Cuba. Comunque. lui non risponde minimamente alla cosa più grave che gli contesto: la malafede su Guantanamo.
Quando Leonardo Colombati ha visto che avevo pubblicatato tutto sul sito www.roxybar.it, mi ha inviato questa mail, che pubblico volentieri, alla quale rispondo alla fine:

Gentile Red Ronnie,
a proposito della nostra discussione su Cuba (il mio articolo pubblicato su «Il Giornale» il 18 gennaio, la sua replica e la mia controreplica pubblicate cinque giorni dopo), nel suo articolo lei scriveva che «Colombati omette di ricordare che Guantanamo è una base lager degli Stati Uniti, non cubana, e che, proprio in questi giorni, Amnesty International ha lanciato una campagna per farla chiudere».
Sul suo sito andava oltre, dichiarando che «(Colombati) non affronta la cosa più grave che ha scritto, quando ha lasciato intendere che i crimini nella base di Guantanamo siano da addebitare a Cuba e non agli Stati Uniti, che la gestiscono».
La mia frase incriminata era questa: «Guantanamo, dove prima si mostrava la guajira per l'incanto del poeta, ora è un lager - microcosmo infernale del più vasto inferno di Cuba».
Lei, questa frase, l'ha proprio equivocata. Non mi sognavo nemmeno di addebitare a Cuba la base di Guantanamo e in tutta onestà credevo - e credo - che chiunque abbia più di dieci anni sappia benissimo che Guantanamo è un vero e proprio lager allestito dagli Stati Uniti. D'altronde, se avessi scritto «Auschwitz, luogo infernale in terra polacca», lei avrebbe da ciò desunto che mia intenzione era quella di addebitare il campo di concentramento nazista al governo di Varsavia? Non credo.
Tra l'altro, a proposito degli Stati Uniti a Cuba, nel mio articolo ricordavo come «Fulgencio Batista svendette tutte le miniere di nichel, l’80% dei servizi pubblici e il 50% delle ferrovie agli americani, trasformando Cuba nel paradiso del gioco d’azzardo e della prostituzione, fino al 1° gennaio del 1959, quando Fidel Castro e i suoi barbudos entrarono trionfalmente a l'Avana».
Resta la nostra disputa sulla censura (dischi e libri proibiti) e più in generale una diversa visione di ciò che è il regime castrista (per lei, il paradiso; per me, uno dei molti inferni di questo mondo). Ma, la prego, non cada nella tentazione di voler demonizzare a tutti i costi chi la pensa diversamente da lei, suggerendo l'ipotesi che io sia un disinformatore professionista. Il bello della democrazia, qui da noi in Italia, è che si può dibattere su qualsiasi argomento esponendo le tesi più varie. Ricorda la celebre frase? «Non sono d'accordo con te ma darei la vita perchè tu possa esprimere le tue opinioni». Beh, proprio la vita, non so. Ma l'idea è quella.
Cordialmente
Leonardo Colombati
P.S.: Se vorrà pubblicare questa mia lettera sul suo sito, ne sarò ben lieto.

Leonardo, se andiamo tra la gente, non tra giornalisti o addetti ai lavori, ma la gente, sono pronto a scommettere che le certezze che lei ha sul fatto che sappiano che Guantanamo è una base degli Stati Uniti a Cuba si frantumerebbero. Lei cita Auschwitz, ma dimentica la bocca di fuoco informatica che questo infame ricordo ha sui media, al punto che pare che l’unica memoria storica che dobbiamo avere sia quella dell’olocausto degli ebrei. come se non ne esistessero altri e che dal 1945 non ci siano stati altri massacri di popolazioni o etnie… ah già, ma i curdi, gli armeni o i Tootsie del Rwanda (per citarne alcuni) non hanno un peso economico….
In passato, con un medico, feci una scommessa. Lui, quando veniva da me in TV, usava sempre il termine “patologia”. Io gli consigliavo di dire “malattia”. Lui replicò che tutti sapevano cosa significasse patologia. Io dissi che non era vero e lo misi alla prova: «Lo chiediamo a tutte le persone che passano e sono certo che è tanto se nel troviamo una su dieci che lo sa». Eravamo al bar di un villaggio in Sardegna, quindi a contatto con persone che stavano bene finanziariamente e, quindi, si presuppone, di buona cultura. Bene, solamente la tredicesima persona a cui lo chiedevamo sapeva il significato della parola “patologia”, e solo perché aveva studiato greco e scorporò la parola usando reminiscenze scolastiche.
Non sarei quindi certo della sua affermazione di fiducia, anzi. La gente non addetta ai lavori sa che c’è una guerra in atto tra Stati Uniti e Cuba, quindi non è normale capire come mai a Cuba ci sia una base militare-lager degli USA. Peraltro trovo GRAVISSIMO, in un articolo in cui si attacca Cuba, associare Guantanamo a questa isola. Trovo peraltro GRAVISSIMO paragonare il lager di Guantanamo a Cuba. Cuba non è un inferno, anzi, per gente come me, come Claudio Abbado, Jovanotti, Andrea Griminelli, Edoardo Bennato, Daniele Silvestri, Articolo 31, Nomadi (cito nomi famosi per comodità e facilità di identificazione da parte di tutti) è un luogo magico, tant’è vero che ci tornano appena possono. Stranamente, anche in TV l’ho riscontrato, chi attacca Cuba non c’è mai andato.
Lei si appunta una medaglia citando il suo articolo, quella di aver scritto come il dittatore Batista svendette Cuba ai mafiosi americani e rese l’isola paradiso del gioco d’azzardo. Perché non scrive anche delle torture e dei massacri che Batista fece? Perché non scrive di come Fidel Castro, appena vinse la rivoluzione e spazzò via il dittatore, si preoccupò subito di cancellare l’analfabetizzazione, mandando ragazzi in tutte le case, anche quelle più sperdute nelle montagne, ad insegnare a leggere e scrivere? Di solito un regime dittatoriale tiene il popolo nell’ignoranza, perché così è meglio governabile. Perché non scrive degli attentati di Posada Carriles, che ha fatto anche esplodere un aereo cubano finanziato dalla CIA, e che faceva tranquillamente conferenze stampa a Miami dove lo dichiarava? Perché non scrive degli attentati negli alberghi cubani, per distruggere il turismo, maggior fonte di introito per le povere casse cubane? Perché queste cose non le ha citate nel suo lunghissimo articolo? Se le avesse scritte, l’avrebbero pubblicato l’articolo?
La invito a vedersi il prossimo DVD Roxy Bar, in edicola fra una settimana, con una lunga intervista al Maestro Claudio Abbado, dove lui parla di queste cose e ci sono anche immagini del film che Angelo Rizzo ha fatto sugli attentati, finanziati dalla CIA, per destabilizzare Cuba.
Per quanto riguarda i Beatles, stia tranquillo che a Cuba li conoscevano molto bene anche negli anni ’60 e non penso proprio che Abel Prieto abbia scritto un libro autobiografico pensando già in passato di dover confutare un futuro articolo in Italia di Colombati. Ha semplicemente raccontato la sua adolescenza.
Lei termina scrivendo che darebbe la vita per permettere che qualcuno di esprimere idee diverse dalle sue. Poi si corregge e scrive: «Beh, proprio la vita non so».
Sappia che c’è chi ha dato davvero la vita perché tutti potessero esprimere liberamente le proprie opinioni, chi ha dato la vita per la libertà e la dignità della propria gente. E molti erano cubani. E non parlo solo di Che Guevara.
Ritengo i nostri scambi via Giornale, epistolari e sito internet del Roxy Bar conclusi qui. Mi sembrano esaustivi.
________________________________________

RED RONNIE, FIDEL, PACO PENA E SOTOMAYOR
di Leonardo Colombati

Quando Red Ronnie scrive: «Cuba non è un inferno, anzi per gente come me, come Claudio Abbado, Jovanotti, Andrea Griminelli, Edorardo Bennato, Daniele Silvestri, Articolo 31, Nomadi (…) è un luogo magico», non posso fare a meno di pensare a Gianni Minà nell’esilarante imitazione radiofonica di Fiorello, mentre rievoca i suoi giorni spensierati all’Avana attaccando con l’ormai proverbiale: «Eravamo io, Fidel, Paco Peña, Sotomayor, Teofilo Stevenson, Compay Segundo, Gianni Ocleppo, Stella Carnacina, Luigino Pasciullo, Novello Novelli, i Santo California, Tito Stagno, l’Eintracht di Francoforte senza massaggiatori, Paoletta Magoni, Paola e Chiara, gli Alunni del Sole, Karl Hainz Schnellinger, Giuliano Terraneo, gli Abba, Valeri Borzov, Ezio Zermiani, il principe DadoRuspoli e Ettore Piro, il pediatra dei nipoti di Mario e Pippo Santonastaso».
Mi ricompongo subito, però, e vado al succo. Si è chiesto mai, Red Ronnie, perché a lui e ai suoi amici è consentito l’accesso a un simile paradiso, mentre a un cubano è praticamente vietato di visitare il nostro inferno?
Lo scorso 12 dicembre, su «Il Corriere della Sera», mi è capitato di leggere un articolo in cui Luigi Berlinguer (laico di area ds al CSM ed ex Ministro) dichiarava: «A Cuba ci sono state importanti aperture, ma quando si tratta di garantire il diritto all’informazione che mette in discussione il suo potere, Castro attua una repressione di stampo stalinista». Era successo che, qualche mese prima, il medico cubano Garardo Garcia e sua moglie Dora avevano richiesto asilo politico vedendoselo rigettato dal tribunale civile di Milano con la sorprendente motivazione secondo cui «il divieto di espatrio per i medici cubani non può ritenersi privo di giustificazioni e, probabilmente, risponde a esigenze di tutela della collettività». È un po’ come se ad un medico di Potenza venisse proibito di trasferirsi in Francia perché in Basilicata ci sono strutture sanitarie insufficienti.
Ricordo a chi non lo sapesse che è proibito ai cubani uscire da Cuba con il solo passaporto. Si deve essere invitati da uno straniero (150 dollari per invito fatto a Cuba, 175 dollari fatto in Italia) e si deve richiedere il permesso di uscita (altri 150 dollari) che può essere negato a discrezione del regime. Per il passaporto bisogna invece pagare 55 dollari. Chi vuole uscire, se ottiene il permesso (di solito dopo dieci mesi), deve sborsare dunque 355 dollari e questo quando la maggior parte dei cubani riceve dallo Stato uno stipendio di 10 dollari al mese. È poi proibito ai cubani rimanere all'estero per più di 11 mesi. Perfino se un cubano si sposa uno straniero deve richiedere il PRE (Permesso di Residenza all'Estero), il cui rilascio è sempre a discrezione del regime (375 dollari per registrare il matrimonio a Cuba, più 80 dollari per la richiesta del PRE).

Per chiudere la querelle con Red Ronnie, vorrei dar conto di una manciata di fatti.

1. Repressione del dissenso e carceri
Ovviamente a Cuba è proibito fondare partiti politici e non esistono sindacati dei lavoratori. Quanto al dissenso, secondo un articolo del quotidiano spagnolo Diario 16, a Cuba sono stati fucilati più di 48mila cubani, mentre nelle prigioni sono passati più di 400mila prigionieri politici.
Secondo Reporters Sans Frontières, «Cuba è il principale carcere per giornalisti del pianeta» e che il rapporto tra il numero delle persone in carcere e la popolazione globale è il più alto al mondo. A quanto riporta Human Rights Watch, «la popolazione dei detenuti politici manifesta frequentemente una drammatica perdita di peso dovuta a limitate razioni di cibo, a seri problemi di sanitari che in varie occasioni minacciano la loro salute, dovuti a mancanza di attenzione medica e ad abusi da parte dei secondini e di altri detenuti. Prima del giudizio è consuetudine che i detenuti politici passino mesi e perfino più di un anno di detenzione, in isolamento. Dopo il giudizio devono sottostare ad un altro periodo addizionale, sempre in isolamento. La polizia o le guardie della prigione frequentemente aumentano le punizioni di porre in isolamento i detenuti con misure di privazione sensoriale, come togliere ogni fonte luminosa che può entrare nella cella, togliere il letto e il materasso, togliere i vestiti e gli effetti personali al prigioniero, proibire comunicazioni tra detenuti, o limitare acqua e cibo ben più delle restrizioni già esistenti. La polizia e gli ufficiali della prigione disorientano i detenuti, lasciando la luce accesa ininterrottamente per 24 ore, cambiando l'orario degli orologi, o ponendo musica a livelli estremamente alti. Molti prigionieri affermano che altri aggravanti, sono un calore intenso ed enormi quantità di zanzare che li pungevano nelle celle di isolamento chiuse. Gli esperti dell'area di sopravvivenza alla tortura riconoscono queste situazioni come metodi di tortura fisica e psicologica».

2. Censura
Nel mio articolo citavo – oltre ai dischi censurati – tutta una serie di libri che a Cuba sono proibiti (sono sicuro che nell’elenco non è compresa l’autobiografia del Ministro Abel Prieto). Per molti scrittori, a Cuba, peraltro, non essere letti è il male minore. Maria Elena Cruz Varela, una delle più grandi poetesse contemporanee in lingua castigliana (già candidata al Nobel), ostile al regime di Castro, nel 1991 fu pubblicamente aggredita e bastonata da un gruppo paramilitare e poco dopo fu arrestata e condannata a due anni di carcere, durante i quali subì ogni tipo di violenza. Herberto Padilla fu torturato nelle galere di Cuba e morì esule negli Stati Uniti. Reynaldo Arenas, omosessuale, fu torturato in carcere e morì a 37 anni negli Stati Uniti. Mentre Guillermo Cabrera Infante, anche lui torturato in carcere, finì i suoi giorni esule a Londra).
A proposito della censura, ricordo che l’informazione a Cuba non può essere privata, ma è di esclusiva proprietà dello Stato o dell’unico partito politico autorizzato, il PCC (Partito Comunista Cubano). Tutti coloro che scrivono e/o diffondono scritti e notizie ancorché veritiere ma non autorizzate dalle autorità della dittatura, o in contrasto o opposizione al regime, vengono accusati, arrestati, e giudicati per direttissima ai sensi della nuova legge 88 – detta “legge museruola” (Ley mordaza) – con pene previste da 10 a 30 anni di carcere.
A Cuba si possono vedere solo 3 canali televisivi, ovviamente di Stato. Non sono ricevuti legalmente nè diffusi canali stranieri, proibite le parabole satellitari e le relative apparecchiature elettroniche di ricezione (tranne che negli alberghi per turisti stranieri). Da qualche anno è proibito introdurre a Cuba videoregistratori.
Tutte le radio FM sono sotto la direzione dello Stato e del partito.
Il 3 febbraio 2006, il sito de la Repubblica pubblicava questa notizia: «L’AVANA - Guillermo Farinas, direttore dell'agenzia di stampa indipendente Cubanacan press, si sta lasciando morire di fame per protesta contro il divieto, in vigore per lui ed i suoi giornalisti, di usare Internet, strumento indispensabile per l’esercizio del proprio lavoro. Lo dice Reporter Sans Frontieres, che riporta anche sul sito una dichiarazione di Farinas: “Se devo essere un martire dell'accesso all'informazione, lo sarò”. Il giornalista osserva inoltre che le autorità cubane usano l’embargo americano come pretesto per giustificare “una politica liberticida”. L’agenzia Cubanan press è impegnata soprattutto nella denuncia della violazione dei diritti dell'uomo a Cuba e nella diffusione delle opinioni che non trovano spazio sulla stampa ufficiale. Farinas, 43 anni, ha iniziato la sua protesta il 31 gennaio e ha scritto in una lettera a Fidel Castro che andrà avanti fino a quando non sarà possibile ai giornalisti accedere a Internet. “Voglio che tutti i cittadini di Cuba”, ha detto Farinas, “abbiano il diritto a una connessione Internet, ma anche per la stampa indipendente che deve poter fornire le informazioni sulle attività del governo”. Fino allo scorso 23 gennaio i giornalisti della Cubanacan Press potevano inviare le notizie da un Internet point pubblico nella città di Santa Clara, poi è stato loro impedito».
Secondo Reporter Sans Frontieres, Cuba è uno dei 15 paesi ostili a Internet e uno dei più repressivi al mondo riguardo la libertà di espressione on-line. È proibito ai cubani avere un proprio sito web personale. Anche il semplice accesso privato a Internet è proibito. Si può farlo solo nei cyber-café cittadini (tutti controllati), comprando una tessera e consegnando un documento d’identità.

3. Repressione dell’omosessualità
Secondo l’ancora vigente – e applicato – articolo 303 del codice penale cubano, è reato la «pubblica manifestazione dell’omosessualità».
La persecuzione dei gay nella Cuba comunista inizia negli anni Sessanta, dopo il consolidamento del regime castrista instaurato nell’isola caraibica. Lo stesso dittatore andava affermando che «una deviazione di questa natura si scontra con il concetto che noi abbiamo di come deve essere un militante comunista. Nessuno ci convincerà mai che un omosessuale possa avere in sé le condizioni e le esigenze di condotta che ne potrebbero fare un vero Rivoluzionario, un vero Comunista militante».
In occasione del primo Congresso di Educazione e Cultura del Partito comunista cubano (PCC), tenutosi nell’aprile del 1971, venne addirittura stabilito, come riportava Granma, (l’organo ufficiale del Comitato Centrale del PCC), che «il carattere socialmente patologico delle deviazioni omosessuali va decisamente respinto e prevenuto fin dall’inizio... È stata condotta un’analisi profonda delle misure di prevenzione ed educazione da mettersi in effetto contro i focolai esistenti, inclusi il controllo e la scoperta di casi isolati e i vari gradi di infiltrazione... Non si deve più tollerare che omosessuali notori abbiano influenza nella formazione della nostra gioventù... Severe sanzioni siano applicate coloro che corrompono la moralità dei minori, depravati recidivi e irrimediabili elementi antisociali, ecc.».
Il procuratore militare generale Ernesto “Che” Guevara fu incaricato di allestire campi di detenzione e di lavoro forzato per gli oppositori politici e fra essi migliaia di omosessuali. Negli UMAP (Unidades Militares de Ayuda a la Producción) finirono artisti e scrittori, e per gli omosessuali in particolare era riservato un trattamento disumano. Solo nel 1965 i campi ospitavano una popolazione di 45.000 internati.
Per prevenire la diffusione dell’omosessualità nelle scuole venne addirittura allestito un campo d’internamento per giovani omosessuali di età compresa fra i 12 ed i 15 anni.

4. Restrizioni delle libertà individuali
È proibito ai cubani aprire una attività commerciale, una impresa, un negozio. La prerogativa di produrre e vendere è monopolio dello Stato. È illegale una qualsivoglia attività privata a carattere imprenditoriale, anche sia un piccolo laboratorio di produzione o un negozio. Chi contravviene è soggetto a multe salatissime e al rischio di essere giudicati e condannati per "pericolosità sociale" fino a 4 anni di reclusione.
È proibito ai cubani vendere o acquistare una casa (vale solo la permuta).
È proibito ai cubani entrare in un hotel o in un ristorante per turisti stranieri. Ci sono spiagge proibite ai cubani, la più famosa è anche la più bella dell'isola: Varadero.
È proibito ai cubani ospitare liberamente uno straniero, occorre una autorizzazione dell'immigrazione per essere ospitati come amici o parenti, e naturalmente si paga. Chi contravviene deve pagare una sanzione di circa 1000 dollari.

5. Rapporto Annuale 2004 di Amnesty International
L’anno ha visto un grave deterioramento nella situazione dei diritti umani a Cuba. A metà marzo le autorità hanno lanciato una repressione senza precedenti nei confronti del movimento dissidente. Settantacinque attivisti di lunga data sono stati arrestati, sottoposti a processi iniqui e condannati a pene fino a 28 anni di reclusione; si tratta di prigionieri di coscienza. Ad aprile tre uomini coinvolti in un dirottamento sono stati fucilati, fatto che ha posto fine a una moratoria de facto di tre anni sulla pena di morte. Le critiche della comunità internazionale si sono intensificate, includendo anche le voci di persone e nazioni che in precedenza avevano espresso il loro sostegno al governo cubano. Le autorità cubane hanno cercato di giustificare queste misure come una risposta necessaria alla minaccia alla sicurezza nazionale posta dagli Stati Uniti. L’embargo statunitense e le misure ad esso correlate hanno continuato ad avere effetti negativi sulla piena realizzazione dei diritti umani a Cuba.
A fine anno rimanevano in carcere 84 prigionieri di coscienza, di cui sette ancora in attesa di processo.
A marzo, un giro di vite ha portato all’imprigionamento della maggior parte della direzione del movimento dissidente, compresi giornalisti, personale medico-sanitario, insegnanti, bibliotecari, attivisti politici e difensori dei diritti umani. Solo pochissime figure molto note tra i critici del regime non sono state colpite dal provvedimento.
I detenuti sono stati processati immediatamente in modo molto rapido e con procedure non eque. La maggior parte di loro è stata accusata ai sensi dell’art.91 del codice penale per "atti contro l’indipendenza o l’integrità territoriale dello Stato" o della Legge per la protezione dell’indipendenza nazionale e l’economia di Cuba, che non era mai stata applicata in precedenza, e che prevede pesanti pene carcerarie per chiunque sia riconosciuto colpevole di appoggiare la politica statunitense contro Cuba. I dissidenti sono stati condannati sulla base di attività quali concedere interviste a Radio Martí, stazione radio che gode di finanziamenti del governo statunitense, ricevere materiale o fondi la cui origine era ascrivibile al governo degli Stati Uniti, o avere contatti con funzionari della Sezione per gli interessi statunitensi all’Avana, che le autorità cubane hanno accusato di atteggiamento provocatorio volto a fomentare la sovversione. A fine anno tutte le condanne erano state ratificate dalla Corte Suprema del popolo, precludendo le possibilità di appello secondo la legge cubana. Dopo un accurato esame delle prove presentate contro gli imputati, AI ha deciso di considerarli tutti e 75 quali prigionieri di coscienza.
Marcelo López Bañobre, membro della Comisión cubana de derechos humanos y Reconciliación Nacional (Commissione cubana per i diritti umani e la riconciliazione nazionale, è stato condannato a 15 anni di carcere per aver, fra le altre cose, "inviato informazioni a organismi internazionali come Amnesty International".
Le attività del movimento dissidente si sono bloccate in seguito all’arresto di molti attivisti di medio rango. I processi di aprile hanno rivelato l’esistenza di 12 agenti della sicurezza di Stato che si erano infiltrati da parecchi anni nel movimento dissidente. Questo fatto, unitamente alla pubblicazione di due libri sulle presunte attività della sicurezza di Stato all’interno del movimento dissidente, è stato visto come un tentativo di diffondere il sospetto e la sfiducia fra i dissidenti ancora in libertà. A ottobre, come primo grande passo effettuato dall’opposizione dopo la repressione di marzo, Oswaldo Payá Sardiñas, leader del gruppo politico non ufficiale Movimiento Cristiano Liberación (Movimento cristiano di liberazione) ha presentato all’Assemblea Generale di Cuba più di 14.000 nuove firme per il Progetto Varela, una petizione per un referendum sulle riforme politiche ed economiche. A gennaio la Commissione per le questioni giuridiche costituzionali del parlamento cubano aveva dichiarato l’iniziativa incostituzionale. A dicembre, Oswaldo Payá ha presentato perché fosse pubblicamente dibattuto un programma nazionale per la transizione verso la democrazia.
Il governo ha continuato ad applicare restrizioni per i viaggi al di fuori dell’isola ai dissidenti più conosciuti. A giugno, Elizardo Sánchez Santacruz, Vladimiro Roca Antúnez, Manuel Cuesta Morúa e Oswaldo Payá Sardiñas non hanno avuto il permesso di recarsi in Italia per assistere a un seminario sul movimento democratico di opposizione a Cuba organizzato da un partito politico italiano; nel mese di luglio a Vladimiro Roca è stato negato il permesso di recarsi in Messico in qualità di osservatore alle elezioni federali messicane; inoltre, a Oswaldo Payá è stato impedito di assistere a una sessione del parlamento europeo a cui era stato invitato.

Posted by Leonardo Colombati at 16:56 | Comments (0)

15.09.06

Nuovi Argomenti n. 35

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Posted by Leonardo Colombati at 10:01 | Comments (0)

14.09.06

Alla scoperta di Mario Soldati - 1^ Puntata

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Posted by Leonardo Colombati at 12:29 | Comments (0)

22.06.06

Il mio tema di maturità

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Posted by Leonardo Colombati at 10:07 | Comments (0)

20.06.06

Riccardo D'Anna, Una stagione di fede assoluta

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Leggi qui la mia recensioe di questo libro.

Posted by Leonardo Colombati at 10:37 | Comments (0)

19.06.06

Il "Distretto dei Laghi" del Romanzo

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di Leonardo Colombati

Scarica in versione pdf Il "Distretto dei Laghi" del Romanzo.

Posted by Leonardo Colombati at 15:14 | Comments (1)

01.06.06

Una lettura di Ovidio

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Posted by Leonardo Colombati at 12:26

25.05.06

Il "new journalism" e la tragedia

Qui un mio articolo apparso oggi su Il Giornale.

Posted by Leonardo Colombati at 09:43

05.05.06

La tenzone Zizzi-Raimo

Su Nazione Indiana, Michelangelo Zizzi fa "un intervento violento", in cui il mio Perceber e La Macinatrice di Massimiliano Parente vengono ben giudicati, mentre Christian Raimo viene bollato come autore di "scrittini".

Subito, Christian Raimo replica che "le parole non sono mai come fiori". Scrive Raimo: "Li abbiamo letti Parente e Colombati. Sono due romanzi illeggibili fino in fondo. Fieri oltre ogni limite del proprio compiacimento fonico e lessicale. Talmente refrattari a ogni forma di convivenza con codici narrativi di genere, di editabilità, di comprensibilità, di realismo, di articolazione, da cercare sempre il fuori, lo sfondamento, il disastro. Sono linguaggi privati. Se la letteratura è questo spazio, chissene". E conclude: "Quando saremo morti ne riparleremo", al che mi tocco - se permettete - prima di osservare sommessamente che presagire per se stessi l'eterna gloria è un esercizio risibile (molto meglio, il nostro e i suoi amici, quando discettano di ricette culinarie).

In soccorso ai due interventi di cui sopra, offre un "tentativo di mediazione" Gianluca Gigliozzi, con un discorso che a me pare molto interessante e sensato.

Questo è quanto. E ora - col permesso di Raimo - vado a farmi una bella gricia.

Posted by Leonardo Colombati at 12:00 | Comments (3)

20.04.06

L'albero della conoscenza e l'albero della vita di Raffaele La Capria

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di Leonardo Colombati

[Questa recensione de "L'amorosa inchiesta" di Raffaele La Capria è apparsa oggi su Il Giornale]


Ho appena chiuso L’amorosa inchiesta – l’ennesimo capitolo di quell’unico grande libro che La Capria va scrivendo da quasi cinquant’anni – e come con Ferito a morte, provo nostalgia per un tempo e un mondo che non ho mai vissuto. Il prestigiatore ha eseguito ancora una volta il suo numero, ed io provo a sbirciare nelle pieghe del suo mantello, ma continuo a non capire come fa.
Ma come fa a far cosa? mi domanderete. Be’, La Capria fa questo: dalla sua memoria trae una scheggia, un atomo di spaziotempo, e lo conficca nella testa del lettore come un punteruolo nel ghiaccio: inesorabilmente, questo si spacca, e la scheggia si scioglie, occupando tutto il tempo e tutto lo spazio. La visione di quel particolare momento in quel particolare luogo, diventano semplicemente rappresentativi. In alcuni casi, a questo mago è sufficiente uno slogan: ci sono stati la Bella Giornata, l’Occasione Mancata, l’Armonia Perduta. Oggi, basta l’accenno alla categoria vagamente nabokoviana della “ragazza-mito”. Sentite qua: “A Napoli, tra i ragazzi della mia età, dai 14 ai 16 anni si pronunciavano con un tono particolare i nomi di certe ragazze la cui fama di belle arrivava appunto col nome, e il nome rifulgeva, aveva una suo alone e un suo campo magnetico. Bastava pronunciarlo ed era come una formula magica che apriva ai sogni e ai desideri nascosti, agli impulsi repressi, agli irresistibili richiami. (…) C’era tra me e loro una linea che non sapevo oltrepassare, ed ero condannato a restare al di qua di questa linea, perché ero io stesso che la facevo diventare insuperabile. Qual era questa linea? Una specie di inadeguatezza, che mi rendeva timido e impacciato e addirittura muto e annientato se per caso incrociavo una ragazza-mito”.
Una delle “inarrivabili” era Elène, che il quindicenne Raffaele incpontrò in una libreria in piazza dei Martiri. A lei, La Capria scrive la prima delle tre lettere che compongono il libro (le altre due sono alla figlia e al padre).
Una lettera al primo amore: c’è qualcosa di più anacronistico? Eppure, nelle mani del più grande scrittore italiano vivente (perché questo è La Capria) anche il genere più abusato rinasce a nuova vita. E per chi ha amato Ferito a morte, le parole rivolte a questa ragazzina bionda chiariscono una volta per tutte la vicenda amorosa di Massimo De Luca e di Carla Boursier. Basta mettere a confronto la scena del litigio tra Raffaele e Elène alla Buca di Bacco di Positano con quella, quasi identica, del primo capitolo di Ferito a morte: il luogo è lo stesso, e forse anche l’anno (il 1949). Oggi sappiamo, finalmente, che Carla è il calco di Elène; oggi La Capria ci dice: “Massimo De Luca c’est moi”.


Nella lettera a Elène c’è un passo che serve a illuminare l’intera poetica lacapriana: “Io ero diventato, per spirito di rivalsa o per vocazione, un intellettuale, (…) uno che avrebbe potuto vantare una certa superiorità su quegli altri ragazzi da me considerati i ‘principi delle apparenze’, gli aitanti e rampanti che ‘si presentavano bene’. Ma se uno mi avesse chiesto: ‘Cosa preferiresti essere, un principe delle apparenze o un grande intellettuale che come te non raggiunge il metro e settanta di altezza?’. Io, con la mentalità che avevo allora, avrei preferito essere un principe delle apparenze”.
Tra i poli opposti di questa ambiguità – tra l’apparire e l’essere; o meglio, tra l’esteriorità e l’interiorità – si gioca per La Capria tutta la partita. Nel quarto Quaderno in ottavo, uno degli scrittori-faro di La Capria, Kafka, portava l’esempio dell’albero della conoscenza e dell’albero della vita. La verità di quest’ultimo è quella di chi accetta la vita nella contraddittorietà dei suoi aspetti senza conoscere il senso ultimo dell’esistenza: quella dell’albero della conoscenza, invece, è la via di chi va incontro alla vita cercando di rintracciarne la morale, a costo di rinunciare all’immediata comunione con essa.
Negli anni della sua formazione, La Capria era l’intellettuale che si cibava cogliendo i frutti dall’albero della conoscenza; era il censore di quella Napoli in pugno ai “principi delle apparenze” così vividamente descritta in Ferito a morte: quella in cui gli uomini con le giacche cogli spacchetti, i golf di cachemire e le scarpe inglesi si lanciavano dietro le “irraggiungibili” e sperperavano fortune ai tavoli di poker del Circolo Nautico. Ma l’adesione a quel mondo era al tempo stesso lo specchio della propria inadeguatezza e la disperata voglia di appartenervi. Perché quello era il mondo di suo fratello, era il mondo di suo padre, “l’esempio vivente di tutte le perfezioni”. Nella terza lettera che compone L’amorosa inchiesta, La Capria scrive a quest’ultimo: “La leggerezza anche morale che rende la vita facile sfarfalleggiava nella nostra famiglia”. E più in là, riferendosi alla Lettera al padre di Kafka: “Nella sua lettera Kafka rimprovera il padre per ragioni opposte a quelle per cui ti sto scrivendo la mia lettera. (…) Lui vedeva il padre come un omaccione pieno di salute corporea che, con la sua esuberanza e i suoi modi brutali, lo aveva oppresso e schiacciato come un verme, anzi come uno scarafaggio. Io al contrario ti ho sempre visto come un uomo dal fisico gentile, un signore che faceva a meno degli atteggiamenti signorili, un vero signore, perciò, molto alla mano e garbato con tutti, che non mi ha mai rimproverato nulla e non si è mai interposto tra me e le mie decisioni”.
Quali erano queste “decisioni”? Alla luce de L’amorosa inchiesta, si capisce come La Capria sia sempre stato vittima della fascinazione paterna (della sua classe, della sua bellezza, della sua irresponsabilità) e al tempo stesso deciso a combatterla; sia attraverso un personale “viaggio intellettuale”, che con la decisione di abbandonare Napoli e farsi una famiglia a Roma: “la mia massima aspirazione”, scrive alla figlia nella seconda lettera, “era quella di sentirmi un uomo come gli altri e di confondermi in mezzo agli altri”. Ma l’illusione della normalità, voluta a tutti i costi, ha vita breve: “La verità è che sono nato figlio e non padre, come padre sono difettoso”.
Paradossalmente, oggi, il figlio-per-sempre, che è “tra il fin d’ottobre e il capo di novembre” confessa al padre: “Ti vedo sempre, mentre ti scrivo, di qualche anno più giovane di me. Così con i miei 83 anni mi sento un po’ paterno nei tuoi confronti, e severo come dev’essere un buon padre. Ho superato di qualche anno l’età che tu avevi quando sei morto, ci pensi? E anche questo ti può far capire da dove ti scrivo, e qual è il mio punto di vista”.


Secondo Martin Amis, “nella letteratura occidentale si registra attualmente una copiosa produzione di Alta Autobiografia, intensamente introspettiva”. Allo stesso modo, La Capria osserva che “è autobiografico e familista tutto il Novecento, dalla nonna di Proust alla madre di Gadda. (…) Si usa l’espressione ‘autobiografia alta’ per dire che chi scrive non si occupa solo di sé e dei suoi cari ma sposta più in alto la vista. (…) Anche io modestamente ci sto provando, e così autografando, analizzo e indago, e uso l’autobiografia come una forma di conoscenza”.
In un suo saggio di qualche anno fa, La Capria paragonava il romanzo perfetto ad un tuffo ben riuscito, nel quale il coefficiente di difficoltà e la grazia del movimento si equilibrano. L’Ulisse di Joyce, ad esempio, equivarrebbe ad un tuffo così complicato che lo sforzo per eseguirlo ne comprometterebbe l’armonia; laddove, invece, i romanzi di Faulkner riescono nel miracolo di tenere insieme una forma complessa e una naturale eleganza.
Faulkner ha innalzato la propria autobiografia fino alle vette della letteratura, donandole il luogo mitico chiamato Yoknapatawpha; La Capria ha fatto lo stesso reinventando Napoli, il topos della sua lotta tra l’esterno e l’interno, tra la forma e il contenuto, tra la propria impazienza e la propria inadeguatezza. L’equilibrio sta tutto nel suo iniziale abbandono all’amore per Elène e nel rifiuto finale di quello stesso sentimento: “Proprio il fatto che tu mi amassi, ti sminuiva ai miei occhi e ti rendeva insignificante. (…) A vederti accanto a me non mi sembravi più la stessa persona, e un’ombra ti calava sul viso, la mia ombra, che ne offuscava la radiante bellezza”.

Posted by Leonardo Colombati at 12:01 | Comments (8)

03.04.06

Io sono qui (pare)

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Ho provato a fare questo gioco. E adesso sono più confuso di prima.

Posted by Leonardo Colombati at 09:31 | Comments (10)

28.03.06

La vita e le opinioni di Martin Bux

desiati.jpg di Leonardo Colombati

[Esce oggi in tutte le librerie il nuovo romanzo di Mario Desiati, Vita precaria e amore eterno, di cui questa che segue è una mia recensione in anteprima, pubblicata oggi su Il Giornale. L'articolo è stato ripreso dalla Lipperini sul suo blog, dove numerosi sono i commenti, favorevoli e contrari (alla recensione, non al libro). E, se volete, ecco l'incipit del romanzo.]

“Cadevano le bombe come neve, il diciannove luglio a San Lorenzo” cantava De Gregori più di vent’anni fa. A quei tempi, in quel quartiere di Roma “ci andavano ad abitare studenti e gente con pochi quattrini”, scrive Mario Desiati nel suo nuovo romanzo, Vita precaria e amore eterno (Strade Blu, Mondadori 2006, pag. 217, Euro 15). “Adesso è il regno dei cazzoni. Un sacco di cazzoni. San Lorenzo (…) portava addosso l’orgoglio e l’onore che poteva avere una Marzabotto dell’eccidio nazista, o una Milazzo del riscatto dei Mille. Invece ha iniziato a diventare il cacatoio di una serie di arricchiti, attori, registi, intellettuali dal portafoglio gonfio e la penna vuota”.


Parlare del libro di Desiati rappresenta per me una doppia sfida. C’è innanzi tutto il fatto che Desiati è mio amico e recensire un amico – dicono – non è di buon gusto. Se si citano a propria difesa alcuni precedenti illustri (Moravia su Pasolini, ad esempio) si fa la figura dei tromboni. Però… il fatto è che la mia amicizia con Desiati nasce dal reciproco apprezzamento dei nostri libri. Un anno fa, tre persone che non si conoscevano – Mario Desiati, Alessandro Piperno e il sottoscritto – lessero ognuno l’opera prima degli altri. Erano, quei romanzi, tre ricognizioni di Roma tra loro diversissime, ma che muovevano tutte da un intento per così dire polemico: rifuggire il ritratto della Roma fighetta e radical-chic che ammorbava – e ancora ammorba – molta narrativa e (soprattutto) molto cinema italiano; quello, tanto per fare dei nomi, dei film di Muccino. Io provavo – indegnamente – a restituire Roma al suo mito, raccontandone le sue bellezze più note, perché non sopportavo più di leggere e vedere storie ambientate solo davanti al Gazometro, con un pasolinismo laccato di progressismo. Piperno, con il suo Con le peggiori intenzioni, raccontava l’alta borghesia romana con un fare che poteva apparire iconoclasta solo a chi si compiace dei tinelli che puzzano di sugo, dei vellutini a coste e della Due Cavalli. Desiati, invece, con il suo romanzo d’esordio, Neppure quando è notte, aggrediva la città “da sinistra”, e continua a farlo con questo suo Vita precaria e amore eterno. Ma non c’è traccia, in lui, di conformismo o, peggio, di moralismo. È uno scrittore “amorale”.
Qualche giorno fa, leggevo su “Il Corriere della Sera” una battuta fulminante di Fausto Bertinotti sul nuovo film di Nanni Moretti: “Mi sento più attratto da una cinematografia alla Clint Eastwood, per esempio Million dollar baby, o alla Ken Loach”. È di una stupenda perfidia, questo giudizio di Bertinotti, che al “morettismo” (ormai una sottocategoria nostrana del radical-chicchismo messo alla berlina da quel geniaccio di Tom Wolfe), preferisce gli sguardi asettici che Loach getta sul proletariato inglese e, addirittura, un film di un regista notoriamente di destra come l’ex ispettore Callaghan su un mito classico del sottoproletariato: quello dell’ascesa e del declino di un campione (in questo caso campionessa) di boxe.
Ecco, la Roma di Desiati, allo stesso modo è antimorettiana: non ci sono Vespe, tanto per intenderci. Il protagonista del libro, Martin Bux, arriva a Roma con la famiglia da un paesino siciliano vicino alla base NATO di Sigonella; fa i conti con le proprie ristrettezze economiche, con il disagio sociale, con un lavoro precario e disumanizzante, con la brutalità della città ai suoi margini. Adesso, provate a mettere questi elementi in mano a un qualunque scrittore italiano di trent’anni e avrete la solita pappa; di sicuro, a pagina 50, troverete Martin Bux intento a leggere le poesie di Neruda o ad assistere una vecchietta mentre attraversa la strada. Il Martin Bux di Desiati, invece, è spiazzante: è impegnato? no, è un qualunquista. Va al cinema a vedere Il caimano? no, preferisce i film porno. Vota Bertinotti? no, senza sapere perché, va in strada a urlare slogan neofascisti. “Coi radical”, dice Bux, “ho avuto a che fare un sacco di volte. Per colpa loro ho un sacco di problemi, fanno casino la notte. Sono autentici padroni della via sotto la mia finestra. Hanno così tanti quattrini, altrimenti non starebbero tutte le sere a lisciarsi canne e ubriacarsi sotto la mia stanza da letto”. Odia tutti: i ricchi come i poveri. Con gli immigrati si comporta da vero razzista: li chiama “merdaglia pakistana”, “negri”, “ghanaboys”. Vive vagando tra un’agenzia interinale all’altra; viene assunto in un call-center a sei euro l’ora: “Nessuno sciopererà per te, nessuno andrà a trattare o a ululare la sua indignazione su un palco davanti a centinaia di migliaia di bandiere sventolanti”.
Ecco, l’altra sfida che mi aspettava nel parlare di questo romanzo è che io Martin Bux e la Roma in cui si dibatte non la conosco. Sono un pariolino cresciuto tra avvocati, chirurghi e palazzinari che da quando ha pubblicato un libro si trova a flirtare con un esercito di radical più o meno chic: due categorie antropologiche spesso accomunate dallo stesso estratto conto e dalla frequentazione degli stessi ristoranti, gli stessi cinema, gli stessi luoghi di villeggiatura.
In qualche squarcio, la Roma di Desiati si ricongiunge idealmente a quella che quarant’anni fa registrava Pier Paolo Pasolini in Una vita violenta e in Ragazzi di vita; in effetti, Martin Bux starebbe bene in compagnia del Riccetto, del Ciriola e del Bassotto. Secondo Pasolini, l’uinca rivalsa per costoro “è stata sempre il considerarsi depositaria di un concezione di vita… più virile: in quanto spregiudicata, volgare, furba e magari oscena e priva di noie morali”. E per dimostrarsi all’altezza di questa irresponsabilità, s’utilizzava il gergo romanesco come un linguaggio cifrato che rivendiccase la propria adesione a una vita intesa come malavita.. La Roma descritta da Desiati, invece, è un melting pot che nessuna lingua può tenere insieme. È una babele formata da singoli reietti, che girano in tondo e non s’incontrano mai: ogni tanto si scontrano, per mancanza di spazio.
Il fatto che da un quadro simile, un personaggio non solo antieroico ma addirittura meschino e a tratti volutamente ripugnante ci faccia palpitare per i suoi sogni d’amore e di fuga (o di ritorno), può spiegarsi solo con quel miracolo – sempre sull’orlo dell’abisso – che è l’esplosione del talento narrativo, quando la nostra adesione a ciò che stiamo leggendo annulla ogni categorizzazione morale (e moralistica) e ci confonde perché ciò che leggiamo è semplicemente vero.

Posted by Leonardo Colombati at 09:45 | Comments (17)

27.03.06

Come leggere l'Artusi e decidere di mettersi a dieta

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di Leonardo Colombati


[Questo mio saggio sull'Artusi è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista Nuovi Argomenti.]


Sto ingrassando troppo, porca puttana. Sono alto un metro e ottanta, e se continuo così entro un paio d’anni peserò un quintale; una misura che s’addice meglio ad un capo di bestiame che a un uomo di trentacinque anni. Se aggiungete il fatto che fumo due pacchetti di sigarette al giorno, capirete perché ogni tanto, la notte, mi viene paura.
Ci sono persone che sono grasse per una qualche disfunzione o perché abbuffandosi leniscono più o meno latenti stati depressivi. Io peso (quasi) un quintale semplicemente per carattere e per via del modo che ho scelto per stare al mondo. Nulla mi piace di più della conversazione a tavola, condita da risate falstaffiane e pantagrueliche magnate: è tutto un “trionfo di fritti”, tutta una doppia porzione.
Conosco i proprietari e i camerieri di quasi tutti i ristoranti di Roma; quando arrivo, vengo gratificato dalla loro confidenza, che davanti ai commensali mi dà potere: il potere di sentirmi come a casa mia e di condurre le danze. Generalmente, ordino io per tutti, il vino, gli antipasti, i primi, tutto in dosi che basterebbero per due tavoli. Pago conti salatissimi, e ormai la voce “cibo” ha superato in classifica le voci “libri” e “dischi”.
Nella cerchia delle mie conoscenze, girano ormai alcune leggende: secondo una di queste, una sera, non sapendo scegliere tra due inviti a cena, avrei presenziato ad entrambe, uscendone in tutti e due i casi vincitore.

* * *

Una volta, un mio amico mi ha chiesto: “Che hai fatto di bello ieri sera?”.
“Sono stato da Pippo lo Sgobbone”.
“E che, te lo sei magnato?”


* * *

La situazione è peggiorata negli ultimi due anni, da quando ho iniziato a collaborare a “Nuovi Argomenti”. Almeno un paio di volte alla settimana, all’una, mi do appuntamento in redazione con Mario Desiati e Alessandro Piperno, con la scusa di correggere bozze, discutere del nuovo numero, proporre giovani promesse delle patrie lettere. Si finisce sempre al ristorante, magari alla Cantina Cantarini, in piazza Sallustio, oppure fino alla Bocciofila, al Borghetto Flaminio.
(Nota incidentale: la mia scoperta del ristorante della Bocciofila, avvenne per via di una mia passione letteraria. Avevo sentito dire che Valentino Zeichen – uno dei miei poeti preferiti – viveva in una casina che s’era costruito da sé al Borghetto Flaminio, davanti a piazza della Marina: un posto che le signore chic conoscono per via del mercatino vintage che vi s’allestisce ogni domenica da luglio a settembre e in cui gli espositori sono altre signore chic. Un bel giorno, presi la Vespa e il manoscritto del mio primo romanzo, deciso a trovare l’indirizzo giusto, suonare il campanello, e lasciare i miei fogli davanti all’uscio così come si faceva un tempo coi bambini indesiderati. Avevo appena individuato la casa di Zeichen, quando le mie sensibilissime narici captarono un delizioso odore di arrosto, proveniente da un cortile lì dietro. Sedermi ad un tavolo, papparmi l’arrosto e imbrattare di sugo la mia fatica letteraria fu un tutt’uno, seguito dall’apparizione del poeta, fugace, circonfusa da un alone di mistero che sei dita d’un Fiano d’Avellino avevano contribuito a creare per la buona riuscita della scena. Non osai dirgli niente; salvo raccontargli l’episodio un anno più tardi, quando insieme sbranammo due pizze lamentandoci del fatto che non si fanno più le pizze d’una volta).
Il più delle volte, comunque, Mario, Alessandro ed io andiamo all’Hard Rock Café, per una misteriosa forma di snobismo sociogastronomico. Il nostro tavolo è addossato a una parete su cui fa bella mostra una tuta appartenuta ad Elvis Presley, bianca, taglia XXL. Alessandro ordina delle piccantissime chicken wings, che divora a mani nude. Mario, incomprensibilmente, pretende di mangiare spaghetti al pomodoro – una cosa che non verrebbe in mente neppure ad un turista di Osaka – anche se spesso ripiega sulla cesar salad. Quanto a me, opto sempre per il bacon-cheeseburger, accompagnato da patate fritte. E al momento del conto – che, come da tradizione, offre la possibilità a Desiati di esibirsi nella famosa scena del “dove ho messo il portafoglio?” – giungono immancabili le mie lamentazioni: “Ho mangiato troppo”, sussurro, e mentre risaliamo via Veneto con passo incerto, giuro che non lo farò più. Ma chi ci crede?

* * *

Non so come mi è venuto in mente. Ma ormai è fatta. Durante l’ultima riunione di redazione di “Nuovi Argomenti”, si stava discutendo di una nuova sezione da dedicarsi ai libri che hanno fatto l’unità d’Italia. Tra le varie proposte, gli Inni sacri del Manzoni, Pinocchio, il Pellico, De Amicis, I viceré e Dei delitti e delle pene. “Perché non l’Artusi?”, ho detto io (il solito vizio di non riuscire a tenere la bocca chiusa). Il giorno dopo, Enzo Siciliano mi ha chiamato: “Dunque, tu fai l’Artusi”. Ero spacciato.
Per settimane, prendevo tra le mani il volume dell’Einaudi e lo sfogliavo solo per cogliere con lo sguardo frattaglie di parole misteriose come il Tetragrammaton: visioni di animelle, pelli di salamandre, busti di polli giovani, rigaglie, piccioni pillottati, zuppe di ranocchi servite con un battuto d’aglio, sedano e prezzemolo, lombate di castrato, brodini di muggine, lingue di vitella, palombi al pangrattato, sgonfiotti di farina gialla, capponi in galantina… E richiudevo appena iniziava a girarmi la testa.
Quando sono stanco e ho paura (paura di cosa? paura – senza alcuna ragione – di morire), e nell’istante in cui mi arrendo a questo piccolo assaggio di un orrore più vasto i miei occhi sono casualmente su qualcosa da leggere (un libro, un giornale, un opuscolo pubblicitario), avverto un senso di fastidio verso le lettere dell’alfabeto, quasi che queste abbiano il potere di comporsi in una figura che al solo sguardo provochi nausea, così come una linea a spirale è capace di ipnotizzarci. Ricomponendo quelle confuse stringhe di parole, ad esempio, s’imponeva alla mia suggestione l’immagine terrificante di un tacchino alto tre metri, inculato da prugne e castagne grandi come meloni. Così non mi decidevo ad addentrarmi nel librone e indugiavo sul materiale epitestuale. Come ad esempio quel La cucina di Bengodi in cui Manganelli fa notare il fatto che “di rado accade che un autore così totalmente si sciolga nella sua massima opera da fare del proprio nome un sinonimo di quella; si disse ‘Il Tasso’ per la Gerusalemme, come ‘l’Artusi’ per il suo ricettario. Pellegrino si disfece, si sciolse, si stemperò in quel suo manuale; per un uomo di lettere, destino invidiabile, che mima quei suoi sughi in cui verdure e carni si coniugano e consumano in omogenei impasti di commestibili anima e corpo”[1].
Nella prefazione all’edizione dell’Einaudi, Piero Camporesi parla della bibbia domestica dell’Italia umbertina come del libro che “svolse il civilissimo compito di unire e amalgamare, in cucina e poi a livello di inconscio collettivo, nelle pieghe insondate della coscienza popolare, l’eterogenea accozzaglia delle genti che solo formalmente si chiamavano italiane. (…) Mai occulta persuasione fu più semplice e umana, mai il prodotto in vendita conobbe un livello tanto elevato di buon gusto, cultura, civile divulgazione. (…) E così un numero considerevole di italiani si trovarono uniti a tavola, mangiando gli stessi piatti e gustando le stesse vivande”[2].
Era il 1891 quando il signor Pellegrino Artusi da Forlimpopoli pubblicò il suo libro, per la gioia di tutte le mamme e le mogli del Regno. “Era l’anno di Myricae e dell’enciclica Rerum Novarum, l’anno che vide la nascita del partito socialista italiano e di ‘Critica Sociale’, quando per la prima volta il proletariato celebrò la festa del lavoro”[3]. E non è forse solo un caso che il padre di Pellegrino, droghiere, aveva firmato in data 6 marzo 1831 un proclama inneggiante alla “libertà, all’Unione e alla Patria”, distinguendosi peraltro nei moti insurrezionali.
Pellegrino non era certo animato dagli stessi demoni rivoluzionari. Le biografie ce ne ridanno l’immagine di un moderato, sostanzialmente impolitico, avverso sia ai guidaleschi reazionari che all’internazionalismo proletario, di cui scriveva – in una lettera del 1873 – che era “un tal mostro che desta sicuro ribrezzo all’universale e il suo turbine devastatore lascia sgomente le genti in mezzo alle quali scoppia, ma breve è il suo cammino per andarsi a nascondere, all’obbrobrio di tutti. I cani idrofobi durano poco perché ognuno li teme”.
Così lo descrive, ancora, Manganelli: “Pellegrino si trasferì in Toscana: e tra Firenze e Livorno visse il resto della sua vita. (…) Certo non fu anima passionale, parve rinnegare la sua rissosa origine romagnola. Mise su una banca che gli diede benessere e apprensioni; e apprensivo fu sempre, moderato in politica, insidiato da una blanda sfiducia nelle cose pubbliche, trincerato in una vita domestica solitaria e sedentaria; come un alchimista rinascimentale, aveva aiutanti e gatti. (…) La sua cucina non sa di magia: i suoi fuochi sono braci e fornelli; non ha storte ma fiaschi, e spiedi e griglie. (…) Il suo genio fu tutto nella esattezza un po’ molle del discorso, e nel modo innocente, casuale con cui svolse quello che potremmo considerare un ‘compito storico’”[4].
Certo è che la sua prosa non di rado fa scintille. Come quando detta le istruzioni per preparare i filetti di sogliole: “Prendete un paio di sogliole mezzane oppure una sola, staccatene i filetti dopo averle spellate, che saranno quattro, e tagliateli per traverso a listarelle fini come fiammiferi. Se li tagliate in isbieco li otterrete alquanto più lunghi e sarà meglio”.

* * *

Solo oggi, a dodici ore dalla scadenza impostami per consegnare il pezzo, vinco la nausea e apro a caso La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Sentite come l’Artusi presenta il pasticcio di maccheroni: "I cuochi di Romagna sono generalmente molto abili per questo piatto complicatissimo e costoso, ma eccellente se viene fatto a dovere, il che non è tanto facile. In quei paesi questo è il piatto che s’imbandisce nel carnevale, durante il quale si può dire non siavi pranzo o cena che non cominci con esso, facendolo servire, il più delle volte, per minestra".
L’esotismo di “in quei paesi” (il corsivo è mio) balza agli occhi: mi figuro una brava donnina lucana di fine Ottocento mentre s’appresta a copiare la ricetta, immaginando il carnevale romagnolo come noi, oggi, sogniamo il sambodromo di Rio. Ma continuiamo a leggere: "Ho conosciuto un famoso mangiatore romagnolo che, giunto una sera non aspettato fra una brigata di amici, mentre essa stava con bramosia per dar sotto a un pasticcio per dodici persone che faceva bella mostra di sé sulla tavola, esclamò: 'Come! per tante persone un pasticcio che appena basterebbe per me?'. 'Ebbene', gli fu risposto, 'se voi ve lo mangiate tutto, noi ve lo pagheremo'. Il brav’uomo non intese a sordo e messosi subito all’opra lo finì per intero. Allora tutti quelli della brigata a tale spettacolo strabiliando, dissero: 'Costui per certo stanotte schianta!'. Fortunatamente non fu nulla di serio; però il corpo gli si era gonfiato in modo che la pelle tirava come quella di un tamburo, smaniava, si contorceva, nicchiava, nicchiava forte come se avesse da partorire; ma accorse un uomo armato di un matterello, e manovrando sul paziente a guisa di chi lavora la cioccolata, gli sgonfiò il ventre, nel quale chi sa poi quanti altri pasticci saranno entrati".
Recentemente, sono stato in Puglia col Desiati. Un suo amico di Massafra che gestisce l’enoteca Falsopepe, mi ha raccontato di quando il nostro valente redattore, allora diciottenne, si fermò coi suoi compagni in un ristorante dalle parti di Martina Franca dopo una partita di calcio; furono loro serviti degli spaghetti così piccanti che nessuno andò oltre la seconda forchettata. “Me li mangio tutti io”, avrebbe detto il nostro. Partì dunque una scommessa non dissimile da quella raccontata dall’Artusi. Desiati rovesciò due chili di spaghetti in una bacinella, li sciacquò con l’acqua e li divorò in dieci minuti, prima di stramazzare semisvenuto, le gambe scosse dagli spasmi che ripulivano la segatura sul pavimento come due tergicristalli.
Desiati è magro come un’acciuga e ha uno stomaco che se vi gettaste dentro uno spillo potreste sentire dei tic tic metallici – questo per farvi capire che il suo stomaco è di ferro e la sua pancia, generalmente vuota e rimbombante. Mai ho visto essere umano sopportare con la medesima serenità giorni interi di digiuno e al tempo stesso prodursi in esercizi che farebbero sfigurare pure la celebre performance di Gassman coi montblanc. È un fenomeno che avrebbe impressionato pure l’Artusi, secondo il quale “questi grandi mangiatori e parassiti non sono a’ tempi nostri così comuni come nell’antichità, a mio credere, per due ragioni: l’una, che la costituzione dei corpi umani si è affievolita; l’altra, che certi piaceri morali, i quali sono un portato della civiltà, subentrano al piacere dei sensi”. Dal che, evinco che sarei dovuto vivere nel protozoico.
L’Artusi, comunque, ispira la mia simpatia perché è un bugiardo: il suo moralismo, con un po’ d’agio interpretativo, è bello e smascherato. Nella prefazione scritta di suo pugno, egli si lamenta che “il mondo corre assetato, anche più che non dovrebbe, alle vive fonti del piacere, e però chi potesse e sapesse temperare queste pericolose tendenze con una sana morale avrebbe vinto la palma”. Belle parole. Ma il romagnolo non me la conta giusta. Basterebbe citare quel passo in cui parla del fritto alla garisenda, introducendolo così: “Signore che vi dilettate alla cucina non mettete questo fritto nel dimenticatoio, perché piacerà ai vostri sposi e, per gl’ingredienti che contiene, forse sarete da essi rimeritate”, dove appare chiarissima l’allusione alle virtù afrodisiache dei tartufi, con cui si cucina il piatto. Ma ad esempio potrebbe prendersi pure il racconto che l’Artusi fa delle vicende editoriali del suo capolavoro: “Mi pungeva il desiderio di appellarmi al giudizio del pubblico”, scrive; “quindi pensai di rivolgermi per la stampa a una ben nota casa editrice di Firenze. (…) Per dar loro coraggio, proposi a questi Signori (…) che avessero un saggio pratico della mia cucina invitandoli un giorno a pranzo, il quale parve soddisfacente tanto ad essi quanto agli altri commensali invitati a tener loro buona compagnia”. Ed io mi figuro dove fossero andati a cacciarsi, in quell’occasione, i suoi moniti alla morigeratezza…

* * *

Sono le due di un mattino di gennaio. Ho appena chiuso l’Artusi dopo aver passato in rassegna non meno di cento ricette. L’ultima, che mi ha provocato un senso di vertigine, è stata quella per il pasticcio di lepre: "Chi non ha buone braccia non si provi intorno a questo pasticcio. La natura arida delle carni della bestia di cui si tratta e il molto ossame, richiedono una fatica improba per estrarne tutta la sostanza possibile, senza di che non fareste nulla di veramente buono".
La geografia del ricettario va da Torino – in cui si mangia il cacimperio preparato con la fontina – alla Romagna che, “avendo in tasca la crusca, chiama il sugo di carne brodo scuro, forse dal colore, che tira al marrone”. In quel di Roma, il nostro genio mangiò gli gnocchi al parmigiano: “Spero che vi piaceranno”, scrive, “come sono piaciuti a quelli cui li ho imbanditi. Se ciò avviene fate un brindisi alla mia salute se sarò vivo, o mandatemi un requiescat se sarò andato a rincalzare i cavoli”. È un pellegrinare al passo di Pantagruele tra i piatti tipici d’ogni luogo, dal budino alla genovese all’arnione alla fiorentina; dal dolce di mandorle che si prepara a Napoli alle anguille del valligiano di Comacchio. Dell’ossobuco l’Artusi rende la ricetta con timidezza, poiché “questo è un piatto che bisogna lasciarlo fare ai Milanesi”; mentre con altre pietanze la confidenza è tale che essi finiscono antropomorfizzati: “Signor polpettone, venite avanti, non vi peritate; voglio presentare anche voi ai miei lettori. Lo so che siete modesto ed umile perché, veduta la vostra origine, vi sapete da meno di molti altri; ma fatevi coraggio e non dubitate che con qualche parola detta in vostro favore troverete qualcuno che vorrà assaggiarvi e che vi farà anche buon viso”.
Finirà che il signor polpettone – un uomo più grasso di me, col limone in bocca, due uova che gli escono dalle orecchie e sul capo tre cucchiaiate di pappa – me lo sognerò stanotte.
Ma prima di andare a dormire, debbo farvi una confessione.
In realtà, io sono un discepolo di Ada Boni e del suo Talismano della felicità che iniziava così: "Di Voi, Signore e Signorine, molte sanno suonare bene il pianoforte o cantare con grazia squisita, molte altre hanno ambitissimi titoli di studi superiori, conoscono le lingue moderne, sono piacevoli letterate o fini pittrici, ed altre ancora sono esperte nel tennis o nel golf, o guidano con salda mano il volante di una lussuosa automobile. Ma, ahimè, non certo tutte, facendo un piccolo esame di coscienza, potreste affermare di saper cuocere alla perfezione due uova al guscio"[5].
Posteriore all’Artusi di una quarantina d’anni, il Talismano contiene rispetto a quello meno fumo e più arrosto (per restare in argomento); e m’è servito per redigere le pagine più allucinanti che io abbia mai scritto:

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Leonardo Colombati
da Perceber, cap. III, ep. XVII, pagg. 189-191

In un tardo pomeriggio di settembre del 1950, Baldini s’adoperava a sterminare un coscetto di castrato in casseruola in compagnia di tre amici, i gomiti sul tavolo d’angolo di un dolce pergolato, il mocassino di Rino Salviati posato sulla stecca di una ciscranna di paglia mentre schitarrava Le strofette di Bombacè. Non aveva ancora fatto a tempo a chiedersi se gli avrebbe nuociuto quel gran Rutto che era riuscito a trattenere, quando la vide: in groppa a una bella pollastrina che sgocciolava crema di latte,

due occhi ai quali Allàh disse «siate» e furono
e che esercitano sui cuori l’azione inebriante del vino

– non che il ghiottone ne avesse tracannato poco, fino a quel momento… – la meravigliosa Shams an-Nahàr (Sha-Sha per gli habituée) era fasciata nella sua esuberante capigliatura simile alla Trippa ricciolotta, indossava un abito azzurro e un manto di seta ricamato in Oro e Verzette ed aveva alla vita una cintura tempestata di Fegatini, Foglie di Menta e Frittelle di Sambuco.
Così, mentre i commensali provavano a scuoterlo da un fulminante coma etil-gastronomico, i suoi sensi alloppiati fremevano per quella Bellezza di Luna. Arrancando dietro il succulento destriero, Baldini la seguì fino ad un Palazzo. (…) Lei lo condusse in una grande sala: era una cupola sostenuta da cento colonne di Budino di Tacchino tempestate da Cetriolini, Funghi secchi, Cipolle, Olive, Capperi e Barbabietole, le basi e i capitelli ornati da Anitre in salmì e Fagiani tartufati. Il tappeto era composto di un sol pezzo a fondo bruno – Cotognata, come gli fu spiegato in seguito – ricamato con mazzetti di Finocchio, Indivia e Broccoletti. L’orlo era fatto di minuscole Bouchées agli Scampi, Cestini con Crema di Prosciutto, Tartine di Magro e Rissoles. Tra una colonna e l’altra v’era un piccolo sofà con cuscini di Ricotta e Gorgonzola e grandi vasi di porcellana, cristallo, porfido e agata, in cui le ancelle continuavano a rovesciare Purè di Carote, Stracciatella e Minestra di Arrow-root. Le finestre s’aprivano su un Giardino i cui viali erano coperti da uno strato di ciottoli di Galantina di Pollo e Savarin alla frutta di diversi colori, in modo da riprodurre il disegno del tappeto della sala. All’estremità del Giardino erano due canali di Salsa bruna al Madera, che avevano la stessa figura circolare della cupola. Nelle aiuole, delimitate da cordoncini di Strudel e Torte Bilbolbul, proliferavano l’Asparago e la Bietola, il Cavolfiore e il Carciofo. Bei vasi di bronzo dorato guariniti d’arboscelli e fiori poggiavano lungo i viali, i quali separavano grandi spazi piantati d’alberi dalle fronde di Bavetta, Lasagna e Cannolicchio.
Compiendo una ruota col suo scialle di Vol-au-vent, Shams coprì gli occhi del ragazzo e lo attirò a se, cercando di distogliere la sua attenzione dal bel panorama. Si accomodarono su un soffice cuscino di Brioche, posto nel centro della sala; vennero dieci schiave e poi altre dieci, che si schierarono come Uri paradisiache, e una iniziò a pizzicare le corde di un liuto, cantando:

L’ora dell’amore non comporta
questo civettare ritroso.
Cogliete il momento propizio,
per godere le ore dell’amore!

Baldini notò che dietro ogni colonna un servo era intento nella preparazione di un piatto per il pranzo. Ce n’era uno che, presa un’Anguilla dalla cesta, faceva un taglio circolare intorno alla testa, incidendo solo la pelle, e l’infilava su un gancio, lasciando l’animale penzoloni. Poi, pulitasi la lama sulle brache, staccava la pelle fino a che riusciva a prenderla con le mani e tirarla verso il basso, scuoiando per bene. Dopo averla anche sbudellata, infieriva parecchi tagli nella colonna vertebrale, così da poter arrotolare l’Anguilla su se stessa come una ciambella, e la metteva sul fuoco. Ripetè l’operazione altre sedici volte, prima che Baldini venisse distratto da un piacevole massaggio ai piedi da parte di un ancella albina, mentre Shams gli spruzzava il viso con Acqua di Rose.
Finalmente, tre damigelle deposero davanti ai due un desco pieno di Anguille in carpione, guarnito da Cipolline e Foglie di Salvia, mezze Uova sode tonné sormontate da spirali di Maionese, una gran messe di Gobbi fritti e Arborelle, Polpette di Tonno, Aguglie fritte, Alici in tortiera, Cefaletti in gratella e Salami di Pesce di lago, Aringhe salate, Filettini d’Orata Bercy, Tinche marinate, Baccalà con Visciole, e Polpi affogati nel Pomodoro, mentre un cuoco ermafrodito, seminascosto da una colonna, infarinava Cosce di Rana.
Nettata la boccuccia e il mento, unti del ripieno delle Seppie, Shams ordinò ad una schiava di allietarli con un’altra canzone:

O padron mio, o cuore mio caro e vita preziosa!
Concedimi un bacio, in dono oppure in prestito
e te lo restituirò, possa tu sempre vivere, tal quale me l’hai dato.

Baldini, al quale lo spettacolo delle venti negre danzanti aveva già fatto salire la pressione, incurante dell’opprimente fardello della sua vescica pregna di Vino al Rabarbaro, Sciroppo di Ribes, Tè, Sours, Acqua frizzante e Sangarees, non si tenne, lanciandosi:

Vorrei donarti un bene più prezioso
se saprò trarmi in salvo da questo zabaione.
Non star lì a calcolare gl’interessi:
ti do quel che ho di mio più caro
e tu ridammiti tutta, senza badare all’inflazione.

Ormai ritto sulle gambe tremolanti come Crema Malakoff, il “Dono” anch’esso piuttosto fondant, Baldini cercò di spalmarsi sulla bella Sha-Sha, mancando piuttosto disonorevolmente il bersaglio. Vennero portati gli incensieri e le anfore d’Acqua di Rose e scodelle d’oro sbalzato contenenti bevande, frutta e seccumi d’ogni sorta, molte candele furono spente e in breve i due rimasero soli.

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Ricordo che dopo aver scritto questo brano, mangiai pollo lesso e semolino per tre giorni.
Stanotte, stremato e nauseato da queste ricognizioni culinarie, faccio solenne promessa ai preclari direttori di questa rivista, ai suoi redattori, alla mia famiglia e a voi, gentili lettori, che da lunedì inizierò una dieta come dio comanda.
Quanto all’Unità d’Italia, s’è fatta, no? Artusi o non Artusi.

Note:

[1] Giorgio Manganelli, La cucina di Bengodi, “Libri Nuovi”, dicembre 1970
[2] Piero Camporesi, Introduzione, in Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, Einaudi, Torino 1970
[3] Ibidem
[4] Giorgio Manganelli, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, “l’Espresso”, dicembre 1970
[5] Ada Boni, Il talismano della felicità, Carlo Colombo Editore, Roma 1970

Posted by Leonardo Colombati at 10:16 | Comments (8)

25.02.06

Zizzi: il fuoco sacro della poesia

Su Vibrisse ho messo un mio articolo sul poeta Michelangelo Zizzi, già pubblicato su Il Giornale lo scorso 22 febbraio.

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17.02.06

Out of control - Racconto

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Posted by Leonardo Colombati at 14:21

17.01.06

1906 - 2006

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Posted by Leonardo Colombati at 10:57 | Comments (0)

Metti una sera in pubblico

di Gian Paolo Serino

[Articolo pubblicato oggi su Il Giornale]

Da intere scolaresche che si danno alla fuga alla consegna di premi improbabili; da richieste di autografi su libri di altri ad autori che si preparano ad affrontare il pubblico leggendo prima i propri versi ad anatre e cigni. Anche per gli scrittori italiani «le umiliazioni non finiscono mai» (titolo dell'omonimo libro recentemente uscito da Guanda, a cura di Robin Robertson): a volte, infatti, le presentazioni librarie si possono trasformare in veri e propri incubi o in situazioni al limite dell'imbarazzante. E se nei Paesi anglosassoni le figuracce d'autore raccontano il lato tragicomico del successo letterario, anche in Italia scrittori e lettori si contendono l'inconfessabile.

Tiziano Scarpa, ad esempio, recentemente invitato in Sicilia per leggere dei passi del suo ultimo Groppi d'amore nella scuraglia si è trovato in una scuola in festa per il suo arrivo. Peccato che durante il breve tragitto dalla scuola al teatrino dove era organizzato l'incontro su duecento studenti ne siano rimasti una decina. Gli altri? Dopo la simulazione di gioia si sono dati allegramente alla macchia: primo caso di «fuitina letteraria»?.
E sempre in Sicilia, a Mazara del Vallo, Maurizio Maggiani, vincitore dell'ultimo Premio Strega, invece di presenziare alla presentazione del suo libro si è visto consegnare «Il peschereccio d'oro»: il previsto reading si è trasformato in un imbarazzante show con ballerine scosciate e il riconoscimento consegnato da un sempreverde Daniele Piombi. «Sono stato comunque felice per il pensiero - racconta con un velo d'ironia lo scrittore -. Non è stata certo un'umiliazione. In otto anni ho partecipato a più di 450 presentazioni e devo ammettere che il fastidio maggiore è sempre quando a presentarmi sono sindaci o assessori alla cultura. Non so perché, ma storpiano sempre il mio nome: nelle diverse occasioni divento Baggiani, Maggioni, Maggini. Anche se la sofferenza maggiore l'ho provata ai tempi dell'uscita de Il coraggio del pettirosso: quel titolo non entrava proprio nella testa dei presentatori. In un paese del Veneto è diventato addirittura “Il coraggio del passerotto”: voglio dire il pettirosso ha una sua dignità, ma il passerotto mi ha dato proprio la sensazione della sconfitta».
Leonardo Colombati, autore di Perceber, uno dei romanzi rivelazione di questa stagione letteraria, ricorderà sempre la sua prima presentazione a Roma: «Una signora mi sottopose a una raffica di domande sul perché nel libro parlassi di un uomo a cui viene amputata una gamba. Solo quando replicai acidamente alla sua ultima osservazione e la vidi prendere il cappotto, la borsetta e una stampella per andar via piccata, scoprii che aveva una protesi di legno».
E Alessandro Piperno, caso letterario dell'anno con il suo Con le peggiori intenzioni, racconta di quando «un signore mi ha avvicinato dicendo che gli avevo cambiato la vita. Poi mi ha dato il libro perché lo firmassi e il libro non era mio».
Un caso simile vissuto anche da Marco Vichi, lo scrittore fiorentino che con le storie del suo commissario Bordelli ha dato nuova linfa al genere giallo: «Era stato da poco pubblicato il mio primo romanzo, L'inquilino. Mi avevano chiesto di fare un incontro in un bar di Fiesole, alle 19.30. Pioveva. Arrivai verso le 19. Non c'era nessuno, a parte il barista e la persona che mi aveva invitato. Alle 19.28 entrò un signore chiudendo un ombrello gocciolante di pioggia, attraversò il bar, chiese un caffè, poi prese la tazzina e andò a sedersi nel tavolino di fronte al nostro. La donna guardò l'ora e disse che si poteva cominciare. Disse il mio nome e il titolo del libro, poi parlò un po' della trama del romanzo e alla fine mi fece una domanda. L'uomo seduto davanti a noi mi guardava in modo strano. Alla fine si alzò in piedi e disse: “Scusate, sono venuto qua perché ho letto che Marco Vichi presentava il suo libro... ma credevo che fosse un altro Marco Vichi, un mio amico. Ci dev'essere un caso di omonimia. Arrivederci”».
Linciaggio emotivo, invece, per Tommaso Pincio: «È successo al Festival della Letteratura di Mantova. Presentavo il mio romanzo, Un amore dell'altro mondo, che parla di Kurt Cobain. A me sembrava una storia toccante ma siccome c'erano anche delle scene estreme arrivato il fatidico momento delle domande del pubblico, una ragazza si alza e mi dice: “Ma non ti vergogni a raccontare certe cose? Che esempio dai ai giovani?”. Confesso che non mi ero mai posto il problema, la letteratura abbonda di scrittori il cui stile di vita è ben peggiore del mio, ma in quella circostanza mi sentii un po' in imbarazzo perché la sala era piena di giovani, seppur fanatici di una rockstar maledetta».
Marco Mancassola, da poco in libreria con l'ottimo Il ventisettesimo anno, ricorda invece una serata milanese particolarmente pungente: «Gli organizzatori mi invitano a un incontro insieme a Joe Lansdale. Una serata infernale: ci sono migliaia di zanzare e le luci le attirano sul palco. A un certo punto io e Lansdale scambiamo qualche battuta, faccio per girarmi verso di lui, e allora vedo: ha la faccia letteralmente coperta di zanzare. Raccapricciante. Non ha battuto ciglio».
Enrico Remmert e Luca Ragagnin, autori di Elogio della sbronza consapevole, giunto in pochi mesi alla terza ristampa, sono una fonte inesauribile di aneddoti. Lo «sbronza tour», come lo chiamano, li ha portati in giro per tutta Italia. Solo pochi giorni fa, in un paesino sul Lago D'Iseo, hanno iniziato a leggere i propri versi. Non al pubblico, ma dal pontile davanti a oche e a anatre. «Successo - dicono - assicurato».
Valeria Parrella, altra rivelazione di quest'anno con Per grazia ricevuta, si è ritrovata in un paese sui colli romani che organizzava una serata culturale: «Su un palco eravamo io, la mia pila di libri, una pornostar di Tinto Brass, due giocolieri che facevano cadere continuamente le torce a pochissimi centimetri dai volumi, tutti intervistati da un dj che ci chiedeva di descrivere i nostri libri su tre parole chiave tipo: gioco, sesso e birra».
Da brividi, invece, o meglio «da paura» la storia raccontata da Carlo Lucarelli: «Nel mio romanzo Febbre gialla dovevo inserire una frase in cinese. Non conoscendo gli ideogrammi mi sono affidato agli editor della casa editrice chiedendo una traduzione più vicina al mio pensiero. Il libro è stato pubblicato e tutto sembrava andare per il meglio. Un anno dopo ero in una scuola media e una bambina cinese a un certo punto alza la mano e mi chiede: ma cosa c'entra la pubblicità dei trattori con la trama del libro? Il mio editor era andato in internet e aveva scaricato la prima frase in cinese che aveva trovato: quella che, appunto, pubblicizzava la forza motrice di un trattore made in China».

Posted by Leonardo Colombati at 10:05 | Comments (1)

10.01.06

Una buona notizia

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L'archivio de I Miserabili, la fantastica e-zine letteraria di Giuseppe Genna, è di nuovo consultabile. Dal mazzo, oggi ho scelto questo pezzo.

Posted by Leonardo Colombati at 18:35 | Comments (0)

Click. E Google spense la memoria

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di Leonardo Colombati


[Questo articolo è stato pubblicato oggi su Il Giornale]


Per Natale, il mio amico Giulio Mozzi mi ha fatto un bel regalo: la seconda edizione de L’arte della memoria di Tito Aurelj, pubblicata da Carlo Voghera in Roma nel 1905. Oltre ad estenuanti tavole e vocabolari che servono per apprendere l’arte “la più facile che esista”, il volume presenta anche una sezione storica, in cui può leggersi, ad esempio, di quando il poeta greco Simonide (556-468 a.C.) fu invitato un giorno ad un convivio ed era ancora all’esterno della casa quando il pavimento della mensa crollò. Alcuni convitati si precipitarono fuori, scampando così alla rovina, e subito iniziarono a domandarsi chi fosse rimasto schiacciato all’interno. Al che, Simonide, iniziò a far la lista con tale precisione che in molti si meravigliarono, come pure lui stesso. Capì che aveva ricordato quei nomi, associando ad ognuno di essi un volto, e ad ogni volto il suo posto alla tavola. Fu per questo che Cicerone, nel De oratore, parlò di lui come dell’inventore dell’arte del ricordare, la mnemotecnica. Anche Quintiliano gli rese omaggio per lo stesso motivo, mentre Plinio narra di come Ciro sapesse il nome di ciascun soldato della sua armata, mentre di Cesare racconta che conosceva i nomi di tutto il popolo romano.
Altri prodigiosi “ricordatori” dell’antichità furono Mitridate, Artaserse, il console romano Ortensio e pure quel Carneade che Don Abbondio mostra di non conoscere ne I promessi sposi, e che invece fu filosofo e ambasciatore di Atene a Roma, e pure così eloquente che Catone il Censore lo rimandò indietro perché quando parlava sapeva confondere il vero ed il falso; pare che riuscisse ripetere a memoria ogni volume, come se lo leggesse. Nel 1482, poi, Pubblicio stampò una Ars memorativa in cui, oltre a riprendere la topologia di Simonide, spiegò una nuova tecnica, la simbolica, per cui ad ogni idea può essere ricondotto un segno, o simbolo, “per analogia o anche per convenienza”. Nel De memoria et reminiscentia, ad esempio, si associava il sistema dei casi grammaticali a parti del corpo umano – così, dunque, il nominativo era associato alla testa, l’accusativo al petto che può ricevere colpi, il genitivo alle mani, che posseggono od offrono, e così via – mentre nell’Ad Herennium si immaginavano i testicoli del caprone per ricordare la parola “testimoni”, secondo un’associazione puramente etimologica.


* * *

Il giorno della Befana, al mattino, dopo aver dato le calze ai miei due bambini, ho aperto il manuale mnemotecnica al Titolo 7: Ricordare le 12 costellazioni, dove l’Aurelj suggerisce questa frase: “Ritorce ai Can le verghe; e li corpi li gitta a capo giù in acqua ai pesci”, e spiega: “Quel ri è la seconda sillaba di Ariete, tor ci dice il Toro, e ce i Gemelli, can il Cancro, le il Leone, verghe la Vergine, li la Libra, corpi lo Scorpione, gitta il Sagittario, capo il Capricorno, e pesci i Pesci”.
Senza neppure tentare di mandar giù a memoria il trucco, ho chiuso L’arte della memoria e ho preso il Corriere della Sera: nella prima pagina della Cultura c’era un articolo di Massimo Gaggi intitolato E Google creò un mondo senza libri. Pare che i fondatori del motore di ricerca più utilizzato, Larry Page e Sergey Brin, abbiano intenzione di convertire in files scaricabili tutti i libri del mondo, per costituire una vera e propria libreria universale. Che questo obiettivo sia o meno raggiungibile, è comunque evidente come i vari Google, Yahoo e Msn abbiano modificato il nostro approccio al sapere, tanto che nell’articolo, lo stesso Gaggi si chiede se i motori di ricerca “non uccideranno la memoria. (…) Perché assoggettarsi alle fatiche dello studio, perché passare ore e ore a memorizzare dati quando, digitando una o due parole, possiamo ricostruire qualunque nozione, dalla data della battaglia di Austerlitz ai passi salienti del Riccardo III, al tempo che farà dopodomani in Nuova Zelanda?”.
Letto il pezzo, mi è venuta subito voglia di aprire il computer, andare su Google, e digitare “costellazioni”. Il primo risultato è stato un link al sito www.pd.astro.it, dove però ho trovato una “lista delle 88 costellazioni”, dove c’erano pure la Lepre, Andromeda, il Leone Minore, la Chioma di Berenice e la Macchina Pneumatica. Ma io volevo sapere soltanto il nome delle costellazioni dello Zodiaco! Così ho digitato “12 costellazioni” e il primo sito suggeritomi da Google è stato www.lunario.com, dove finalmente ho trovato l’elenco che cercavo, da Ariete a Pesci. Ma chi mi garantisce che quell’elenco è esatto? Chi si cela sotto il nome di "lunariopuntocom"? un astrofisico, una maga, un burlone… magari uno smemorato? Se la mia fonte è un libro, posso dire di dormire sonni relativamente tranquilli: il nome e le notizie biografiche dell’autore di un testo di fisica, e soprattutto l’editore che lo ha pubblicato, possono offrirmi delle garanzie immensamente superiori a quelle di internet.
Il vero problema, però, è un altro. Fino all’avvento dei motori di ricerca sul web, avevo soltanto due modi per ottenere l’elenco delle dodici costellazioni: spulciare un libro oppure ricordarmi l’elenco (magari con un trucco mnemonico, come quello suggerito dall’Aurelj). Se stavo scrivendo un racconto o un articolo e quell’elenco mi serviva, avrei potuto alzarmi dalla scrivania e consultare l’enciclopedia. Per informazioni così semplici, però, la memoria era una scorciatoia, pur cui non avrei dovuto abbandonare la sedia. Ma oggi? Basta un clic, e via… La memoria non mi serve più.

* * *

Per i Greci, la personificazione della memoria era Mnemonide, che secondo Esiodo (Teogonia) partorì le Muse, “oblìo dei mali e tregua alle cure. Per nove notti ad essa si unì il prudente Zeus, lungi dai mortali”. La memoria era dunque la madre delle Arti. Ecco che per uno scrittore, l’utilizzo di Google configurerebbe un matricidio.
Secondo il Manzoni, in quel fatidico 5 maggio del 1821, la spoglia di Napoleone stette immemore: ciò che d’irrecuperabile v’era nella morte, per l’Imperatore, era il ricordo della sua straordinaria esistenza. Per noi, invece, il Lete – il fiume “che toglie altrui memoria del peccato” (Purgatorio, XXVIII, 128) – scorre su uno schermo dietro il quale i nuovi Demiurghi ci promettono una mnemotecnica che come quelle rinascimentali si presenta come silloge della sapienza cosmica; solo più facile e immediata. Ma cosa succederà quando non ricorderò nemmeno la parola giusta da immettere nel mio motore di ricerca? A cosa mi servirà il computer quando avrò dimenticato, semplicemente, la parola “costellazioni”?

Posted by Leonardo Colombati at 09:35 | Comments (6)

09.01.06

La veste gialla / 2

Ancora su Vibrisse, qui.

Posted by Leonardo Colombati at 10:52 | Comments (0)

07.01.06

La veste gialla

Su Vibrisse è stato pubblicata una mia Replica ad un articolo di Antonio Spadaro in cui l'autore auspicava in letteratura "uno sguardo fresco sulla realtà".

Posted by Leonardo Colombati at 13:46 | Comments (0)

21.12.05

Siciliano, i libri, l'impegno

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[Questa intervista di Paolo di Stefano a Enzo Siciliano è stata pubblicata oggi su Il Corriere della Sera]

L’impegno? «Per la mia generazione è stato imprescindibile». La generazione di Enzo Siciliano è quella che si affacciava alle patrie lettere tra gli anni 50 e i 60. Con un apparente paradosso: «C’era un naturale rapporto con il mondo in cui si viveva. Però alla fine sono d’accordo con Sciascia quando dice che lo scrittore è impegnato soprattutto con se stesso, cioè con la propria coscienza, con i propri strumenti conoscitivi e stilistici. Se vuole dare indicazioni di comportamento o di scelta etico-politica, allora sbaglia bersaglio. Insomma, un’opera letteraria non nasce mai da un sistema deduttivo di idee, perché di buoni propositi è lastricato anche l’inferno letterario».


L’inferno letterario, un tempo, era per Siciliano la neoavanguardia: un progetto «esibito in modo clamoroso». Sono passati oltre quarant’anni dai primi contrasti, e i toni sembrano essersi parecchio attenuati: «Quello con la neoavanguardia è stato un dibattito feroce ma anche molto bello. Credo che vi spendemmo il meglio del nostro cervello. Fu un momento di grande fervore in cui volarono parole grosse ma che rappresentò un acquisto di consapevolezza». Consapevolezza per i due fronti contrapposti? «C’era un elemento che ci accomunava: l’idea di letteratura come atto conoscitivo». Resta il fatto che si trattava di due opposte visioni: da una parte la fiducia in una narrazione realistica, dall’altra la contestazione di quella fiducia, lo stravolgimento, lo sfregio. Siciliano stava dalla parte di Giorgio Bassani. Per lui, Bassani, bandiera del primo schieramento, è stato un maestro: «Lo conobbi, quando avevo 22 anni; avevo alle spalle esperienze lontane dalla sua, amavo poco la letteratura italiana contemporanea e molto quella inglese e quella americana. Mi propose di tradurre Wyndham Lewis per Feltrinelli: era un maestro per il controllo analitico sul testo ma anche per la forte disponibilità verso tutto ciò che era diverso da lui. Non dimentichiamo che Bassani aveva scelto di pubblicare autori come Borges». L’impegno di Bassani, anche come dirigente Feltrinelli? «Quel che davvero gli interessava era la valenza espressiva della letteratura. Il suo impegno come editor fu come quello di Niccolò Gallo in Mondadori. Oggi gente così non se ne incontra più...».
In quegli anni Siciliano si era appena laureato in filosofia con una tesi su Wittgenstein. Nel ’56, quando su Nuova Corrente apparve una sua recensione alle Ceneri di Gramsci , Pasolini volle conoscerlo. Siciliano era iscritto alla Federazione dei giovani comunisti, eppure amava la poesia del «fascista» Pound: «Ero un comunista singolare. Nel ’56 restituii la tessera, fui tra i 101 firmatari dopo i fatti d’Ungheria. Eravamo in molti i comunisti atipici in Italia: se penso a gente come Giorgio Amendola... Oggi si istituiscono tribunali speciali contro il Pci, ma è tutto ridicolo. La cultura italiana aveva uno smalto europeo e se la sinistra era egemone se lo meritava». E le censure? «Non scherziamo! Anche su Nietzsche si sbaglia. Io ho letto Ecce homo nella Universale Einaudi. Se sfogliamo il catalogo Einaudi troviamo di tutto. Del resto, la casa editrice fu costruita da Cesare Pavese, che con De Martino mise su la cosiddetta collana Viola, con autori come Eliade, Jung, Kerényi».
Anni dopo, nel ’63, Bassani sarebbe stato accusato di rifiutare Fratelli d’Italia di Arbasino perché conteneva giudizi poco riguardosi nei confronti di Moravia, Elsa Morante, Montale... Fu anche sospettato di spionaggio editoriale. Ne seguì un processo tra quella che fu definita l’«avanguardia in vagone letto» e la Feltrinelli da un lato e dall’altro l’autore del Giardino dei Finzi Contini . Il Gruppo 63, con i giovani leoni Balestrini, Filippini e Valerio Riva, perse in tribunale, ma si impose nella scena culturale. Oggi, Siciliano liquida quella storia antica come un «contrasto editoriale, un contrasto che non aveva niente a che vedere con i valori letterari». E infatti, Siciliano apprezza lo sperimentalismo non estremista, che si sottrae al «rifiuto dell’espressione» sbandierato dal Gruppo 63. È quello di Del Buono, Roversi, Volponi, La Capria, Pagliarani, Arbasino. Uno sperimentalismo «buono», per così dire. Contro quello «duro e puro» di Sanguineti e Balestrini: «Sanguineti rimane troppo blindato nelle proprie idee: la deduttività in letteratura mi ha sempre imbarazzato». Giorgio Manganelli? «È un altro discorso, la sua superfetazione letteraria diventa un tratto visionario di notevole forza espressiva».
Tutti discorsi che oggi sembrano archeologia. Archeologia, soprattutto, è quel rapporto stretto tra le generazioni: la generosità dei «vecchi» rispetto ai giovani. «Oggi il rapporto che si è venuto a creare tra stampa, case editrici e scrittori è viziato da logiche che non hanno nulla a che vedere con la letteratura. Nel ’91 Moravia scrisse che la letteratura non contava più niente, non aveva più senso. Sono passati 15 anni e la situazione è degenerata: il dato espressivo non viene sentito più come vitale». La tanto disprezzata critica militante non è che un ricordo: «C’è stata una grande critica. Cecchi, De Robertis... erano uomini che scrivevano per i giornali con una voglia tenace di verificare sui libri la loro intelligenza critica straordinaria. I giornali non sono più la cinghia di trasmissione di esperienze culturali. Il modello dilagante è quello televisivo». Siciliano ha avuto a che fare con la Rai prima come funzionario, poi, tra il ’96 e il ’97, come presidente. Risultati? «Mi spendo sempre molto, poi mi tocca ritirarmi con le pive nel sacco. Abbiamo fatto un sacco di cose, con l’aiuto geniale di gente come Freccero e Guglielmi. Ma presto si esaurì la libertà, la politica entrò in modo massiccio e fu un inferno. Oggi la tv è un campo perduto».
Per fortuna rimangono piccole postazioni di resistenza. Come la rivista Nuovi Argomenti , che Siciliano continua a dirigere: «La forza della rivista è che ti arriva una busta gialla e ci trovi dentro le poesie di Dario Bellezza o di Magrelli. Io ho ancora fiducia in certe apparizioni. Il libro di Piperno è venuto fuori così. Nuovi Argomenti è rimasta l’ultima rivista di letteratura creativa in circolazione». E che cosa c’è di nuovo sotto il sole? «Una voglia di narrazioni fondate sull’esperienza, un bisogno di testimonianza. Leggo tanti ragazzi tra i 20 e i 30 anni che scrivono di esperienze vissute con un occhio allo stile e con una notevole forza espressiva e inventiva. Il filone è quello che Guglielmi avrebbe definito dei franchi narratori, non secondo uno schema neorealistico, cioè epico-lirico, ma più testimoniale, con una voglia di presa diretta sulla realtà». Con qualche facile moda. Per esempio l’ossessione del giallo: «Mi sembrano un giochino, una malattia infantile della letteratura italiana, un tipo di impacchettamento kitsch e un po’ provinciale rispetto alla grande tradizione americana. Una scimmiottatura». Veniamo ai nomi. I nati con la rivista: Affinati, Albinati e Picca. Di Piperno si è detto: «Un vero narratore anche quando scrive di critica: è il suo talento, leggendolo avverti una specie di musica, senti che le note cadono giuste sul pentagramma». Altri: i giovani Leonardo Colombati e Mario Desiati. Una delusione per l’ultimo romanzo di Sandro Veronesi: «Non mi convince, lo sento diminuito nell’estro ironico, un po’ troppo fabbricato rispetto al talento delle Cronache italiane o degli Sfiorati ». Poca fiducia in Alessandro Baricco: «È un manierista di se stesso, in cui sento il vezzeggiamento stilistico, un lavoro di uncinetto fine a se stesso». Un ex-pulp come Ammaniti? «A me interessano i narratori veri e lui lo è. Sento nei suoi racconti un’ampia disponibilità di conoscenza nei confronti della vita e del mondo. Io non ho paura è un’esplosione di novità».

Posted by Leonardo Colombati at 11:48 | Comments (1)

07.12.05

La "cattolicissima" Spagna

di Leonardo Colombati

Il mio saggio Stato e Chiesa in Italia e nella "cattolicissima" Spagna, pubblicato sul numero appena uscito di Nuovi Argomenti è scaricabile qui in versione pdf:La "cattolicissima" Spagna

Posted by Leonardo Colombati at 13:16 | Comments (0)

05.12.05

Infinite possibilità - Il testo

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INFINITE POSSIBILITÀ
(ovvero, Del Tempo Reversibile)

di Leonardo Colombati


[Questo mio testo è stato inserito nel libretto di copertina dell'album Infinite possibilità dei La Crus]


INFINITE POSSIBILITA’. Una di esse ( visto che le si contemplano tutte) è quella di viaggiare nel tempo, malgrado il caro Philip Dick abbia acutamente argomentato come ciò sia perlomeno improbabile, visto che nessuno, ad oggi, ci è venuto a trovare dal futuro. Ma questo è il bello dell’arte: “ infinite possibilità “ e “nessuna regola prestabilita “.

15 SETTEMBRE 2005, POMERIGGIO. AUTOSTRADA DEL SOLE. Automobili come nere pinne di delfino profilate nell’oceano luccicante, quando di schianto l’estate finisce in un parossismo di desiderio e il tempo trascorso nell’intenzione di prendersi una vacanza si mostra al ricordo come niente più che un lapsus fatto di sole alle otto di sera, salsedine e inedia. La nuova stagione colpisce la rètina lasciandoci appiccicato un senso di piscina vuota con foglie arrugginite sul fondo.
La schiena appoggiata al vetro, non guardo più il traffico che scorre sotto l’autogrill. Sfoglio il giornale. Secondo l’International Atomic Energy Agency, la capacità produttiva dei reattori nucleari quadruplicherà entro il 2050. Quando ero nel bel mezzo dell’adolescenza, mi ossessionavano soprattutto la pop music e la Guerra Fredda. In una canzone degli Ultravox, un uomo diceva tra sé e sé: “Sono le cinque e sto guidando verso casa. È difficile credere che questi sono i miei ultimi minuti. L’uomo alla radio continua ad urlare: ‘È finita, è finita!’”. E Morrisey cantava che quando cadrà la bomba “ogni giorno sarà come una domenica; ogni giorno sarà grigio e silenzioso”.
Mi hanno insegnato che «in principio Dio creò il cielo e la terra» e disse «“Sia la luce!”. E la luce fu». Secondo una diversa ricostruzione, venti miliardi di anni fa una grande esplosione ha lasciato un’eco sotto forma di radiazione fossile a -270 °C; 10-36 secondi dopo il big bang, si formarono le prime particelle e iniziò una fase di espansione violenta. Questo, nulla di più, sappiamo sull’inizio del mondo. Quanto alla fine, brancoliamo nel buio.
Secondo un’altra ipotesi, l’universo, raggiunta la sua massima espansione, si ricontrarrà. È negli scritti di Platone, Cicerone e Nietzsche, tra gli altri, la suggestione che tale processo sia ciclico. Nel 1611 Lucilio Vianini scrisse: «Di nuovo Achille andrà a Troia» ed anche: «Nulla c’è adesso che non sia stato».
In una notte d’autunno del 1883 Nietzsche si chiese se quella luna e quel ragno che lentamente si trascinava nella sua luce, ed egli stesso, non fossero già concisi nel passato. Marco Aurelio lo aveva già detto: «Chi ha visto il presente ha visto tutte le cose: quelle che furono nell’insondabile passato, quelle che saranno nel futuro (Pensieri, libro VI, 37)». Borges, nella parte della sua Storia dell’eternità intitolata Il tempo circolare ipotizza cicli simili, ma non identici: «Penso ai giorni e alle notti di Brama; ai periodi il cui immobile orologio è una piramide, molto lentamente logorata dall’ala di un uccello, che ogni mille e un anno la sfiora; agli uomini di Esiodo, i quali degenerano dall’oro sino al ferro; al mondo di Eraclito, che è generato dal fuoco e che il fuoco ciclicamente divora…».
Di nuovo Hitler invaderà la Polonia, di nuovo Cristo morirà sulla croce, di nuovo sapremo il mondo come un’ostrica, racchiusa in un solido firmamento circondato dall’acqua. Il cosmo sarà senza fine e pulserà di continuo.

15 SETTEMBRE 2005, SERA. BAR LA BELLA AURORA, MILANO. Sono arrivato puntuale all’appuntamento. I nostri crononauti mi hanno invitato a salire a bordo per un viaggio che apparentemente non ha bisogno se non di un abbonamento per le linee dell’ATM. «Errore, ragazzo», ha obiettato Alessandro Cremonesi sorseggiando una birra ghiacciata. «Vai dal tuo fidato rigattiere e chiedigli la macchina di Wells, perché qui si parte! Farai la conoscenza, ad esempio, del Barone di Münchhausen e ti tornerà in mente il suo mondo “mal fantasticato”: isole di formaggio e mari di vino, alberi di roast-beef e gin, cavalli che ballano sui tavoli, fino al suono congelato nel corno del postiglione che si scioglie col fuoco».
Non è questo, forse, il suono dei La Crus: gelidi sintetizzatori e caldi arpeggi acustici? Il Settecento è un secolo che ben si addice alla musica dei nostri: quella sorta di eleganza attica rimasticata, il colore bandito, lo stile sobrio come la letteratura arida e delicata di Raspe o il racconto del viaggio sotterraneo di un giovane baccalauro danese.
Ordinate altre due birre, il mio ospite armeggia dentro una borsa nera e ne trae un lettore CD.
Ascolto. Si direbbero, queste canzoni, delle sonate: elaborazioni di armonie omofoniche, progressione di accordi le cui note non possiedono né una melodia né un ritmo indipendente. È tutto collegato – è una continua Arte della fuga… Una fuga pure nel tempo e nello spazio: dalla Russia e la Curlandia del 1760 si naviga fino alle gelide acque dell’Atlantico, di fronte a Nantucket: siamo nel 1851 e il capitano Ahab ci mostra la bianchezza della balena cui sta dando la caccia: «Vedrai, arriverà il tempo in cui tutti avremo paura». A bordo del Pequod, attraversiamo l’Oceano, oltrepassando le Colonne davanti a Gibilterra, ed attracchiamo al porto Saint-Tropez, quattordici anni prima che l’ex marito di BB, il miliardario Gunther Sachs, scendesse dal suo elicottero vestito da Dracula, lanciando tonnellate di rose rosse, mentre il suo rivale Gigi Rizzi – «piedi nudi, jeans, capelli al vento e via» – urlava al mondo: «Ho ventiquattro anni e Brigitte Bardot». Una ragazzina viziata, infarcita di Camus, Sartre e Rimbaud, mormora «Bonjour tristesse». Il suo nome è Françoise Quoirez, ma preferisce farsi chiamare Françoise Sagan, dalla Principessa della Recherce di Proust (ancora un tempo perduto!). Dichiara: «La tristezza mi è sempre parsa onorevole. Non conoscevo lei, ma la noia, il rimpianto, e più raramente i rimorsi. Oggi, qualcosa si ripiega su me come una seta, snervante e dolce, e mi separa dagli altri». Ed io, così, posso intonare: «Il dolore si fa amare / ed è più forte anche di ieri…».
Pago io il conto. Mi sembra il minimo: prima o poi i ragazzi si accorgeranno che il compito che mi hanno affidato – scrivere la note di copertina dell’album – è del tutto superiore alle mie forze. Come si può spiegare la musica, che è l’Arte Perfetta, l’unica in cui coincidono la forma e il contenuto? Se la poesia e le arti figurative imitano la Natura, la musica altro non è che Natura lei stessa: non ha nulla di “convenzionale”.

20 SETTEMBRE 2005, SERA. A ROMA, NEL MIO APPARTAMENTO. Quando ascolto Mauro che canta «mi confondo nei suoi gesti / e nei silenzi che fa. / Mi sorprende come sazia le mie perplessità», mi viene in mente quando Proust descrive Swann, ormai deluso nel suo amore per Odette, ascoltare ancora una volta quella sonata di Vinteuil che era stata l’inno del loro amore e rendersi conto, infine, che «quell’impressione di dolcezza ritratta in sé e freddolosa (...) era dovuta al lieve spazio fra le cinque note che la componevano». Il Tempo Perduto non è solo una questione cronometrica, ma è pure il tempo della musica, il silenzio che infila le note di una canzone come tante perline colorate: e i La Crus, questo tempo sanno dilatare fino a spaventarci. C’è nel silenzio qualcosa di violento, qualcosa che va al di là dei pur riconoscibili sentimenti di impotenza e di paura che questa sottospecie del nulla stimola in noi. Parlo di quei «sovrumani silenzi», quelli in cui «per poco il cor non si spaura», così simili all’ignoto, all’eterno, in breve alla morte. Calvino esorcizza questo incubo sotterraneo con l’idea secondo cui anche il silenzio è una forma del linguaggio.
Ecco che allora i silenzi di cui le canzoni dei La Crus sono interpunte vanno a costituire altri approdi nel lungo viaggio spaziotemporale cui mi hanno invitato. La loro indeterminatezza – il loro apparente non esserci – modifica l’esistente.
Il silenzio è dunque un buco nero? una delle prove inconfutabili del fatto che il mondo non esiste? I La Crus cantano: «Mondo, sii buono, ti prego, esisti buonamente», parafrasando due versi di Zanzotto: «Mondo, sii, e buono; /esisti buonamente». Il riferimento al folle Barone di herr Raspe rimanda ancora alla poesia Al mondo dell’illustre trevigiano, che in un’intervista ebbe modo di chiarire: «Si è nel labirinto, si é “qui” per tentare di sapere da che parte si entra e si esce o si vola fuori. Per creare una prospettiva. Ciò avviene appunto nella tensione al linguaggio, nella poesia, nell'espressione. È il “sublime” e ridicolo destino di Munchhausen che si toglie dalla palude tirandosi per i capelli. Noi siamo Munchhausen, lo è la realtà...».
«Soltanto il sogno ti dà infinite possibilità» cantano i La Crus. È ciò che sperimentiamo quando ogni mattina ci svegliamo «giudiziosi dopo essere passati attraverso le zone d’ombra e i labirinti dei sogni», per dirla con Groussac. Abbiamo l’impressione che tra il mondo della veglia e quello del sonno vi sia una sfasatura, quasi fossero due mondi separati che si guardano l’un l’altro attraverso una lente sfocata. Così, se noi possiamo sognare di essere uno scarafaggio, non potrebbe darsi che quando ci crediamo svegli siamo in verità uno scarafaggio che sogna di essere noi? Lo dice, con una metafora, Shakespeare: «Siamo fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni». Nulla ci vieta di postulare l’esistenza di un unico sognatore: Dio, e che, conseguentemente, egli non abbia fatto l’Universo, ma l’abbia semplicemente sognato.
I viaggi cui ci sottopone Infinite possibilità sono dunque delle piccole chimere inscritte nel gigantesco sogno da cui sono partoriti la luce e l’ombra, gli animali e il firmamento?

21 SETTEMBRE 2005, MATTINA. SEMPRE A CASA MIA. Ascolto un brano del disco, Buongiorno tristezza. Molto appropriato al momento. I La Crus continuano a portarmi a spasso nel tempo e nello spazio. Ora siamo nel 1955, e più precisamente il 29 gennaio, quando al Casinò di Sanremo cantavamo «buongiorno tristezza, / amica della mia malinconia!» assieme a Claudio Villa – o meglio, assieme a un giradischi che suonava la canzone dal palco vuoto, visto che il Reuccio aveva dato forfait alla serata finale del Festival per il riacutizzarsi di una bronchite. Fu il primo caso di playback nella nostra storia musicale.
Squilla il telefono. Rispondo. È Cremonesi: «Ma quell’e-mail che mi hai mandato ieri sera, cos’è? Non mi dirai mica che sono le note di copertina, vero? »
«Be’…».
«Sentimi bene: è un disco, se non te ne sei reso conto. Mica la Treccani».
Provo a spiegargli che non è colpa mia, che sono stato suggestionato, che per di più non è un buon momento per me – qualcosa che ha a che vedere con l’horror vacui che mi prende davanti alla pagina bianca – e che, più in generale, non bisognerebbe mai fidarsi degli scrittori, soprattutto di uno che parla del suo unico romanzo come di “un poema eroicomico in prosa”. «E poi», gli dico, «a proposito della natura del Tempo, esiste un’ulteriore possibilità – visto che me le avete prospettate tutte – secondo cui il tempo è plurimo e ramificato e perciò ogni presente si biforca in due futuri e questi a loro volta in altri due e così all’infinito… “Guarda che non è fantascienza!”
Secondo la meccanica quantistica, la nostra stessa realtà potrebbe sdoppiarsi ogniqualvolta una particella ha la possibilità di comportarsi in modi diversi, dando vita a due universi paralleli che a loro volta si sdoppieranno ognuno in altri due universi, e così via. Questo scenario allucinante è, finora, lo zenith del ridimensionamento che attraverso i millenni la nostra presunzione ha dovuto subire: da un sistema geocentrico siamo passati ad uno eliocentrico; poi abbiamo saputo che il nostro Sole è una delle miriadi di stelle simili della nostra galassia; e che anche quest’ultima non è che una pagliuzza dell’universo. Presto, dovremmo forse accettare di non appartenere all’unico universo esistente».
«Ecco, facciamo così», mi sento rispondere. «Questo pezzo lo destiniamo all’universo parallelo in basso a sinistra. Ora vedi di scrivere qualcosa di sensato per quello sul quale un disco non è l’alambicco di un apprendista stregone».

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18.11.05

Concordato - II Parte

Questa mattina, apro il giornale e leggo questo articolo:

LA SINISTRA STAVOLTA “ASSOLVE” I VESCOVI: INGERENZA NON GRAVE

La Cei? “Un soggetto politico” che manco fosse a Piazza Affari lancia “un’Opa sulla politica italiana”. Il cardinal Ruini? “Un capo fazione” che invece di fare il “pastore di anime”, si mette a scrivere “il suo programma di governo”. La Chiesa? In preda a “tentazioni padronali” e intenzionata a tenersi “i quattrini” pur comportandosi “come un partito”. Eddo, così parlavano tanti nel centrosinistra. Almeno fino a quando i vescovi hanno criticato la devolution e difeso il diritto alla salute minacciato dal federalismo in salsa leghista.
Che fare ora?, si saranno interrogati i censori dell’otto per mille e i revisionisti del Concordato. Gridare all’ennesima ingerenza della Cei, anche se le sue osservazioni corrispondono alle denunce della sinistra? Diciamo che stavolta protestare risulta un po’ più faticoso, come ammette Piero Sansonetti: “In effetti c’è un pregiudizio favorevole che quasi mi impedisce di indignarmi . (…) E’ evidente che certe intromissioni sono più pesanti quando vanno in direzione opposta al tuo pensiero, piuttosto che quando vi corrispondono. (…) Sarà pure un’ingerenza, ma appare meno grave”.
(…) E Pecoraio Scanio: “Stavolta non mi sembra un’ingerenza, la Cei ha fatto solo un’affermazione di valori che peraltro condivido”.

Livia Michilli
(“Il Corriere della Sera”, venerdì 18 novembre 2005)

[Leggi Concordato - I Parte]

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16.11.05

Concordato

Durante un convegno realizzato a Camaldoli nel 2001 dalla rivista cattolica "Il Regno", Arturo Parisi iniziò il suo discorso con l’elencazione di alcune statistiche:

"In riferimento al profilo religioso, misurato dal tradizionale indicatore della pratica, i dati evidenziano, per quel che riguarda il maggioritario, come il profilo socioreligioso delle due principali coalizioni sia sostanzialmente simile. A fronte di una media di praticanti qui stimato, sulla popolazione generale intorno al 36%, tra gli elettori dell´Ulivo essi sono il 31%, e il 32% tra gli elettori della Casa delle Libertà. Cambiando la direzione dell´analisi e guardando a una ordinaria assemblea domenicale, questo equivale ad affermare che in una domenica ordinaria, in una messa ordinaria, il celebrante deve immaginarsi di avere di fronte a sé una assemblea composta dal 44% di elettori dell´Ulivo, dal 46% della CdL e dal 10% di altri orientamenti".

Il cambiamento, in questo senso, della realtà italiana dagli anni Settanta ad oggi è stato redicale; basti pensare che nel 1978, tra gli elettori della Democrazia Cristiana i cattolici praticanti erano circa il 68% mentre tra gli elettori degli altri partiti erano solo il 15%. Alla domenica, dunque, il prete aveva davanti a sé un 66% di democristiani e un 34% di cattolici che votavano altri partiti.
Ma Parisi va oltre e – non so in base a quali dati – fa una valutazione “qualitativa”, sostenendo che a riconoscersi nel centrodestra siano, tra i cattolici, soprattutto gli «irregolari», quelli di «pratica religiosa saltuaria e di credo incerto, a margine rispetto alla Chiesa ufficiale, all’associazionismo cattolico e alla corrente culturale e politica cattolica democratica». Di più; Parisi giunge a dire che la dirigenza della Casa delle Libertà è «clericale e agnostica quanto alla sua relazione con la Chiesa e col pensiero religioso». Mentre il centrosinistra «ha mantenuto aperta un´interlocuzione e una richiesta di legittimazione verso le autorità ecclesiastiche, il centrodestra ritiene di non avere bisogno di alcuna legittimazione e sviluppa una interlocuzione di tipo puramente istituzionale, secondo quelle che sono le risorse di governo di cui oggi dispone».
È un’analisi che fa un po’ sorridere, perché sottotraccia – ma nemmeno tanto – si intravede l’ansia di riconoscersi come i veri messaggeri in politica del pensiero cattolico.
Il fatto che non ci sia in Italia alcun partito che possa essere qualificato come “partito dei cattolici”, ma che ve ne siano molti – dall’una e dall’altra parte – a forte connotazione cattolica, pone il tema dell’ingerenza ecclesiastica negli affari dello Stato sotto una luce diversa. Potrebbe dirsi, insomma, che l’ingerenza non è tanto della Chiesa nello Stato, ma dei partiti nella Chiesa. L’anomalia italiana (una delle tante) è data dal fatto che l’Italia è l’unico paese europeo dove i partiti cattolici siano distribuiti equamente nelle due coalizioni antagoniste.

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15.11.05

Genna, il thriller è l'arte della sincope

di Igino Domanin


[Questa recensione de L'anno luce di Giuseppe Genna è apparsa ieri su l'Unità]

Il nuovo libro di Giuseppe Genna rappresenta una svolta nella sua già ampia produzione letteraria. S'interrompe infatti, almeno per il momento, la saga milanese dell'ispettore Lopez sulla quale erano stati imperniati ben quattro romanzi.
In particolare, a partire da Nel nome di Ishmael, che fece conoscere l'autore a un vasto pubblico (il libro è stato tradotto e pubblicato negli Stati Uniti e nei principali paesi europei), la ricezione della narrativa di Genna è stata soprattutto legata alle fortune nostrane del noir. Senza dubbio, l'aspetto più evidente dei romanzi della serie di Lopez risulta essere il legame con la struttura del thriller. Ma appare chiaro che la scrittura di Genna abita in modo paradossale all'interno della forma della letteratura di genere.

L'autore milanese, in realtà, tende a deviare dai corsi tradizionali della trama e a destrutturare in profondità la sintassi e la lingua che appartengono al canone classico del thriller. A ben vedere, se si prende in esame una prova narrativa meno nota, ma che è sicuramente indicativa della qualità della prosa di Genna e delle sue più autentiche intenzioni, come lo struggente Assalto a un tempo devastato e vile (Pequod e poi Oscar Mondadori, 2001), si può scorgere come il fine verso cui tende la sua narrazione non è la finzione riuscita e la completezza della rappresentazione, bensì una viscerale aleatorietà e una tendenziale diffidenza verso le coerenze apparenti del racconto.
L'anno luce, il nuovo libro di Genna, pubblicato presso Marco Tropea, mostra con efficacia il risvolto. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a delle convenzioni di genere letterario, ma viene meno del tutto la preoccupazione seriale. Le prime cinquanta pagine del romanzo sono di una forza prosastica stupefacente.
Il prologo della vicenda è il ritrovamento di una donna, sposata a un influente manager di una compagnia telefonica, che viene ritrovata in un misterioso e inquietante stato catatonico. Genna riesce mediante una scrittura altamente ritmica, numinosa e con cadenze continue di sincope, a esplorare i legami sottili del dolore psichico che mina la salute della donna. Genna utilizza una sintassi espansa, capace di moltiplicare i sensi della narrazione. Sovrapponendo spesso un linguaggio di derivazione poetica, quasi metrico, alla rappresentazione dei fatti.
Genna costruisce la trama del proprio thriller, però, deviando subito rispetto al folgorante esordio. La sua scrittura sovradetermina tutto ciò che viene captato dolorosamente all'interno della materia del proprio romanzo. Quasi divorando il proprio libro. Altre storie entrano nel racconto. Frammenti di spazio-tempo che cadono come meteoriti nel testo, mettendo in discussione le certezze referenziali del racconto. Un cosmo nel quale possono trovare posto le vicende del playboy Gigi Rizzi e la teologia del Papa Ratzinger. Alla linearità della trama, si sostituisce una curva stocastica nella cui traiettoria sono abbracciati con desiderio e amore gli aspetti più improbabili della vita. Il lettore, però, non è mai annoiato entro una cornice di vacui sperimentalismi, al contrario percorre il viaggio all'interno della storia tracciata dal libro come in una lunga galleria fantastica. Genna, cioè, non smette mai di narrare, pur mettendo in discussione i protocolli vetusti del racconto.
L'anno luce deve, dunque, essere considerato come un testo importante della narrativa italiana contemporanea. La scena letteraria degli ultimi anni, nel cui contesto s'inserisce in modo altamente significativo il percorso di Genna, al fianco di autori molto diversi (si potrebbero citare alcuni esempi come gli ultimi testi di Colombati, Pincio, Wu Ming 1) propone sempre di più un rinnovamento delle matrici stesse della narrazione. Ma senza giochi combinatori o escamotage formalistici; al contrario trasformando l'atto del raccontare in nuova mitopoiesi, cioè mai trascurando la presa emotiva della leggibilità e il confronto con l'orizzonte di attesa del pubblico.

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10.11.05

I pesci rossi non hanno memoria

di Leonardo Colombati


[Questo il testo del mio intervento, ieri sera, in occasione della presentazione del romanzo Dopo i lampi vengono gli abeti di Pierfrancesco Majorino]


Quando l’editore PeQuod mi mandò Dopo i lampi vengono gli abeti di Pierfrancesco Majorino, chiesi lumi ad un amico che mi aveva detto di averlo già letto. Mi disse di averlo abbandonato quando aveva trovato che una delle donne del protagonista aveva undici dita dei piedi – come Marylin – e un’altra addirittura uno un più. “S’è mai visto uno con sei dita per piede?” mi disse. Be’, io l’ho visto. Mi ricordo che quando ero bambino e andavo al mare a Viareggio, c’era un tale, un tempo famoso pilota di Formula 1, di cui si diceva avesse dodici dita dei piedi. Un giorno gli passai davanti tre o quattro volte, sulla battigia, per contargliele. Ed effettivamente aveva un dito in più in ognuno dei piedi.
Quello stesso dettaglio che aveva allontanato il mio amico dalla lettura, avvicinò me. E per questo devo ringraziare quell’ormai scomparso ex pilota. Perché Dopo i lampi vengono gli abeti è un romanzo che valeva la pena di leggere.

È un libro spiazzante. A partire dal titolo: “Dopo i lampi vengono gli abeti”. Ho provato diverse volte a visualizzare questa immagine, che da un punto di vista spaziale è incongrua: più vicini vedo gli abeti, e i fulmini in lontananza. Se si acquista un punto di vista temporale, però, la frase appare corretta. Sono in una strada di montagna, di notte, al buio. Appare un lampo ed illumina gli abeti.
Per 138 pagine ho cercato quel lampo che m’illuminasse, e non l’ho trovato. Non sto parlando della qualità della scrittura di Majorino, che è alta e che, come ha rilevato Giuseppe Genna nella bandella, “corrobora le più perverse e vitali fantasie”. Sto parlando più semplicemente della soluzione dell’omicidio di Toni, che è al centro della trama. Il protagonista del romanzo, Riccardo Filippucci detto Jason, da quattordici anni in carcere, ne è colpevole?
Finito il libro, ancora non avevo questa informazione, e mi è venuto il dubbio di essermi perso da qualche parte l’indizio rivelatore. Ho cominciato daccapo. Niente. Un niente che la rilettura ha ingigantito. Mi sono accorto, infatti, che nulla sapevo nemmeno di Jason e di Toni. Quest’ultimo (la vittima) ci viene presentato come se fosse un manichino, o una fotografia. È sempre fermo – morto o vivo – sdraiato su un prato con l’abito della domenica. L’unica sua immagine in movimento lo ritrae su una bicicletta, non a caso mentre sta frenando, si direbbe ansioso di raggiungere il suo connaturato stato di quiete.
Anche di Jason non sappiamo granché. Apprendiamo che ha avuto una figlia e molte donne (alcune delle quali con dei piedi eccezionali, come abbiamo visto), che gli piace la montagna, che gli piace il cinema. Organizza la sua “confessione” come se fosse un film. A riceverla è la dottoressa Pinardi, una giovane psicologa di bell’aspetto e rassicurante, così come ogni cosa dentro quel carcere che non viene mai chiamato col suo nome, ma al massimo come “il palazzo dei dannati”. Anche il PM è un tipo distinto e gentile; nella sala-colloqui è tutto bianco e pulito; e i compagni di cella leggono Sartre. Sembra una prigione metafisica, che però non incarna l’angoscia così come faceva il tribunale kafkiano.
Ad un certo punto la psicologa dice a Jason: “Io credo che in questo tuo gioco che fai con me, con le inquadrature, le prove dei film, i loro personaggi, c’è la soluzione. C’è scritto tutto, movente, arma, tutto”. Jason non risponde. Perché non sa.
Nel quaderno blu su cui scrive i suoi imperfetti ricordi (e che è poi il romanzo), prima scrive: “Vogliono una confessione semplice. Bene. E sia. Io sono colpevole. Volete che ve lo ripeta, in modo chiaro, netto, ecco qui: c-o-l-p-e-v-o-l-e”. Più tardi, però, durante un ennesimo interrogatorio, Jason dirà: “Non ho ammazzato io, gentile dottoressa Pinardi, Toni Pandrelli. Perché? E che diavolo ne so, gentile dottoressa bella. Mi sfugge il particolare e mi porto dietro – dentro – la confessione”.
Le sedute con la psicologa in cui Jason gioca a rendere una “confessione” che è un racconto (“poco importa”, dice, “che non ricordo quanto questo corrisponda alla pura e scontata verità”), interrompono l’apparente tranquillità della vita carceraria, fatta di flessioni, partite di calcio con i secondini, chiacchierate con i compagni di cella – il Capellone e Rashid – ed occupazioni più inquietanti, come ad esempio il tentativo di fare un ritratto della vittima su un muro della cella, partendo da una fototessera che Jason nasconde sotto la suola di una scarpa.
“Toni era un ragazzo inespressivo e ostile”. Ma, scrive Jason sul suo diario, “non è un buon motivo per vederlo morire”.
È una frase che non mi ha chiarito se Jason abbia o meno commesso l’omicidio, ma appena l’ho letta mi ha dato la chiave per aprire quella cassaforte che è il romanzo di Majorino. Subito, infatti, lo associata ad un'altra, che Dostoevskij fa pronunciare al figlio di Fedor Karamazov: “Perché vive un uomo del genere! – ringhiò sordamente Dmitrij Fedorovic, ormai quasi furioso per l’ira, alzando troppo le spalle, da diventare quasi gobbo, – no, ditemi, gli si può ancora permettere di infamare la terra con la sua persona?”.
Così come per Dopo i lampi vengono gli abeti, anche per il capolavoro di Dostoevskij vale la domanda: “Chi ha ucciso?”. Chi ha ucciso Fedor Karamazov? Smerdjakov, l’esecutore materiale, oppure Dmitrij che le prove condannano dal punto di vista giudiziario? O forse è stato Ivan, che non è riuscito a scagionare il fratello ingiustamente accusato con la sua testimonianza? E che dire di Alëša, su cui pesa il fallimento del compito che gli era stato affidato, e cioè quello di ricomporre i contrasti all’interno della sua famiglia per non lasciarli sfociare nel sangue? E poi, Karamazov stesso: anch’egli è responsabile della sua stessa morte.
A proposito de I fratelli Karamazov, Gadda dirà di essere stato colpito soprattutto dal “riconoscimento del gravame comune delle colpe: sì che la colpa di uno è colpa di tutti”. Scrive Gadda: “Se un eredoluetico alcoolizzato, a Maracaybo, taglia la gola con un colpo di rasoio a una povera meticcia ch’egli sfruttava e picchiava fino a farla sputar sangue, io, io Carlo Emilio, ne sono per la mia quota parte responsabile”.
Ecco, il romanzo di Majorino - con tutte le ovvie e dovute proporzioni - in questo assomiglia a La cognizione del dolore e a I fratelli Karamazov. Tutti e tre i romanzi condividono strutturalmente l’attesa spasmodica del delitto, una sorta di atmosfera da cronaca di morte annunciata, la trama stessa orientata sulla morte. E tutti e tre i romanzi hanno al loro centro il problema della “colpa”. Jason assomiglia a Dmitrij e assomiglia al Gonzalo di Gadda, che lascia che un altro commetta il delitto che lui stesso ha oscuramente desiderato e comunque non impedito.
L’altro “fuoco” dell’orbita di Dopo i lampi vengono gli abeti, assieme al tema della “colpa”, è quello della “libertà”. Majorino lo sviluppa in due direzioni al tempo stesso parallele ed antitetiche: la realtà di Jason è la prigione; mentre il sogno (e al tempo stesso il ricordo di un paradiso perduto) è la montagna. Nel 42° capitoletto del romanzo, è lo stesso protagonista a dire: “Ho pensato varie volte alla libertà. Col tempo la parola libertà l’ho avvertita più distante e incattivita, oppure ripetuta senza senso in bocca a qualsiasi buon televisore. Oggi, che come il pesce rosso mi rigiro nella brocca e dentro il mare, la libertà è quell’idea del trapezista senza rete, così intelligente e libero da schiantarsi in fondo al vuoto. Magari sulla brocca dimenticata da qualcuno”.
Leggendo e rileggendo il romanzo, ho iniziato ad intuire che se è vero, come vero, che le sbarre della prigione di Jason sono talmente “astratte” da apparire infine invisibili (come ho già detto prima, la prigione descritta da Majorino è tra le meno opprimenti), allora è Jason ad essere il carceriere di se stesso. Ad un certo punto, la psicologa perde la pazienza e lo implora di ricordare, perché il caso è stato riaperto e ci sono buone probabilità che Jason riesca a risultare innocente se solo riuscisse a mettere insieme i tasselli della sua memoria. Ma Jason dice: “Sono il sequestro e sono il sequestrato. Non ricordo quanto ho vissuto e non ricordo dove”. Ed anche se aggiunge che proprio questa amnesia è il suo ultimo atto di libertà, la cosa non ci persuade. Scomparse con una magia le sbarre del carcere, resistono dentro la sua immaginazione soltanto il sogno delle gite in montagna e l’incubo della sua vita. La prigione di Jason è Milano, è l’Orda dei compagni di gioventù, è la casa vicino piazza Grandi che veniva chiamata la Tana: “Lì, è stato lì, che mi hanno ritrovato”, dirà alla dottoressa Pinardi. “Quello non era un luogo, era il luogo, volgarmente potremmo parlarne come della grotta, della tana. Potremmo spiegare della portinaia, il suo andare e venire, il suo annotare ogni spostamento, ogni nuovo movimento”. Eccola la prigione, ed ecco il carceriere.
La brocca in cui è imprigionato il pesciolino è molto più grande del “palazzo dei dannati” dove, alla fine, Jason si darà la morte. C’è un brano di una cantautrice americana, Ani Di Franco, che dice così:

In un caffè di una città
che è tutti i caffè di tutte le città,
in un giorno che è ogni giorno
prendo in mano una rivista
che è tutte le riviste
e leggo una storia che dimentico subito.

Dicono che i pesci rossi non hanno memoria:
credo che le loro vite siano molto simili alla mia:
il loro piccolo castello di plastica
è una sorpresa, ogni volta.
È difficile stabilire se siano felici,
ma non sembrano preoccuparsene più di tanto.

Posted by Leonardo Colombati at 10:21 | Comments (4)

05.11.05

L'enigma del tempo

Su Vibrisse, Giulio Mozzi ha pubblicato L'enigma del tempo. Breve storia dell'universo raccontata con la solita presunzione da Leonardo Colombati.

Posted by Leonardo Colombati at 15:56 | Comments (4)

04.11.05

Un neoluddista creazionista sulle rive del Nilo

egizi.jpg Sul Venerdì di Repubblica, Piero Ottone si è iscritto al partito dei creazionisti con un articolo sorprendente. Titolo: “Noi, così simili agli egiziani di 5000 anni fa”. Svolgimento: “L’Egitto […] continua ad andare di moda come argomento di conversazione”.

Ohibò, non me n’ero accorto. Già sogno di frequentare gli stessi salotti di Ottone per ascoltare l’ultimo gossip su Cleopatra e Tutankhamon; e mi dispaccio davvero di non avere la possibilità di apprendere dalla viva voce dei suoi amici le ultime dalla Valle dei Re. Ma l’ex direttore de Il Corriere della Sera, nella sua magnanimità, qualcosa di quei simposi ci svela nel prosieguo dell’articolo. Con atto di rara modestia premette di non essere un egittologo, ma osa “esprimere qualche riflessione” su quella “civiltà straordinaria”. Dice di riferirsi “a quelle straordinarie figure, dipinte o scolpite, che si vedono in loco, quando si viaggia su e giù lungo il Nilo e si sbarca nei luoghi famosi”. E qui, nello spazio lungo una parentesi, indugia sul ricordo di quando andò in Egitto “per la prima volta nel 1964, per così dire con Kruscev” (credo che Ottone sia l’unico italiano vivente ad associare gli anni Sessanta all’ex capo del Soviet) e sospira: “Allora i turisti erano pochi”.
Queste due annotazioni – Kruscev e il rimpianto per i bei tempi in cui il turismo era affare di pochi – basterebbero a fare dell’articolo di Ottone uno dei ritratti più mirabili di certa intellighenzia d’antan: un vero e proprio trattato antropologico del proto-radicalchicchismo. Ma il meglio è ancora da venire. Ottone, infatti, si sofferma su quelle “figure dipinte o scolpite” e riflette: “Sempre mi colpisce, quando le guardo, la loro modernità. Vestite, quando sono vestite, di eleganti abiti aderenti, magari sopra il ginocchio come le prime minigonne di Mary Quant; con quei corpi sportivi e slanciati, spalle larghe e fianchi stretti”. Il che gli dà modo di convincersi “che è assurdo pensare a un’evoluzione (per lo meno nel giro di una decina di millenni) del genere umano. Siamo sempre gli stessi, e quelle personcine che andavano anch’esse su e giù per il Nilo, allora, non differivano da noi, quali siamo adesso. Nel bene e nel male. È progredita, negli ultimi due secoli, la tecnica, è vero. Senza dimenticare, tuttavia, che anche allora sapevano fare grandi cose, sia pure un po’ più faticosamente: scavavano canali, costruivano dighe, acquedotti, palazzi, oltre alle famose piramidi”.
Ora, chi ha il coraggio di dire all’affascinante Ottone neoluddista ed antidarwiniano che dietro quel suo “un po’ più faticosamente” si celano alcune centinaia di migliaia di schiavi?

Posted by Leonardo Colombati at 12:30 | Comments (4)

02.11.05

Contro gli scrittori impegnati

Su Vibrisse un mio articolo pubblicato il 31 ottobre su Il Giornale.

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01.11.05

Pasolini e i ragazzi di vita della letteratura

di Flavio Santi


[Questo articolo di Flavio Santi è apparso il 30 ottobre su Liberazione]


Avevano al massimo una decina d'anni quando morì. O non erano neppure nati. I nuovi scrittori, quelli trenta e quarantenni, quelli cosiddetti "giovani", che rapporto hanno con Pasolini?
Mentre in altri campi il debito è molto forte (registi teatrali come Serena Sinigaglia o cinematografici come Garrone, Sorrentino, Papi Corsicato sviluppano varie ipotesi pasoliniane), nella narrativa e poesia di questi anni si può parlare di influenze dirette? Con la consueta sincerità guascona Marco Drago confessa: «Non ho mai letto una riga della sua poesia né dei suoi romanzi né ho mai visto uno dei suoi film. E così il 90% degli italiani». Tocca un tasto dolente Drago: purtroppo è vero che soprattutto la scuola (superiori e, turpe dictu, università!) ha fatto un pessimo servizio a Pasolini, relegandolo ai margini. Non lo si legge, né tanto meno lo si studia.

Ma se per molti è così, non lo è per tutti, e se si ha la caparbietà d'insistere un po', si scopre che le nuove leve Pasolini l'hanno letto. E soprattutto amato. Cogliendone le molteplici sfaccettature. In ognuno di loro parla un Pasolini diverso, o per usare le parole di Tiziano Scarpa: «Si dice che oggi un Pasolini non c'è più. Ma invece c'è. E' disseminato in alcuni intellettuali e scrittori». Tommaso Pincio lo considera «il più grande libero pensatore del Novecento». Roberto Bui, alias Wu Ming 1, alza il tiro riflettendo sulla reattività pasoliniana: «Questo trentennio ci ha restituito un Pasolini troppo ingentilito. Lui invece era uno cui saltava la mosca al naso, uno che poteva pure menarti, nulla da invidiare a Hemingway o Norman Mailer. Poteva inseguire un fascista per oltre un chilometro, prendere un tram al volo». «È stato l'autore inevitabile», chiosa Lorenzo Pavolini, fresco del secondo romanzo (Essere pronto, PeQuod), nonché coordinatore artistico del Progetto Petrolio di Mario Martone. Intere notti, interi anni ha passato Andrea Bajani (Cordiali saluti, Einaudi) a compulsarlo con avidità, «come sigarette fumate furiosamente». Ci spiega: «Mi ha insegnato a sconfinare, esorbitare da un ambito consentito, quello delle lettere, per provare a sporcarsi, a uscire dal consigliato agli addetti alle parole». Ancora Tiziano Scarpa: «Mi ha comunicato un'idea di scrittura totale che trova ogni volta la sua forma o addirittura la inventa. Oggi la sua idea di letteratura mi serve per attaccare l'alleanza ferale tra populismo e mercato».

Molto amate Le ceneri di Gramsci. «Ne esco pazza», ci racconta Valeria Parrella centrando il cuore pulsante della poesia pasoliniana: «Non perché mi sembrino poesia alta o buona nel senso ortodosso, ma perché trasmettono il senso di spreco dell'uomo e del cittadino, riferito ai tempi suoi e ahimè nostri». Poesia in forma di rosa e Trasumanar e organizzar sono altri due libri imprescindibili. «Raccontano l'impossibile modernizzazione di questo paese - nota Mario Desiati (Neppure quando è notte, PeQuod) -. Ci insegnano a sporcarci le mani con le borgate, la povertà. Ancora oggi la sua disperata vitalità viene vista con sospetto moralistico». È la «delicatezza nello strazio», come la chiama la poeta Elisa Biagini, che a Pasolini è arrivata dal cinema (La ricotta). Tragitto, quello attraverso i film, fatto da molti altri. Dalla stessa Parrella: «Nei film mitici come Edipo re, oppure in Uccellacci uccellini sa ridiscutere temi antichi e viscerali». O da Piersandro Pallavicini: «L'ho inseguito per anni, quando mi è stato possibile vederlo, a metà anni '70 sulle tv private, confuso coi decameroni da due soldi, nelle sale d'essai, nelle prime videocassette, carissime». Molto meno battuti i romanzi romani, per i quali «vengono in mente autori più degli anni '80 e '90» rileva il critico Andrea Cortellessa, che aggiunge: «Mentre gli abbozzi dei romanzi "friulani", molto più interessanti pur nei loro squilibri, sono pochissimo letti». Petrolio è un discorso a parte: «Pochi scrittori hanno scritto il Libro come ha fatto Pasolini» (Scarpa); «Libro insopportabile e affascinante. E pericoloso. Mi sconvolse, dandomi un nuovo sistema di visione» (Leonardo Colombati).

Qualcuno ha talmente introiettato Pasolini da farne personaggio dei suoi libri. E' il caso di Alberto Garlini che in Fútbol bailado (Sironi) immagina uno scenario alternativo per la morte del poeta. «La scoperta di Pasolini - ci racconta - risale alla sua morte, quando avevo sei anni. Ricordo benissimo la notizia, lo sgomento per i modi, indicibili a un bambino, della mattanza. Quella morte rappresenta l'archetipo dell'artista sacrificato alle leggi mimetiche del gruppo. A sei anni mi è rimasta dentro un'impressione forte, un corpo straziato, per la prima volta mi sono sentito in pericolo: è passato tanto tempo e continuo a sentirmi in pericolo». 2 novembre 1975: quella data ha segnato anche Piersandro Pallavicini: «Ne fui sconvolto e angosciato, mi sentii male, con il germe di pensiero, che razionalizzo solo adesso, che quel destino me lo sarei meritato anch'io».

Che poi la Sinistra l'abbia avversato, usato, mollato e riusato a scadenze varie (celebrazioni, decennali ecc.), spesso senza capirlo e assorbirlo davvero, ce lo dice Christian Raimo, mettendo l'accento sulle contraddizioni: «Pasolini è il feticcio dell'Italia sinistrorsa, la pietra dello scandalo in vendita alla coop, la faccia asciutta di un proletariato assorbito solo in foto di palestre». Gli fa eco Nicola Lagioia: «Attenzione! È la figura più facilmente strumentalizzabile di tutto il secondo 900». Ancora più duro Antonio Scurati: «La sua figura va sottratta a qualsiasi monumentalizzazione. Facciamone un uso selvaggio, persino violento. Continuiamo a essere con lui ragazzi di vita, almeno un giorno la settimana, un giorno all'anno».

Da questa veloce campionatura una cosa emerge, prepotente: che Pasolini è tornato a essere qualcosa di importante. Di fondamentale. Lo si chiami poi come si vuole, un «faro» (Pallavicini), un «uomo che ha vissuto sul serio» (Colombati), «imprescindibile» (Lagioia), un fatto è certo: è un punto di riferimento insostituibile. Giorni fa, da questo stesso giornale, Franco Berardi Bifo riconosceva che la sua generazione non seppe cogliere subito la forza dirompente di Pasolini. Ebbene, forse questa nuova generazione di scrittori è la prima, dopo lo stallo degli anni '80 e '90, a confrontarsi in maniera frontale e totale con la sua opera. Di buon auspicio per le sorti non tanto o solo della letteratura, ma soprattutto della società italiana.

Posted by Leonardo Colombati at 15:31 | Comments (3)

26.10.05

L'anno luce di Giuseppe Genna

di Leonardo Colombati


Giuseppe Genna è un mio amico.
Giuseppe Genna è un talento come ce ne sono pochi nella letteratura italiana di questi ultimi anni. Giuseppe Genna deve il suo talento alla sua intelligenza (e il fatto non è assiomatico). L’intelligenza di Giuseppe Genna è al tempo stesso la sua grande risorsa e il suo limite più evidente. L’intelligenza di Giuseppe Genna è fatta di sapere e di una capacità sorprendente di compiere associazioni pescando nell’oceano sconfinato del proprio sapere. Giuseppe Genna non è mai stupido né ottuso. Una certa dose di stupidità e di ottusità ben si addicono a chi voglia scrivere fiction. Per questo Giuseppe Genna deve faticare più di altri per scrivere romanzi degni della sua intelligenza. Quando lavora ad un libro, Giuseppe Genna non deve “costruire”: gli tocca compiere più o meno la stessa operazione di uno scultore; trovare la vena giusta del marmo, provare a fare emergere una forma dalla pietra grezza, togliere, togliere e togliere ancora.
Non sono mai stato a casa di Giuseppe Genna. Mi è capitato di fantasticare sul suo appartamento e sul suo computer. Credo che si tratti di due vere e proprie opere d’arte; entrare nel computer di Giuseppe Genna potrebbe provocarmi le stesse vergini che avrei se accedessi alla Biblioteca di Babele o agli archivi del KGB.
Chiunque, se gli venisse di colpo trapiantato il gene della memoria di Giuseppe Genna, impazzirebbe: il cervello gli esploderebbe per una serie indeterminata di corti circuiti. Giuseppe Genna ha la mia ammirazione perché riesce a gestire la situazione. Non so come faccia: ma ci riesce e riesce a sopravvivere a se stesso. E ogni tanto è capace pure di scrivere cose straordinarie.
Straordinario è il suo ultimo romanzo, L’anno luce. Scommetto con voi visitatori di questo sito che una volta lette le prime due pagine non riuscirete a fermarvi.

Posted by Leonardo Colombati at 11:08 | Comments (5)

24.10.05

Fascisti su Marte

di Leonardo Colombati

E' abitudine di questo sito segnalare tutto ciò che viene pubblicato (sui giornali o in rete) su Perceber e la mia persona; e specialmente i giudizi negativi - per una sorta di vanità che sconfina nello snobismo. Ognuno ha i suoi tic...
A onor del vero, l'intenzione mia e di Giulio Mozzi, quando iniziammo quest'avventura sul web, era quella di offrire un "campo di gioco" a quanti avessero trovato in Perceber spunti, errori e suggestioni sui quali ricamare nuovi capitoli del romanzo, di modo che Perceber diventasse ancora più grosso e caotico di quanto sia.
Ogununo, qui dentro, ha giocato come ha voluto, senza censure, come ben sanno coloro che hanno utlizzato lo spazio dei commenti per insultarmi: l'odio, l'invidia, la goliardia, un lavoro noioso possono essere le molle che spingono una persona a perdere diversi minuti del proprio tempo per prendere per il culo un perfetto sconosciuto.
E' la vita, e lascio correre.
Così devo riferirvi di un fatto curioso. Su Nazione Indiana, senza che io ne sapessi nulla, è stato ripubblicato un mio articolo sullo scrittore americano Edward L. Wallant apparso sul quotidiano il Giornale, per il quale collaboro. Nei commenti qualcuno ha scritto: "Non vogliamo i fascisti del Giornale su Fazione Indiana". E tale Giorgio Di Costanzo gli è andato subito dietro precisando: "Non conosco Colombati e non desidero conoscerlo" (me ne farò una ragione) per poi definire "il Giornale" un foglio "nazi-anale".
Ringrazio Georgia, Gianni Biondillo, Andrea Barbieri e Bartolomeo Di Monaco per aver preso le mie difese. Gianni, tra l'altro, ha ricordato il fatto che io sia anche redattore di "Nuovi Argomenti". Il che ha dato adito al signor Di Costanzo di parlar male anche di Enzo Siciliano, che della rivista è direttore.
Dal canto mio, voglio solo dire che sia "il Giornale" che "Nuovi Argomenti" mi hanno finora concesso la libertà di scrivere sulle loro pagine quello che mi pare.

Posted by Leonardo Colombati at 10:08 | Comments (10)

22.10.05

La Roma segreta di Augias

di Leonardo Colombati


[Questa mia recensione è uscita qualche giorno fa su il Giornale]


Può apparire eccentrico il fatto che un libro su Roma inizi con la descrizione di un cimitero (per giunta “acattolico”) soffermandosi su di un’urna (Cinera Antonii Gramscii) e una lapide su cui leggiamo: «Qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua». In realtà, l’evocazione di Gramsci e di Keats – posta in apertura di un capitolo, il primo, in cui saranno passati in rassegna la tomba di Cecilia Metella, e poi antiche iscrizioni funebri, sarcofagi, fino allo scheletro alato eretto dal Bernini in memoria del giurista Ippolito Merenda e all’ossario ipogeo dei cappuccini in via Veneto – vuol suggerire non tanto la tumulazione del mito di Roma nel sepolcro della grandezza perduta, quanto un vitalissimo, e spesso gioiosamente triviale memento mori che questa città lancia ai suoi abitanti, ai suoi turisti e ai suoi cantori, quasi a dire: sopravvivrò a voi tutti, ma non preoccupatevi; la mia grandezza si nutrirà anche dei vostri cadaveri.

In questo suo I segreti di Roma (Mondadori, 2005, pagg. 422, €18,50), Corrado Augias sembra percorrere lo spazio e il tempo della più bella città del mondo aggirandosi per le sue rovine come un novello Schliemann: lo vediamo a San Lorenzo, sotto i bombardamenti dei B-17; a Porta San Sebastiano, per vedere le mura e gli archi; davanti al caravaggesco Martirio di San Matteo e al Mosè di Michelangelo; nel bel mezzo delle riprese de La dolce vita, a Cinecittà; nel quartier generale della Gestapo, in via Tasso; e a via Portico d’Ottavia, dentro il ghetto ebraico… Messa mano al piccone, calcato il cappellaccio reso celebre da Indiana Jones, Augias scava nel corpo di Roma fino alle sue viscere, e il risultato è sorprendente; si direbbe superiore ai suoi intenti, per via del vero segreto di Roma: in una città dove parlano le statue (Pasquino, Marforio, il Babbuino…) e un vecchio tombino può mozzarti una mano, ogniqualvolta ci si imbatte in un suo più o meno illustre cittadino ci sembra di aver di fronte un monumento. Ed ecco la Fontana di Trevi si arricchisce del busto marmoreo di Anita, mentre scivola nell’acqua girdando: «Marcello!»; Cesare, a terra, insanguinato, dopo i ventitré colpi di pugnale; ecco Porfirio Rubirosa, la “Rolls-Royce dei genitali”, indugiare sulla nuda spalla di Anna Fallarino come in un “gruppo” del Canova; ecco il fantasma di Lucrezia Borgia, «la più bella dama di Roma», e quelli degli architetti dell’E42 che si sporgono dai cento occhi del Palazzo della Civiltà e del Lavoro, quell’astrazione metafisica che i romani ancora oggi chiamano “Colosseo quadrato”, tentando di esorcizzarlo con una buona dose d’umorismo.
Più che di opere d’arte, questa Roma segreta sembra «un museo de corate e de sciorcelli», per riprendere un verso di quello che è il personaggio più bello del libro: Giuseppe Gioacchino Belli; un altro monumento, anzi, un monumento alla plebe, così come viene definita la grossa statua che lo ritrae, costruita nel 1913 da Michele Tripisciano. Sul retro del marmo – racconta Augias – è una scenetta «in cui alcuni popolani, radunati intorno al torso detto “di Pasquino”, sono intenti a leggere un cartiglio contenente dei versi certamente satirici». Ed ecco di nuovo il miracolo di queste voci di pietra che dialogano attraverso i secoli, con una vitalità nient’affatto monumentale. Basti “ascoltare” il Belli che descrive le gioie dell’amplesso con toni à la Rabelais: «È un gran gusto er fregà! Ma ppe ggoddello / più a cciccio, ce vorìa che ddiventassi / Giartruda tutta sorca, io tutt’uscello». È, questa, la voce di quel popolo «che, nella sua vitalità densa, sanguigna, fatta di istinti e di voglie elementari (il cibo, il sesso, il vino)», non mancò di sorprendere pure Stendhal quando incontrò alcune famiglie di ritorno da una gita a Monte Testaccio: «Tutti cantavano, gesticolavano, sembravano assolutamente pazzi, uomini e donne. Non c’era alcuna ubriachezza fisica in loro ma una specie di ebrietà morale al più alto grado» (Passeggiate romane). Più severo fu il giudizio di Proust: «I veri popoli barbari non sono quelli che non hanno mai conosciuto la grandezza, ma quelli che, avendola conosciuta in passato, non sono più in grado di riconoscerla». Ma non è vero: se ogni paradiso è un paradiso perduto e la grandezza si riconosce solo quando essa è passata, ai romani va concessa un’attenuante: in realtà la bellezza di Roma, la sua gloria, non è mai finita, né finirà mai. È una singolarità che deriva dal fatto che in nessun altro luogo ciò che è morto e ciò che è vivo si confondono con tanta naturalezza; poiché anche la morte, a Roma, è negata. Basta saperci ridere su, fino in fondo. Così come fece Ettore Petrolini il 29 giugno 1936 (il giorno di San Pietro, patrono di Roma), quando vedendo entrare il prete con l’olio santo per l’estrema unzione, regalò la sua ultima battuta: «Adesso sì che sono fritto».

Posted by Leonardo Colombati at 09:07 | Comments (2)

14.10.05

Un pomeriggio a Palazzo Donn'Anna

di Leonardo Colombati

[Questo mio articolo su Raffaele La Capria è stato pubblicato su Nuovi Argomenti, n. 31, "Ancora una poesia", luglio-settembre 2005]

1.

small_palazzo_donn_anna_01.JPGIl giorno deciso alla fine è arrivato. Poso il vassoio con gli avanzi della colazione sul tavolo della cucina, apro le imposte del salotto, afferro il libro dallo scaffale e cinque minuti dopo sono già alla guida, lungo la strada che da Roma mi porterà a Napoli.
Il motivo del mio viaggio è “uno e trino”: voglio al tempo stesso visitare un palazzo, rivivere un romanzo e capire un uomo. Il palazzo è Palazzo Donn’Anna, il romanzo Ferito a morte e l’uomo è Raffaele La Capria. La fusione di questi tre elementi nel crogiuolo della mia intermittente immaginazione – che, sciaguratamente, è sempre libresca – dovrebbe produrre un’immagine definitiva del sentimento della malinconia, nell’accezione privatissima di nostalgia per un tempo non solo perduto ma pure mai vissuto. A sua volta, la lega si scomporrà di nuovo in tre parti, che sono poi i miti su cui si fonda tutta l’opera del mio scrittore del cuore: la Bella Giornata, l’Occasione Mancata e l’Armonia Perduta.

Invidio a La Capria innanzitutto la tecnica con cui misura il tempo: dato un giorno – uno e quello solo – è possibile andare avanti e indietro nella propria vita come sulla tastiera di un pianoforte. Graham Greene l’aveva già postulato: una storia non ha principio né fine; si sceglie arbitrariamente un certo momento dal quale ricordare e prevedere. Ma in La Capria, tale procedimento è niente affatto arbitrario: egli m’appare come un Lacaille che infallibilmente misura la parallasse della Luna. «Sono lo scrittore di unico libro che raccontava sempre di una giornata e che non riuscì mai a finire perché lo scriveva sempre daccapo», confesserà in un’intervista [1].
Di quale giorno sta parlando? Lette le prime pagine di Ferito a morte siamo portati a credere che sia quello in cui Massimo De Luca si risveglia mollemente dal suo sogno subacqueo, mentre suo padre prende il caffè in terrazza ed esclama: «Che giornata! L’odore della bella giornata, proprio l’odore» [2]. Massimo, intanto, si rigira tra le lenzuola, mentre il sogno si dilegua, e sente « il palazzo che naviga nel mare, la luce che preme sulla finestra e scoppia dalle fessure delle imposte. Apre gli occhi. Oscilla sulla parete bianca il grafico d’oro, trasmette irrequieto senza soste il messaggio: è una bella giornata – bella giornata» [3].
È un mattino dell’estate del ’54. Nel dormiveglia, Massimo è sprofondato nel suo appartamento sottomarino («ombre come alghe viola, e gelo in tutto il corpo» [4]) ed ha appena sprecato la Grande Occasione di arpionare una spigola («l’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese» [5]).
Ogni volta che rileggo l’incipit di Ferito a morte non posso fare a meno di associare Massimo a Gregor Samsa, il commesso viaggiatore che vive in Charlotte Strasse assieme alla sorella e ai genitori; uno dei personaggi più realistici che la letteratura ci abbia mai regalato, malgrado una mattina, al risveglio, egli si ritrovi trasformato in un gigantesco insetto. Così come Massimo vede avverarsi la Cosa Temuta – «una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona» [6], la spigola che «passa lenta […] e scompare» [7] – allo stesso modo Gregor, disteso sulla schiena dura come una corazza, osserva il proprio «ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati» e non s’accorge (non se ne accorgerà mai) di avere delle piccole ali sotto le elitre. Questa osservazione anatomica non è desunta dal racconto di Kafka, che non parla di ali, ma indirettamente da un’intuizione di Nabokov, gran conoscitore di insetti. Secondo il russo, l’animale che Kafka vagamente descrive ne La metamorfosi sarebbe un coleottero: «ha un enorme ventre convesso diviso in segmenti e una solida schiena arrotondata che fa pensare alle elitre. Nei coleotteri queste elitre nascondono piccole fragili ali che possono allargarsi e portare l’insetto per chilometri in un volo brancolante» [8].
In ciò, Gregor Samsa, è un personaggio di sconcertante realismo: come molte persone – come ad esempio Massimo De Luca – non sa di poter volare.


2.

Sbuco dal tunnel in piazza della Repubblica, svolto a destra, verso il mare, e sono a Mergellina. Prendo la strada di Posillipo e dopo un paio di tornanti lo vedo: il Palazzo Donn’Anna.

«La facciata anteriore, più esposta al mare, è un po’ sbilenca, ha ceduto alla base o è solo l’impressione? Come se il vai e vieni delle onde ne avesse cariate le fondamenta. Vento e salmastro scavano le pietre di tufo, tutte granulose, concave, sporgono solo i punti con la calce e i mattoni, un continuo inavvertibile sgretolio, se ci passi un dito sopra o ci appoggi una mano senti il fruscio della polverina gialla che viene via. Negli ultimi trecent’anni il palazzo ha resistito agli umori del mare, agli scossoni delle onde e delle bombe, ma i secoli lo vinceranno con la pazienza, millimetro per millimetro, fino a quando le tranquille acque napoletane canteranno vittoria in una bella giornata come questa (…) e i pesci nuoteranno nelle stanze irriconoscibili per le incrostazioni marine, l’erosione di alghe e molluschi litofagi. Solo questione di tempo» [9].

I La Capria si trasferirono nel palazzo nel 1932, quando Raffaele aveva dieci anni. «Un palazzo come quello», racconta, «che si diceva abitato dagli spiriti e si presentava come una rovina emergente dal mare, non era veramente appetibile all’epoca, e mio padre diede prova di avere una natura più artistica e bohémien di quanto sospettassi, quando prese la sua decisione» [10].
Palazzo Donn’Anna fu costruito alla fine del Seicento dal viceré di Napoli Ramiro Gusman, duca di Medina, dove prima sorgeva il cinquecentesco Palazzo della Sirena. Era il suo regalo per la bellissima moglie, donna Anna Carafa. Sono quelli gli anni in cui a Napoli regnava «un’Armonia solare e mediterranea, non lontana da quella che conobbero i greci, sì, qualcosa di simile, forse. In quell’Armonia tutto si teneva, Vico e Pulcinella, Napoli e l’Europa, le grandi idee e l’ultima canzonetta» [11].
Ci passo davanti senza fermarmi: è l’ora di pranzo e mi sono promesso una sosta da Cicciotto a Marechiaro, giusto per alimentare il senso di colpa d’aver abbandonato i miei doveri di lavoratore e di padre di famiglia. E così, mentre mi godo lo spettacolo del Vesuvio dalla terrazza del ristorante e sorseggio un bicchiere di Fiano d’Avellino e lavoro il polpo col coltello e con un triplo carpiato trasfiguro il villoso figlio di Cicciotto che mi porta qualche frutto di mare al guazzetto nella cameriera che proprio qui, centoventi anni fa, fece perdere la testa a Di Giacomo, tiro il filo delle mie intenzioni e le perle rotolano sull’acciottolato. E canto sottovoce

a Marchiare ce sta ‘na funesta,
la passione mia ce tuzzuléa…

con accento improbabile. Pare che Salvatore Di Giacomo sia stato per la prima volta a Marechiaro molti anni dopo aver scritto la celebre canzone. Si sedette a una trattoria e fu servito dalla bella Carolina. Al caffè, l’oste si avvicinò allo sconosciuto avventore e gli raccontò che un giorno il poeta Di Giacomo arrivò per colazione, vide la cameriera e scrisse il brano. Al che, Di Giacomo esplose in una fragorosa risata.
Ecco un bell’esempio di canzone che diventa «una sbarra della prigione della napoletanità» [12]. Secondo La Capria, il manierismo napoletano deriva dalla malinconia per un’Armonia Perduta e dalla certezza che è impossibile ricostruirla.

«Quando si perde la grazia spontanea dell’esistenza (l’Armonia), si tende a conservarla artificialmente, in modi impropri e illusori, a imitarne per nostalgia o altro la forma esteriore, senza veramente possederla. E questo accadde ai napoletani. Quando si accorsero che quell’Armonia gli era comunque necessaria per sopravvivere, necessaria come l’aria che respiravano, i napoletani si misero a “fare in napoletani”. Fu così che essi furono spinti per istinto di conservazione e difetto di conoscenza a fingersi quell’Armonia Perduta; e la inscenarono e sceneggiarono, la enfatizzarono e proclamarono, finché non divenne una Recita Collettiva, capillare e pervasiva» [13].


3.

Parcheggio di fronte all’ingresso del Palazzo, sull’altro lato della strada. Da una friggitoria escono esalazioni croccanti e le note dell’ultimo successo di Robbie Williams. Al Café Tropical, due africani devono succo d’arancia. La boutique Marie Louise sta chiudendo.
Credevo che Palazzo Donn’Anna fosse in rovina. E mi sbagliavo. È stato tinteggiato di fresco e un cancello elettrico mi separa dal cortile in cui sono parcheggiate le automobili degli attuali inquilini. Allungo il collo tra le inferriate del cancello – chiuso – e vedo che il gabbiotto della portineria è vuoto; come rischia di diventare il mio viaggio.
Sul muro di cinta, a sinistra dell’entrata, si apre la bottega di un ferramenta; davanti al negozio, un paio di espositori su cui stanno arrotolate delle pezzature di moquette. Mi ci nascondo dietro, aspettando che da un momento all’altro il cancello si apra. Dieci minuti dopo, quando le ante si schiudono per fare uscire una BMW, mi infilo come un ladro e subito mi chiedo come farò ad uscire: vagherò, qui dentro, nei secoli, come l’ennesimo fantasma di Palazzo Donn’Anna? osserverò il mare di ceramica, lisciato dalla bafogna, assieme ai pescatori uccisi da una regina dei tempi che furono?
Attraverso il cortile, passo sotto l’arcata centrale e mi sporgo dalla balaustra, sul mare. Ho con me il romanzo, nell’edizione Oscar Mondadori con Il pesce d’oro di Klee in copertina. Con il terrore di essere scoperto e buttato fuori da un momento all’altro – «ma non capite? il palazzo è mio, finché ho in mano questo libro!» – inizio a leggere.
Vedo Massimo De Luca e Carla Boursier, insieme nella notte di Capodanno del 1949, quando sulla spiaggia di Positano lui le dice di amarla sin dal giorno in cui, sei anni prima, assistettero mano nella mano ad un bombardamento su Napoli. Poi mi siedo al Bar Moccia e ascolto Massimo e il suo amico Gaetano discutere di politica, mentre Ninì De Luca è al Middleton a discettare di Pommerì e Veuve Cliquò assieme a Sasà e a Guidino Cacciapuoti; tra un Negroni e un altro, parlano di fuoriserie, di attricette, del «piede plebeo» che è inutile cercare di ingentilire «con lo scarpino sfilato perché il cuoio deformato del piedacchione rivela subito che non sei un vero signore» [14].
Nessuno, ancora, s’è fatto vivo: Palazzo Donn’Anna affonda silenziosamente i suoi tentacoli nell’acqua immobile. Osservo la scala che porta giù, verso i piani al livello del mare. Conosco a memoria, senza esserci mai stato, cosa c’è là sotto: «un chiaro e scuro di corridoi dalle alte volte ricurve, interrotto da improvvisi abbaglianti riquadri d’azzurro, e una scomposta scenografia di nicchie e archi e quinte di pareti semidiroccate, e lunghe file di sale dai soffitti barocchi attraversate da drammatici tagli di luce e dal volo obliquo dei pipistrelli» [15]. È il percorso da fare per giungere a casa La Capria, lo stesso che spaventa Mira in una “bella giornata” del 1950 descritta nel romanzo d’esordio, Un giorno d’impazienza.
Alla fine di quei corridoi c’è una porta, un ingresso buio e poi una sala ottagonale con un soffitto a volta dipinto di grigio screziato. Casa La Capria. Chissà chi ci abita, adesso. E chissà chi ha preso il posto di Gemma Bellincioni, la soprano che occupava l’altra metà del grande appartamento e dava lezioni di arpeggio a un nugolo di allieve che il giovane Duddù sentiva gorgheggiare… do, dododò, doddododdodododdò… E i Genevois, i Murcell, i Twist e i Marinelli, e i principi Colonna e le ragazze Morelli e i marchesi Bugnano… Ci si può immalinconire al ricordo di persone sconosciute? Si può provare nostalgia per un tempo mai vissuto, per un luogo mai visto prima?
… Come il Circolo Nautico, dove finalmente approdano Glauco e i fratelli De Luca (ma anche qui, La Capria bluffa col tempo: li avevamo lasciati in barca, i tre, a remare verso il Circolo, nel 1951. Ed ora che ci arrivano, però, è il 1952). La verità è che io ci sono stato in quel Circolo – senza averci messo mai piede – e li ho conosciuti l’avvocato Lo Sardo che continua a dire «cose-da-pazzi-cose-dell’altro-mondo», e il cameriere Filuccio, e Cocò Cutolo che sbarca assieme alla bellissima Betty Borgstrom, e quelli che giocano a pallone sulla spiaggia e tirano certe cannonate, coi soci anziani che azzardano «certi tiri acrobatici, certe finezze e che si rialzano neri di sabbia e di sudore, con l’occhio che corre in cerca dell’applauso della terrazza, gridano atletici hop-hop-hop! e soffrono per tutto il tempo che non gli passano il pallone» [16]. E poi Mariella che arriva col bassotto al braccio, e Giggino Cannavacciuolo che segna un gol di testa, con quella pelata, e Gargiulo che si presenta vestito tutto di bianco e viene deriso per la sua ineleganza, e il Marchese D’Onofrio, in shorts, a torso nudo, col cappellino di picchè da marinaio… Basta essere stati in qualche Circolo Canottieri sul Tevere, a Roma, e queste persone, questi tic, li ritrovi subito. Come la partita di poker che va avanti da due giorni e due notti nella club house; o come lo spettacolo degli spogliatoi:

«capi, notabili, decani di questo e di quello, si stanno spogliando in fretta e in furia, paroliandosi allegramente, manata, colpetti sulle pance, urlati commenti sui reciproci corpaccioni che sono veramente uno schifo. (…) Si lasciano andare al rutto, al peto, girano tutti nudi con quei piedi unghiogialluti, li senti euforici sotto le docce che raccontano storie di casino, che parlano di troie con competenza, rispondono cordialmente ad un insulto, e sempre esagerati nelle parole e nei movimenti, con quelle facce segnate, come dice Massimo, dalle rughe degli infiniti sorrisi servili rivolti ai potenti, e degli austeri cipigli rivolti agli inferiori. Poi te li ritrovi nelle sale del Circolo, in doppio petto, al tavolo di ramino o di baccarà a discutere di questioni di precedenza e di procedura, ti fanno la lezione…» [17].

E Massimo è lì, in mezzo a tutto questo – e tutto questo, per un miracolo di evocazione e di stile, è bellissimo: è un’altra bella giornata. Sarà lei, finalmente, dopo tanti falsi riconoscimenti, “la” bella giornata? Sembrerebbe di sì; eppure a Massimo fa male un orecchio e soffre – un’altra Occasione perduta!
Ciclicamente, andando avanti nella lettura, si ripresenta la stessa scena: Glauco e Ninì sulla barca, Massimo sugli scogli a prendere il sole. Ma non è mai chiaro se questa scena in realtà si svolga in un’unica estate, oppure in tre estati diverse, quelle del ’51, del ’52 e del ’54. «Possibile che tutto sia uguale e tutto sia cambiato? (…) Possibile che tutto avviene come in un film, che tu lo vedi e pare che sta succedendo qualche cosa proprio in quel momento, e invece il film è stato già girato in un ordine diverso, e tutto è fermo nel rotolo del tempo?» [18]. Questo si chiede Massimo, mentre inizia a ripensare all’estate di dodici anni prima, quando incontrò Carla. «Sì, è possibile, è possibile. (…) Salta fuori imprevedibile dal tempo che è tutt’un’estate, lo spazio bianco di un mattino» [19].
Quando Massimo si tuffa in acqua e avviene lo stesso miracolo che Proust sperimenta quando ritorna con la memoria alla sua infanzia trascorsa a Combray, non appena riconosce «il gusto del pezzetto di madeleine che la zia inzuppava nel tiglio (…). Come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, cose, figure consistenti e riconoscibili, così, ora (…) tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, città e giardini, dalla mia tazza di tè» [20].
La tazza di tè di Massimo è il mare davanti a casa sua – Palazzo Donn’Anna – nel quale s’immerge pure nell’estate del ’42 e vede «un’ombra grigia, solitaria, che veniva come un ordigno metallico verso di me. La spigola» [21]. Contrariamente al sogno che farà dodici anni dopo, questa volta Massimo riesce a catturarla: «Sentii che l’asta entrava in quel corpo. Trafitta si rovesciò di fianco, splendida tutta d’argento, con le pinne irte sul dorso, la bocca aperta nello spasimo, il corpo a mezzaluna e come paralizzato» [22].
Questa è una sorpresa per il lettore: credevamo che la spigola gli sarebbe sfuggita. E invece, ora che il pesce è tirato in secco sulla barca, capiamo qual è la sua funzione all’interno del romanzo. In un racconto tutto giocato sulla sincronizzazione in un unico tempo di tre-quattro diverse “belle giornate”, la spigola è la lancetta dell’orologio di La Capria: nel 1942 è catturata, nel 1954 è (in sogno) mancata, e nel 1960 viene servita a tavola; laddove il “primo tempo” è quello eroico della vera bella giornata, il “secondo tempo” è quello del rimpianto, e il terzo è quello della malinconica indifferenza.
Appena Massimo riemerge dall’acqua con la sua preda, iniziano i bombardamenti; con Glauco e Ninì, decide di rifugiarsi nella Grotta della Monaca di Mare, e lì si affiancano ad un’altra barca su cui sta una biondina che dice: «Ieri un aeroplano quasi toccava l’albero del cutter, si vedeva il pilota! Avrà pensato: io a fare la guerra e loro i bagni» [23]. È Carla, che «pretendeva, cinque anni dopo, quando la rividi a Positano con Roger, che quel giorno lei ed io ci eravamo trovati sopra un cutter in mezzo al mare, e che Roger, proprio lui, aveva volato sulle nostre teste incerto se sganciare la sua bomba. Non era venuto tante volte a bombardare Napoli? Only twice, disse Roger» [24].
Finalmente ci è così spiegato la strano dialogo tra Massimo e Carla, nel primo capitolo, quando escono dalla Buca di Bacco dopo avere festeggiato il Capodanno:

«Ma che ti prende ora?
Povero Rogerino. Stavo pensando a lui.
Non lo chiamare così. Si chiama Roger.
Chissà che sta facendo.
Ti sembra il momento di pensare a lui?
Quest’estate l’amavo, adesso non me ne importa più niente. (…) Tu mi amavi già quest’estate?
Anche prima se è per questo – dal giorno del bombardamento.
Stavamo sul cutter e passò un aeroplano.
Come te lo debbo dire? Non siamo mai stati in quel cutter. Te lo sei inventato.
Lo vedi che sei antipatico?» [25]

Questa fantasticheria di Carla è rivelatrice: retrospettivamente, mette Massimo e Roger nella stessa scena – con lei nel mezzo – durante una battaglia, come due rivali. A prima vista, può sembrare un sintomo della superficialità di Carla, sempre in bilico tra l’indifferenza e un romanticismo da feuilleton. Ma, procedendo nella lettura, quando ci viene finalmente svelata la Grande Occasione Mancata di Massimo, il “sogno” di Carla acquisterà un significato molto più profondo e contraddittorio.
Ed eccola, infine, la Grande Occasione Mancata di Massimo. Con nostra sorpresa, a metà del libro ci accorgiamo che ci è già stata raccontata nelle prime pagine. Una manciata di righe nel primo capitolo. 1949:

«Eccola la Scena. Si ripresenta sempre identica: lo sguardo di Carla che splende come un mattino tutto luce in fondo al mare, e lei così vicina – anche il battito del cuore! – vicina, con l’occhio marino, aspettando. E poi offesa? Stupita? Incredula? Prontamente disinvolta comunque (…), per sempre lontanissima, che tenta di superare l’imbarazzo. Lui la guarda mentre lei si pettina i capelli raccolti sulla nuca, bionda coda di cavallo oscillante (…) e un sorriso umiliato che copre il desiderio di morire. E i ragazzi, t’immagini le facce? Le risate? Le chiacchiere, se sapessero. Lui, solo, con la Grande occasione Mancata, e tutti i loro occhi aperti sulla Scena» [26].


4.

small_palazzo_donn_anna_02.JPGI raggi del sole grattano la volta dell’arcata e si sfilacciano. Per continuare a leggere devo dare la schiena al mare.
Dovrebbe essere tutto chiaro. Eppure, c’è un disagio. Tutto è sfuggente in Ferito a morte; come la spigola; e ogni svolta ci ritroviamo contemporaneamente, ancora e sempre in quel mattino del 1954 in cui Massimo De Luca s’è attardato sotto le lenzuola, e su una barca nel mare di Posillipo, in una lunghissima estate che inizia nel 1951 e finisce un anno dopo. Ed ogni volta ci domandiamo: che sia questa, finalmente, la Bella Giornata? E poi, che diavolo è una Bella Giornata?

«La mia bella giornata doveva essere una giornata qualunque, una di quelle lunghe tranquille giornate estive simili al trascorrere di una nuvola sull’azzurro indifferente del cielo, dove non accade proprio nulla di rilevante, ma nella mia descrizione doveva corrispondere a tutte le belle giornate qualunque, e dunque contenerle tutte, catturarne il tempo» [27].

È, dunque, la Bella Giornata, una serie di belle giornate? Quella del ’54, quella del ’52, quella del ’51, quella del ’49, quella del ’42?
Scrive La Capria:

«Il mio libro comincia con un raggio di sole che, penetrando attraverso le imposte socchiuse, brilla come un geroglifico luminoso sulla parete della stanza dove Massimo si sta svegliando dai suoi sogni inquieti. Quel raggio gli porta l’annuncio della bella giornata. (…) Ma l’annuncio non fa più sobbalzare il cuore di Massimo. Ormai lo sa che da una bella giornata non c’è da aspettarsi più niente. (…) Ma perché Massimo non si aspetta più niente da una bella giornata? Cosa si aspettava? Cosa gli è accaduto? Ciò che gli è accaduto lo sapevo solo vagamente mentre iniziavo il mio libro. Sapevo che era il senso di una Grande Occasione Mancata (la sua stessa giovinezza? la felicità? la vita?), di una profonda disillusione, che non riguardava soltanto lui, ma tutta la città e tutti i suoi miti. Dunque Massimo si sveglia, e dal suo risveglio fino al momento della partenza, in questo breve spazio che è lo spazio di un mattino del 1954, il tempo si dilata e le varie ore corrispondono ad anni diversi, senza soluzione di continuità. Dove nulla può accadere perché tutto sembra già accaduto una volta per sempre, dieci anni o un giorno – avrebbe dovuto suggerirlo la struttura del libro – sono esattamente la stessa cosa» [28].

Che sia un romanzo in cui il corso del tempo è perlomeno irregolare, lo si desume pure dal sesto capitolo, quando Gaetano va a pranzo a casa De Luca. Dovrebbe essere il 1954, perché nel secondo capitolo – appunto, nel ‘54 – sentiamo la signora De Luca gridare a Massimo: «Non tornate tardi! Ricordati che oggi viene Gaetano a pranzo!» [29]. E invece è il 1953, visto che a tavola si accenna a Pippotto Alvini che morì al Circolo «un anno fa», dopo l’estenuante partita di poker (avvenuta nell’estate del 1952).
Durante il pranzo, Massimo viene a sapere che Gaetano sta per partire per Milano, dove ha trovato un posto al giornale. Lo lascia a Napoli, da solo.
Massimo abbandonerà la Foresta Vergine un anno dopo, nel 1954. Nel pomeriggio prima di quel suo ultimo giorno napoletano, iniziato con il sogno della spigola che gli sfugge, rivedrà per un attimo Carla in via dei Mille: «sempre elegante, bellissima, senza vedermi, è passata. Addio» [30] e rievoca il suo amore mentre passeggia con un conoscente che non perde occasione di malignare sul conto di lei. «Tutta la vita proteggi un segreto, poi, il primo che passa diventa un recipiente di confidenze intime» [31]. Ecco un’altra sincronizzazione: già nel primo capitolo avevamo visto Massimo raccontare «di Carla a uno qualunque, suo simile, ipocrita e fratello, un tale incontrato nella strada: Quella, la vedi quella? – e man mano che racconta, qualcosa dentro di lui si deforma, si corrompe» [32]. Così, di nuovo, adesso, nel settimo capitolo, leggiamo: «Quella, la vedi quella? Viviamo in una città che ti ferisce a morte o t’addormenta, o tutt’e due le cose insieme» [33].
Mezzo addormentato, e ferito a morte, a poche ore dal suo allontanamento definitivo da Napoli, Massimo De Luca torna ancora una volta a quella notte in cui «una stupida e troppo forte giovanile emozione» rovinò il momento decisivo: «Uno direbbe, a quale ragazzo un po’ nervoso non può capitare la prima volta per troppo amore… Quel tremito, morte che non potevo controllare, è niente non ci badare, non rassomigliava all’amore, e allora perché per troppo amore ti puoi stranire a tutto per sempre?» [34].


5.

Leggo le ultime parole del settimo capitolo: «Non io più sarò qua». Chiudo il libro, sollevo lo sguardo, giusto in tempo per notare un’auto che esce dal cancello. Esco anch’io, per la prima volta, per l’ultima, da Palazzo Donn’Anna. Non io più sarò qua.
Durante il viaggio di ritorno penso a Carla e al suo “sogno pietoso”; la trasfigurazione epica del suo incontro con Massimo sotto le bombe è una bugia detta a Massimo perché egli, condividendola, possa davvero pensare a quel pomeriggio del 1942 come ad una Bella Giornata – e riesca a salvare questa, piuttosto che il momento della Grande Occasione Mancata. Per la prima volta mi viene in mente che Carla, in questo senso, è il vero eroe di Ferito a morte.
Il fatto che, letta in questo modo, la Bella Giornata sia una giornata effettivamente mai vissuta, è corroborato da un’altra singolarità. In realtà, nel libro non è detto che quell’incontro sotto le bombe è avvenuto nel 1942, bensì nel 1943. Se si vuole spingere fino in fondo l’identificazione di La Capria con il suo personaggio, ciò è impossibile. Nell’estate del ’43 La Capria è nel brindisino col 52° Battaglione e farà ritorno a Napoli solo nel dicembre del 1944. Tra l’altro, nell’evocazione del bombardamento, si parla di piloti inglesi (che fecero incursioni su Napoli nel ’42) e non di piloti americani, che attaccarono nel ’43. Insomma, La Capria descrive una giornata cui lui non ha mai assistito, e lo fa servendosi dei ricordi che ha di un’altra giornata: un giorno di un anno prima.
«Quella del 1942», dirà in seguito, «fu l’estate più straordinaria della mia vita, la più intensa, quella che mi lasciò un segno indelebile nella memoria e nell’immaginazione. Fu straordinaria perché, date le circostanze, io sentivo che quell’estate era l’ultima estate felice, e fu straordinario il fatto che la vivessi sapendolo . (…) Da quell’estate, il mondo è per me diviso in due: quello di prima del ’42 e quello di dopo il ’42» [36].
Mentre «infuria una orribile guerra alla quale partecipo mio malgrado» [37], nella sua Napoli vanno distrutti il Corso Garibaldi, San Giovanni in Porta, via Depretis, il Parco Margherita, l’albergo Russia in Santa Lucia e il Caffè Vacca della Villa Comunale. «In questo completo isolamento, in questa vita totalmente involontaria che sono costretto a vivere», scrive sotto la tenda del suo accampamento, «ho avuto paura di non esistere più, proprio di non esserci» [38]
In questo stato di sospensione metafisica, quando La Capria lesse le prime parole de La metamorfosi, gli sembrarono «scritte sulla porta di un mondo sconosciuto» [39]. Nello scarafaggio di Kafka, lui e i suoi giovani amici «ritrovarono raffigurate le immagini delle loro introversioni, della loro solitudine storica. E trovarono ancora, anche se sembra paradossale, un altro e più sottile fascino in Kafka: l’anonimo signor K. e Gregor Samsa erano vittime di un destino inesorabile su cui nulla potevano; erano colpevoli “per legge di natura”, come aveva detto l’Uomo del Sottosuolo» [40].
La Bella Giornata (come ha istintivamente capito Carla), allora, non esiste?
È questa disillusione che traspare dal comportamento di Massimo, allorché torna a Napoli, per un paio di giorni, nel 1960. Ormai sta a Roma, e viene a trovare la famiglia sempre più di rado. «A pranzo, la spigola, bollita, con maionese, fa bella figura intera nel piatto» [41].Ritrova i vecchi compagni, vinti e invecchiati; un fratello che resiste a tutto e diventa “eccezionale” e una città che non riesce più a riconoscere.
E poi… «là, in fondo alla strada, qualcosa-che-passa-e-sembra, bionda coda di cavallo oscillante, ha svoltato l’angolo. Cerco lei, cerco Ninì… e mi pare sempre di camminare dietro qualcuno di cui sento ancora, vicini, i passi sopra queste pietre» [42].


Note

[1] Silvio Perrella, Il mondo come acqua, in Raffaele La Capria, Opere, Mondadori 2003, pag. XII
[2] Raffaele La Capria, Ferito a morte, in Opere, cit. pagg. 144-145
[3] Ibidem, pag. 151
[4] Ibidem, pag. 141
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] Ibidem
[8] Vladimir Nabokov, Franz Kafka: “La metamorfosi”, in Lezioni di letteratura, Garzanti 1992, pag. 308
[9] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pagg. 154-155
[10] Raffaele La Capria, L’estro quotidiano, Mondadori 2005, pag. 20
[11] Raffaele La Capria, L’armonia perduta, in Opere, cit. pag. 649
[12] Raffaele La Capria, L’estro quotidiano, cit., pag. 89
[13]Raffaele La Capria, L’armonia perduta, cit, pag. 650
[14] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 176
[15] Raffaele La Capria, La mia casa sul mare, in Opere, cit., pag. 749
[16] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 214
[17] Ibidem, pag. 212
[18] Ibidem, pag. 188
[19] Ibidem, pagg. 188-189
[20] Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, vol. I, Mondadori, 1983, pag. 58-59
[21] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 191
[22] Ibidem
[23] Ibidem
[24] Ibidem, pag. 212
[25] Ibidem, pag. 149
[26] Ibidem, pag. 141
[27] Raffaele La Cparia, Il mito della “bella giornata”, in Opere, cit, pag. 671
[28] Ibidem, pagg. 681-882
[29] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit. , pag. 155
[30] Ibidem, pag. 246
[31] Ibidem, pag. 247
[32] Ibidem, pag. 143
[33] Ibidem, pag. 247
[34] Ibidem, pag. 259
[35] Raffaele La Capria, Posillipo ’42, in Opere, cit., pag. 19
[36] Ibidem, pag, 25
[37] Raffaele La Capria, Una lettera del ’43, in Opere, cit., pag. 34
[38] Ibidem, pag. 35
[39] Raffaele La Capria, Da”False partenze”. Frammenti per un’autobiografia letteraria (1938-’48), in Opere, cit., pag. 16
[40] Ibidem, pagg. 17-18
[41] Raffaele La Capria, Ferito a morte, cit., pag. 266
[42] Ibidem, pag. 292


Posted by Leonardo Colombati at 22:40 | Comments (5)

20.09.05

Titoli

Ho chiamato il mio libro Perceber. Romanzo eroicomico. Non sono dunque la persona più adatta per disquisire di titoli; quando sono buoni e quando sono pessimi. Lascio dunque la parola ad Enzo G. Castellari, uno pseudonimo sotto cui si cela Enzo Girolami, “il John Woo dell’action movie all’europea”, come lo ha definito qualcuno. Negli anni Sessanta e Settanta, Castellari faceva spaghetti-western: Keoma, Sette Winchester per un massacro, Cipolla Colt, Vado… l’ammazzo e torno... Ieri sera l’hanno intervistato su Raidue quelli di Stracult. Gli hanno chiesto come facesse a trovare certi titoli. E lui ha risposto che “per capire se un titolo funziona, dopo averlo pronunciato uno deve dire: MEI COJONI! Se non funziona, invece, ti viene da dire: E ‘STI CAZZI… Ad esempio, se io ti dico il titolo del mio primo film, Vado… l’ammazzo e torno, tu cosa dici?” E l’intervistatore: “MEI COJONI!”. E se ti dico, che so, L’assassino è al telefono?”. “E ‘STI CAZZI”.

Posted by Leonardo Colombati at 16:38 | Comments (3)

15.09.05

Il romanzo perduto di un genio postumo

di Leonardo Colombati

[Questo articolo di Leonardo Colombati è apparso oggi nel quotidiano Il Giornale.]

Edward Lewis Wallant iniziò a scrivere a trent’anni. Morì appena sei anni più tardi, nel 1962, per la rottura di un aneurisma. Fece in tempo a vedersi pubblicati due romanzi (The human season e The pawnbroker) e a lasciarne altrettanti, inediti, ai posteri. Si sa, però, che questi ultimi tendono ad essere generalmente distratti: perché perdere tempo con uno scrittore ebreo-americano prematuramente scomparso, quando si hanno a disposizione Bellow, Roth, Mailer e Malamud? Il pubblico e i critici americani si dimenticarono presto di lui.
Per i lettori italiani, Wallant è un oggetto ancor più misterioso. The pawnbroker fu pubblicato nel 1967 da Garzanti come L’uomo del banco dei pegni; tre anni prima ne era stato tratto un film di discreto successo con Rod Steiger, per la regia di Sidney Lumet, dove per la prima volta Hollywood entrava in un campo di concentramento nazista, attraverso i ricordi di un sopravvissuto che non riesce a scacciare i propri fantasmi.
Dopo anni di purgatorio, il nome di Wallant è ricomparso alla ribalta letteraria nel 2003, quando l’inedito The tenants of Moonbloom è finalmente uscito con una prefazione di Dave Eggers, il sedicente “formidabile genio” e direttore della rivista di culto McSweeney’s. Il mio scarso amore per Eggers mi ha messo sulla difensiva quando ho iniziato a leggere la traduzione italiana del libro di Wallant (uscirà a giorni per Baldini Castoldi Dalai, con il titolo Gli inquilini di Moonbloom). Ma già dalla prime pagine, mi sono reso conto che ciò che avevo fra le mani era un ottimo romanzo, miracolosamente scampato a quarant’anni di oblio.

Il tour de force di Wallant ribadisce il particolare talento di cui i moderni scrittori ebreo-americani dispongono nel creare personaggi indimenticabili, laddove i gentili (si pensi a Barth, a Pynchon, a De Lillo, giù giù fino a Vollman) sono piuttosto dei costruttori di complicate macchine narrative, all’interno delle quali i “caratteri” finiscono per essere incidentali. In questo senso, Norman Moonbloom – il protagonista del romanzo – se non è forse degno di sedersi a tavola con Augie March, Alex Portnoy e la Signorina Cuorinfranti, può essere considerato un loro affascinante fratello minore. Già nel primo capitolo lo troviamo “frustato dal filo del telefono (…), vittima della sua tendenza alla goffaggine”. È nel suo ufficio, tra mobili-archivio ammaccati, dietro una scrivania di vernice che si squama “come pelle morta”. Sul vetro si può leggere: “IMMOBILIARE I. MOONBLOOM – NORMAN MOONBLOOM, AGENTE”; una scritta a caratteri cubitali, neri, che sembra racchiudere il senso di tutto il libro: quella “i” puntata sta infatti, per Irwin, il fratello per cui Norman è costretto a lavorare. Nella conversazione telefonica fra i due, che apre il romanzo, sentiamo già tutto il peso della differenza fra i due Moonbloom: “Dio sa se io posso pensare a sciocchezze simili”, si lamenta Irwin dopo che Norman gli ha appena fatto il punto della situazione riguardo ad uno stabile sulla 13^ Strada (topi ovunque, gabinetti intasati, ringhiere pencolanti). “A te tocca soltanto la responsabilità di quelle quattro case… riscuotere gli affitti, curare pochi aspetti amministrativi”, prosegue Irwin. “Io invece sono al centro di transazioni molto più complesse… non posso certo rubare tempo a quelle cose, che sono molto più importanti, per occuparmi di scarafaggi e di latrine, ti pare, Norm?”.
Su e giù per l’Upper West Side, a sollecitare inquilini morosi e a ricevere le loro confessioni: ecco la giornata di Norman Moonbloom. Arnold e Betty Jacoby gli offrono una scatoletta di minestra Campbell, del caffè istantaneo e una scipita commedia matrimoniale. Marvin Schoenbrun lo fa accomodare mentre si tampona una ferita sulla guancia appena rasata e si lamenta dell’impianto elettrico antiquato. Stan Katz, trombettista jazz che convive con un batterista nero omosessuale, lo riceve con un sorriso “dipinto con abili ombreggiature a trompe-l’oeil”, in un ambiente pregno dell’odore di birra rovesciata e portacenere non svuotati: “una bacchetta di batteria si ergeva da una bottiglia di whisky vuota come l’albero di una nave, incappucciata da un profilattico”. Il signor Hauser non accetta di dover corrispondere l’affitto ogni settimana, mentre la moglie si mostra più accondiscendente, fasciata in un vestito ornato di perline che le dà un’aria vagamente pornografica. L’ultracentenario Karloff – “una gigantesca creatura estinta” – ha trasformato il suo appartamento in un bidone dell’immondizia e osserva lo spettacolo tracannando shnapps. Il signor Basellecci si lancia in uno sgangherato elogio del caffè italiano prima di mostrare a Norman il muro gonfio e imputridito della stanza da bagno: “Mi siedo lì e guardo quell’orrenda ‘osa gonfia. Non riesco a rilassarmi. Il mio sfintere è paralizzato dal terrore. Fra poco mi ammalerò sul serio, e allora vi chiamerò al tribunale. Lo dovete aggiustare!”.
Del campionario di inquilini collezionati dall’Immobilare I. Moonbloom fanno parte anche un ragazzo cinese che racconta a Norman nei dettagli le proprie avventure erotiche, un insegnante di inglese che declama versi di Eliot – “quel Vecchio Possum!” –, un clown che fa l’ambulante sui treni che partono dalla Grand Central Station, un boxeur che studia arte drammatica, uno “gnomo ebreo” che vive nel sottotetto… Tutti questi personaggi sembrano delle marionette caricate a molla: entrano in funzione soltanto all’arrivo dell’agente, gli mostrano scarafaggi, lavandini otturati ma anche le miserie più intime e i sogni più privati. Raramente le visite di Norman si concludono con il contante nella tasca dei calzoni; è costretto a dare molto più di quanto riceve: a dare vita, appunto, e per il solo fatto di star lì ad ascoltare. Il premio è un’afflizione crescente (se si tralascia l’inevitabile avventura con una giovane inquilina): chi è, lui, se non uno di loro? La sua solitudine si riflette nei caseggiati posseduti dal fratello come in una miriade di specchi, sui quali gli inquilini ricambiano il suo sguardo. Come spiega Eggers nella sua prefazione, “a poco a poco Moonbloom si piega sotto il peso delle necessità degli abitanti degli stabili. La pressione lo raggiunge e, mentre tenta di non eccedere i limiti del risicato budget del fratello e implora la pazienza generale (…) deve decidere se davvero, come ripete spesso, lui è ‘solo un agente’, o ha una personale responsabilità nel riscatto, sia pur minimo, delle vite dei suoi residenti”. Deciderà, infine, di cimentarsi in una personalissima crociata; a proprie spese: “A seguito di un’altra telefonataccia di Irwin, Norman ritirò duemila dollari dal suo conto personale e spedì al suo datore di lavoro un assegno vistato per quella cifra. (…) Per febbraio aveva completato i tre quarti dei lavori previsti per gli stabili. Aveva usato un lago di vernice, una montagnetta di cemento, e abbastanza filo per andare e tornare da New York alla sua città natale”. Quando un inquilino osserva: “Tu stai cambiando, paparino. Cos’hai?”, Norman gli risponde: “Cambiando? Oppure diventando? (…) Non so che cosa sia, ma sono contento, praticamente felice”.
Finite le duecentosettanta pagine del romanzo, condividiamo gli stessi sentimenti del suo protagonista. La qual cosa lascia adito ad un dubbio: è, questo, un libro che mette allegria; ma è un’allegria che evapora in due minuti perché è al netto della malinconia che avrebbe dovuto abitare nell’animo di Norman Moonbloom non solo nelle intenzioni dell’autore e di quel tanto di cattiveria in più con cui non ci sarebbe spiaciuto vedere ritratti i suoi inquilini. Manca, insomma, un po’ di mordente, che avrebbe potuto rendere Gli inquilini di Moonbloom un libro meno dimenticabile. Se si dovesse affiancare Wallant ad uno dei suoi fratelli maggiori, si potrebbe scegliere il Nathanael West di Signorina Cuorinfranti; ma a Wallant difetta la ferocia di quest’ultimo. In compenso, in molte pagine echeggia un certo umorismo à la John Fante, un gojm – per giunta italiano – cui l’autore di Gli inquilini di Moonbloom somiglia notevolmente. L’augurio è che, così come è stato per Fante, per Wallant scocchi finalmente l’ora di una rivalutazione postuma.

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08.08.05

La "Tigre della Magnesia" che imbarcò gli italiani per un viaggio nei sette mari

di Leonardo Colombati

[Questo elogio di Emilio Salgari è apparso ieri su Il Giornale.]

Siamo una penisola, eppure sono pochissimi nella storia delle patrie lettere i romanzi di mare: abbiamo il nostro Moby Dick, che è Horcinus Orca di Stefano D’Arrigo; qualche capitolo di Pinocchio; e I Malavoglia, senz’altro. Massimo De Luca (ovvero Raffaele La Capria), si tuffa nello specchio d’acqua di Posillipo nell’estate del ’42, e nuota placidamente mentre gli aerei sganciano le bombe: ma è roba di costa. L’unico italiano che s’è avventurato per i sette mari è stato Emilio Salgari, senza praticamente muoversi da casa sua.

Sull’atlante che Adolfo Stieler pubblicò nel 1830, l’isola di Mompracem veniva ancora indicata nel Mar Cinese meridionale, al largo della costa occidentale del Borneo. Ma già nove anni prima, sulla carta delle Indie Orientali di James Horsburgh, compariva soltanto un isolotto anonimo a mezza rotta tra le Comades e le Tre Isole. Quando nel 1900 Salgari vi collocò il covo di Sandokan e dei suoi tigrotti, Mompracem era soltanto un nome, o meglio, una delle tante versioni di un nome (si contano, ad esempio, Mompiaceni, Monpiacem e Mon Pracem). Nell’ultima pagina della sua biografia dello scrittore veronese, Silvino Gonzato rivela: “A Bandar Seri Begawan, capitale del Brunei, nessuno sa nulla. Neanche il sultano Hassanal Bolkiah, l’uomo più ricco del mondo, sa dove sia finita Mompracem. (…) Resta il pensiero orribile e romantico, e per questo più difficile da scacciare, che il destino di Mompracem sia legato a doppio filo a quello del suo unico, appassionato cantore” (Silvino Gonzato, Emilio Salgari, Neri Pozza, Vicenza 1995).
Il destino di Emilio Salgari si compì il 25 aprile 1911. La moglie Ida era già da qualche tempo rinchiusa in manicomio. I tre figli ancora piccoli da accudire in solitudine, le difficili condizioni economiche per via di un contratto-capestro firmato con l’editore Bemporad e una nevrastenia ormai insopportabile, lo convinsero a salire verso i boschi di Val San Martino, nel primo pomeriggio. “Si tolse la giacca e la cravatta, posò il bastone su un ciuffo d’erba, si sdraiò in un piccolo crepaccio che si apriva nel terreno come una nicchia funeraria, e con un rasoio, con furia spaventosa, si colpì ripetutamente all’addome e alla gola”.
Salgari si vantava con tutta Verona di essere un capitano di gran cabotaggio e di aver incontrato califfi, principesse, fiere e pirati nei porti dei sette mari. Sull’Arena, con il rivelatore pseudonimo di Ammiragliador, diceva la sua sulla guerra del Tonchino come se ci avesse abitato per anni. Dichiarò di essere stato pure nel Borneo, a Sumatra e nel Ceylon; nelle foreste di Colombo udì gli indigeni cantare una “lamentevole canzone, parecchie volte, verso sera, sotto il vecchio forte olandese”. Del generale Gordon scrisse che “partì con la Bibbia in mano, i logaritmi nell’altra e un revolver nella cintura, deciso a sfidare il profeta”. Intervistando il caporale Carlo Troiani, reduce da Massaua, Salgari chiese: “Com’è il porto? Tre anni or sono, quando ci fui, aveva non troppa acqua”. Tutti sapevano che l’unica imbarcazione su cui era salito in vita sua era l’Italia Una, un trabaccolo di 71 tonnellate che faceva la spola tra Palestrina e Brindisi; vi si imbarcò come mozzo nell’estate del 1880 e vi ridiscese tre mesi dopo, preso dalla nostalgia dei piatti che gli preparavano la mamma Luigia e la zia Filomena. A Verona, prendendolo per il culo, lo chiamavano “Tigre della Magnesia”, per via di certi suoi problemi intestinali… Lui si vedeva in un altro modo, e in un altro modo si dipinse per i posteri. Non è difficile riconoscerlo in Yanez de Gomera, il deuteragonista dei romanzi del ciclo malese: “Uomo di mezza statura, ma agile come un anguilla, allegro come lo poteva essere un marinaio che nuota nel lusso e si avvoltola nell’oro e con un misto di fierezza e di cortesia che lo facevano apparire a prima vista un nobile cavaliero”.
L’esotismo sfolgorante che poteva apprezzarsi ne I misteri della jungla nera o ne La capitana dello Yucatan, non aveva nulla a che vedere con quello – volgare – che in quegli stessi anni si udiva sui palcoscenici dei Café-chantant. Al Salone Margherita di Napoli Armand’Ary cantava: “Songo frangesa e vengo da Parigge: / Io só' na chiappa 'e 'mpesa,vve ll'aggi''a dí!”, mentre Anita di Landa (che Petrolini soprannominò “la Lucile Sorel del Caffè-concerto”) si lanciava in questo bolero: “Di Spagna sono la bella, / maestra son dell’amor!”.
La spagnola è la classica canzone da sciantosa, con la sua brava allusione alle capacità amatorie della diva di turno. Era molto di moda essere straniere per le starlette del Cafè-chantant: ci furono anche africanelle, (finte) francesi, tedesche… La moda dell’esotismo fece nascere canzoni ambientate in pampas popolate da ungheresi, piantagioni di caffè coi brasiliani che parlano in spagnolo, e tutta una serie di miscelleanee antropoligico-geografiche.
Salgari resistette poco alla riproposizione dell’immaginario esotico in salsa comica. Nel 1911, dopo cento viaggi da Surama al Bengala, pareva “uno scalcinato Yanez il cui viso baffuto sembrava quello di un grosso gatto randagio pestato”. Il suo Sandokan era ancora il fiero avversario degli inglesi e sapeva come accendere la passione amorosa in Marianna, la Perla di Labuan: “Se vuoi andrò a rovesciare un sultano per darti un regno, se vorrai essere immensamente ricca io andrò a saccheggiare i templi dell’India e della Birmania per coprirti di diamanti e oro; se vuoi io mi farò inglese. (…) Parla, dimmi ciò che vuoi; chiedimi l’impossibile e io lo farò. Per te mi sentirei capace di sollevare il mondo e di precipitarlo attraverso gli spazi del cielo”. Ma la “Tigre della Magnesia”, invece, il 22 aprile scrisse alla moglie: “Tu sei stata l’unica donna della mia vita”. E ai figli: “Sono ormai vinto. (…) Io spero che i milioni di miei ammiratori, che per tanti anni ho divertiti ed istruiti provvederanno a voi. Non vi lascio che 150 lire. (…) Vado a morire nella Valle di S. Martino, presso il luogo ove, quando abitavamo in Via Guastalla andavamo a fare colazione. Si troverà il mio cadavere in uno dei burroncelli che voi conoscete, perché andavamo a raccogliere i fiori”.

Posted by Leonardo Colombati at 17:33 | Comments (0)

15.07.05

Pinocchio e altri automi / 2

di Leonardo Colombati

automa_2.JPGIn un interessante saggio sulla morte come situazione letteraria, Ernestina Pellegrini fa notare come questa, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, non sia più avvertita come un fatto sociale: «È con Zola e i naturalisti che la rappresentazione della morte perde ogni spessore filosofico e ogni nostalgia metafisica, diventando semplicemente la fine di un processo di degenerazione biologica» (Necropoli immaginarie). Se in Un cuore semplice Flaubert immagina la serva Felicita che, agonizzante, bacia il suo pappagallo impagliato, il corpo morente della Nanà di Zola è ridotto ad «un ammasso di umori e di sangue», ad una palettata di carne corrotta», ad «una muffa della terra». Quella pietas che all’uomo, nel momento del trapasso, ormai viene negata in quanto egli è positivisticamente inteso come null’altro che un organizzato sistema di organi e tessuti, può essere invece elargita ad un suo simulacro meccanico.
Nel film Blade Runner di Ridley Scott, ambientato a Los Angeles nel 2019, il cacciatore di taglie Rick Deckard deve ritrovare alcuni Nexus 6, replicanti dalle perfette sembianze umane sfuggiti al controllo della ditta costruttrice, la Tyrell Corporation. I Nexus 6 sono programmati in modo da avere propri (falsi) ricordi e la loro morte è stabilita con precisione sin dal momento della loro fabbricazione. È proprio perché spinti dall’ansia di conoscere la data della propria fine e di trovare un rimedio a tale destino che i replicanti si ribellano. Dirà più tardi Deckard: «Tutto ciò che volevano erano le stesse risposte che noi tutti vogliamo: da dove vengo, dove vado, quanto mi resta ancora».

Il saggio di Leonardo Colombati Su Pinocchio e altri automi è apparso in due puntate nella rivista Origine. Qui pubblico la seconda parte.

Leggi tutta la seconda parte del saggio di Leonardo Colombati Su Pinocchio e altri automi, 226K in formato Pdf.

Visita il sito della rivista Origine, scaricabile integralmente.

Posted by giuliomozzi at 01:19 | Comments (5)

13.07.05

Pinocchio e altri automi / 1

di Leonardo Colombati

automa_1.JPG[...] L’animale non dice «io» perché non si accorge dei suoi limiti. Vale lo stesso anche per un pupazzo? Pinocchio è un ulteriore oggetto inanimato cui viene donata la vita: la letteratura, il cinema, il teatro, traboccano di automi e bambole semoventi. Ma nella storia del burattino senza fili ricorre con più efficacia che altrove il tema della «doppia metamorfosi», di cui la mia nota vuole trattare. In realtà, quando ho iniziato a prendere appunti su Pinocchio volevo soltanto rispondere ad una domanda: chi è – o meglio, cos’è questo pezzo di legno? Ma addentrandomi nella favola di Collodi sono sprofondato in una sorta d’indeterminatezza fisiognomica. Tralasciando per un istante i dubbi sulla sua natura, prendiamo in considerazione la sua età. Quanti anni ha Pinocchio? Nel terzo capitolo, Geppetto, a cui Pinocchio ha rubato la parrucca, lo apostrofa così: «Birba d'un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!». Ragazzo, dunque. Ma quando Pinocchio e Geppetto sono rinchiusi dentro il ventre del Pescecane, il padre dice al figlio: «Ti par possibile che un burattino, alto appena un metro, come sei tu…» e un metro appena ci sembra davvero troppo poco per un ragazzo, abbastanza per un bambino. Va aggiunto che l’avventura con il Pescecane è situata verso la fine del libro e che dunque quel «ragazzo» del terzo capitolo dovrebbe qui essere già cresciuto. Perché il tempo passa anche nelle favole e in Pinocchio l’azione si sviluppa in un periodo piuttosto lungo: circa due anni e mezzo. Non è certo questa l’unica stranezza relativa alla crescita. Quando Pinocchio giunge all’Isola delle Api industriose e rivede la Fata dai capelli turchini, sono trascorsi soltanto centoventisei giorni dal loro ultimo incontro (se ho contato bene), eppure la Fata dice a Pinocchio: «Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma». [...]

Il saggio di Leonardo Colombati Su Pinocchio e altri automi è apparso in due puntate nella rivista Origine. Qui pubblico la prima parte.

Leggi tutta la prima parte del saggio di Leonardo Colombati Su Pinocchio e altri automi, 411K in formato Pdf.

Visita il sito della rivista Origine, scaricabile integralmente.

Posted by giuliomozzi at 01:07 | Comments (5)

08.07.05

Timido elogio della pesantezza

di Leonardo Colombati

[Il Giornale del 6 luglio 2005 ha pubblicato un mio piccolo saggio intitolato Timido elogio della pesantezza e del 'difficile'. Lo ripropongo qui. lc]

piuma.JPGIl primo dei Pensées sur la comete che Pierre Bayle consegnò all’Illuminismo nel 1681 era alquanto contraddittorio con lo spirito dei tempi nuovi: «Io non so che cosa sia la meditazione sistematica e ordinata su un argomento, e mi capita di smarrirmi facilmente, di uscire spesso dal seminato, di inoltrarmi in luoghi dove è ben difficile scorgere una strada; insomma sembro fatto apposta per fare uscire dai gangheri un dottore che esige in ogni cosa metodo e regolarità». Tre secoli dopo, Giorgio Manganelli compilò una serie di ragioni per cui al poeta possa perdonarsi la mancanza di chiarezza. Secondo una di queste, «uno scrittore può essere oscuro perché è affascinato, è chiamato da una sorta di complessità che solo attraverso l’oscurità è conseguibile».

Nell’elenco degli scrittori “oscuri”, l’autore dell’Hilarotragoedia non mancò di inserire, ovviamente, Joyce. Secondo Nabokov, lo stile dell’Ulisse – o meglio gli stili –, la sua difficoltà, non devono spaventarci; leggere questo romanzo equivale a chinare il capo in modo da guardare indietro tra le ginocchia, con il viso capovolto: si vedrà il mondo in una luce totalmente diversa. È una contorsione grazie alla quale si riesce a vedere «un’erba più verde, un mondo più fresco».
In Italia, comunque, la “prosa difficile” è guardata generalmente con sospetto: la razionalità esige chiarezza, mentre l’oscurità getta la narrazione tra le braccia di un mondo irrazionale. Tessendo le lodi della “leggerezza” nelle sue Lezioni americane, Calvino ha condannato per conto di alcune generazioni di critici e di scrittori il suo concetto opposto, quello della “pesantezza”.
Pochi sono stati gli scrittori oscuri, dalle nostre parti. Gadda lo fu, senza dubbio. E con esiti sensazionali. Vale la pena soffermarci su di lui, per capirne di più della differenza tra oscurità e leggerezza. Intuitivamente, crediamo di sapere che la leggerezza, in letteratura, si ottiene per sottrazione. In qualunque corso di scrittura una delle regole d’oro è quella per cui, nella revisione di uno scritto, bisogna asciugare il testo dagli aggettivi, ad esempio. Si giungerebbe, così, alla chiarezza, con la stessa tecnica utilizzata da uno scultore che lavora il marmo: la “prosa leggera” sarebbe dunque il residuo di un discorso più lungo, più incerto, più complesso.
Ne Il castello di Udine, Gadda ci mostra che non è proprio così. Ad un certo punto, l’autore ci descrive dei colpi di cannone sulla roccia delle montagne con questa frase: «Lo spasimo di ogni rovina». In un suo scritto posteriore, Gadda chiarisce questo passaggio: «Non si tratta, nella mia intenzione, di animismo, cioè “la roccia soffre per la cannonata ricevuta”, sì di mera contrazione in genitivo d’un complemento d’agente: “lo spasimo prodotto in noi da ogni rovina”. Spasimo = tensione dell’animo provocata dall’aspettazione d’un verdetto di vita o di morte, a ogni colpo». Ecco che qui, togliendo, si complica. Ma per ottenere un simile effetto bisogna conoscere quelle “frigide regole”, quelle “calcolate astuzie”, quelle “macchinazioni argute” di cui Manganelli parlava in un suo Trattatello di retorica. E questi stessi strumenti si deve conoscere per compiere l’operazione opposta, e dunque nell’aggiungere. La regola secondo cui gli aggettivi sono veleno è, tutto sommato, una sciocchezza: bisognerebbe, invece, insegnare ad inserirne, ma di validi e consistenti. Quando Gadda scrive, a proposito dei tonfi delle cannonate, che sono «quadrati e duri», semplifica – e non il contrario – un pensiero più articolato. Spiegherà in seguito: «Il tonfo delle cannonate nella valli lontane è quadrato (talvolta), in quanto se ne sviluppa per eco o rimando una successione di suoni brevi e recisi, direi perentori, in confronto al rotolamento del tuono».
Oggi, la maggior parte dei romanzi che si pubblicano in Italia contengono periodi generalmente non più lunghi di un rigo: la leggerezza auspicata da Calvino s’è a tal punto rarefatta che interi paragrafi – interi capitoli – dei romanzi più alla moda svaniscono come bolle di sapone; la furia imitativa del linguaggio il più possibile realistico ha portato non di rado lo scrittore italiano a predisporre pagine che sembrano tanti sms nella memoria di un telefono cellulare. Ogni tanto, di fronte a certi libri, mi chiedo: dov’è andato a finire l’autore? che fine hanno fatto i suoi pensieri? Censurati, in nome della razionalità. Ma non sarà mica che – come diceva appunto Manganelli – la “razionalità” è un mito difensivo?

Posted by Leonardo Colombati at 19:20 | Comments (0)

23.06.05

Ho ridato l'esame di maturità

di Leonardo Colombati

[Oggi, il Giornale ha pubblicato gli interventi di alcuni autori sulle prove scritte dell'esame di maturità, che i liceali d'Italia hanno dovuto affrontare ieri mattina. A me è toccato il tema sul viaggio.]

TEMA
Il viaggio: esperienza dell’altro, formazione interiore, divertimento e divagazione, in una parola, metafora della vita.

SVOLGIMENTO
Odio viaggiare. Per di più, da qualche tempo m’è venuta paura di prendere l’aereo, anche se non so se è una vera e propria fobia o piuttosto una scusa per non dover affrontare simili “metafore della vita”. Se avessi dovuto sostenere l’esame di maturità ieri mattina, avrei scelto senz’altro questo tema per lanciarmi in un’appassionata confutazione del mito del viaggio, e avrei rischiato la bocciatura per insensibilità, gusto della provocazione e pigrizia intellettuale.


Questo mito si fonda su luoghi comuni simili a quelli che intendono smentirlo: del tipo “ormai il mondo si è globalizzato, i ristoranti, i negozi, gli alberghi, sono tutti uguali…”. Solo che i luoghi comuni demistificanti sono veri.
Per motivi di lavoro, ogni tre mesi mi piombano a Roma un paio di inglesi o americani, sempre diversi. È d’obbligo il tour by night. Mi sono specializzato: li porto a cena sempre nello stesso ristorante carinissimo; seguono il gelato dalle parti di Piazza Navona, il lancio della monetina nella Fontana di Trevi, lo spettacolo hollywoodiano dei Fori Imperiali visti dalla terrazza del Campidoglio, il circuito automobilistico a settanta all’ora tra il Colosseo, San Pietro e il Gianicolo, lo struscio finale con birra a Campo de’ Fiori o a Trastevere… il tutto condito con la solita messe di amenità storiche: un profluvio di aneddoti su Mastro Titta, il Marchese del Grillo, Paolina Borghese, Sisto V, Via Rasella e Mussolini.
Paonazzi, semiubriachi, sudaticci nei loro shorts e magliette, i malcapitati credono davvero di “aver fatto esperienza dell’altro” e per provarmelo ordinano stoicamente un caffè espresso invece del cappuccino. Quando mettono piede sul taxi che li dovrà riconsegnare all’aeroporto, abbozzano pure due parole in italiano con il conducente, che gli ruberà – è una scommessa su cui non c’è quota – almeno settanta euro, ma li gratificherà dicendo (in un inglese oxfordiano): “Your Italian is perfect!”.
Ecco perché preferisco starmene a casa a vedere Discovery Channel o il figlio di Piero Angela che scala per me la piramide di Tulum: evito la mortificazione di accorgermi di essere circondato da italiani se sono in Marocco, di essere rapinato dai tassisti se sono in Messico, di dovermi rifugiare da Hard Rock Café se sono a Pechino. Sullo schermo tutto è come dovrebbe essere: diverso, appunto.
Nel VI secolo, un abate di nome Brandano salpò dall’Irlanda con un manipolo di confratelli. Si diressero verso ovest; la loro meta era il Paradiso terrestre. In mezzo all’Atlantico, s’imbatterono in isole infernali abitate da demoni-fabbri. Su uno scoglio, i monaci intravidero quello che sembrava uno strano uccello; ma quando s’avvicinarono, con loro grande sorpresa, scoprirono che si trattava di Giuda Iscariota. Il traditore spiegò che, grazie alla misericordia del Signore, ogni domenica e festivi gli era stato concesso di issarsi su quel sasso per riposarsi dalle fiamme dell’Inferno.
Allo stesso modo, io, sul divano di casa mia, col telecomando in mano, godo del refrigerium da una moderna specie di tormenti diabolici: quella del viaggio in Economy.

Posted by Leonardo Colombati at 09:55 | Comments (3)

13.06.05

Il sistema tolemaico (sui Referendum)

di Leonardo Colombati

urna.JPG
Sono appena andato a votare (quattro “sì"). Ero l’unico uomo. Prima e dopo di me, solo donne.
Non mi è piaciuto il ricorso al referendum su una materia tanto complessa: lo dico da convinto sostenitore di molte battaglie radicali, che hanno contribuito a fare di questo Paese un posto appena più moderno.

Sono arrivato, oggi, al seggio, dopo mesi di dubbi. All’inizio, il sofista che è in me si era ribellato. Rifletteva il sofista: “Negare la fecondazione eterologa vuol dire negarci la possibilità di costruire una vita umana. Ammettere l’aborto vuol dire permetterci di sacrificarne una. C’è un implicito – e drammatico – atto di modestia verso qualcosa che romanticamente potremmo chiamare Natura e più vichianamente Storia in questo abissale distinguo. È l’accettazione del fatto che può esservi nell’Uomo l’istinto e la volizione ad uccidere ma non la presunzione di farsi Dio. Concepire un figlio non è né un dono né un diritto; è soltanto il modo con cui la Natura perpetua se stessa, a difesa della propria mortalità. Tutti gli Uomini muoiono (anche i feti abortiti) ma non tutti gli Uomini nascono. Abortire – per dirlo in modo sinistro– è accelerare un evento certo; fabbricare embrioni è inverare una mera possibilità. Con conseguenze che non siamo capaci di immaginare”.
Belle parole. Stronzate, in fondo. L’Italia s’è data una legge, in materia, che non ha eguali nel mondo occidentale.
Il primo quesito riguarda l’abolizione di quella parte della legge 40 che attualmente vieta ai ricercatori di utilizzare cellule staminali prelevate da embrioni non utilizzati. Con le cellule staminali (che possono essere moltiplicate in laboratorio) si può tentare di combattere malattie come il cancro, la sclerosi, l’Alzheimer, il Parkinson e il diabete.
Attualmente, in Italia, ci sono 30.000 embrioni non utilizzati, che giacciono nelle celle frigorifere degli ospedali. Verranno buttate nello scarico del cesso.
Il secondo quesito riguarda l’abolizione della norma che non consente il congelamento degli embrioni e obbliga la fecondazione di un numero massimo di tre ovuli alla volta. Questo obbliga la donna, in caso di insuccesso del trattamento, a sottoporsi a più cicli di cura, con possibili danni per la sua salute. Inoltre, non permette alle coppie portatrici di malattie genetiche e infettive la cosiddetta “analisi preimpianto”, cioè un esame dell’embrione prima del suo trasferimento nell’utero della donna. Si espone così la donna a un doppio trauma: la possibilità di impiantare un embrione malato e la conseguente probabilità di dover ricorrere a un aborto terapeutico.
Per essere più chiari: in nessun altro Paese occidentale, la donna è sottoposta ad una cosa del genere.
Il terzo quesito riguarda l’abolizione della norma che assicura al concepito gli stessi diritti di una persona nata. Semplicemente non capisco come tale equiparazione possa non portare ad una ridiscussione della legge 194 sull’aborto. Ricordo che per la norma in esame “concepito” vuol dire l’ovulo già fecondato, ancora prima che si formi l’embrione. In parole povere: l’incontro tra uno spermatozoo e un uovo.
Il quarto quesito – il più spinoso – riguarda la cosiddetta “fecondazione eterologa”, una tecnica (cui ricorrere solo in casi di grave sterilità) che consente alla coppia la fecondazione assistita anche utilizzando gameti di donatori esterni alla coppia. La legge attuale vieta questa pratica, ma consente la “fecondazione omologa”, e cioè la fecondazione con gameti del maschio della coppia. La fecondazione eterologa, in barba alle Apocalissi di chi la vuole negare, è una tecnica PER LA FAMIGLIA, per un uomo e una donna che vogliono un figlio, vogliono costruire una famiglia, ma non possono. Quest’uomo e questa donna, oggi, andranno in Spagna o in Inghilterra o in Austria, se hanno i soldi per farlo. Vorrei ricordare anche che l’infertilità colpisce, in Italia, una famiglia su cinque. Con questa legge, queste famiglie sono di serie B; anzi, direi che NON SONO FAMIGLIE, per il mostruoso concetto secondo cui una famiglia si fonda sullo sperma del maschio.
Da oggi, questo Paese che vanta già alcuni record di cui non possiamo vantarci, fa un salto indietro di quarant’anni. Qualcuno ci ha costretti a pensare che la Terra è un disco piatto.

Posted by Leonardo Colombati at 14:15 | Comments (7)

07.06.05

Bufalo Bill e Augustarello

di Leonardo Colombati

almanaque_de_bufalo_bill.jpgNe L’uomo che uccise Liberty Valance, John Ford fa dire ad un giornalista: «Quando la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda». Nel 1866 William Frederick Cody, nato venti anni prima in una fattoria dell’Iowa, uccise cinquemila bisonti per la compagnia ferroviaria Kansas Pacific. Sarebbe rimasto un cowboy come tanti se tre anni dopo Ned Buntline non ne avesse celebrato le gesta in una serie di celebri dime novels. Dalla realtà di un massacratore di bestiame nacque così la leggenda di Buffalo Bill.
Peter Bodganovich ha fatto notare come la frase del giornalista sia stata inclusa in «un film che ha appena smascherato una leggenda: Stoddard, famoso per essere “l’uomo che uccise Liberty Valance”, alla fine ha detto la verità: fu Doniphon che in realtà uccise il famigerato fuorilegge. “Stampa la leggenda”. Ford stampa la realtà». Ora che voglio raccontarvi di Bufalo Bill – il mito della mia infanzia – dovrò fare proprio questo: contravvenire a quella che è divenuta suo malgrado una legge del giornalismo e darvi in pasto l’uomo che uccise una leggenda. Il nostro Doniphon ha un nome che meno si adatta alla Valle della Morte, ai saloon e agli speroni: si chiamava, infatti, Augustarello.

Il saggio-racconto di Leonardo Colombati Bufalo Bill e Augustarello è stato pubblicato nell'ultimo numero di Nuovi Argomenti.

Clicca qui per scaricare Bufalo Bill e Augustarello di Leonardo Colombati

Posted by giuliomozzi at 18:48 | Comments (0)

30.05.05

Novel vs. Romance

di Leonardo Colombati

[Questo articolo di Leonardo Colombati è uscito nel Corriere della sera di ieri 29 maggio 2005. L'ha ripreso anche Loredana Lipperini in Lipperatura; dove è stato variamente commentato. gm]

Qualche giorno fa il Corriere della Sera si è occupato del Viareggio, «il premio letterario più di sinistra d'Italia» a cui «sembrano piacere molto anche i candidati di destra». Nell’articolo si menzionavano tra gli altri, come finalisti per l'opera prima, Alessandro Piperno e il suo Con le peggiori intenzioni e il sottoscritto con il romanzo Perceber, «definito proprio da destra il romanzo del decennio, di quello che è trascorso e di quello che verrà». Da questi stralci, si evince che io sarei uno «scrittore di destra» perché il mio libro è stato lodato «da destra». E qui si sottintende una recensione apparsa su Il Giornale lo scorso 21 aprile. Se davvero un libro appartiene allo schieramento politico di riferimento del giornale che ne parla bene, il fatto che Con le peggiori intenzioni sia stato incensato dal Magazine del Corriere significa che questo giornale è di destra? E come la mettiamo con le recensioni positive che Perceber ha ricevuto dal Riformista, dall'Avvenire e da Famiglia Cristiana? Sono forse l'artefice di una nuova Bicamerale? A questo modo di etichettare i libri un po' come si faceva un tempo con la mortadella (di sinistra) e il prosciutto cotto (di destra), in genere si replica con un altro luogo comune: i libri non sono né di destra né di sinistra; esistono solo buoni o cattivi libri. Ma è davvero così?
Secondo me, sì e no.

C'è stato un tempo in cui questo criterio di classificazione funzionava. A sinistra (ad esempio) stava il realismo; a destra, il racconto fantastico. Anche se Borges argomentava che tutta la letteratura, in realtà , è fantastica: se non si sospendesse l'incredulità, non ci si convincerebbe né del fatto che sia esistito in un paese della Mancia un cavaliere che sfidava i mulini a duello né che in un'estate, a Pietroburgo, uno studente assassinò un'usuraia per emulare Napoleone.
Ma poi qualcosa s'è interrotto. Già nel 1962, Mario Pomilio scriveva: «La crisi in cui sono entrati i vari storicismi, e in primo luogo quello marxista, con tutti i miti e le aspettative a esso connessi, una cosa ha significato anche per chi non si sentiva marxista: la fine della convinzione che azione sociale e intervento politico fossero in grado d'esonerare l'uomo di cultura da tutti gli altri presumibili suoi doveri. È come se molti tra i nostri scrittori sentendosi improvvisamente sprovvisti d'un sistema organico di verità e a corto di strumenti per l'accertamento della realtà si sforzassero a un tratto di celebrare il proprio smarrimento e d'elevare a segno esemplare dell'attuale momento la loro condizione».
Hitler, Stalin e l'atomica hanno disintegrato la fede nel progresso; la razionalità non ci fa liberi, bensì schiavi in una «gabbia d'acciaio», per dirla con Weber. Le illusioni di Marx e di Freud di dotarci di uno schema interpretativo che metta in relazione e rappresenti tutte le cose sono già ricerche di un tempo perduto.
Lo scrittore di oggi, messa da parte l'ambizione di ridurre l'universo a una maestosa sinfonia, deve accontentarsi di eseguire qualche onesto blues urbano o di giocarsi le proprie carte come disc-jockey. Ecco palesarsi la distribuzione della letteratura contemporanea nei due triti filoni del minimalismo e del postmodernismo.
Quanto al primo, si può citare un'osservazione di John Barth: «Fra i grandi scrittori minimalisti, la semplificazione avviene nell'interesse della potenza espressiva. Fra gli scrittori meno grandi, però, può essere semplicemente un ripiego». Circa il genere postmoderno si potrebbe insistere sull'idea di Lyotard di un fenomeno non tanto post cronologico quanto post tematico, in contrapposizione alla modernità intesa come volontà di costruire sistemi totalizzanti e come rilettura critica del determinismo scientifico; oppure metterne in risalto, da un punto di vista prettamente stilistico, gli intenti decostruzionisti, perseguiti con il montaggio di testi diversi, il citazionismo, il pastiche, le sfumature pop. Ma il minimo comune denominatore, per gli scrittori postmoderni è il crollo del Tempo. Se l'idea di progresso è negata, il caos del mondo comporta anche un nuovo modo di vedere il passato; la storia può essere percorsa in ogni sua direzione.
In Italia, dopo molti anni in cui è rimasto congelato «un discorso interrotto», così come evidenziava Pomilio, sono esplose narrazioni radicalmente minimaliste e postmoderne. Da un po' di tempo a questa parte, a me sembra, le cose si sono un po' ammorbidite, rese più fluide, fino a tornare al grado zero della letteratura. Non più minimalismo contro postmodernismo, ma novel contro romance: da una parte il racconto di accadimenti reali, di personaggi verosimili, di psicologie; dall'altra, l'intreccio che schiaccia i personaggi, li giostra come marionette, riproduce la «giostra» medievale.
Che poi, ad esempio, il romanzo di Piperno (etichettato come di destra) sia ascrivibile al genere realistico del novel e quello di Tommaso Pincio (ascritto alla sinistra) sia un fantastico romance è solo un paradosso apparente; basta osservare cosa sta succedendo nelle ultime settimane, qui da noi, nei due schieramenti politici e si capisce tutto o niente.

Posted by giuliomozzi at 08:51 | Comments (0)

29.05.05

La Quabbalah visiva, a cura di Giulio Busi

di Leonardo Colombati

[Questo articolo di Leonardo Colombati, recensione del volume di Giulio Busi La Quabbalah visiva testé pubblicato da Einaudi, è uscito nel Giornale di oggi 29 maggio 2005. E' leggibile anche qui, nella neonata edizione online del quotidiano. gm]

Quabbalah_visiva.jpgIn un racconto di Borges, un mago decide di sognare un uomo – pezzo per pezzo: un polmone, gli occhi, poi un piede, il torace, il naso, infine il cuore – e di imporlo alla realtà. Dopo numerose prove e alcuni fallimenti, il mago realizza il suo sogno, proprio mentre sente avvicinarsi la morte; un incendio divora le rovine del santuario dove egli abita: «Andò incontro ai lembi di fuoco. Essi non morsero la sua carne, lo lambirono, lo inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiltà, con terrore, comprese che anch’egli era una apparenza, che un altro stava sognandolo».
Nulla ci vieta di postulare l’esistenza di un unico sognatore: Dio, e che, conseguentemente, egli non abbia fatto l’Universo, ma l’abbia semplicemente sognato. Secondo le religioni ebraica e cristiana, invece, Dio l’avrebbe più verosimilmente nominato. Prova ne sarebbe che l’Universo è tutto ed esclusivamente in ciò che possiamo definire. Anzitutto parla Dio, il quale creando il cielo e la terra dice: «Sia la luce». Solo dopo questa parola divina «la luce fu» (Genesi 1, 3-4). La creazione avviene per un atto di parola, e solo nominando le cose che via via crea, Dio conferisce loro uno statuto ontologico: «E Dio chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte” (...) [e] dichiarò il firmamento “cielo”». Analogamente, nel testo cabalistico Sefer Yesirah si legge: «Queste sono le ventidue lettere a mezzo delle quali Iddio ha operato. Da esse ricavò tre numeri e da esse Egli creò l’intero mondo. A mezzo di esse Egli formò l’intera Creazione e tutto ciò che dovrà essere creato».

All’inizio del suo Qabbalah visiva (Einaudi, I Millenni, 2005, p. 497, € 75), Giulio Busi riporta un breve apologo talmudico. In una scuola rabbinica il maestro invita a guardare un disegno sul muro: «Gli uomini possono tracciare una forma su di una parete ma non sono in grado d’infonderle spirito e anima... eppure ciò non vale per il Santo, sia Egli benedetto, che disegna una forma entro l’altra e v’infonde poi spirito e anima… perciò si può ben dire che non vi sia un disegnatore pari al nostro Dio». Fu intorno al primo secolo, ad Alessandria, che nel giudaismo all’immagine del Dio autore della Bibbia iniziò a sovrapporsi l’immagine del Dio architetto, «l’artista sommo, capace di abbozzare il diagramma del mondo per mutarlo poi nei volumi e nelle superfici della natura». Ed ecco che – spiega Busi – a partire dal XIII secolo il corredo grafico diventa «una componente fondamentale di molte importanti opere cabalistiche».
Già autore, assieme ad Elena Lowenthal, del monumentale La mistica ebraica – dove venivano proposti per la prima volta in Italia in modo organico alcuni dei testi fondamentali della cabala – Busi tenta per la prima volta una storia del disegno mistico nella tradizione giudaica, dai simboli magici che a partire dal II secolo compaiono sugli amuleti contro le malattie a quel cabalista di Baghdad che tra il XVIII e il XIX secolo tradusse iconograficamente gli scritti del rabbino ferrarese Refa’el Immanu’el Ricchi.
Sullo sfondo di questa vastissima ricognizione, aleggia un dilemma critico. Se è vero, come sosteneva Joseph Aškenazi «che l’intera creazione sia il risultato di una serie successiva di prove di figurazione metafisica», e che dunque il Creatore abbia avuto bisogno di uno schema per porre in atto la propria opera, obbligandosi a calcolarla... se, dunque, l’Universo è armonico (così come Galileo, Newton, Einstein e Hubble, con i loro modelli, ci hanno confermato), siamo sicuri che Armonia e Onnipotenza siano concetti omogenei? Un Dio onnipotente non avrebbe forse potuto costruire un mondo casuale che sfuggisse ai nostri calcoli?
Così, già in un trattato del II secolo, si proibiva di diffondere gli insegnamenti sull’Opera della Creazione, poiché «il rischio consisteva probabilmente nelle teorie sulle premesse concettuali della creazione, ovvero proprio sull’elaborazione, da parte di Dio, di un disegno astratto, che si sarebbe poi realizzato nel mondo materiale».
Per fortuna, in molti contravvennero a tale divieto, per il nostro piacere. Così, adesso, possiamo ammirare lo zodiaco della sinagoga di Sefforis, con le storie delle vite di Abramo e di Aronne al di sopra e al di sotto del diagramma zodiacale; e alcune miniature del XV secolo raffiguranti le sefirot (le emanazioni divine) in corrispondenza dei sette bracci del candelabro; e le diagonali delle opposizioni logiche disegnate da Mosè Maimonide; e “la tenda del cielo” raffigurata da El’azar da Worms.
Uno dei capitoli più interessanti del libro di Busi è quello dedicato alle lettere dell’alfabeto ebraico. A proposito dell’alef, il cabalista Ya’aqov (vissuto nel XIII secolo) scrive: «Ed ecco comincio a disegnare l’alef e a discuterne la forma… Devi ora comprendere la forma dell’alef bianca interiore e di quella nera esteriore... Ciò ti insegna che la forma interiore corrisponde al Santo… La forma esteriore corrisponde invece al mondo…». Commenta Busi: «Le lettere sono allora metafora del creato e l’alternanza grafica del nero dell’inchiostro e del bianco della pagina allude al rapporto tra il mondo e Dio».
A proposito dell’Alef , ricordo un aneddoto curioso. Racconta rabbi Akiba che Alef si lamentò con Dio, poiché questi aveva cominciato la creazione del mondo con Beth; infatti il Genesi inizia con la lettera beth nella parola b’ereshit (“in principio”). Allora Dio promise che proprio con Alef avrebbe dato inizio ai Comandamenti. E infatti è scritto: «Anokhi ha-Sham Elohekha» (“Io sono il Signore Dio tuo”). Anche da questa favoletta si può comprendere quanto la mistica ebraica sia distante dall’affermazione hobbesiana secondo cui la parola non è altro che un segno convenzionale. Proprio a partire dal Seicento va in crisi il mito della “lingua perfetta”, cioè la lingua con cui Dio comunicò con Adamo, dove le parole erano uguali alla natura stessa delle cose. Alla presunta corrispondenza di questa lingua all’ebraico antico (ancora postulata nel 1679 da Athanasius Kircher) Richard Simon e Leibniz non credono più: si fa strada una teoria che potremmo definire materialistico-biologica delle origini del linguaggio, come naturale attitudine a trasformare le sensazioni primarie in idee e quindi in suoni a scopi di civile convivenza. Al mito di una lingua di Dio e alla conseguente reazione positivistica, risponde una nuova scienza del linguaggio, la semiotica, e solo con gli strumenti da essa predisposti siamo in grado, se non di risolvere, almeno di formulare in termini tecnici la domanda se esiste prima la parola o la cosa, e in quali rapporti cose e parole stiano.
Eppure, sfogliando le pagine del libro di Busi ed ammirando il vasto apparato iconografico, restiamo ancora una volta affascinati da questo incipit: «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu».

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11.05.05

Il Grande Romanzo Americano

di Alessandro Piperno e Leonardo Colombati

[Pubblico oggi - dopo l'estratto di qualche giorno fa - il testo integrale del pezzo scritto da Alessandro Piperno e Leonardo Colombati per la rivista Rolling Stone, in occasione dell'uscita di Devils & Dust, nuovo album di Bruce Springsteen. gm]

bruce_devils_dust.jpegÈ strano come una delusione possa trasformarsi in un effluvio di crosciante entusiasmo. Erano settimane che aspettavamo il nuovo album di Springsteen, Devils & Dust. Che ne sentivamo parlare, percependone nell’aria il profumo. Che continuavamo a scaricare dal web le castigate notizie che il Boss e il suo entourage avevano deciso crudelmente di distillarci. Quelle scarse generiche depistanti notizie da uffici stampa di major discografica che uno si deve ciucciare per tenere a bada la propria impazienza: “Si tratta d’un disco scabro, sporco, acustico, intimista, un disco da ascoltare” e via dicendo per luoghi comuni.
Entriamo negli uffici romani della Sony con una sola certezza: ascolteremo la canzone più hardcore che Bruce abbia mai scritto. No, nulla a che vedere con l’heavy metal; stiamo parlando di pornografia. L’aveva eseguita un paio di volte, il Nostro, per il “Vote for Change Tour”, lo scorso ottobre; abbastanza perché internet riuscisse ad imprigionarne i versi. Pilgrim in the temple of love reca un sottotitolo al tempo stesso esplicito e misterioso: Santa Claus gets a blowjob. Che razza di storia è mai questa? Una canzone il cui testo sembra una sceneggiatura dei Fratelli Cohen. Bruce entra in un peep-show, dopo che nel parcheggio ha assistito alla raccapricciante scena di un ciccione vestito da Babbo Natale che si fa spompinare. Lo rincontra all’interno del locale e gli domanda: “Come va coi bambini quest’anno, Babbo?”. E lui tra due respiri profondi sussurra: “Un natalizio vaffanculo a te”.
Insomma, iniziamo ad ascoltare il disco certi che prima o poi quelle parole ci toccheranno il cuore. E invece niente. Quella canzone – chissà perché? – è stata epurata. Ciò che resta è un disco splendido d’uno scanzonato Springsteen che può permettersi ormai di fare quello che vuole. E che non di rado riesce a fare poesia.

Bisogna capire che le pop songs stanno all’America come agli italiani la Commedia e il Cantico delle Creature. Non è una questione di qualità ma di radici. Ecco perché – solo e solamente negli Stati Uniti – non suona scandaloso affiancare Tom Waits a Wallace Stevens.
Alla metà degli anni Settanta l’Uomo Nuovo della musica popolare s’incarnò nella figura di Bruce Springsteen, un songwriter il cui merito principale sta nell’averci mostrato per intero – più di Elvis, più di Dylan – la mappa del Dna musicale americano. Non c’è modulo della musica moderna che non abbia piegato alle proprie urgenze narrative. Gli elementi innovativi presenti nella sua musica, certo, sono prossimi allo zero – Springsteen non cambia la pop music di una virgola, ma la rimastica incessantemente, ne tiene viva la tradizione. Ed è per questo che, molto più di tanti veri o presunti innovatori, ha salvato il rock ‘n’ roll. Esaurita la grande spinta creativa degli anni Sessanta, scioltisi i Beatles, in declino gli Stones, l’Europa ammorbata dal progressive così come l’America dalle melensaggini della West Coast, Springsteen arrivò al momento giusto, prese su di sé la storia del rock e la fece sua.
Il nuovo album, Devils & Dust chiude idealmente la trilogia inaugurata con Nebraska e proseguita con The Ghost of Tom Joad; qualcosa che assomiglia molto a una Antologia di Spoon River dei giorni nostri. Per capirlo ci basta ascoltare l’attacco della title-track: su un tappeto di chitarre che ricorda Blood brothers, Bruce dà l’avvio a un’invocazione di tipo gospel. In realtà, a differenza dei primi due capitoli della trilogia, i perdenti di Devils & Dust hanno almeno una speranza, quella di avere “God on my side”, esplicitata dall’innesto di moduli tipici della musica sacra americana su un impianto principalmente blues, folk e country.
In Long time comin’ – ballata rock dal suono sporco e trascinante che ricorda negli arrangiamenti certi episodi di Lucky Town – l’amaro destino del protagonista viene redento dall’attesa della paternità. Sopra un secco rhythm & blues lo sentiamo augurare al figlio: “Se dovessi esprimere un desiderio per te in questo mondo dimenticato da Dio, ragazzo, sarebbe questo: che i tuoi errori siano solo tuoi così come i tuoi peccati”. E poi, in un’improvvisa accensione gospel, si rivolge alla sua donna: “C’è voluto tanto tempo, amore, ma adesso il momento è arrivato”.
In Jesus was an only son, invece, è un figlio che sta per morire che parla alla madre e le dice baciandole le mani: “Trattieni le lacrime”. In questo vero e proprio standard spiritual, con tanto di Hammond e cori, non ha importanza il fatto che questo figlio sia Gesù che “a Nazareth leggeva i salmi di David ai piedi di Maria”. La metafora biblica è al servizio di un topos spingsteeniano sin dai tempi di Independence day. Springsteen è un eretico a cui interessa solo l’umanità del Cristo.
Così come in Nebraska e The Ghost of Tom Joad, anche in questo album l’orizzonte dal New Jersey si estende fino alla Pennsylvania, all’Ohio, all’Indiana, all’Oklahoma, al Texas, luoghi che fanno da sfondo alle vicende di camionisti, mesteneros e pugili suonati. Il Rainey Williams di Black cowboys vaga per i campi “di granturco, cotone e di un nulla infinito nel mezzo”, mentre gli innamorati s’incontrano sulle sponde del Matamoras (Matamoras Banks) o accanto a ruscelli illuminati da una “luna che fa rimbalzare via le stelle” (Long time comin’).
Il testo comunque più riuscito è quello di The hitter, la storia di un pugile a fine carriera la cui atmosfera di squallore e allo stesso tempo di desolata umanità fa pensare a Million dollar baby di Eastwood:

Stanotte a Stockyard, un uomo ha tracciato un cerchio nella polvere;
io ci sono entrato e ho tolto la camicia.
Ho studiato attentamente i suoi tagli, gli sfregi, i dolori che il tempo non può curare.
Ho scartato rapidamente sulla sinistra e l’ho colpito al volto.

È in questa sua ultima prova la conferma del fatto che Springsteen non ci voglia regalare soltanto settanta minuti di intrattenimento pop, ma che voglia soprattutto raccontare la gloria e la disperazione del suo Paese. È anche, questo, un viaggio nei generi rurali che Springsteen fa scontrare abilmente attraverso le tipiche battute in quattro quarti del blues – quello del Missisipi, alla Sonny Terry – e arrangiamenti più propriamente country: slide guitar, banjo, violini fino ad arrivare al parossismo rockabilly alla Pegy Sue. È il caso, ad esempio, di All I’m thinkin’ about, una canzone con gli occhiali (nel senso di Buddy Holly e Roy Orbison) in cui Bruce sfoggia una inaudita voce in falsetto. Maria’s bed, invece, nella prima parte sembra uno dei pezzi minori di Beggar's Banquet dei Rolling Stones, per poi tramutarsi in uno scatenato rock ‘n’ roll.
Ma qual è il limite di un disco perfetto? Si può dire che il vizio d’origine di questo album sia la sua stessa perfezione? Questi uomini che cercano di risollevarsi dalla polvere attraverso il sogno di una più o meno terrena redenzione sono davvero vivi ed autentici come i disillusi che in Darkness on the Edge of Town continuavano loro malgrado a vagheggiare una Terra Promessa? E questo sfoggio di virtuosismo nel saltare da un genere all’altro non rischia di svilirsi in Maniera? Oggi, Springsteen non è più – non può più esserlo – il James Dean della musica americana, bensì un cattedratico del rock ‘n’ roll.
Un superciglioso professore di mezza età che tuttavia riesce a piazzare i suoi uppercut, come quando in All the way home ci sorprende con un rock tiratissimo, con un basso mai così in evidenza (a suonarlo è Brendan O’ Brien, il produttore di The Rising) e un lancinante suono di armonica distorta; oppure con il piccolo gioiello di Leah – una tromba che si leva da un tappeto di tastiere e che ci ricorda misteriosamente certi pezzi dei Waterboys. Ma il regalo più prezioso per noi vecchi porci – insieme impudenti e sentimentali – giunge quando, appena dopo aver digerito l’assenza del nostro pervertito Santa Claus, ci imbattiamo nei versi di Reno, una noiosissima folk-song che a un certo punto fa così:

Lei se lo fa scivolare fuori dalla bocca
E mi dice: “Sei pronto,
ora ti darò il meglio che tu abbia mai avuto”.
Ridemmo e facemmo un brindisi.
Non è stato il meglio che io abbia mai avuto.
Non ci andò neppure vicino.

Dice Springsteen: “Continuerò a suonare fino a che non mi verranno le piaghe, e poi ancora un po’”.
Ecco il segreto di questi sciamani sempre in marcia per le strade d’America. Andare avanti, guardare, raccontare. La ricompensa è senza prezzo. Ne parla Whitman quando, dopo essersi lamentato delle domande senza risposta e della folla sordida che cammina al suo fianco, chiede:

Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?

Risposta
Che tu sei qui – che esiste la vita e l’individuo,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso.

Posted by giuliomozzi at 10:24 | Comments (2)

23.12.04

Dubbi e ubbie

di Azione Parallela

[Azione parallela ha pubblicato un'interessante annotazione sul saggio di Leonardo Colombati Il silenzio, il bianco, lo zero. Mi permetto di riportare qui per intero il suo post].

E’ in arrivo un poema eroicomico sul nulla che s’annuncia come un capolavoro (Don Quixote o Sancho Panza nell’età del nichilismo – che hanno contribuito ad aprire). Nell’attesa, potete leggere un lungo saggio diviso in due parti (qui e qui) dell’autore del poema. Tema: il silenzio, il bianco, lo zero (i "luogotenenti del nulla"). In mezzo a molte cose interessanti (su alcune delle quali magari torno), mi limito a segnalare la questione per me principale, che si trova in prossimità della conclusione:

L’indeterminatezza dello zero assomiglia a quella del silenzio: un qualcosa che non c’è ma che modifica l’esistente. Si pensi ad esempio alle pause nel discorso e nelle forme musicali: “c’è una nozione basilare di pausa: un fischio cessa e poi riprende. Questa descrizione sarà probabilmente accettata da tutti, ma implica qualcosa di strano, ossia il fatto che il fischio sia lo stesso prima e dopo la pausa. Questa posizione è filosoficamente sospetta. Il filosofo sobrio dirà che ci sono due fischi, separati da una pausa (Roberto Casati e Achille V. Varzi).
Ciò equivale a dire che nella “frase” in questione vi sono tre elementi: un fischio, il silenzio, un altro fischio. Ma se il silenzio è definibile solo in negativo – e dunque come non-suono, come qualcosa che non esiste – togliendolo dalla frase, essa non dovrebbe cambiare. E allora come mai otteniamo un unico, lungo fischio?.

Nel gustoso e amplissimo materiale bibliografico (e ognuno hai suoi gusti: il bianco più bianco, ad esempio, è per me la neve della Montagna incantata; e il silenzio più ostinato quello di Filebo. O quello di Bartleby?) spicca però, a lenti filosofiche, l’assenza del problema del Sofista. E dico: non tanto il problema di cui si tratta nel Sofista (perché anzi di quello) quanto il problema che il Sofista stesso rappresenta, per aver con abile mossa fatto scomparire di sotto al tavolo della filosofia (e non ci voleva molto, visto ciò di cui si trattava) il ‘nulla affatto’, il me on inteso in senso assoluto. Il quale me on se ne impipa del corretto ragionare di Platone, che lo esorcizza come “adianoeton te kai arreton kai aphthegton kai alogon [impensabile, indicibile, impronunciabile, illogico]”. L’esorcismo riesce però con Colombati (e non solo con lui), visto che per lui si tratta piuttosto di mostrare quanto significativo sia l’altro nulla, quello che sta, civile e grazioso, tra gli enti e le parole, il nulla che punteggia l’essere e articola il discorso, il nulla che riesce insomma ben significativo (e che quindi tanto nulla non è).
Certo, l’altro nulla è forse solo una fisima, “un’ubbia dell’intelletto puro”. Può darsi. Ma come diceva Bennato? Abbi ubbie.

Posted by giuliomozzi at 09:43 | Comments (1)

21.12.04

Il silenzio, il bianco, lo zero [2]

di Leonardo Colombati

Mentre i nomi di tutti gli altri numeri ci derivano dal latino (UNUS, DUUS, TRES, QUATTUOR, QUINQUE, SEX, SEPTEM, OCTO, NOUEM, DEKEM), il nome dello zero ci deriva dall'arabo zifr, da cui proviene anche la parola che significa qualsiasi numero: cifra. Lo «strano numero» fu introdotto in Europa dal matematico e viaggiatore pisano Leonardo Fibonacci, che all'inizio del XIII secolo nel suo Liber Abaci trascrisse il metodo utilizzato dagli arabi per fare di calcolo senza il pallottoliere.
Lo zero è il numero che assegna al concetto sussumente la mancanza di un oggetto, ovvero la prima cosa non reale del pensiero. Lo zero non è un’assenza, non è un niente, non è il segno di una cosa, non è una semplice esclusione. Se i numeri naturali sono segni, esso è un significante. Non è un intero, ma un metaintero, una regola intorno agli interi e alle loro reazioni...

Leggi la seconda parte del saggio Il silenzio, il bianco, lo zero di Leonardo Colombati in formato Rtf.

La prima parte del saggio è disponibile qui.

Posted by giuliomozzi at 09:43 | Comments (4)

17.12.04

Il silenzio, il bianco, lo zero [1]

di Leonardo Colombati

Il turista, il critico d’arte e lo storico accolgono senza scandalo i geroglifici che il gesuita tedesco Athanasius Kircher iscrisse sull’obelisco di Santa Maria sopra Minerva, a Roma. È un’opera che non delude, sebbene l’arte del falso sia generalmente deprecabile. Converrebbe riflettere sulla circostanza che nulla è mistificazione, se tutto lo è, come possiamo sperimentare quando ogni mattina ci svegliamo «giudiziosi dopo essere passati attraverso le zone d’ombra e i labirinti dei sogni», per dirla con Groussac. Abbiamo l’impressione che tra il mondo della veglia e quello del sonno vi sia una sfasatura, quasi fossero due mondi separati che si guardano l’un l’altro attraverso una lente sfocata. Così, se noi possiamo sognare di essere uno scarafaggio, non potrebbe darsi che quando ci crediamo svegli siamo in verità uno scarafaggio che sogna di essere noi?
Lo dice, con una metafora, Shakespeare...

Leggi la prima parte del saggio Il silenzio, il bianco, lo zero di Leonardo Colombati in formato Rtf.

Posted by giuliomozzi at 16:19 | Comments (7)